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Autore: Psicoradio

“Con uno strato di pelle in meno”

Conoscete qualcuno che ha dei comportamenti che vi irritano o vi causano preoccupazioni perché li trovate incomprensibili? Qualcuno che si arrabbia, si mette in pericolo o si fa del male e voi non riuscite a comprenderne i motivi? Forse avete a che fare con una persona con disturbo borderline.
Di questo disturbo si sente sempre più spesso parlare. “E’ caratterizzato da relazioni instabili, da tentativi di evitare l’abbandono reale o immaginario, da sentimenti di vuoto, da un’instabilità affettiva, da crisi di rabbia o perdita di controllo, da una grande impulsività, da gesti autolesivi, da alto rischio di suicidio e da ideazioni paranoiche”.
La psichiatra Maria Grazia Beltrami, che Psicoradio ha intervistato per parlare di questo disturbo, coordina per il Dipartimento di Salute Mentale un progetto sui disturbi di personalità, in collaborazione con la regione Emilia Romagna.

Proprio perché si tratta di un disturbo di non facile definizione, perché molti di questi comportamenti possono essere presenti saltuariamente anche in persone senza diagnosi, la dottoressa precisa che nonostante la definizione sia così ampia “si devono presentare in modo stabile almeno 5 criteri tra quelli elencati” per poter parlare di disturbo borderline in un adulto.
Come ci si deve comportare con una persona che ha un disturbo borderline, e manifesta uno o pìù di questi comportamenti? Secondo la dottoressa Beltrami “sono persone che vanno ascoltate, poiché la manifestazione di uno dei criteri è un segnale di disagio, che ha il significato di una richiesta d’aiuto”.
La puntata prosegue con l’intervista a Luca Sasdelli, genitore di una ragazza borderline, che è venuto in redazione a raccontare la sua esperienza personale, spiegando come, una volta scoperta la diagnosi ed “eliminato completamente il giudizio dalle nostre vite” lui e la moglie abbiano riscoperto il rapporto con la figlia.
E non è un caso che entrambi, la psichiatra e il padre, per spiegare quanto le persone “border” siano molto più sensibili alle emozioni e suscettibili anche ai più piccoli cambiamenti, utilizzino una metafora: è come se queste persone avessero “uno strato di pelle in meno”.

Come ci fa stare tutto questo?

In questi tempi, che è un eufemismo definire burrascosi, dalla guerra in Ucraina, al genocidio compiuto a Gaza fino ad arrivare alla più recente guerra contro l’Iran, la redazione di Psicoradio si è ritrovata spesso a discutere sull’effetto che le informazioni su questi conflitti hanno sull’emotività e sulla psiche delle persone “fortunate” come noi, che siamo coinvolti solo indirettamente in questi fatti attraverso i media.
Non si sta cercando di far passare il tempo presente come peggiore di altri – per noi che viviamo lontano dalle guerre – ma solo di discutere l’effetto sulle persone di una mole di informazioni che, questa sì, non ha precedenti nella storia dell’umanità.
Questa puntata rappresenta quindi un ragionamento aperto e il tentativo di rispondere alle domande: “Come ci fa stare tutto questo?”, “Siamo in grado di reggere una simile mole e frequenza di input negativi?” e “Quali possono essere le strategie utili a sopportare tutto ciò?”.
La redazione ha deciso quindi di porre queste domande prima di tutto a se stessa, proponendovi le riflessioni di alcuni nostri redattori, per poi offrirvi uno punto di vista più internazionale attraverso un articolo della BBC, reperibile in versione integrale a questo link, che suggerisce alcuni consigli pratici per meglio sopportare questo genere di situazioni.
Dei 9 proposti dalla BBC ve ne proponiamo 5 che sono stati votati dalla redazione come i più interessanti dopo un acceso dibattito, e sono:

1. Approfondisci alcune delle emozioni intraducibili.
2. Migliora l’umore con un libro, della musica o l’ambiente che ti circonda.
3. Sii grato per ciò che hai.
4. Riconosci cosa puoi o non puoi controllare.
5. Come parlare delle avversità ai bambini.

Elogio dell’irregolarità. Omaggio a Dario Fo

Dal 22 al 29 aprile presso Officina, a Dumbo ci sarà una Mostra del Collettivo Artisti Irregolari Bolognesi, in omaggio al drammaturgo, attore, regista, scrittore, autore e molto altro Dario Fo, di cui ricorre il centenario della nascita. La mostra, a ingresso gratuito, propone quadri e sculture, opere degli Artisti Irregolari, e fa parte del programma di celebrazioni della Fondazione Fo Rame.

