In questa puntata, i microfoni di Psicoradio ospitano Giovanni Romagnani, una persona molto nota all’interno del Dipartimento di Salute Mentale di Bologna, non solo come frequentatore ma anche per i suoi percorsi, come quello di Esperto del Supporto tra Pari (ESP). L’ESP è una figura che aiuta gli altri utenti utilizzando le proprie esperienze: ha attraversato lui stesso la sofferenza psichica, e a seguito di un percorso di recupero e di un corso di formazione, può affiancare i servizi di Salute mentale e collaborare nei percorsi di cura e recupero dalle patologie psichiatriche.
Giovanni ci ha detto di aver sperimentato con i pazienti il ricorso al “TSO”. Ma niente paura: in questo caso TSO non ha il significato terribile di “Trattamento Sanitario Obbligatorio”; al contrario, il senso dell’acronimo inventato da Romagnani è “Ti Seguo Ora”, per entrare nel vissuto dell’utente che si sta aiutando, usando nei suoi confronti strumenti come empatia ed emotività. Giovanni ha svolto il ruolo di ESP per 4 anni; gli abbiamo chiesto di ricordare qualche episodio e lui ci ha raccontato la storia di un ragazzo che aveva seguito, e che faceva largo uso di sostanze stupefacenti, ma solo o soprattutto nel weekend. E, ci dice, i suoi colleghi puntavano l’attenzione sulle sostanze, ma lui è riuscito a capire che il problema di fondo era un altro, altrettanto duro e rischioso, la solitudine, che il ragazzo cercava di attenuare con l’uso di droghe.
“Ai nostri tempi, la solitudine è un problema importante – commenta Romagnani – con i social che rischiano di fungere da maschere per nasconderla”. Però Giovanni Romagnani non si è interessato solo alla salute mentale. Appassionato di musica, in particolare di Vasco Rossi, e di letture, ha portato in redazione “Siamo tutti matti”, di Eleonora Daniele, un libro dove viene narrata l’esperienza personale della scrittrice con un fratello che ha un disturbo dello spettro autistico. “Mi piace citare il libro di una persona che è conosciuta a livello dei mass media, perchè può essere un testimonial, e tenendo presente il ruolo che ha avuto nella storia, ha avuto del coraggio”, dice. Il nostro ospite finisce citando un album di Vasco, “Canzoni per me”, nato dalla necessità di scrivere canzoni per vocazione personale, e non seguendo esigenze di mercato.
Quali sono le canzoni che il Festival di Sanremo non vorrebbe mai? E perché? Alcune redattrici e redattori di Psicoradio si sono poste questa domanda per confrontarsi su un evento che non rispecchia i loro ideali musicali. Da qui è nata una discussione che poi è sfociata in una puntata dedicata alle nostre canzoni “anti-Sanremo”.
Vittorio ha scelto Pain Remains I: Dancing Like Flames dei Lorna Shore e spiega: “E’ un brano troppo pesante, non è proprio adatto a Sanremo”. Giada ha scelto Volevo essere un duro di Lucio Corsi, che è andato all’edizione 2025 del festival e si è piazzato addirittura secondo. “Trovo che nella sua poetica ci siano concetti che secondo me non appartengono al contesto infiocchettato di Sanremo”. Alberto ha scelto Schiava Del Politeama di Paolo Conte, il quale ha dichiarato di non avere alcuna intenzione di partecipare al festival. Secondo Alberto il brano rappresenta un po’ l’antitesi del festival, i pezzi di Sanremo sono concepiti per una fruizione più immediata e diretta, al contrario di questo brano che va digerito. La scelta di Barbara, invece, è caduta su Bohemian Rhapsody dei Queen, la versione del primo concerto in onore di Freddie Mercury che si è tenuto il 20 Aprile 1992. “Il palco di Sanremo – spiega Barbara – lo vedrei troppo patinato per rendere omaggio ad un personaggio così importante”. Gino propone Land of the Dead di Aurelio Voltaire, ammettendo di non aver mai seguito Sanremo e di non avere una forte passione per le canzoni e la musica in generale. “Il motivo principale per cui non mi piacciono le canzoni – dice – è che quando mi entrano in testa ci rimangono per un bel po’ e buona parte di esse le trovo fastidiose. Vorrei pensare a qualcos’altro e invece continuano a martellarmi”.
