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Autore: Psicoradio

Oltre le statistiche: capire la violenza giovanile

Sempre più spesso le cronache raccontano episodi di violenza che vedono protagonisti ragazzi sempre più giovani. Ma cosa c’è davvero dietro a questo fenomeno?

In questa puntata di Psicoradio partiamo dai dati del rapporto Disarmati di Save the Children per capire come sta cambiando la violenza giovanile in Italia. Attraverso le voci dei due autori della ricerca, Antonella Inverno -capo dipartimento ricerca, analisi dei dati e formazione di Save the Children- e il giornalista Danilo Chirico analizziamo l’aumento dei reati commessi da minorenni, con particolare attenzione all’uso delle armi bianche. Ci interroghiamo sulle cause sociali ed educative che determinano questo fenomeno: la paura, la fragilità del dialogo tra adulti e adolescenti, il ruolo dei social media, il senso di solitudine e la responsabilità della scuola, della famiglia e della comunità.

Qualche dato: l’Italia è tra i paesi europei con il tasso di criminalità minorile più basso, ma negli ultimi anni è aumentato il numero di minorenni denunciati per reati violenti come rapina, lesioni personali, minaccia e rissa. I casi di lesioni personali sono più che raddoppiati: da 2410 a 4650 nel giro di dieci anni. Le segnalazioni per porto abusivo di armi sono passate da 778 nel 2019 a 1946 nel 2024.

La ricerca approfondisce in particolare i casi di Milano, Roma, Napoli, Bari e Terni, ma analizza anche i dati nazionali, ed emergono situazioni comuni che riguardano l’utilizzo delle armi bianche, in particolare i coltelli. La violenza giovanile non riguarda solo alcune classi sociali o alcuni territori, ma anche i quartieri più ricchi. L’altro elemento in comune è uno svuotamento affettivo: sembra mancare un dialogo autentico in famiglia e nelle scuole.

“Non ci troviamo di fronte a un’emergenza criminalità minorile, come spesso leggiamo sui giornali o nei discorsi pubblici -racconta Antonella Inverno-, c’è però un aumento dei reati di natura violenta e un cambiamento nella qualità della violenza che i ragazzi esercitano sulla strada, cioè una violenza più gratuita ed efferata. Sono ragazzi e ragazze che spesso hanno problemi di natura psicologica e che, dal nostro punto di vista, vengono etichettati prima di aver messo in campo tutti quegli strumenti educativi che potrebbero far evolvere i loro percorsi in altra maniera”.

Nell’intervista emerge che per questi comportamenti c’è una tendenza dei ragazzi a pensare che il coltello sia parte di un kit quotidiano da portarsi per essere integrati nel gruppo, mentre invece molti ragazzi dicono di avere paura di un contesto ostile e quindi di portarlo dietro per difesa.

“Poi c’è la musica, in particolare la trap, che è anche una via d’uscita dalla strada. Negli studi di registrazione, che sono sempre più numerosi in Italia, i ragazzi imparano anche le regole del fare musica e l’impegno che ci vuole per produrre un brano, quindi attraverso questo possono approcciare anche la loro vita quotidiana con un altro spirito. Ci sono ragazzi che hanno fatto una fortuna milionaria su questo genere musicale, che hanno veramente sperimentato questo stile di vita e che quindi raccontano la realtà” spiega Danilo Chirico.

Questa puntata cerca di individuare le radici della violenza minorile e ci aiuta a riflettere su come prevenirla: non va interpretata come una serie di episodi isolati, ma come un fenomeno strutturale in cui c’è una continuità tra i comportamenti in tutti i territori, anche in contesti sociali differenti. Quindi la marginalità sociale ed economica di questi gruppi di giovani attraversa trasversalmente tutti i luoghi e gli stati sociali, arrivando a produrre il “meticciato della devianza”, un grande miscuglio di ricchi e poveri, di italiani e stranieri, e di prime e seconde generazioni di stranieri.

Parliamo di cinema e di abitare

Iniziamo questa puntata di Psicoradio con una nuova rubrica, una rubrica dedicata al cinema e, in particolare, al cinema legato alla salute mentale. Ciascun redattore di Psicoradio proporrà un film che ha per lui o per lei un significato particolare.

