Draghi, dadi e avventure vissute negli scantinati. Forse sono queste le prime cose che ci vengono in mente quando si pensa ai giochi di ruolo. Ma di cosa sono fatti in realtà questi giochi? Oltre alle avventure fantasy, giocatori che interpretano cavalieri, il manuale di gioco e il “D 20”, il famoso dado a 20 facce che determina gli avvenimenti in gioco… a Psicoradio abbiamo scoperto che questi giochi possono anche essere d’aiuto in ambito “psi”.
A dircelo sono Simone e Paolo, entrambi giocatori appassionati. “Sicuramente questi giochi aiutano a vincere la timidezza; anch’io quando ho iniziato a giocare ero più timido rispetto a come sono ora” ci dice Paolo, e Simone è d’accordo. Ma il gioco di ruolo può essere un supporto psicologico? Simone: “A me ha aiutato molto con i problemi che ho avuto, come per esempio la fiducia in me stesso e l’isolamento”. Anche Paolo, che è laureato in psicologia, è della stessa opinione: “Secondo me può essere un supporto, semplicemente perché i rapporti che ci sono nel gioco sono reali, noi dobbiamo sempre considerare che stiamo giocando con persone, non c’è un intelligenza artificiale dietro”. Ci siamo anche chiesti cosa si provi ad interpretare un personaggio; con la risposta di Simone abbiamo capito meglio come funziona interpretare un ruolo. “È un po’ come fare l’attore – però non vieni pagato e sicuramente non finirai a vincere un premio Oscar per la miglior interpretazione!”.
Vi scrivo perché mi piacerebbe raccontarvi la mia esperienza. Sono Alice e sono una persona autistica. Ho scoperto di essere autistica tardivamente, a 19 anni. Nonostante lo abbia scoperto tardi, in realtà l’ho scoperto molto prima di tante persone che ogni giorno ricevono diagnosi di autismo (ci sono persone che lo scoprono anche in età anziana). Scoprirlo è stato come rinascere una seconda volta: finalmente le mie caratteristiche e difficoltà hanno avuto un senso e una spiegazione”.
Con queste parole Alice ha aperto la sua mail diretta alla nostra redazione, esprimendo la sua voglia di raccontarsi. L’avevamo già conosciuta quando, insieme al gruppo di lavoro di Casalecchio, era venuta a presentarci il progetto “Recovery Young”.
A catturare la nostra attenzione, questa volta,è la sua esperienza di persona autistica, la cui diagnosi, contrariamente ad ogni aspettativa, “l’ha fatta sentire libera”.
“Con questa diagnosi per la prima volta ho ricevuto spiegazioni su alcune caratteristiche di me che da sempre non ero riuscita a comprendere, e che anche per questo disprezzavo, perché rendevano la mia vita più difficile rispetto a quella di altre persone”.
Alice sottolinea che secondo lei parlare del suo disturbo è molto importante, perché, ascoltandola, altre persone potrebbero riconoscersi nei tratti dello spettro autistico e richiedere supporto tempestivamente. Ma parlarne è importante anche per sensibilizzare, per combattere i numerosi stereotipi che circondano l’autismo.
“Sentivo di dover raccontare la mia storia perché potrebbe essere importante per qualcun altro”.
La diagnosi, per Alice, è stata uno strumento fondamentale: per conoscere meglio se stessa, ma anche per avere qualche spiegazione logica sui suoi comportamenti e caratteristiche che non era riuscita a spiegarsi del tutto.
“Spesso si considera la diagnosi come qualcosa che incatena, che etichetta, invece per me non è stato così” ci racconta.
I tratti dello spettro autistico possono variare da persona a persona: non tutte le persone autistiche percepiscono e reagiscono alla realtà nello stesso modo.
Alice ci parla di come l’autismo sia un modo diverso di vivere e percepire la realtà. Una volta riconosciuto ed accettato, non intacca necessariamente le qualità della persona e può offrire spunti di riflessione su temi quali empatia, relazioni e socialità.
Alice conclude: “Quello che caratterizza l’autismo non è il non essere interessato alle altre persone, ma avere difficoltà ad entrare in contatto con esse” .
Il curupira è una creatura leggendaria del folclore brasiliano, che secondo la tradizione ha i piedi rivolti all’indietro. E’ anche il nome della radio creata in Brasile da alcuni studenti e professori. Abbiamo parlato con due di loro, Carol Vega Cabral e Marcio Maria Belloc, psicologi e professori dell’università federale di Parà in Brasile.