L’inaugurazione si terrà il 23 aprile con una performance teatrale della Compagnia Arte e Salute Ragazzi liberamente ispirata alle opere di Dario Fo e Franca Rame.

Orari d’apertura mostra: 9.30-19.00

Performance 23 e 28 aprile alle ore 17.30

La forza che ci vuole per lasciare libero un figlio

Marie Françoise Delatour ha dedicato un libro a suo figlio e alle esperienze vissute insieme a lui: Antonio, una persona con una sofferenza psichica, morto a soli 48 anni.
Abbiamo parlato con l’autrice di “Antonio che cosa ci hai insegnato”, e dalla lunga intervista, del maggio 2024, abbiamo tratto due puntate di Psicoradio.

Oggi ho un’altra visione del mondo, della salute mentale, dello stigma, della speranza… e di tanti altri temi”. 

Marie Françoise Delatour è presidente dell’associazione “Cercare oltre” ed è stata a lungo presidente  del CUFO Comitato Utenti Famigliari e Operatori della salute mentale.

“Antonio era un bel ragazzo, simpatico, gioioso; quando stava bene aveva il suo carattere e le sue pretese e si aspettava molto dalla vita. Uno come tutti noi.”
Alla domanda “cosa le ha insegnato Antonio?” Marie Françoise risponde: “Io credo che alla fine di questo percorso, che è stato lungo e anche travagliato, personalmente ho imparato molto sull’amore incondizionato. Che significa amare le persone così come sono, accettare se stessi e gli altri per quello che sono e non per quello che uno si aspetta o vorrebbe. Più in generale, ho imparato molte cose sul dare e ricevere.”

La cosa più difficile e più importante è accettare le scelte di un figlio, che è un adulto, anche se con problemi mentali: “Quando Antonio ha cominciato a stare male il mio sentirmi madre è cresciuto e mi ha fatto sentire responsabile di quello che succedeva a lui; ed è cresciuto il mio bisogno di poter fare qualcosa per farlo stare meglio.

Nell’ultima parte della vita di Antonio ho imparato però che era sbagliato fare così, era quasi una mancanza di rispetto nei suoi confronti; abbiamo imparato a fare un passo indietro pensando che il figlio non ci appartiene. Un genitore deve rispettare le  sue volontà e il suo desiderio, deve anche rispettare il suo star male, anche fino alla decisione estrema del suicidio.”

Nell’intervista, Marie Françoise ricorda anche quello che definisce un errore che avrebbe voluto non ripetere mai: e cioè chiamare il 118 e attivare un TSO, il trattamento sanitario obbligatorio. Le lezioni più dure, per lei, sono state l’odio e lo stigma manifestati nei confronti di Antonio (e di moltissime persone con una diagnosi psichiatrica) da parte della società, ma soprattutto di alcuni membri della famiglia.

Il libro “Antonio che cosa ci hai insegnato” è scaricabile gratuitamente sul sito “Sogni e Bisogni”.

Duecentosettanta passi

Che cosa vuol dire venire ricoverati in SPDC, i Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura, standoci per settimane, per mesi, insieme a persone che non si conoscono? Lo abbiamo chiesto a Jenny, anche lei ricoverata lì.

La voce di Jenny sembra quella di una ragazzina, le sue parole invece sono tutt’altro. Qualche tempo fa ha scritto una poesia, la sua prima poesia. L’ha mandata a Psicoradio, noi non la conoscevamo, mentre lei ci ascolta.

L’abbiamo intervistata e ci ha raccontato le persone con cui stava vivendo, ce le ha elencate solo con le iniziali. Ci ha raccontato il suo ultimo ricovero, oltre tre mesi e mezzo, la paura di una ricaduta, il suo farsi del male, però anche le tante persone che ha conosciuto durante il ricovero, e che sono diventate le protagoniste della sua poesia.
Non troveremo nei suoi versi solo tristezza, perché Jenny è una ragazza combattiva e vuole riuscire a stare bene.

Questa puntata celebra anche la millesima puntata che Psicoradio ha fatto fino ad oggi, Jenny festeggia assieme a noi mille puntate di Psicoradio.

Ecco la poesia di Jenny: 270 passi

Ed ecco qualche passaggio dell’intervista a Jenny.

“Ho fatto un ricovero in SPDC piuttosto lungo, di tre mesi e mezzo, e tornata a casa, dopo essermi un pochino ripresa, riambientata e tutto quanto, ho sentito il bisogno di lasciare andare quell’esperienza, di uscire davvero da quelle quattro mura”. La poesia di Jenny si intitola “Duecentosettanta passi”, quanto misura il perimetro del reparto. Ci spiega come è nata: “Avevo bisogno di uscire da questo spazio, però allo stesso tempo avevo anche tantissimo bisogno di tenermi vicino alle persone che avevo incontrato, di ricordarle, di portarle fuori con me in qualche modo”.