“Sex drugs and rock ‘n roll”
Dopo questa carrellata musicale inizia “Sex drugs and rock ‘n roll” una conversazione a ruota libera tra i redattori e le redattrici; il contenuto (piccante?) ve lo proporremo poco alla volta nelle prossime puntate di Psicoradio.
Come stanno insieme nella nostra puntata Luciano D’Alessandro, un fotografo sensibile, con uno dei protagonisti della psichiatria italiana, Sergio Piro e una davvero interessante galleria di Arte Fiera, a Bologna? Innanzitutto, per una non comune attenzione alle persone. Nel 1965 Luciano D’Alessandro inizia a scattare foto nel manicomio Materdomini di Nocera Superiore, e si rende subito conto della disperata solitudine dei pazienti rinchiusi nel manicomio. Continua per tre anni, fino al 1967, a tornare a Nocera, a scattare foto. E’ davvero un peccato che Psicoradio sia solo voce, e che quindi non sia possibile per chi ci ascolta vedere anche le fotografie di Luciano D’Alessandro, il loro pudore, la loro forza, la ferma e indimenticabile denuncia dell’istituzione manicomiale. Poco dopo però lo psichiatra Sergio Piro dà anche voce a quelle immagini con il libro “Gli esclusi. Fotoreportage da un’istituzione totale” (1969) che commenta le fotografie di D’Alessandro. E a Bologna nell’ultima edizione di Arte Fiera, la galleria d’arte “Martini-Ronchetti” ha portato le immagini e i testi del libro “Gli Esclusi “ “Queste dolorose testimonianze sono il frutto di una fortissima volontà di far luce sulla situazione di degrado che esisteva all’interno degli ospedali psichiatrici – ci dice Giovanni Battista Martini, titolare della galleria – e da parte del fotografo c’è una grande sensibilità nel riuscire a cogliere attraverso i corpi e la gestualità la situazione delle persone ricoverate, che evidentemente vivevano in uno stato di grande disagio e sofferenza.” In effetti il tono di questa mostra ci è piaciuto molto anche per l’aspetto etico del lavoro del fotografo, per il rispetto e la delicatezza delle inquadrature, quando per esempio cerca di far vedere più le mani dei volti, cerca di non sfruttare i suoi soggetti, e le tante immagini sono comunque emozionanti, quelle che ritraggono le persone e quelle che ritraggono solo mani callose, che evidentemente non sono state mai curate, ma che hanno lavorato molto, perché dentro i manicomi si lavorava. In alcune foto le mani stringono nel palmo un pezzo di pane, come se fosse un bene importante, da trattare con grande rispetto, e sono davvero commoventi.
“Il lavoro di Luciano D’Alessandro ha avuto una grande importanza anche da un punto di vista sociale – aggiunge il gallerista – Quando nel libro sono state pubblicate le immagini hanno avuto davvero un fortissimo impatto, anche perché il lavoro nasce dalla collaborazione tra lo psichiatra Sergio Piro, direttore dell’ ospedale psichiatrico Mater Domini a Nocera Superiore, e il fotografo, che in quel manicomio scatta”. Tra le immagini, fanno tenerezza quelle che mostrano le donne, anche loro pazienti in questo grande ospedale. Sono tutte vestite con una specie di grembiulone gigante a quadrettini che le rende tutte uguali e le fa sembrare grandi bambine un po’ grottesche.