Claudio, redattore di Psicoradio, ha recentemente visto il film Elena della regista brasiliana Petra Costa, uscito nel 2012. La regista racconta della sorella maggiore Elena venuta a mancare quando lei aveva appena otto anni. “Mi ha colpito molto il modo in cui la regista parla della sorella. Il film è soprattutto un modo per Petra di dare una forma al suo dolore. Il risultato è, per me, un lavoro stupendo nel quale ritrovo anche il mio dolore personale per una perdita molto simile a quella raccontata nel film.”

Potrete anche ascoltare la seconda parte di un’intervista che abbiamo realizzato col dottor Gianfranco Aluffi. Nella prima parte, andata in onda qualche settimana fa, avevamo parlato soprattutto della storia dello IESA, che significa inserimento eterofamiliare supportato di adulti, e cioè un modello di cura in cui le persone con disagio psichico convivono con persone che le ospitano. In questa puntata continuiamo a parlare di IESA con Aluffi, ma vi raccontiamo anche quali sono le attività del CEDRi, il Centro Europeo di Documentazione e Ricerca e Informazione sullo IESA, che ha sede a Collegno, in provincia di Torino.

Secondo Aluffi: “Abbiamo una casistica elevatissima di persone inserite in struttura che cronicizzano e che passano il resto dei propri anni in posti dove talvolta è anche preclusa la possibilità di uscire liberamente. Diciamo che abbiamo superato l’istituzione manicomiale che era veramente impresentabile, ma mentalmente un certo tipo di approccio deve ancora culturalmente essere superato”.

Tra gli ospiti intervistati in questa puntata c’è la dottoressa Chiara Laura Riccardo, coordinatrice del CEDRi. “CEDRi For IESA, che è l’acronimo del Centro Europeo di Documentazione, Ricerca e Formazione sullo IESA nasce nell’anno 2022, viene istituito a Collegno con l’obiettivo di valorizzare e promuovere il modello IESA attraverso 3 grandi aree di attività. La prima, un’area dedicata alla documentazione, cerca di aggiornare ed arricchire costantemente un archivio di documentazione scientifica e storica proveniente da tutta Europa, grazie alla rete consolidata che negli anni il centro esperto regione Piemonte IESA dell’ASL Torino 3 ha costruito, garantendo agli interessati al modello IESA l’accesso alla consultazione di documenti scientifici. Un’altra importante area di attività è quella relativa alla ricerca. Unitamente a questo c’è poi l’area della formazione che ci vede annualmente impegnati nella progettazione del corso di formazione per operatori IESA, per garantire che i professionisti che si affacciano ai servizi IESA italiani siano dotati di un’adeguata formazione.” spiega la dottoressa.

 

Una casa per ricominciare

Cosa significa riprendere in mano la propria vita dopo un momento di grande fragilità?

Questa puntata di Psicoradio ci porta a Trieste, all’interno della Recovery House, un appartamento che non è una struttura sanitaria nè un ricovero, ma un luogo in cui vivono insieme fino a quattro persone seguite dai servizi di salute mentale, tra i 18 e i 35 anni. Lo scopo dell’esperienza è fare in modo che possano così sperimentare l’autonomia abitativa, costruire relazioni e ripensare il proprio futuro.

A guidarci è Michele, peer supporter (esperto per esperienza) all’interno del progetto, che racconta come questo sia nato nel 2015 dalla collaborazione tra la Cooperativa Germano e il Dipartimento di Salute Mentale di Trieste e abbia già accompagnato oltre 60 persone in un percorso di crescita personale.

“Lo scopo della Recovery House è avere progetti personalizzati per i partecipanti” spiega Michele, sottolineando come ogni percorso venga costruito sulle esigenze, le capacità e gli obiettivi di ciascun ospite.

La permanenza dura generalmente sei mesi, con possibilità di proroga fino ad un anno. Qui si imparano competenze pratiche, dalla gestione della casa alla ricerca di un lavoro, senza perdere il legame con la propria quotidianità. La porta resta sempre aperta: non è un ricovero, ma un ambiente in cui responsabilità e fiducia camminano insieme.

Un ruolo fondamentale è svolto dai peer supporter, guide che hanno vissuto in prima persona un’esperienza di sofferenza mentale e oggi mettono quell’esperienza al servizio degli altri.

“Questo percorso è servito anche per risolvere problemi che avevo e che erano rimasti irrisolti. Ho imparato che siamo tutti uguali e che abbiamo bisogno dello stesso grado di libertà, perché attraverso la liberazione si esce dal percorso duro di diagnosi e di cura, che passa attraverso il farmaco. Importante è l’umanità, parlare, esserci. Il peer nella Recovery House ha il compito di avere una parola buona e lavorare in buona fede” ci dice Michele, evidenziando il valore umano dell’ascolto e della condivisione.