Erano in Emilia Romagna in occasione della diciassettesima edizione del Laboratorio Italo-Brasiliano di Formazione, Ricerca e Pratiche in Salute Collettiva, dal titolo “Solidarietà tra le persone, diplomazia civile e politiche pubbliche di salute collettiva in una prospettiva internazionale”. Il laboratorio è uno strumento di cooperazione tra università, enti e servizi sanitari del Brasile e della Regione Emilia-Romagna avviato nel 2014. Quest’anno si è tenuto a febbraio 2025, a Bologna.
“Il curupira è un’entità che si conosce da prima dell’arrivo degli europei in America Latina. È la madre o il padre della foresta, protettore dei boschi e degli animali, dell’ecosistema, e si assicura che non venga preso dalla foresta niente di cui non ci sia bisogno.” racconta Marcio.
La radio, in Brasile, permette di mandare messaggi anche individuali, anche solo da una persona all’altra. Svolge dunque una funzione molto diversa da quella della radio in Occidente, che non permette di comunicare uno a uno, ma intrattiene una folla di ascoltatori.
In Brasile è ancora forte e viva la cultura orale, ed è importante poter comunicare oralmente anche argomenti relativi alla salute mentale.
A Radio Curupira non si parla strettamente di salute mentale, ma si discutono temi considerati importanti dagli studenti che partecipano alla radio, e i problemi, i desideri e le esperienze di ognuno dei partecipanti; così si crea una comunità che “protegge” la propria salute mentale.
Marcio e Carol ci parlano poi della rinascita del loro paese dopo la fine del regime di Bolsonaro, e dei tentativi di recuperare politiche pubbliche che sono state distrutte dal suo governo. Ad esempio, è in atto una serie di sforzi per ridare forza alla salute pubblica e per riprendersi gli spazi di prevenzione legati alla salute mentale.
In Brasile, tuttavia, esiste anche un modo controverso di intendere la cura: i cosiddetti “parchi manicomiali”, istituzioni gestite da preti e chiese neo-pentecostali, dove la religione viene usata come trattamento. Si tratta spesso di luoghi di violenza e di morte, dove gli internati vengono isolati e possono comunicare con la famiglia solo tramite lettere, che vengono controllate da prima di essere spedite.
Nonostante l’esistenza di queste strutture, ci sono però anche servizi aperti, dove poter vivere la cura lontano dall’isolamento e dai soprusi.
“Il Brasile ha una rete di salute mentale molto ampia, il RAPS, ovvero la rete di attenzione psico-sociale. C’è gente che la conosce e mette la sua famiglia nelle mani di questi servizi aperti, però ci sono ancora molte persone che difendono il ricorso all’isolamento di chi ha un disturbo mentale” ci dice Carol.
Noi palestinesi ci risolleveremo, l’abbiamo sempre fatto, anche se questa volta sarà più difficile. Non so voi però, voi che siete rimasti a guardare mentre ci sterminavano. Non so se potrete mai risollevarvi.
(Munther Isaac)
Per augurare, in questi anni difficili, buona Pasqua di pace a chi ci ascolta, vi riproponiamo un mix di voci, racconti, dediche musicali e pensieri che redattori e redattrici di Psicoradio in diverse epoche.
Gli anni passano e le vite cambiano. C’è chi un tempo era costretto a trascorrere la Pasqua da solo ed ora invece fortunatamente le passa in ottima compagnia, ma purtroppo sentiamo anche la voce di qualcuno che oggi non c’è più, ma rimane sempre nei nostri cuori.
In apertura, ricordiamo i gustosi suggerimenti culinari che ci avevano suggerito due critici gastronomici molto bravi e noti: i gamberoni rossi siciliani crudi con olio di Edoardo Raspelli e il brasato al vino rosso suggerito da Allan Bay. Come si fa a resistere a certe ricette?!
Qualche redattore ha scelto una canzone particolare, che gli ricorda la Pasqua e in generale l’idea di rinascita che la primavera porta con sé: alcune sono romantiche, altre rock ma tutte hanno una motivazione particolare. C’è anche qualche canzone comica: ad esempio un irresistibile Diego Abatantuono nel film “I fichissimi”, quando reinterpreta a modo suo la celebre canzone di Riccardo Cocciante “Cervo a primavera”.