“E’ vero, – conferma il gallerista – e osservando le fotografie di D’Alessandro si nota che gli uomini hanno più spesso posizioni isolate, mentre in parecchie immagini le donne sono insieme, a gruppi, come in una specie di difesa”. La galleria aveva già partecipato a mostre con temi fortemente sociali, a partire dalle bellissime fotografie di Lisetta Carmi, scomparsa 3 anni fa. Anche lei fotografava persone che vivevano quasi ai margini e non godevano di tutti i diritti, come quando le sue immagini denunciano la pericolosità e la fatica del lavoro nel porto di Genova; ma soprattutto avevano destato scalpore le immagini di quelli che allora erano chiamati “travestiti”, anche loro in qualche modo esclusi o comunque confinati: potevano forse andare nei luoghi frequentati da altri come loro, ma non mescolarsi. Forse non è un caso che queste persone che vestivano abiti femminili vivessero quasi tutte in quella specie di città che era allora l’antico ghetto ebraico, in una dimensione di grande marginalizzazione. “Esistevano, ma bisognava che non si facessero vedere – ricorda Martini – e loro stesse cercavano di nascondersi per proteggersi, perché quando vennero pubblicate le foto, nel 1972, c’era ancora una legge che vietava agli uomini di vestirsi in abiti femminili, e la loro vita di persone alla ricerca di una nuova identità era molto difficile. A lungo Lisetta Carmi ha cercato di far pubblicare un libro con le sue immagini, ma nessun editore aveva il coraggio di pubblicarlo. Fu proprio Luciano D’Alessandro a trovare nel 1972 il finanziamento perché potesse stamparlo.” Sia Carmi che D’Alessandro si sono occupati di persone ai margini non con uno sguardo voyeuristico ma al contrario restituendo loro la dignità; si nota molto in alcune fotografie di Lisetta Carmi, dove i “travestiti” guardano dritti negli occhi, come per dirti “Io esisto”.
Chiediamo a Paola Rosini, l’altra collega gallerista, chi si fermato ad osservare queste immagini dolorose, così intense, dure e però prive di voyeurismo, che a volte si guardano con anche un po’ di vergogna. “Si è fermato chi conosceva il lavoro “Gli esclusi”, che è una pietra miliare della storia della fotografia italiana ed ha un peso politico e sociale straordinario. Ma si sono incuriosite anche persone che non lo conoscevano, e non necessariamente appassionati di fotografia. Poco fa una signora, guardando le immagini delle ricoverate, aveva le lacrime agli occhi. Mi ha detto “gli mettevano il grembiulino come alle bambine delle elementari”. Anche io, ogni volta che vedo questo tipo di fotografie, in cui le persone sono evidentemente escluse, mi sento come se in questo ci fosse un po’ di responsabilità di tutti noi. Per questo forse D’Alessandro si sofferma sulle mani: anche quando si è totalmente rinchiusi in se stessi, apparentemente esclusi dal mondo, le mani continuano a parlare.” Quale è la foto di D’Alessandro che le piace di più? “E’ quella di un malato ripreso da dietro – risponde Paola Rosini – Si vede solo la nuca, il malato scrive con piccolissimi segni sul muro una storia che è intellegibile solo a lui, ma l’idea di questo tentativo di scrittura, di questo lasciare sul muro qualcosa di sé, mi tocca profondamente. Non è facile fare fotografie dure con delicatezza, con uno sguardo che faccia sentire l’altra persona non un oggetto – o una vittima – della fotografia. E infatti D’Alessandro racconta che all’inizio di questo progetto non riesce proprio a prendere in mano la macchina fotografica; poi capisce che sostanzialmente sta fotografando due cose: la violenza della società nei confronti delle persone rinchiuse, e la solitudine. La solitudine come condanna possibile di tutti gli esseri umani.