Durante la puntata vengono illustrati anche gli strumenti utilizzati nel percorso come come il PATH (indica il percorso, il sentiero, la via) e il WRAP (Wellness Recovery Action Plan), che aiutano i partecipanti a definire obiettivi, valorizzare le proprie risorse e prevenire eventuali momenti di crisi.

Abbiamo ascoltato una testimonianza che ci racconta come la Recovery non sia soltanto un obiettivo, ma un cammino costruito giorno dopo giorno insieme alle persone nel rispetto dei loro tempi e delle loro aspirazioni.

Mombello rinasce con il festival LiberaMente

Per decenni è stato un luogo simbolo della psichiatria lombarda che ha segnato la storia di Limbiate: oggi l’ex ospedale psichiatrico Antonini di Mombello (Monza-Brianza) riscrive la propria storia trasformandosi da spazio abbandonato a laboratorio di libertà, cultura e partecipazione.

È da qui che nasce LiberaMente, il festival andato in scena il 12, 13 e 16 Giugno, organizzato da tante associazioni brianzole con l’obiettivo di restituire vita, relazioni e significato a un luogo carico di memoria.

In questa puntata di Psicoradio, Barbara Balzerotti dell’associazione Il Montebello, Jacopo Santambrogio, psichiatra dell’ASST Brianza e fondatore di Mombello Impazza, e Luca Rigato, segretario dell’associazione Tanto Più, ci raccontano com’è nata l’idea del festival e quale visione legata alla salute mentale lo accompagna.

“Questo festival -spiega Luca Rigato- è un’iniziativa molto innovativa perché nasce per collegare e unire tutte le realtà associative all’interno del luogo e per poter dare una restituzione tangibile alla comunità locale“.

Attraverso teatro, arte, musica, cucina, fotografia, incontri di approfondimento scientifico e momenti di confronto e convivialità, LiberaMente vuole mettere in dialogo cittadini, istituzioni e associazioni del territorio per riflettere sui temi della salute mentale e dei servizi alla persona, così da promuovere la cultura della cura, fondata sulla prossimità e sulle relazioni.

“Tramite una promozione culturale noi di Mombello Impazza vogliamo rilanciare i valori della psichiatria e riportare alla luce la dimensione a tutto tondo della persona che soffre di una malattia mentale” ci dice Jacopo Santambrogio.

Al centro non c’è solo la riqualificazione di un luogo fisico, ma la costruzione di una comunità aperta, capace di accogliere le differenze e il valore di ogni persona.

“Oggi – racconta Barbara Balzerotti – parlare di salute mentale fuori dagli ospedali significa immaginare che anche le persone che vivono un disagio psichico possano avere relazioni mature, adulte, buone. Al di là della cura sanitaria e farmacologica, che è importantissima, non si può dimenticare anche la cura che passa attraverso la relazione e il valore della singola persona, concepito come strumento di emancipazione e di uscita dall’etichetta della malattia”.

Questa intervista continua intrecciando memoria e futuro: ci mostra come anche gli spazi segnati dalla sofferenza possano diventare luoghi di incontro e rinascita.

Quando l’accoglienza diventa cura

Nella città belga di Geel da oltre sette secoli sono davvero tante le porte delle case che si aprono a chi soffre di un disagio psichico, così, l’accoglienza si trasforma in un’esperienza di cura e inclusione.

Ce lo racconta il dottor Gianfranco Aluffi, direttore scientifico del Centro Esperto Regionale IESA dell’ASL Torino 3 Regione Piemonte e direttore scientifico del Centro Europeo di Documentazione, Ricerca e Formazione sullo IESA.

È da questa storia antica, umana e ancora profondamente attuale, che nasce questa puntata di Psicoradio, dedicata allo IESA (Inserimento eterofamiliare supportato di adulti). Si tratta di un modello di assistenza che mette al centro le persone e le relazioni. La trasmissione approfondisce il percorso storico e culturale che ha portato alla nascita di questa pratica, partendo dalla figura di Santa Dymphna, patrona delle persone affette da malattie psichiatriche e degli operatori che lavorano nel campo della salute mentale.

La leggenda narra che, nella cittadina belga, già dal Medioevo le famiglie del luogo iniziassero ad accogliere nelle proprie case persone con disagi psichici, dando vita a una tradizione di ospitalità che continua ancora oggi.

