La Frolleria è un laboratorio sociale a Cento (FE), creato dalla Fondazione ANFFAS Coccinella Gialla, che dà la possibilità di lavorare a persone con fragilità, insegnandogli a fare biscotti.
Barbara, Giada ed Egle sono state inviate da Psicoradio sul posto a scoprire questa golosa realtà.
Abbiamo avuto il piacere di intervistare la Presidente dell’ANFFAS, Giordana Govoni, e Giuseppe Fratullo, coordinatore di Coccinella Gialla; ci hanno raccontato di quanto la pasticceria sia nata da un volere corale delle famiglie dell’Associazione e della spinta a voler far lavorare persone considerate non impiegabili dal mondo del lavoro.
Alcuni di questi ragazzi, – Camilla, Federico, Federica e Daniele– ci hanno raccontato le loro esperienze e le loro passioni dentro e fuori il negozio, di come vengono trattati: con “delicatezza, sagacia e tenacia“, ci ha detto Federica, e di come, per esempio, Camilla, associ la Frolleria a casa.
Sara Bonfatti, la responsabile del reparto pasticceria, ci ha dato dettagli su come funziona quotidianamente la parte del laboratorio; Dominga Parmeggiani, l’educatrice e responsabile del progetto, ha descritto i principi cardine di come viene gestito, l’importanza che viene data alle idee dei lavoratori e quali sono i progetti per il futuro.
Un’unica cosa non hanno voluto dirci: la ricetta dei loro meravigliosi biscotti, che abbiamo avuto il piacere di assaggiare.
25 aprile 1945: Libertà, dopo anni di feroce dittatura. In questa puntata però vogliamo parlare anche di altri popoli che combattono o hanno combattuto l’oppressione. Lo facciamo proponendovi alcune poesie e alcune canzoni, diverse per epoca, stile e provenienza ma unite da un unico filo conduttore: raccontare cosa significa scegliere di restare umani anche nei momenti più difficili. Non è stato solo un viaggio storico intorno al mondo ma un percorso fatto di parole che ancora oggi sanno dare forza.
La poesia che segue è di una giovane scrittrice, Hend Joudah, nata in un campo profughi di Gaza. La sua prima raccolta è intitolata Nessuno se ne va per sempre.
Cosa significa essere poeta in tempo di guerra?
Significa chiedere scusa, chiedere continuamente scusa, agli alberi bruciati, agli uccelli senza nidi,alle case schiacciate, alle lunghe crepe sul fianco delle strade, ai bambini pallidi, prima e dopo la morte e al volto di ogni madre triste, o uccisa!
Cosa significa essere al sicuro in tempo di guerra? Significa vergognarsi, del tuo sorriso, del tuo calore, dei tuoi vestiti puliti, delle tue ore di noia, del tuo sbadiglio, della tua tazza di caffè, del tuo sonno tranquillo, dei tuoi cari ancora vivi, della tua sazietà, dell’acqua disponibile, dell’acqua pulita, della possibilità di fare una doccia, e del caso che ti ha lasciato ancora in vita! Mio Dio, non voglio essere poeta in tempo di guerra.
Esiste un diritto di vivere in pace, El derecho de vivir en paz, come diceva il grande cantante Victor Jara; è infatti il titolo di una sua canzone del 1971.
L’11 settembre del 1973, nei giorni dell’odio militare contro il popolo cileno, Victor Jara è stato arrestato e internato nello stadio Cile, che oggi è intitolato a lui. Racconta chi lo ha visto, che in un lungo corridoio ha trovato il corpo di Victor in una fila di una settantina di cadaveri, la maggior parte giovani. E il corpo di Victor era quello più contorto, più straziato, accoltellato.
Gli occhi erano rimasti aperti, con ancora un’espressione di sfida. Dopo averlo ucciso, i militari hanno proibito la vendita dei suoi dischi e ordinato la distruzione di tutte le matrici.
È notte in Iran e una bambina di 9 anni canta “Bella Ciao” tradotta in iraniano sui tetti a squarciagola. Il video che gira online è stato diffuso a fine Settembre 2022 dalla ONG Iran Human Rights.