E poi, dulcis in fundo, le associazioni di parole in libertà dei personaggi celebri intervistati da Psicoradio, di cui qui non vi sveliamo il nome… scopriteli da voi, buon ascolto!
In un mondo dominato dalla tecnica, da algoritmi e mercati, che ne è dei legami sociali, dei mestieri, della creatività individuale, della cultura, del piacere? Come possiamo opporci al governo della paura, che coltiva la precarietà e l’insicurezza?
Queste sono solo alcune delle domande che, grazie all’iniziativa dell’associazione psicoanalitica e culturale OfficinaMentis (Bologna), l’11 e 12 aprile hanno animato l’incontro a Bologna con lo psicoanalista francese Roland Gori. Docente universitario, scrittore di numerosi libri, cofondatore dell’Appel des Appels, membro di Espace Analytique, Gori riflette da anni sulla crisi della nostra epoca, e la sua riflessione vuole essere uno strumento per comprendere il presente, ma anche un orizzonte di sopravvivenza e di rivolta.
Durante il convegno di Officina Mentis per la prima volta il film documentario dedicato a R. Gori “Un’epoca senza anima” (regia di Xavier Gayan, 2021) è stato proiettato anche in Italia, a Bologna. Il film, che in Francia ha avuto grande diffusione e successo, è un percorso intellettuale e di appassionato impegno politico e culturale, che pone domande necessarie, che ci coinvolgono tutti, sulle trasformazioni epocali di cui siamo testimoni e attori.
Gori ha inoltre presentato e discusso il suo ultimo libro, appena pubblicato: “De-civilizzazione: le nuove logiche del dominio”(2025),
Psicoradio è anche una storia a fumetti! Sul numero 3 della Revue Desinée Italia del 2023 c’è una storia intitolata ”Onde Lunghe” dedicata a Psicoradio. Gli autori sono lo sceneggiatore Paolo Ferrara e il disegnatore Mattia Moro.
Vi riproponiamo l’intervista ai due autori a cui abbiamo chiesto qual è stata la cosa più difficile nel trasformare l’idea di Psicoradio in un fumetto. Paolo Ferrara ha spiegato che “sicuramente è stato scegliere quali tipi di immagini e abbinamenti volevamo fare” e cioè come far funzionare insieme disegni e parole cercando di essere rispettosi e sintetici, considerando anche che avevano molto sceneggiatura e poche pagine. “Il lavoro più difficile è stato sicuramente quella della sintesi e scrematura della sceneggiatura anche perché Psicoradio è un progetto complesso lungo e pieno di angoli e di modi di vedere le cose” ha raccontato Mattia Moro. “Da un punto di vista grafico abbiamo cercato di lavorare con delle metafore zoomorfe per arrivare dove la parola non riesce ad arrivare o ad avere più mordente.” E così, ad esempio, per l’ insetto stecco che raffigura i disturbi alimentari, il camaleonte il disturbo bipolare e così via.
La puntata comincia con i versi tratti da “Il diritto di gridare” dell’afghana Nadia Herawi Anjuman, morta massacrata di botte dal marito nel 2005: aveva appena 24 anni e da 6 mesi era diventata madre di una bambina.
“Quando sono stata male ho sempre trovato una grande rete di supporto che mi ha accolta e nei momenti di debolezza mi ha tenuta vicina. Il percorso di Recovery Young mi ha dato questo, la sensazione di non essere abbandonata, di riuscire ad essere utile per qualcuno, per qualcuno che si approccia per la prima volta a questo percorso di consapevolezza e di benessere”.
Alice racconta a Psicoradio la sua esperienza all’interno del percorso Recovery Young, un progetto dedicato a giovani tra i 16 e i 23 anni, con o senza sofferenze psichiche Si sta preparando, con Gioia, a diventare facilitatrice per un prossimo ciclo.
Recovery Young è un momento di libero scambio tra i partecipanti: i giovani, insieme ad alcune educatrici e psichiatre. È un percorso di autocomprensione del proprio stato di salute e di benessere, che si svolge a Casalecchio di Reno (BO) ed è curato dall’Ausl di Bologna.
Ne abbiamo già parlato nella puntata 949, conclusa con le riflessioni di Gioia che ci ha raccontato la sua sensazione di leggerezza anche solo comparando le esperienze delle persone che animavano il gruppo.