“A Geel metà della popolazione è di matti” ci dice ridendo il dottor Aluffi, per indicare l’enorme partecipazione della comunità a questa esperienza alternativa di intervento terapeutico.

La puntata evidenzia come lo IESA rappresenti un modello di cura innovativo: le persone con disagio psichico vengono ospitate da famiglie scelte e sostenute da operatori specializzati. L’abitazione in cui viene inserito il paziente non viene considerata un’estensione della struttura sanitaria, ma un autentico luogo di vita, nel quale la persona può costruire percorsi di autonomia, recuperare relazioni sociali e sviluppare le proprie capacità.

E’ fondamentale che ci sia un coinvolgimento diretto della persona in tutte le decisioni che riguardano il percorso riabilitativo, nel rispetto dei principi di autodeterminazione e partecipazione.

Nel corso della trasmissione è stato sottolineato come lo IESA realizzi concretamente i valori della riforma psichiatrica, perché favoriscono l’inclusione sociale e la costruzione di una rete di sostegno all’interno della comunità. 

Stare insieme può essere la salvezza

Il problema della casa è un problema enorme in Italia e lo è a maggior ragione per le persone che vivono sofferenze psichiche. Quando cercano un appartamento, si confrontano con stereotipi ancora vivi e magari non possono contare su un lavoro che dia loro la possibilità di pagare regolarmente un affitto. In altri casi invece, possono avere bisogno di un accompagnamento fino al momento in cui si sentono forti e autonome abbastanza per vivere da sole.

Psicoradio mette così a fuoco il tema dell’Abitare e dedica una prima puntata al progetto IESA, nato in Belgio (le radici risalgono addirittura a 700 anni fa) e arrivato in diverse città italiane.

A spiegarci di che si tratta è Rita Lambertini, educatrice del Dipartimento di Salute Mentale di Bologna e operatrice del progetto IESA.

“Iesa sta per Inserimento Etero Familiare Supportato di Adulti, nel senso di una ospitalità che può essere full time, ovvero una convivenza tout court, cioè si vive insieme, nella propria casa, insieme a una persona inviata dai centri di salute mentale. Oppure ci può essere un progetto part time, ovvero si passano insieme alcune ore, alcuni momenti della giornata, una o più volte la settimana, insieme a una persona a cui si è stati abbinati per affinità, per condividere momenti ludico ricreativi, ma anche di sostegno dove ce ne può essere bisogno. La prima convivenza all’interno di questo progetto IESA a Bologna risale al 2009, quindi è un progetto che ha una storia”.

Ad oggi nel territorio bolognese sono attive 25 convivenze, di cui 10 full time e 15 part time. L’ospite versa all’ospitante un contributo pari a 1100 euro ogni mese per il full time. Se l’ospitato non è in grado di versare il contributo interamente interviene l’Azienda USL, che versa alla persona che ospita la cifra mancante. C’è un contributo anche per l’ospitante part time: 23 euro a incontro.

Nella nostra puntata potrete ascoltare le esperienze di Margherita, ospite part time e di Erika e Marzia, ospitanti.

Ci ha detto Margherita: “La mia esperienza è stata molto positiva perché mi trovavo in un momento difficile, rientrata nella città dopo varie problematiche gravi. E’ stato fatto innanzitutto un lavoro eccellente nella selezione della persona candidata a incontrarmi. A noi piacevano i viaggi, andare al cinema, andare ai musei, nei parchi e abbiamo iniziato a conoscerci, all’inizio magari prendendo un caffè, parlando ognuno un po’ di noi. Ho finito il programma l’anno scorso, ma l’amicizia è continuata nel tempo. Per me è stata una salvezza…”.

Ecco invece alcune delle riflessioni di Marzia e Erika:
“Ho avuto due esperienze e l’abbinamento è stato quello che mi ha sorpreso maggiormente, perché nella prima esperienza è nata proprio una serie di passioni in comune, le attività che facevamo insieme ci gratificavano entrambe. Sono in pensione e ho sempre lavorato nei servizi sociosanitari, quindi avevo già avuto contatto con persone fragili e avevo questa spinta a confrontarmi… avvertivo l’isolamento che possono vivere le persone, delle volte anche solo una passeggiata, andare a prendere un caffè, il semplice chiacchierare è gratificante. Nella seconda invece l’aggancio è stato il mio cane, perché questa ragazza aveva dovuto lasciare il suo e il mio cane è stato l’anello di congiunzione per fare delle passeggiate e abbiamo condiviso questo amore per gli animali “.