270 passi parla di persone che sono state importanti per Jenny.

“Era un reparto psichiatrico, proprio in ospedale. Nell’arco dei tre mesi e mezzo del mio ricovero, sono arrivate e andate via parecchie persone… Per esempio R e B, sono stati instancabili camminatori, R e B sono stati per me molto importanti. Poi anche D e G sono diventati proprio miei amici, ma si riferiscono a un ricovero precedente. Mi è rimasta nel cuore tantissimo I, che non smette di farsi del male, poi la giovane G, perché era questa ragazza  molto giovane, la mia sorellina in qualche modo, però tutti mi hanno lasciato qualcosa. Dopo le prime tre, quattro settimane in cui stavo veramente abbastanza male, ho iniziato a sentire quel luogo proprio come la mia casa”.

“Ho avuto anche le energie per accogliere gli altri in questa casa, cioè sono diventata un po’ la veterana del luogo, è un po’ brutto da dire. Non lo so, quando arrivava qualcuno di nuovo cercavo sempre, per quanto potessi, aprire uno spiraglio in quel dolore enorme che c’è quando arrivi in un reparto del genere, perché arrivi e l’unica cosa che vuoi fare è stare a letto, è l’unica cosa che riesci a fare”. 

“Nella poesia dico che conta la non maschera di S. e degli altri, S. è un’infermiera. Tutti quanti mi sono sembrati molto presenti, senza maschera, erano genuinamente gentili, quasi tutti in un modo o nell’altro mi hanno fatto sentire di esserci come confidenti”.

Il nostro consiglio è davvero di ascoltare Jenny, e la puntata, per intero.

Dolci inviate alla Frolleria

Psicoradio ha visitato la Frolleria di Cento (Fe), un laboratorio speciale dove il lavoro diventa occasione di crescita e inclusione. La Frolleria è un progetto sociale promosso da Anffas, dove ragazzi e ragazze con disabilità imparano un mestiere partecipando alla produzione di biscotti. Abbiamo incontrato Sara, la pasticcera, i ragazzi all’opera e Dominga, l’educatrice. Tra il profumo delizioso di forno abbiamo raccolto le loro storie, mentre impastavano biscotti colorati e lavoravano in allegria.

Inceppare ogni giorno il mondo

“Noi matti non abbiamo solo il diritto di essere soccorsi dai sani, ma anche il dovere di inceppare ogni giorno il mondo per metterlo in discussione ai loro occhi”.

La seconda puntata dedicata alla nostra intervista ad Alcide Pierantozzi, autore di Lo sbilico, edito da Einaudi, comincia con questa citazione dal libro.
La prima parte dell’intervista potete ascoltarla qui.

Nella seconda parte, chiediamo ad Alcide Pierantozzi di spiegarci il suo rapporto con le parole. “Lo vivo da ossessivo, nel senso che per me la scrittura è solo ed esclusivamente lavoro sul linguaggio e sulle parole… Il linguaggio, le parole strane, sono la cosa che mi ha salvato quando il cervello non riusciva a processare quello che avevo attorno. Le parole sono lo strumento, l’unico che mi consente davvero di bloccare la testa, ma non le parole così a caso, certe parole. E’ proprio un modo di funzionare, quando io scrivo una frase, se non ci metto un aggettivo di un certo tipo, ad esempio se non metto il termine “sinusoidale”, il cervello fa tanta difficoltà a costruire il pensiero, a formulare il ragionamento.”

Alcide ci parla poi dei rimpianti che ha nella sua vita. “Tutto, ogni cosa rimpiango. Come si evince anche dal libro, non è stata una bella vita la mia, sinora, ma immagino che sarà anche sempre peggio, è stata una vita in cui il grado di sofferenza ha sicuramente superato quello della quiete, ci sono state tante difficoltà e comunque la vita che ho avuto è stata quella che mi ha portato a prendere tutte queste medicine.”

Infine, gli chiediamo cosa pensa di poter trasmettere. Pierantozzi risponde così: “In realtà direi nulla, tranne il fatto che si può avere una dignità e trovare un senso e anche una sicurezza, una bellezza anche nel fallimento più assoluto e nella sofferenza più assoluta. Questa è l’unica cosa che mi sento di dire, io per primo quando vado in giro e faccio le presentazioni soffro tanto, però le persone che incontro soffrono tanto anche loro e questa specie di connivenza del dolore fa stare un po’ meglio tutti e due.”