Per Annarita Fiorentini, educatrice del CSM di Zola Predosa, è stato interessante avere “la possibilità di esprimere anche pensieri critici, abbiamo riflettuto per esempio sulla definizione di salute mentale che dà OMS, ed è stato un bel risultato. Un’altra cosa che mi ha aperto gli occhi è stata l’attenzione, la delicatezza dei partecipanti nell’esprimere, oltre a pensieri di speranza, le proprie difficoltà. Ma sempre con una grande attenzione nel non turbare gli altri.”
Le nostre giovani ospiti ci parlano delle discriminazioni che hanno subito. Gioia usa la parola “stigmatizzazione” e spiega: “Sono stata esclusa da una cerchia di amici quando hanno visto che non rientravo nel target della persona che va a ballare il sabato sera, ma invece ha bisogno di stare a letto anche due o tre giorni di fila”.
Abbiamo anche affrontato il tema del rapporto con la famiglia. Per Gioia è stato un percorso turbolento “perché i miei genitori si sono subito dati la colpa di ciò che non avevano visto, quindi delle mie fragilità, della mia depressione e di tutto il resto…”. Poi è cominciato un lavoro con gli psicologi che continua tutt’ora, e “adesso la famiglia è la mia prima sostenitrice, adesso in famiglia posso parlare liberamente di tutto.”
A proposito di genitori, la dottoressa Arianna Castellani, psichiatra del Centro di salute Mentale di Casalecchio, ci ha spiegato che ogni giovane partecipante può decidere se invitare al gruppo i genitori o un adulto di riferimento.
In chiusura dell’intervista abbiamo chiesto a Alice se è cambiato il suo modo di vedere il mondo esterno dopo il percorso di Recovery: “Il mondo mi è sembrato più accogliente, più aperto nei miei confronti, perchè il Recovery Young è uno spazio di ascolto e di comprensione”.
Recovery Young si tiene presso il centro polivalente Recovery Margotti in via Margotti 12 a Casalecchio di Reno in provincia di Bologna. Il corso è gratuito e aperto a tutti e tutte.
Alice e Gioia hanno 21 e 23 anni. Le due ragazze, che vivono una sofferenza psichica, hanno partecipato recentemente al percorso Recovery Young,organizzato a Casalecchio di Reno dall’AUSL di Bologna. Il risultato di questi incontri è stato per loro cosi importante e bello, che ora si stanno formando per diventare facilitatrici dei prossimi percorsi; e per raccontarci meglio questa loro nuova esperienza sono venute a trovarci in redazione, insieme alle altre protagoniste del gruppo: Francesca Scali, educatrice della cooperativa Il Martin Pescatore, Arianna Castellani, psichiatra del Centro di Salute Mentale di Casalecchio e Annarita Fiorentini, educatrice del Centro di Salute Mentale di Zola Predosa. Ne è nato un dialogo davvero interessante e intenso.
Chiediamo ad Alice e Gioia di aiutarci a comprendere meglio il significato di questo termine, Recovery, un po’ misterioso ma così importante nel lavoro del Dipartimento di Salute Mentale di Bologna. “Non bisogna pensare al Recovery College come un’aula in cui c’è una professoressa che ti fa la lezione e noi lì che ascoltiamo e prendiamo appunti. È più un libero scambio tra partecipanti”. “Io direi che non è un percorso di guarigione, è un percorso di autocomprensione del proprio stato di salute, del proprio stato di benessere. E questa ricerca di comprensione continua anche quando non sono fisicamente dentro l’aula della Recovery”.
Per Gioia il percorso è stato un po’ una luce in fondo a un tunnel:“quando me l’hanno proposto ero in uno stato emotivo molto basso. Appena ho messo il piede lì dentro e ho sentito questi altri compagni della mia stessa età, mi sono sentita proprio meno sola. Sì, per me è stato proprio una luce in fondo a un tunnel quasi infinito”.
“Sono arrivata molto titubante e anche molto stanca – racconta ancora Gioia – perché avevo provato di tutto e in realtà non ci credevo tanto in questa cosa (…). Più andava avanti la giornata, più capivo che, anche se non era per tutti un percorso di dolore e di disperazione uguale a quello che l’altro aveva provato, comunque poteva capirti molto di più di un parente, un adulto, uno psicologo eccetera. E quindi sono uscita dal primo incontro completamente leggera”. “Credo che mi sia portata a casa la sensazione di riuscire a dare, oltre che ricevere”.