Vogliamo concludere con qualche pagina del libro “Gli esclusi”, un libro importante e ancora attuale ( ed. Il Diaframma 1969), dove Sergio Piro – che era il direttore dell’ospedale e aveva accompagnato D’Alessandro nel suo lavoro – ha scritto come commento alle fotografie, per far emergere la violenza che veniva esercitata negli ospedali psichiatrici dalle strutture, dagli operatori, dalla farmacologia… più o meno consapevolmente. “Mentre D’Alessandro scopriva come esperienza diretta e scottante la solitudine del malato mentale, io ero alle prese con la mia cattiva coscienza, così come buona parte degli psichiatri dell’epoca. (…) Le immagini rivelavano a Luciano una sconfinata solitudine umana che lui attribuiva alla malattia. Per me quella solitudine aveva un altro significato, non era il risultato di una malattia, era la testimonianza diretta della violenza. Io ero lì paternalisticamente buono e mistificatamente comprensivo, come strumento di fatto di quella violenza. Ero lì agitato e affannato a proporre nuovi miglioramenti e nuove sistemazioni, nuove terapie, nuovi studi scientifici, nuovi mezzi di proselitismi psichiatrici, ma tuttavia costantemente impiegato in un ruolo che implicava il potere, la sopraffazione, la violenza, l’autoritarismo: la solitudine che Luciano mi mostrava era l’effetto della mia violenza. A questo punto la fotografia di Luciano era il dito puntato dell’accusatore, e io l’accusato. Non aveva nessuna importanza il fatto che ciò non fosse nelle intenzioni del fotografo, che lui aveva solo voluto raccontare una storia e cogliere una realtà. Questa realtà stava lì, e per me parlava da sola. Ecco quindi che questo libro è un documento della violenza. Potrà obiettare qualcuno che dal 1965 ad oggi in molti ospedali psichiatrici non ci sono più i reparti agitati, che le condizioni dei malati mentali sono migliorate, che si ha grande cura dei muri, dei colori, del verde, della cucina degli ospedali, che gli psicofarmaci permettono di evitare i mezzi di contenzione e tante altre cose. Però negli ospedali più arretrati le cose non sono cambiate, e se anche fossero modificate nel senso che si è detto, la storia della solitudine rimarrebbe identica. Nei reparti nuovi e più eleganti la legatura farmacologica non è meno violenta né meno alienante del corsetto di sicurezza. L’ergoterapia meccanicamente applicata non riempiva il vuoto, “unvuoto totale” dice un ricoverato, di giorni e giorni passivamente trascinati, così come non lo riempivano le lunghe soste nelle piazzette. Dunque, dovunque le cose stiano così la violenza rimane e le immagini sono sostanzialmente attuali. Il vuoto è stato pienamente colto nelle immagini di D’Alessandro ma questo non è il vuoto della malattia come ineluttabile condanna biologica, è invece il vuoto che l’apatia, inerzia e l’abbandono hanno creato in coloro che sono esclusi (…).
“Sono stata una bambina iperattiva. Oggi ho 65 anni e ho scoperto di avere l’ADHD in età adulta. Poco dopo mi hanno anche diagnosticato un disturbo autistico”.
Poco tempo fa una nostra ascoltatrice ci ha scritto per raccontarci di questa scoperta; l’abbiamo intervistata insieme allo scrittore Daniele Mencarelli, che è venuto a trovarci. Tra le altre cose, della sua storia ci ha colpito il fatto che da piccola venisse presa in giro dagli altri bambini per il suo comportamento e per una scritta, “neurosedativo“, su un farmaco che le era stato prescritto.
Quando era bambina nessuno riusciva a dare un nome alla sua patologia; oggi sa che soffre di ADHD, ovvero di Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività. Dopo la diagnosi la sua vita è cambiata in meglio, perché finalmente ha iniziato a mettere insieme i pezzi di una storia di sforzi continui e frustrazioni. “Capire che sei diverso è sicuramente un vantaggio perchè mi permette di essere come sono. Di dirmi Io sono speciale“, ci ha detto l’ascoltatrice.
Una storia che, secondo lo psichiatra e psicoterapeuta Giovanni Migliarese, assomiglia a quella di molti altri. Ci ha spiegato che si tratta di un disturbo del neurosviluppo, caratterizzato da un eccesso di attività e dalla difficoltà nel mantenere l’attenzione e il controllo del comportamento. Chi ne è affetto, inoltre, fatica ad utilizzare in maniera adeguata le sue risorse attentive, si distrae facilmente, esaurisce rapidamente la sua attenzione. Può anche dare segni di iperattività e di impazienza, possono essere complesse le relazioni con gli altri e anche l’autostima può essere intaccata.
I sintomi appaiono fin dall’infanzia, causando problemi in almeno due contesti (ad esempio a casa, a scuola o al lavoro) e possono perdurare in adolescenza e in età adulta, generando difficoltà a gestire le relazioni e a controllare le emozioni. Queste caratteristiche influenzano negativamente la vita delle persone che soffrono di questo disturbo e di chi è a contatto con loro.
Tutto ha trovato un nome quando la nostra ascoltatrice ha saputo di soffrire di ADHD: soprattutto all’inizio ha provato un senso di liberazione; poi la sofferenza si è trasformata in consapevolezza.