“Possono capitare dei momenti di confusione, e quindi bisogna essere pronte di fronte a momenti in cui l’ospite è down. Possono esserci quindi appuntamenti mancati, magari la persona si nega e bisogna cercare di essere vicino senza essere troppo invadenti, riconoscere il disagio e applicare un ascolto attivo, nello stesso tempo cercare di spronare e di non lasciar perdere troppo… la cosa che ho imparato è mettersi a disposizione e ascoltare”.

“Ho una esperienza di grandissimo affetto che ricordo molto e conservo nel cuore. Avevo invitato la mia ospite al compleanno di mio papà, una persona anziana in un contesto di persone anziane. Lei ha partecipato come se fosse andata alla festa di un suo familiare, si sentiva parte della famiglia, come io l’ho sentita parte della mia famiglia”.

Psicoradio si era occupata del progetto IESA già nel 2015. Puoi sentire le voci dei protagonisti nella puntata qui sopra.

La Frolleria

La Frolleria è un laboratorio sociale a Cento (FE), creato dalla Fondazione ANFFAS Coccinella Gialla, che dà la possibilità di lavorare a persone con fragilità, insegnandogli a fare biscotti.

Barbara, Giada ed Egle sono state inviate da Psicoradio sul posto a scoprire questa golosa realtà.

Abbiamo avuto il piacere di intervistare la Presidente dell’ANFFAS, Giordana Govoni, e Giuseppe Fratullo, coordinatore di Coccinella Gialla; ci hanno raccontato di quanto la pasticceria sia nata da un volere corale delle famiglie dell’Associazione e della spinta a voler far lavorare persone considerate non impiegabili dal mondo del lavoro.

Alcuni di questi ragazzi, – Camilla, Federico, Federica e Daniele– ci hanno raccontato le loro esperienze e le loro passioni dentro e fuori il negozio, di come vengono trattati: con “delicatezza, sagacia e tenacia“, ci ha detto Federica, e di come, per esempio, Camilla, associ la Frolleria a casa.

Sara Bonfatti, la responsabile del reparto pasticceria, ci ha dato dettagli su come funziona quotidianamente la parte del laboratorio; Dominga Parmeggiani, l’educatrice e responsabile del progetto, ha descritto i principi cardine di come viene gestito, l’importanza che viene data alle idee dei lavoratori e quali sono i progetti per il futuro.

Un’unica cosa non hanno voluto dirci: la ricetta dei loro meravigliosi biscotti, che abbiamo avuto il piacere di assaggiare.

Il 25 aprile: tra poesie e canzoni

25 aprile 1945: Libertà, dopo anni di feroce dittatura. In questa puntata però vogliamo parlare anche di altri popoli che combattono o hanno combattuto l’oppressione. Lo facciamo proponendovi alcune poesie e alcune canzoni, diverse per epoca, stile e provenienza ma unite da un unico filo conduttore: raccontare cosa significa scegliere di restare umani anche nei momenti più difficili. Non è stato solo un viaggio storico intorno al mondo ma un percorso fatto di parole che ancora oggi sanno dare forza.

La poesia che segue è di una giovane scrittrice, Hend Joudah, nata in un campo profughi di Gaza. La sua prima raccolta è intitolata Nessuno se ne va per sempre.

Cosa significa essere poeta in tempo di guerra?

Significa chiedere scusa,
chiedere continuamente scusa, agli alberi bruciati,
agli uccelli senza nidi,alle case schiacciate,
alle lunghe crepe sul fianco delle strade,
ai bambini pallidi, prima e dopo la morte
e al volto di ogni madre triste,
o uccisa!

Cosa significa essere al sicuro in tempo di guerra?
Significa vergognarsi,
del tuo sorriso,
del tuo calore,
dei tuoi vestiti puliti,
delle tue ore di noia,
del tuo sbadiglio,
della tua tazza di caffè,
del tuo sonno tranquillo,
dei tuoi cari ancora vivi,
della tua sazietà,
dell’acqua disponibile,
dell’acqua pulita,
della possibilità di fare una doccia,
e del caso che ti ha lasciato ancora in vita!
Mio Dio,
non voglio essere poeta in tempo di guerra.