L’idea di un percorso “Recovery Young” riservato ai giovani è nata dal suggerimento di una ragazza che aveva partecipato a un ciclo “classico” di Recovery, perché tra adulti e ragazzi le esperienze e le visioni della vita sono differenti, e, come dice Alice, c’è bisogno di creare spazi dove ognuno si senta libera di esprimere sé stessa. “Inoltre, non si sente tanto la differenza tra gli operatori e gli utenti”.
“La forza e la bellezza di questo gruppo è nel fatto che ognuno mette il proprio pezzettino per arricchire tutti gli altri – spiega l’ educatrice Francesca Scali. L’obiettvo è il benessere psicologico, fisico e sociale dei partecipanti e si cerca di capire insieme il significato che questi termini hanno per ognuno. Quindi senza ruoli, per quello che ciascvuno è. E per quello che si sente di portare in quel momento”. Annarita Fiorentini, educatrice del centro di salute mentale di Zola Predosa ci spiega la specificità del percorso con i giovani: “Soprattutto nella Recovery Giovani è centrale l’elemento della co-costruzione, quindi per esempio la proposta di partecipare a questa giornata a Psicoradio è stata discussa insieme”.
Nei corsi parliamo di cambiamento, di tutti quei fattori che ci possono aiutare a vivere bene la nostra vita – sottolinea la psichiatra Arianna Castellani – prenderci cura del nostro aspetto fisico, essere sempre curiosi, essere gentili e generosi verso l’altro, curare le relazioni, tutti quegli aspetti della vita che possono dare benessere”.
Per chi volesse saperne di più, Recovery Young si tiene presso il centro polivalente Recovery Margotti in via Margotti 12 a Casalecchio di Reno in provincia di Bologna. Il corso è gratuito e aperto a tutti e tutte.
C’è un sollievo che arriva tardi, ma quando arriva può illuminare tutto. Ricevere una diagnosi di autismo in età adulta può essere uno shock ma per molti può invece rappresentare un sollievo, una liberazione. “Il mio non è lo stesso disturbo, ma so che dare un nome a qualcosa con cui convivi da sempre senza comprenderlo può fare la differenza” spiega Serena, una nostra psicoredattrice. In questa puntata approfondiamo il complesso mondo dello spettro autistico, esplorando non solo il disturbo, ma anche le sue connessioni con il genere e la neurodivergenza. Lo facciamo insieme alla psichiatra Rita di Sarro, direttrice del programma integrato disabilità e salute del Dipartimento di salute mentale di Bologna. Prima però vogliamo chiarire velocemente il concetto di neurodivergenza: si tratta di una differenza nel funzionamento neurologico rispetto a ciò che è considerato tipico o normale.
Ma che cos’è davvero l’autismo? Non esiste una sola forma di autismo, ma tante sfumature, tante caratteristiche che si manifestano in modo diverso in ogni individuo. Molti fanno confusione tra autismo e altre condizioni: è importante distinguere i sintomi nucleari – come il deficit dell’interazione sociale e della comunicazione sociale – da altri elementi che non fanno parte dell’autismo come i disturbi del linguaggio o cognitivi. “Le diverse forme di autismo vengono classificate su una scala che va dal livello uno fino ai livelli più gravi, quindi avremo persone con situazioni cognitive perfette, che possono eccellere in alcuni campi, come ad esempio i geni della musica e della matematica, fino ai livelli più gravi in cui possono manifestarsi difficoltà cognitive e comportamentali” osserva la dottoressa.
L’autismo è un diverso modo di funzionare, un’intelligenza che segue traiettorie alternative, a volte anche straordinarie, perché è un universo variegato dove il confine tra difficoltà e talento può farsi sottile: la psichiatra ha citato come esempio le straordinarie abilità di Newton e Einstein.
E il contesto? Conta eccome. Può essere uno sgambetto, o una rete di sostegno, può amplificare le difficoltà o offrire strumenti per affrontarle. “L’autismo ha un’impronta genetica altissima, quindi il contesto è rilevante quando c’è un intervento dei fattori ambientali, da quello che mangiamo, alle nostre relazioni e così via. Se si nasce autistici -chiarisce Di Sarro- non si guarisce, però si può migliorare la qualità della vita attraverso interventi mirati, come il trattamento cognitivo comportamentale. Insomma, l’ambiente può adattarsi alle esigenze del paziente e viceversa”.