Ascoltate tutta la puntata!

Vivere in “sbilico”

Lo sbilico è un libro duro, diretto, scritto da Alcide Pierantozzi, un giovane uomo di 40 anni che racconta di sé e della sua malattia psichiatrica. Psicoradio lo ha intervistato e ne è uscito un incontro così intenso che abbiamo voluto dedicargli due puntate.

Nella prima abbiamo cominciato chiedendo ad Alcide di parlarci di sé e del perché ha sentito il bisogno di scrivere questo libro. “Sono uno scrittore che ha scritto cinque libri, l’ultimo però non è esattamente un romanzo perché, pur avendo elementi romanzeschi, è tutto vero ed è il racconto di una malattia psichiatrica non ben definibile, nel senso che non c’è una diagnosi certa. Si parla di spettro bipolare, bipolarismo…”

Da cosa è nato il libro? “Quando ho cominciato a stare così male, ma così tanto male da dover per forza di cose allontanare anche la mia passione per la scrittura e per la letteratura, perché c’era di mezzo la sopravvivenza… quando pensi di aver perso tutto, ti trovi con le spalle al muro e senti di essere nel pieno del fallimento come ero io, sono riuscito a trovare il coraggio e anche in un certo senso la spudoratezza di raccontare…”

Perché questo titolo, Lo sbilico? “La parola è nata in modo molto particolare, perché l’ha usata per un errore in palestra un mio amico macedone dicendomi guarda che sei in sbilico, per dirmi che ero un po’ storto. Io mi sono appuntato questa parola, e poi mesi e mesi dopo non si sa come è entrata nel libro con tutt’altra connotazione, cioè non più fisica ma psichiatrica”.

Ascoltate la prima puntata dell’intervista ad Alcide Pierantozzi, le riflessioni che ne nasceranno sono davvero tante.
Il libro è edito da Einaudi.

Il verde libera la mente

Il Podere Sociale Canova è un progetto di inclusione di persone con fragilità psichiche e socio economiche che agevola il loro reinserimento grazie al lavoro agricolo, a contatto con la natura.

E’ un possedimento di circa sei ettari concesso dal Comune di Bologna, sui colli, all’interno del Parco di Forte Bandiera, a un gruppo di associazioni guidate da Il ventaglio di ORAV, Agriverde con il sostegno e la collaborazione di Avola e Auser. Il progetto è nato nel 2007. Il fondatore Alfonso Ciacco ed alcune persone che ci lavorano sono venuti in redazione a raccontarci in cosa consiste il progetto, le attività che svolgono e molto altro.

Alfonso Ciacco e i suoi collaboratori raccontano della loro esperienza nel podere, fatiche e soddisfazioni ancor più grandi, immergendosi nella natura. Ciacco collega il lavoro al Podere all’idea di Recovery, centrale nelle strategie del Dipartimento di Salute Mentale di Bologna: “La Recovery, secondo noi, semplificando, è recupero e quindi l’obiettivo principale che abbiamo è far star meglio le persone, attraverso la natura.” Diamo spazio, e voce nella nostra puntata, alle parole delle persone che lavorano nel Podere, cominciamo da Walter: “La più grande soddisfazione è vedere che ciò che produciamo, cresce”; ascoltiamo Pasquale: “Stare su nel verde, mi ha aiutato molto a rilassarmi, a liberare la mente” ; continuiamo con Corrado: “Quando mi alzo in città, mi sento molto ansioso, ma quando arrivo al podere, mi scarico”. Chiudiamo con Raphael, della cooperativa sociale Agriverde: “Il rapporto fra la natura e il benessere psicofisico è fondamentale, soprattutto per l’equilibrio che trasmette e la stimolazione di vari sensi”.

Lacrime di Rabbia

Il Triste Film Festival è stato rimandato a data da destinarsi! Appena avremo informazioni a riguardo, vi aggiorneremo.

 

Torna a Bologna con la sua quarta edizione, “Lacrime di Rabbia”, che si svolgerà dal 6 all’8 marzo a Porta Pratello, in via Pietralata 58. Un’occasione per “stare male insieme, nel nome di rabbia e rancore”, così gli organizzatori invitano il pubblico all’appuntamento. Nell’edizione del 2024, Psicoradio è stata ospite del festival, in particolare è stata coinvolta in una conversazione sulla rappresentazione della depressione e delle fragilità psichiche, che seguiva la proiezione del film di culto It’s Such A Beautiful Day, il capolavoro di animazione firmato da Don Hertzfeldt.