Entriamo poi nella vita di una madre-poeta, Ni’ma Hassan, che ci mostra come si vive a Gaza in questi giorni: “Scelgo una stanza con il soffitto di cemento. I tetti in lamiera di amianto o di zinco, quando vengono giù, non uccidono in un colpo solo. Si lasciano rimpianti alle spalle. Il cemento invece ha potere su tutti gli abitanti della stanza. Crolla in un colpo solo, senza lasciare dietro di sé alcuno spazio per i rimpianti”. Nonostante questa situazione devastante lei è in grado di scrivere una poesia dal titolo “Una madre a Gaza non dorme“.
Una madre a Gaza non dorme… Ascolta il buio, ne controlla i margini, filtra i suoni uno ad uno per scegliere una storia che le si addica, per cullare i suoi bambini E dopo che tutti si sono addormentati, si erge come uno scudo di fronte alla morte Una madre a Gaza non piange Raccoglie la paura, la rabbia e le preghiere nei suoi polmoni, e attende che finisca il rombo degli aerei, per liberare il respiro Una madre a Gaza non è come tutte le madri Fa il pane con il sale fresco dei suoi occhi… e nutre la patria con i suoi figli.
L’esercito privato di Trump del DHS (Dipartimento di Sicurezza Interna USA) con le armi allacciate ai cappotti è venuto a Minneapolis per far rispettare la legge, o almeno così raccontano la storia. Contro fumo e proiettili di gomma, alle prime luci dell’alba, i cittadini si sono schierati per la giustizia, le loro voci risuonavano nella notte e c’erano impronte di sangue dove avrebbe dovuto esserci pietà e due morti, lasciati a morire su strade innevate, Alex Pretti e Renée Good.
Questi sono i versi di Streets of Minneapolis, canzone che Bruce Springsteen ha composto per raccontare gli attacchi ai manifestanti anti-ICE (Controllo Immigrazione e Dogane degli USA) nel Gennaio di quest’anno (2026).
Fadwa Tuqan è stata una delle voci più note della poesia palestinese. I temi sono principalmente quelli della lotta del suo popolo, la sofferenza e le atrocità della guerra; ma anche quelli della condizione femminile nel mondo arabo. Viaggiò molto in Europa e Medio Oriente, studiando presso la Oxford University. Nel 1967 la sua città natale fu occupata dagli israeliani, evento che caratterizzò definitivamente la sua poesia e rafforzato il suo impegno civile. “Mi basta” è la poesia che abbiamo scelto.
Mi basta morire sulla sua terra, essere sepolto in lei, sciogliermi e dissolvermi nel suo suolo, per poi germogliare come un fiore con cui gioca un bambino del mio paese. Mi basta rimanere nell’abbraccio del mio paese, per essere in lei come una manciata di polvere, un filo d’erba, un fiore.
Lella Costa ci ha letto una poesia di Wislawa Szymborska “La fine è l’inizio”.
Dopo ogni guerra c’è chi deve ripulire. L’ordine, seppure approssimato, certo non viene da solo. C’è chi deve spingere le macerie al bordo delle strade, per far passare i carri pieni di cadaveri. C’è chi deve calarsi nella melma e nella cenere tra le molle dei divani letto, tra le schegge di vetro, e gli stracci insanguinati. C’è chi deve trascinare una trave per puntellare un muro. C’è chi rimetterà vetri alla finestra, e monterà le porte sui cardini. Fotogenico non è e richiede anni e anni. Tutte le telecamere sono già fuori, per un’altra guerra. I ponti sono da riattivare, e le stazioni da rifare. Ridotte a brandelli le maniche a forza di rimboccarle. Uno, con la scopa in mano, ancora ricorda com’era. Uno che ascolta annuisce col capo superstite sul collo. Ma, in zona, cominceranno ad aggirarsi quelli che ne saranno annoiati. C’è chi andrà ancora a disseppellire sotto un cespuglio argomenti corrosi dalla ruggine per depositarli sul mucchio dei rifiuti. Chi sapeva di che si trattava deve far posto a chi ne sa troppo poco. O meno di poco. Oppure assolutamente niente. Tra l’erba che ha ricoperto le cause e gli effetti dev’esserci qualcuno disteso, con una spiga tra i denti perso a guardare le nuvole.
Leonard Cohen canta The Partisan, canzone scritta da Emmanuel d’Astier sulla Resistenza francese nella Seconda Guerra Mondiale. Il partigiano racconta, in prima persona, il rischio di morte, la perdita dei famigliari e dei compagni, e i pericoli di una vita vissuta in segretezza e in costante fuga.