Secondo la psichiatra nell’autismo la violenza non è mai un destino scritto, ma una risposta che può essere compresa e trasformata: “L’autismo di per sé non produce aspetti comportamentali violenti, però pensate a un bambino con un disturbo cognitivo del linguaggio che non capisce cosa succede nell’ambiente e non può comunicare i sui bisogni. In questo caso impara a ottenere con la violenza le cose che desidera, è un comportamento disfunzionale ma con il giusto trattamento si cerca di sostituire questo comportamento con l’educazione”.
Infine uno sguardo sulle donne: più intelligenti, più inclini a mascherarsi, a conformarsi, a non mostrare chi sono. “Le donne –spiega la dottoressa- hanno sempre avuto meno diagnosi rispetto agli uomini perché erano più brave a non far vedere chi erano! ”. Per secoli è stato così e molte ancora oggi arrivano alla diagnosi in età adulta dopo anni di fatica invisibile. Forse qualcosa però sta cambiando, a partire da una maggiore consapevolezza. Rita di Sarro ci guida in questa riflessione parlando di trattamento, supporto e soprattutto della necessità di comprendere senza stigmatizzare, perché una diagnosi non è una condanna: può essere il primo passo per capire e per essere capiti.
Ci sono persone per cui il tempo non è lineare, il corpo è sempre in movimento, gli oggetti svaniscono nel disordine e la mente è un motore che non si spegne. E’ il mondo di chi convive con l’ADHD (Attention Deficit Hyperactivity Disorder), il disturboda deficit di attenzione e iperattività che può manifestarsi negli adulti e nei bambini. Si tratta di un universo fatto di bambini che saltano sui banchi e sfogliano quaderni pieni di disegni e orecchie, di creatività e caos, di adulti in conflitto con la capacità di organizzarsi, che si sentono intrappolati in un tempo sospeso, che sfugge e si contrae.
A spiegarci l’evoluzione di questo disturbo è la psichiatraRita di Sarro, direttrice del programma integrato Disabilità e Salute del Dipartimento di Salute Mentale di Bologna. In questa puntata scopriremo i criteri con cui viene fatta una diagnosi, il modo in cui l’ADHD si manifesta nelle diverse fasi della vita, e molto altro, per esempio come si chiarisce una questione molto importante: come distinguere un semplice tratto del carattere da un vero e proprio disturbo che interferisce con la quotidianità. “Il Dsm-5 (Manuale Diagnostico Statistico dei Disturbi Mentali) definisce un comportamento come disturbo solo se interferisce con la vita della persona – spiega Di Sarro -. Se non crea difficoltà scolastiche, lavorative o sociali, allora non è considerato una patologia”.
C’è addirittura chi riesce a trasformare il suo eccesso di energia in una risorsa: “Non è un caso che tanti campioni dello sport abbiano l’ADHD – osserva Di Sarro – perché il movimento è per loro il mondo ideale, il loro vero linguaggio”. I segnali dell’ADHD sono diversi nei bambini e negli adulti. La dottoressa illustra i criteri diagnostici, distinguendo tra iperattività e difficoltà di attenzione: “Nei bambini vediamo soprattutto un’incapacità a stare fermi e a concentrarsi. Negli adulti invece il caos si manifesta a casa o al lavoro, con un disordine eccessivo. E’ scoppiata una bomba, dicono alcuni pazienti”. L’ADHD incide anche sulla capacità di pianificare e gestire il tempo. Secondo la psichiatra “Molti vivono come Alice nel paese delle meraviglie e si riducono a fare tutto all’ultimo minuto, perché il tempo è per loro un concetto estremamente variabile”. E tra dimenticanze e ritardi, questo aspetto ovviamente si riflette anche nelle relazioni sociali ed affettive. La cura varia a seconda dell’età: se si tratta di bambini si lavora soprattutto con i genitori e gli insegnanti, mentre per gli adulti si utilizzano principalmente il supporto psicologico e i farmaci.
Il racconto della dottoressa Di Sarro continua, facendo luce su un disturbo spesso frainteso, anche perché dietro ad ogni diagnosi non c’è solo una definizione clinica, ma una persona con il suo modo unico di esistere.