Esiste un diritto di vivere in pace, El derecho de vivir en paz, come diceva il grande cantante Victor Jara; è infatti il titolo di una sua canzone del 1971.
L’11 settembre del 1973, nei giorni dell’odio militare contro il popolo cileno, Victor Jara è stato arrestato e internato nello stadio Cile, che oggi è intitolato a lui. Racconta chi lo ha visto, che in un lungo corridoio ha trovato il corpo di Victor in una fila di una settantina di cadaveri, la maggior parte giovani. E il corpo di Victor era quello più contorto, più straziato, accoltellato.
Gli occhi erano rimasti aperti, con ancora un’espressione di sfida.  Dopo averlo ucciso, i militari hanno proibito la vendita dei suoi dischi e ordinato la distruzione di tutte le matrici.

È notte in Iran e una bambina di 9 anni canta “Bella Ciao” tradotta in iraniano sui tetti a squarciagola. Il video che gira online è stato diffuso a fine Settembre 2022 dalla ONG Iran Human Rights.

Entriamo poi nella vita di una madre-poeta, Ni’ma Hassan, che ci mostra come si vive a Gaza in questi giorni: “Scelgo una stanza con il soffitto di cemento. I tetti in lamiera di amianto o di zinco, quando vengono giù, non uccidono in un colpo solo. Si lasciano rimpianti alle spalle. Il cemento invece ha potere su tutti gli abitanti della stanza. Crolla in un colpo solo, senza lasciare dietro di sé alcuno spazio per i rimpianti”.
Nonostante questa situazione devastante lei è in grado di scrivere una poesia dal titolo “Una madre a Gaza non dorme“.

Una madre a Gaza non dorme…
Ascolta il buio, ne controlla i margini, filtra i suoni uno ad uno
per scegliere una storia che le si addica,
per cullare i suoi bambini
E dopo che tutti si sono addormentati,
si erge come uno scudo di fronte alla morte
Una madre a Gaza non piange
Raccoglie la paura, la rabbia e le preghiere nei suoi polmoni,
e attende che finisca il rombo degli aerei,
per liberare il respiro
Una madre a Gaza non è come tutte le madri
Fa il pane con il sale fresco dei suoi occhi…
e nutre la patria con i suoi figli.

L’esercito privato di Trump del DHS (Dipartimento di Sicurezza Interna USA) con le armi allacciate ai cappotti è venuto a Minneapolis per far rispettare la legge, o almeno così raccontano la storia. Contro fumo e proiettili di gomma, alle prime luci dell’alba, i cittadini si sono schierati per la giustizia, le loro voci risuonavano nella notte e c’erano impronte di sangue dove avrebbe dovuto esserci pietà e due morti, lasciati a morire su strade innevate, Alex Pretti e Renée Good.
Questi sono i versi di Streets of Minneapolis, canzone che Bruce Springsteen ha composto per raccontare gli attacchi ai manifestanti anti-ICE (Controllo Immigrazione e Dogane degli USA) nel Gennaio di quest’anno (2026).

Fadwa Tuqan è stata una delle voci più note della poesia palestinese. I temi sono principalmente quelli della lotta del suo popolo, la sofferenza e le atrocità della guerra; ma anche quelli della condizione femminile nel mondo arabo. Viaggiò molto in Europa e Medio Oriente, studiando presso la Oxford University. Nel 1967 la sua città natale fu occupata dagli israeliani, evento che caratterizzò definitivamente la sua poesia e rafforzato il suo impegno civile.
Mi bastaè la poesia che abbiamo scelto.

Mi basta morire sulla sua terra,
essere sepolto in lei,
sciogliermi e dissolvermi nel suo suolo,
per poi germogliare come un fiore
con cui gioca un bambino del mio paese.
Mi basta rimanere
nell’abbraccio del mio paese,
per essere in lei come una manciata di polvere,
un filo d’erba,
un fiore.

Lella Costa ci ha letto una poesia di Wislawa Szymborska “La fine è l’inizio”.