La puntata si chiude con una versione di Bella Ciao delle Mondine cantata da Milva: le mondine sono costrette a lavorare piegate nelle risaie, mentre il capo tiene il bastone; ma verrà un giorno che tutte quante lavoreranno in libertà.
Conoscete qualcuno che ha dei comportamenti che vi irritano o vi causano preoccupazioni perché li trovate incomprensibili? Qualcuno che si arrabbia, si mette in pericolo o si fa del male e voi non riuscite a comprenderne i motivi? Forse avete a che fare con una persona con disturbo borderline.
Di questo disturbo si sente sempre più spesso parlare. “E’ caratterizzato da relazioni instabili, da tentativi di evitare l’abbandono reale o immaginario, da sentimenti di vuoto, da un’instabilità affettiva, da crisi di rabbia o perdita di controllo, da una grande impulsività, da gesti autolesivi, da alto rischio di suicidio e da ideazioni paranoiche”.
La psichiatra Maria Grazia Beltrami, che Psicoradio ha intervistato per parlare di questo disturbo, coordina per il Dipartimento di Salute Mentale un progetto sui disturbi di personalità, in collaborazione con la regione Emilia Romagna.
Proprio perché si tratta di un disturbo di non facile definizione, perché molti di questi comportamenti possono essere presenti saltuariamente anche in persone senza diagnosi, la dottoressa precisa che nonostante la definizione sia così ampia “si devono presentare in modo stabile almeno 5 criteri tra quelli elencati” per poter parlare di disturbo borderline in un adulto.
Come ci si deve comportare con una persona che ha un disturbo borderline, e manifesta uno o pìù di questi comportamenti? Secondo la dottoressa Beltrami “sono persone che vanno ascoltate, poiché la manifestazione di uno dei criteri è un segnale di disagio, che ha il significato di una richiesta d’aiuto”.
La puntata prosegue con l’intervista a Luca Sasdelli, genitore di una ragazza borderline, che è venuto in redazione a raccontare la sua esperienza personale, spiegando come, una volta scoperta la diagnosi ed “eliminato completamente il giudizio dalle nostre vite” lui e la moglie abbiano riscoperto il rapporto con la figlia.
E non è un caso che entrambi, la psichiatra e il padre, per spiegare quanto le persone “border” siano molto più sensibili alle emozioni e suscettibili anche ai più piccoli cambiamenti, utilizzino una metafora: è come se queste persone avessero “uno strato di pelle in meno”.
In questi tempi, che è un eufemismo definire burrascosi, dalla guerra in Ucraina, al genocidio compiuto a Gaza fino ad arrivare alla più recente guerra contro l’Iran, la redazione di Psicoradio si è ritrovata spesso a discutere sull’effetto che le informazioni su questi conflitti hanno sull’emotività e sulla psiche delle persone “fortunate” come noi, che siamo coinvolti solo indirettamente in questi fatti attraverso i media.
Non si sta cercando di far passare il tempo presente come peggiore di altri – per noi che viviamo lontano dalle guerre – ma solo di discutere l’effetto sulle persone di una mole di informazioni che, questa sì, non ha precedenti nella storia dell’umanità.
Questa puntata rappresenta quindi un ragionamento aperto e il tentativo di rispondere alle domande: “Come ci fa stare tutto questo?”, “Siamo in grado di reggere una simile mole e frequenza di input negativi?” e “Quali possono essere le strategie utili a sopportare tutto ciò?”.
La redazione ha deciso quindi di porre queste domande prima di tutto a se stessa, proponendovi le riflessioni di alcuni nostri redattori, per poi offrirvi uno punto di vista più internazionale attraverso un articolo dellaBBC, reperibile in versione integrale a questo link, che suggerisce alcuni consigli pratici per meglio sopportare questo genere di situazioni.
Dei 9 proposti dalla BBC ve ne proponiamo 5 che sono stati votati dalla redazione come i più interessanti dopo un acceso dibattito, e sono:
1. Approfondisci alcune delle emozioni intraducibili. 2. Migliora l’umore con un libro, della musica o l’ambiente che ti circonda. 3. Sii grato per ciò che hai. 4. Riconosci cosa puoi o non puoi controllare. 5. Come parlare delle avversità ai bambini.