“Ho pochissimi ricordi del tempo passato, proprio perché non succedeva nulla…” Inizia così l’intervista a Vittorio, redattore di Psicoradio, che racconta ai nostri microfoni la sua esperienza di ritiro sociale – in altre parole, i due anni e mezzo nel buio della sua camera, tra videogiochi e rapporti online con gli amici, quando la cameretta era diventata il suo rifugio.
“Se voi prendete una persona, e la immergete in acqua tiepida e poi iniziate a riscaldare lentamente l’acqua, la persona aumenterà il suo limite di sopportazione prima di saltare fuori (…) l’isolamento è un po’ come questa immagine (…) L’acqua si riscalda e inizi a stare male così lentamente che non colleghi più la vasca allo stare male”.
“Quello stare male era fatto da tante cose, da odio verso le persone, tristezza, malinconia e fantasie di suicidio ”.
Il ritiro di Vittorio è stato graduale, a partire dall’adolescenza e dalle assenze da scuola. A inizio 2016 è iniziato il ritiro vero e proprio, con la chiusura quasi totale.
La ripresa delle relazioni con persone della sua età è partita dalla condivisione di droghe leggere, con amici che le procuravano e con il consumo in compagnia. Un altro passo avanti è coinciso con il primo lavoro, che rese necessario stabilire una routine quotidiana. “Ma la vera svolta è arrivata con la mia seconda esperienza lavorativa, nel mio negozio di video giochi e giochi da tavolo… il fatto che fossi lì tutti i pomeriggi portava i miei vecchi amici a passare a salutarmi, così mi sono ricreato un gruppo sociale ed ho smesso di sentire il bisogno di stare chiuso in casa per lunghi periodi”. Dopo la chiusura del negozio, per via del Covid, Vittorio ha iniziato il proprio percorso di cura presso il Centro di Salute Mentale.
“Se qualcuno è nella mia situazione, quello che deve cercare di fare è crearsi un bisogno, una necessità, un interesse che per realizzarsi includa l’uscire e l’incontro con le persone”.
Vittorio ci ha detto che ha voluto raccontare per “informare, informare il più possibile, perché a chi succede e riesce ad uscirne non sempre viene dato un microfono per raccontare la sua esperienza”.
Qual è oggi il suo più grande rammarico? “Essermi arreso al senso di inadeguatezza che vivevo fin da piccolo e non averlo combattuto. Ho perso tempo e opportunità che è difficile recuperare”.
Il 4 e il 5 dicembre Rai3 è venuta nella redazione di Psicoradio per realizzare l’ultima puntata 2024 del programma “Il cavallo e la torre”, di Marco Da Milano. Lo scrittore Daniele Mencarelli, già altre volte nostro ospite per presentare i suoi libri, che ha dialogato con noi, e in particolare con Serena, una giovane punk-redattrice, che racconta come ha sconfitto la dipendenza dalla droga.
Come forse sapete, Rai3 è venuta in redazione per realizzare l’ultima puntata del 2024 del programma “Il cavallo e la torre”, di Marco Da Milano; qui lo scrittore Daniele Mencarelli ha dialogato con Serena, una giovane punk-redattrice che racconta come ha sconfitto la dipendenza dalla droga.
Poi, la redazione ha chiesto a Serena di dirci qualcosa di più su questa sua esperienza di dipendenza da cocaina durata per anni, nonostante la giovane età. Soprattutto, le abbiamo fatto una domanda che in tanti, forse, ascoltandola si sono fatti: come è riuscita ad uscirne da sola. La cocaina è una sostanza che non guarda in faccia a nessuno, ed il suo utilizzo crea una dipendenza psichica estremamente elevata, che può manifestarsi con importanti crisi d’astinenza. Produce soprattutto danni a livello psichico: il consumo prolungato, infatti, porta facilmente a una progressiva modificazione dei tratti della personalità, con manifestazioni che vanno da crisi depressive, con la sensazione di trovarsi in un ambiente ostile, fino ai deliri di grandezza, con conseguenze molto gravi ed una grande difficoltà ad uscire dalla dipendenza.
Questa è una storia, invece, dove una persona fragile e giovanissima si è rotta, ma è poi riuscita ad aggiustarsi.