 

 

Spazio alle giovani passioni

 

Nel marzo del 2024 Psicoradio è andata a trovare Forteen, uno spazio situato a Bologna, nel cuore della Cirenaica, dedicato agli adolescenti con fragilità gestito dalla Cooperativa sociale CADIAI. Uno spazio di cura e ascolto, in un’ottica di prevenzione e reinserimento.

I locali sono molto grandi: c’è un biliardino, un grande divano per riposare e un murales molto colorato fatto da Roberto, responsabile del settore arte. Ci sono spazi separati per le aree videogiochi, musica, ceramica e c’è anche una piccola cucina.
L’accesso a Forteen avviene su indicazione del servizio di Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza e del Centro di Salute Mentale – Area Psichiatria Adulti.
Ad accoglierci c’è Milena Fugazzaro, educatrice e coordinatrice del progetto. Ci spiega che al centro si rivolgono ragazzi minorenni, ma anche ragazzi vicini alla maggiore età e le operatrici e gli operatori hanno sviluppato una rete e delle sinergie per assicurare un ponte tra i servizi per i minori e i servizi per gli adulti, un passaggio delicato.
“I giovani maggiorenni da poco possono venire qui dove trovano la cura e l’ascolto che hanno conosciuto quando erano più piccoli”, ci spiega Milena Fugazzaro, “questa cura e questo ascolto per altro si estendono anche a chi viene da altri servizi. E’ un luogo protetto, dove fare
esperienze di relazioni e dove trovare l’ascolto che serve ai ragazzi”.
Grazie all’aiuto di alcuni giovani tirocinanti, i ragazzi e le ragazze possono giocare con i video giochi, esercitarsi nella ceramica e suonare seguendo le proprie passioni.

Nella puntata potrete sentire le voci dei frequentatori, oltre a quella di Milena. Che spiega: “in un mondo ideale, se hai tre aree di funzionamento e sei arrivato qui perché non ne funzionano due, magari non le recuperi tutte, ma ritrovi un nuovo equilibrio con la consapevolezza che tutto cambia. Nessuno di noi è perfetto”.
Psicoradio in una prossima puntata tornerà a parlare di Forteen affrontando il tema dei videogames.

Dall’Islanda a Bologna per cercare lavoro

In questa puntata abbiamo due professionisti dello stesso settore a confronto: Hlynur Jonasson, che è venuto a trovarci dall’Islanda, e Fabio Albano, che lavora invece a Bologna, per il Dipartimento di Salute Mentale.
Si occupano entrambi di accompagnare nella ricerca del lavoro persone con fragilità psichica: Jonasson è un professionista della salute mentale al National University Hospital di Reykjavik, dove si occupa di supporto ai giovani per l’inserimento lavorativo, Albano utilizza invece lo strumento IPS, ovvero Individual Placement and Support, che consiste nel fornire, tramite uno specialista, l’aiuto necessario nella ricerca, nell’ottenimento e nello svolgimento di un impiego all’interno del libero mercato del lavoro.
Si raccontano ai microfoni di Psicoradio e spiegano come e con quali progetti riescono a svolgere il compito più importante, che è aiutare le persone a ritrovare dignità e autonomia economica grazie al lavoro.
Jonasson lavora principalmente a due progetti: il primo è chiamato Psichiatric Wellness Employment Advisor e aiuta i pazienti a trovare un lavoro; il secondo, motivo per il quale è venuto a Bologna, consiste in un programma di arti creative che coinvolge persone con sofferenze psichiche in corsi di musica, teatro, ballo, ceramica e scrittura creativa.
Albano ci dice che la percentuale di persone che trovano lavoro grazie al percorso IPS si aggira tra il 50 e il 60% e aggiunge: “La frequenza degli incontri viene decisa dalla persona che sta cercando lavoro. All’inizio possono essere più frequenti, così come quando la persona ha trovato lavoro, perché magari è da tempo fuori dal contesto lavorativo e sente di avere bisogno di supporto.”
A Bologna come in Islanda, le difficoltà comunque ci sono, Jonasson per esempio spiega che le famiglie dei pazienti non sempre sono di supporto, tanto da spingerlo a dire scherzando: “li spedirei volentieri in Cina”…
Per quanto riguarda invece l’IPS, emerge da testimonianze dirette di alcuni nostri redattori che talvolta le persone sentono il bisogno di un percorso più protetto, quindi per loro la scelta più indicata risulta essere il tirocinio formativo, rinviando ad un tempo futuro l’accesso al libero mercato del lavoro.
Restate con noi in questa puntata del tutto internazionale!