In questa puntata, i microfoni di Psicoradio ospitano Giovanni Romagnani, una persona molto nota all’interno del Dipartimento di Salute Mentale di Bologna, non solo come frequentatore ma anche per i suoi percorsi, come quello di Esperto del Supporto tra Pari (ESP). L’ESP è una figura che aiuta gli altri utenti utilizzando le proprie esperienze: ha attraversato lui stesso la sofferenza psichica, e a seguito di un percorso di recupero e di un corso di formazione, può affiancare i servizi di Salute mentale e collaborare nei percorsi di cura e recupero dalle patologie psichiatriche.
Giovanni ci ha detto di aver sperimentato con i pazienti il ricorso al “TSO”. Ma niente paura: in questo caso TSO non ha il significato terribile di “Trattamento Sanitario Obbligatorio”; al contrario, il senso dell’acronimo inventato da Romagnani è “Ti Seguo Ora”, per entrare nel vissuto dell’utente che si sta aiutando, usando nei suoi confronti strumenti come empatia ed emotività. Giovanni ha svolto il ruolo di ESP per 4 anni; gli abbiamo chiesto di ricordare qualche episodio e lui ci ha raccontato la storia di un ragazzo che aveva seguito, e che faceva largo uso di sostanze stupefacenti, ma solo o soprattutto nel weekend. E, ci dice, i suoi colleghi puntavano l’attenzione sulle sostanze, ma lui è riuscito a capire che il problema di fondo era un altro, altrettanto duro e rischioso, la solitudine, che il ragazzo cercava di attenuare con l’uso di droghe.
“Ai nostri tempi, la solitudine è un problema importante – commenta Romagnani – con i social che rischiano di fungere da maschere per nasconderla”. Però Giovanni Romagnani non si è interessato solo alla salute mentale. Appassionato di musica, in particolare di Vasco Rossi, e di letture, ha portato in redazione “Siamo tutti matti”, di Eleonora Daniele, un libro dove viene narrata l’esperienza personale della scrittrice con un fratello che ha un disturbo dello spettro autistico. “Mi piace citare il libro di una persona che è conosciuta a livello dei mass media, perchè può essere un testimonial, e tenendo presente il ruolo che ha avuto nella storia, ha avuto del coraggio”, dice. Il nostro ospite finisce citando un album di Vasco, “Canzoni per me”, nato dalla necessità di scrivere canzoni per vocazione personale, e non seguendo esigenze di mercato.
Quali sono le canzoni che il Festival di Sanremo non vorrebbe mai? E perché? Alcune redattrici e redattori di Psicoradio si sono poste questa domanda per confrontarsi su un evento che non rispecchia i loro ideali musicali. Da qui è nata una discussione che poi è sfociata in una puntata dedicata alle nostre canzoni “anti-Sanremo”.
Vittorio ha scelto Pain Remains I: Dancing Like Flames dei Lorna Shore e spiega: “E’ un brano troppo pesante, non è proprio adatto a Sanremo”. Giada ha scelto Volevo essere un duro di Lucio Corsi, che è andato all’edizione 2025 del festival e si è piazzato addirittura secondo. “Trovo che nella sua poetica ci siano concetti che secondo me non appartengono al contesto infiocchettato di Sanremo”. Alberto ha scelto Schiava Del Politeama di Paolo Conte, il quale ha dichiarato di non avere alcuna intenzione di partecipare al festival. Secondo Alberto il brano rappresenta un po’ l’antitesi del festival, i pezzi di Sanremo sono concepiti per una fruizione più immediata e diretta, al contrario di questo brano che va digerito. La scelta di Barbara, invece, è caduta su Bohemian Rhapsody dei Queen, la versione del primo concerto in onore di Freddie Mercury che si è tenuto il 20 Aprile 1992. “Il palco di Sanremo – spiega Barbara – lo vedrei troppo patinato per rendere omaggio ad un personaggio così importante”. Gino propone Land of the Dead di Aurelio Voltaire, ammettendo di non aver mai seguito Sanremo e di non avere una forte passione per le canzoni e la musica in generale. “Il motivo principale per cui non mi piacciono le canzoni – dice – è che quando mi entrano in testa ci rimangono per un bel po’ e buona parte di esse le trovo fastidiose. Vorrei pensare a qualcos’altro e invece continuano a martellarmi”.
“Sex drugs and rock ‘n roll”
Dopo questa carrellata musicale inizia “Sex drugs and rock ‘n roll” una conversazione a ruota libera tra i redattori e le redattrici; il contenuto (piccante?) ve lo proporremo poco alla volta nelle prossime puntate di Psicoradio.