Ecco come Da Milano ha introdotto la puntata di “Il cavallo e la torre”:
“Alla fine dell’anno le testate internazionali e italiane si impegnano a cercare la persona dell’anno. Le persone dell’anno sono leadership forti, modelli vincenti, personalità infrangibili. Nell’ultima puntata del 2024 voltiamo la carta dalla parte opposta e vi raccontiamo con Daniele Mencarelli la storia di Psicoradio, nata nel 2006 a Bologna, con la sede e gli studi nell’ex manicomio Roncati. Una storia di fragilità e speranza.”
Secondo i dati dell’Ufficio stampa della Rai, questa puntata finale ha avuto 1 milione e 49.000 spettatori.
Quando abbiamo bisogno di aiuto perché stiamo male, oppure non sappiamo a chi rivolgerci per risolvere un problema o ridurre una sofferenza, le infermiere di comunità sono lì a fare la differenza. Ma chi sono e cosa fanno queste nuove figure nel panorama della sanità pubblica? A dircelo sono Laura Guizzardi e Elena Boni, infermiere di comunità dell’Ausl di Bologna, che ci spiegano la differenza tra il loro lavoro e quello delle infermiere tradizionali.
Il loro compito principale è offrire un sostegno personalizzato a persone fragili e famiglie in difficoltà direttamente a casa.
Una caratteristica che distingue il lavoro delle infermiere di comunità è il fatto di poter agire in autonomia, non solo su indicazione di un medico. Per esempio possono tornare da un paziente che hanno già aiutato per verificare come sta e se ha bisogno di un ulteriore intervento.
Il loro contributo va oltre la cura: si occupano dell’intero nucleo familiare oltre al paziente, offrendo il loro aiuto per tempi più lunghi rispetto ai canonici minuti necessari per una visita tradizionale, che si limita per esempio a una medicazione, restituiscono una centralità alla persona costruendo relazioni basate sull’empatia e la fiducia.
Rappresentano una tessera preziosa nel mosaico della salute pubblica, poiché fanno da ponte tra il sistema sanitario, il servizio sociale e il mondo del volontariato.
Durante l’intervista è stato toccato un tema delicato: Laura ed Elena hanno la percezione che nel loro lavoro servirebbe una maggiore formazione nell’affrontare il disagio psichico, per assicurare più consapevolezza nell’affrontare i casi più complessi.
Abbiamo letto questa loro preoccupazione come una dimostrazione importante di sensibilità umana.
Insomma, le infermiere di comunità, soprattutto se diventeranno molte, possono essere un punto di riferimentoimportante per chi non riesce facilmente ad accedere alle strutture sanitarie e magari, non avendo una rete famigliare di supporto, si trova ad affrontare con difficoltà emergenze sanitarie e sociali.
Per Psicoradio il 2024 è finito proprio bene. Rai3 è venuta nel nostro studio per realizzare l’ultima puntata 2024 del programma “Il cavallo e la torre”, di Marco Da Milano, con lo scrittore Daniele Mencarelli che ha dialogato con noi, e in particolare con Serena, una giovane punk-redattrice, che racconta come ha sconfitto la dipendenza dalla droga.
Ecco come Da Milano ha introdotto la puntata:
“Alla fine dell’anno le testate internazionali e italiane si impegnano a cercare la persona dell’anno. Le persone dell’anno sono leadership forti, modelli vincenti, personalità infrangibili. Nell’ultima puntata del 2024 voltiamo la carta dalla parte opposta e vi raccontiamo con Daniele Mencarelli la storia di Psicoradio, nata nel 2006 a Bologna, con la sede e gli studi nell’ex manicomio Roncati. Una storia di fragilità e speranza.”
Secondo i dati dell’Ufficio stampa della Rai, questa puntata finale ha avuto 1 milione e 49.000 spettatori.
Qui potete ascoltare la puntata, andata in onda il 30/12/2024. https://www.raiplay.it/video/2024/12/Il-cavallo-e-la-torre—Puntata-del-30122024-fed02955-29d1-4843-9255-5325503bcb65.html
Siamo tutti consapevoli del fatto che i computer, e ancora di più i cellulari “smart”, continuamente connessi a internet, hanno occupato le nostre vite con una presenza pervasiva. Oggi però la preoccupazione comincia a spostarsi soprattutto sull’impatto che questo nuovo mondo ha sui giovanissimi, e sugli effetti neurologici per cervelli ancora in fase di sviluppo.