Dopo ogni guerra
c’è chi deve ripulire.
L’ordine, seppure approssimato,
certo non viene da solo.
C’è chi deve spingere le macerie
al bordo delle strade,
per far passare
i carri pieni di cadaveri.
C’è chi deve calarsi
nella melma e nella cenere
tra le molle dei divani letto,
tra le schegge di vetro,
e gli stracci insanguinati.
C’è chi deve trascinare una trave
per puntellare un muro.
C’è chi rimetterà vetri alla finestra,
e monterà le porte sui cardini.
Fotogenico non è
e richiede anni e anni.
Tutte le telecamere
sono già fuori,
per un’altra guerra.
I ponti sono da riattivare,
e le stazioni da rifare.
Ridotte a brandelli le maniche
a forza di rimboccarle.
Uno, con la scopa in mano,
ancora ricorda com’era.
Uno che ascolta
annuisce col capo superstite sul collo.
Ma, in zona, cominceranno ad aggirarsi
quelli che ne saranno annoiati.
C’è chi andrà ancora
a disseppellire sotto un cespuglio
argomenti corrosi dalla ruggine
per depositarli sul mucchio dei rifiuti.
Chi sapeva di che si trattava
deve far posto a chi
ne sa troppo poco.
O meno di poco.
Oppure assolutamente niente.
Tra l’erba che ha ricoperto
le cause e gli effetti
dev’esserci qualcuno disteso,
con una spiga tra i denti
perso a guardare le nuvole.

Leonard Cohen canta The Partisan, canzone scritta da Emmanuel d’Astier sulla Resistenza francese nella Seconda Guerra Mondiale. Il partigiano racconta, in prima persona, il rischio di morte, la perdita dei famigliari e dei compagni, e i pericoli di una vita vissuta in segretezza e in costante fuga.

La puntata si chiude con una versione di Bella Ciao delle Mondine cantata da Milva: le mondine sono costrette a lavorare piegate nelle risaie, mentre il capo tiene il bastone; ma verrà un giorno che tutte quante lavoreranno in libertà.

“Con uno strato di pelle in meno”

Conoscete qualcuno che ha dei comportamenti che vi irritano o vi causano preoccupazioni perché li trovate incomprensibili? Qualcuno che si arrabbia, si mette in pericolo o si fa del male e voi non riuscite a comprenderne i motivi? Forse avete a che fare con una persona con disturbo borderline.
Di questo disturbo si sente sempre più spesso parlare. “E’ caratterizzato da relazioni instabili, da tentativi di evitare l’abbandono reale o immaginario, da sentimenti di vuoto, da un’instabilità affettiva, da crisi di rabbia o perdita di controllo, da una grande impulsività, da gesti autolesivi, da alto rischio di suicidio e da ideazioni paranoiche”.
La psichiatra Maria Grazia Beltrami, che Psicoradio ha intervistato per parlare di questo disturbo, coordina per il Dipartimento di Salute Mentale un progetto sui disturbi di personalità, in collaborazione con la regione Emilia Romagna.

Proprio perché si tratta di un disturbo di non facile definizione, perché molti di questi comportamenti possono essere presenti saltuariamente anche in persone senza diagnosi, la dottoressa precisa che nonostante la definizione sia così ampia “si devono presentare in modo stabile almeno 5 criteri tra quelli elencati” per poter parlare di disturbo borderline in un adulto.
Come ci si deve comportare con una persona che ha un disturbo borderline, e manifesta uno o pìù di questi comportamenti? Secondo la dottoressa Beltrami “sono persone che vanno ascoltate, poiché la manifestazione di uno dei criteri è un segnale di disagio, che ha il significato di una richiesta d’aiuto”.
La puntata prosegue con l’intervista a Luca Sasdelli, genitore di una ragazza borderline, che è venuto in redazione a raccontare la sua esperienza personale, spiegando come, una volta scoperta la diagnosi ed “eliminato completamente il giudizio dalle nostre vite” lui e la moglie abbiano riscoperto il rapporto con la figlia.
E non è un caso che entrambi, la psichiatra e il padre, per spiegare quanto le persone “border” siano molto più sensibili alle emozioni e suscettibili anche ai più piccoli cambiamenti, utilizzino una metafora: è come se queste persone avessero “uno strato di pelle in meno”.

Come ci fa stare tutto questo?

In questi tempi, che è un eufemismo definire burrascosi, dalla guerra in Ucraina, al genocidio compiuto a Gaza fino ad arrivare alla più recente guerra contro l’Iran, la redazione di Psicoradio si è ritrovata spesso a discutere sull’effetto che le informazioni su questi conflitti hanno sull’emotività e sulla psiche delle persone “fortunate” come noi, che siamo coinvolti solo indirettamente in questi fatti attraverso i media.
Non si sta cercando di far passare il tempo presente come peggiore di altri – per noi che viviamo lontano dalle guerre – ma solo di discutere l’effetto sulle persone di una mole di informazioni che, questa sì, non ha precedenti nella storia dell’umanità.
Questa puntata rappresenta quindi un ragionamento aperto e il tentativo di rispondere alle domande: “Come ci fa stare tutto questo?”, “Siamo in grado di reggere una simile mole e frequenza di input negativi?” e “Quali possono essere le strategie utili a sopportare tutto ciò?”.
La redazione ha deciso quindi di porre queste domande prima di tutto a se stessa, proponendovi le riflessioni di alcuni nostri redattori, per poi offrirvi uno punto di vista più internazionale attraverso un articolo della BBC, reperibile in versione integrale a questo link, che suggerisce alcuni consigli pratici per meglio sopportare questo genere di situazioni.
Dei 9 proposti dalla BBC ve ne proponiamo 5 che sono stati votati dalla redazione come i più interessanti dopo un acceso dibattito, e sono:

1. Approfondisci alcune delle emozioni intraducibili.
2. Migliora l’umore con un libro, della musica o l’ambiente che ti circonda.
3. Sii grato per ciò che hai.
4. Riconosci cosa puoi o non puoi controllare.
5. Come parlare delle avversità ai bambini.

Elogio dell’irregolarità. Omaggio a Dario Fo

Dal 22 al 29 aprile presso Officina, a Dumbo ci sarà una Mostra del Collettivo Artisti Irregolari Bolognesi, in omaggio al drammaturgo, attore, regista, scrittore, autore e molto altro Dario Fo, di cui ricorre il centenario della nascita. La mostra, a ingresso gratuito, propone quadri e sculture, opere degli Artisti Irregolari, e fa parte del programma di celebrazioni della Fondazione Fo Rame.

L’inaugurazione si terrà il 23 aprile con una performance teatrale della Compagnia Arte e Salute Ragazzi liberamente ispirata alle opere di Dario Fo e Franca Rame.

Orari d’apertura mostra: 9.30-19.00

Performance 23 e 28 aprile alle ore 17.30

La forza che ci vuole per lasciare libero un figlio

Marie Françoise Delatour ha dedicato un libro a suo figlio e alle esperienze vissute insieme a lui: Antonio, una persona con una sofferenza psichica, morto a soli 48 anni.
Abbiamo parlato con l’autrice di “Antonio che cosa ci hai insegnato”, e dalla lunga intervista, del maggio 2024, abbiamo tratto due puntate di Psicoradio.

Oggi ho un’altra visione del mondo, della salute mentale, dello stigma, della speranza… e di tanti altri temi”. 

Marie Françoise Delatour è presidente dell’associazione “Cercare oltre” ed è stata a lungo presidente  del CUFO Comitato Utenti Famigliari e Operatori della salute mentale.

“Antonio era un bel ragazzo, simpatico, gioioso; quando stava bene aveva il suo carattere e le sue pretese e si aspettava molto dalla vita. Uno come tutti noi.”
Alla domanda “cosa le ha insegnato Antonio?” Marie Françoise risponde: “Io credo che alla fine di questo percorso, che è stato lungo e anche travagliato, personalmente ho imparato molto sull’amore incondizionato. Che significa amare le persone così come sono, accettare se stessi e gli altri per quello che sono e non per quello che uno si aspetta o vorrebbe. Più in generale, ho imparato molte cose sul dare e ricevere.”

La cosa più difficile e più importante è accettare le scelte di un figlio, che è un adulto, anche se con problemi mentali: “Quando Antonio ha cominciato a stare male il mio sentirmi madre è cresciuto e mi ha fatto sentire responsabile di quello che succedeva a lui; ed è cresciuto il mio bisogno di poter fare qualcosa per farlo stare meglio.

Nell’ultima parte della vita di Antonio ho imparato però che era sbagliato fare così, era quasi una mancanza di rispetto nei suoi confronti; abbiamo imparato a fare un passo indietro pensando che il figlio non ci appartiene. Un genitore deve rispettare le  sue volontà e il suo desiderio, deve anche rispettare il suo star male, anche fino alla decisione estrema del suicidio.”

Nell’intervista, Marie Françoise ricorda anche quello che definisce un errore che avrebbe voluto non ripetere mai: e cioè chiamare il 118 e attivare un TSO, il trattamento sanitario obbligatorio. Le lezioni più dure, per lei, sono state l’odio e lo stigma manifestati nei confronti di Antonio (e di moltissime persone con una diagnosi psichiatrica) da parte della società, ma soprattutto di alcuni membri della famiglia.

Il libro “Antonio che cosa ci hai insegnato” è scaricabile gratuitamente sul sito “Sogni e Bisogni”.