Proprio di questo ci parla la professoressa Maria Luisa Iavarone, Maria Luisa Iavarone, docente di pedagogia generale e sociale all’Università di Napoli Parthenope, dove insegna Didattica generale e tecnologie dell’apprendimento: di una ricerca, Adolescents Brain Cognitive Development, “ABCD”, (Lo sviluppo cognitivo del cervello degli adolescenti), promossa dal National Institute of Health di Baltimora.
Si tratta di uno studio decennale in corso (i primi 5 anni sono già passati) che coinvolge quasi dodicimila ragazzini per indagare gli effetti provocati nelle aree cerebrali dei giovanissimi esposti per ore ed ore a schermi e connessioni.
Perché i genitori non riescono a porre limiti sull’uso continuo degli smartphone? Seconda puntata dedicata all’intervista a Maria Luisa Iavarone, pedagogista e docente all’Università di Napoli Parthenope.
In questa seconda parte dell’intervista facciamo alla dottoressa una domanda cruciale: perché le famiglie sembrano impotenti? Perché non sono più capaci di porre limiti, in questo caso all’uso continuo degli smartphone? E come si può intervenire per contrastare questa deriva molto pericolosa?
Le prime parole dei redattori di Psicoradio quando entrarono, tanti anni fa, nella nuova sede. Lo straordinario rap “old school” di Luca ovvero tutto (ma proprio tutto) quello che avreste voluto chiedere a Babbo Natale.
Lo sapevate che nel 2012 il mondo secondo una profezia doveva finire? Ma sono passati ormai tanti anni da quella data fatidica e, a quanto pare, siamo ancora qui… E i parroci ci vanno dallo psichiatra? E poi ancora sesso (e astinenza), esorcismi e molto molto altro ancora in questa speciale puntata “blob” che vuole strapparvi un sorriso ma, al contempo, farvi anche riflettere.
Qual è il significato della guarigione secondo te? Tra i redattori di Psicoradio c’è chi ha risposto che la guarigione è: “mancanza di sintomi e capacità sociali e relazionali buone” e chi invece pensa che: “essere guariti vuol dire avere una vita ricca di buone relazioni, non necessariamente non prendere farmaci ma avere un lavoro e una rete di persone che si frequentano in maniera piacevole”. A queste risposte si aggiunge anche quella dell’ospite di questa puntata: “la guarigione è che adesso ho ripreso possesso della mia vita, non utilizzo più farmaci, faccio una vita come fanno tutti quelli che non hanno mai avuto a che fare con la psichiatria”.
L’ospite è Daniele Chini, di professione elettricista. Da diversi anni è stato dichiarato in remissione dal disturbo bipolare che gli era stato diagnosticato, e che lui ha affrontato attraverso un insieme di risorse non usuali: dall’aiuto della moglie, che gli ha restituito l’autostima, alla “riabilitazione” fatta insieme al suo medico di base; il tutto accompagnato alla progressiva diminuzione dei farmaci, usati solo al bisogno, fino alla attuale interruzione. “Se non avessi fatto questa riabilitazione per uscire dal tunnel sarei ancora lì a prendere farmaci”, dice. Il suo medico di base parla di un raro caso di remissione. Vogliamo subito dire, però, che nonostante il racconto di Daniele rappresenti un grande messaggio di speranza, questa puntata non è assolutamente un invito a smettere di usare farmaci! E che anche se la situazione sembra migliorare, prima di prendere iniziative è sempre necessario ascoltare un medico. Può invece essere un invito a diventare protagonisti della propria cura.
Tra i vari cambiamenti che Chini ha dovuto affrontare durante il periodo di guarigione c’era anche l’impossibilità di mantenere la concentrazione su più pensieri contemporaneamente. Ed era così abituato a potersi concentrare su una sola cosa alla volta che quando si è accorto di pensare a più cose si è preoccupato e ne ha parlato con il medico di base, che gli ha risposto: “vai avanti così, continua, continua, è la normalità quella che mi stai spiegando. Ti devi solo abituare”.