Dal 22 al 29 aprile presso Officina, a Dumbo ci sarà una Mostra del Collettivo Artisti Irregolari Bolognesi, in omaggio al drammaturgo, attore, regista, scrittore, autore e molto altro Dario Fo, di cui ricorre il centenario della nascita. La mostra, a ingresso gratuito, propone quadri e sculture, opere degli Artisti Irregolari, e fa parte del programma di celebrazioni della Fondazione Fo Rame.
L’inaugurazione si terrà il 23 aprile con una performance teatrale della Compagnia Artee Salute Ragazzi liberamente ispirata alle opere di Dario Fo e Franca Rame.
Marie Françoise Delatour ha dedicato un libro a suo figlio e alle esperienze vissute insieme a lui: Antonio, una persona con una sofferenza psichica, morto a soli 48 anni.
Abbiamo parlato con l’autrice di “Antonio che cosa ci hai insegnato”, e dalla lunga intervista, del maggio 2024, abbiamo tratto due puntate di Psicoradio.
“Oggi ho un’altra visione del mondo, della salute mentale, dello stigma, della speranza… e di tanti altri temi”.
“Antonio era un bel ragazzo, simpatico, gioioso; quando stava bene aveva il suo carattere e le sue pretese e si aspettava molto dalla vita. Uno come tutti noi.”
Alla domanda “cosa le ha insegnato Antonio?” Marie Françoise risponde: “Io credo che alla fine di questo percorso, che è stato lungo e anche travagliato, personalmente ho imparato molto sull’amore incondizionato. Che significa amare le persone così come sono, accettare se stessi e gli altri per quello che sono e non per quello che uno si aspetta o vorrebbe. Più in generale, ho imparato molte cose sul dare e ricevere.”
La cosa più difficile e più importante è accettare le scelte di un figlio, che è un adulto, anche se con problemi mentali: “Quando Antonio ha cominciato a stare male il mio sentirmi madre è cresciuto e mi ha fatto sentire responsabile di quello che succedeva a lui; ed è cresciuto il mio bisogno di poter fare qualcosa per farlo stare meglio.
Nell’ultima parte della vita di Antonio ho imparato però che era sbagliato fare così, era quasi una mancanza di rispetto nei suoi confronti; abbiamo imparato a fare un passo indietro pensando che il figlio non ci appartiene. Un genitore deve rispettare le sue volontà e il suo desiderio, deve anche rispettare il suo star male, anche fino alla decisione estrema del suicidio.”
Nell’intervista, Marie Françoise ricorda anche quello che definisce un errore che avrebbe voluto non ripetere mai: e cioè chiamare il 118 e attivare un TSO, il trattamento sanitario obbligatorio. Le lezioni più dure, per lei, sono state l’odio e lo stigma manifestati nei confronti di Antonio (e di moltissime persone con una diagnosi psichiatrica) da parte della società, ma soprattutto di alcuni membri della famiglia.
Che cosa vuol dire venire ricoverati in SPDC, i Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura, standoci per settimane, per mesi, insieme a persone che non si conoscono? Lo abbiamo chiesto a Jenny, anche lei ricoverata lì.
La voce di Jenny sembra quella di una ragazzina, le sue parole invece sono tutt’altro. Qualche tempo fa ha scritto una poesia, la sua prima poesia. L’ha mandata a Psicoradio, noi non la conoscevamo, mentre lei ci ascolta.
L’abbiamo intervistata e ci ha raccontato le persone con cui stava vivendo, ce le ha elencate solo con le iniziali. Ci ha raccontato il suo ultimo ricovero, oltre tre mesi e mezzo, la paura di una ricaduta, il suo farsi del male, però anche le tante persone che ha conosciuto durante il ricovero, e che sono diventate le protagoniste della sua poesia.
Non troveremo nei suoi versi solo tristezza, perché Jenny è una ragazza combattiva e vuole riuscire a stare bene.
Questa puntata celebra anche la millesima puntata che Psicoradio ha fatto fino ad oggi, Jenny festeggia assieme a noi mille puntate di Psicoradio.
Ed ecco qualche passaggio dell’intervista a Jenny.
“Ho fatto un ricovero in SPDC piuttosto lungo, di tre mesi e mezzo, e tornata a casa, dopo essermi un pochino ripresa, riambientata e tutto quanto, ho sentito il bisogno di lasciare andare quell’esperienza, di uscire davvero da quelle quattro mura”. La poesia di Jenny si intitola “Duecentosettanta passi”, quanto misura il perimetro del reparto. Ci spiega come è nata: “Avevo bisogno di uscire da questo spazio, però allo stesso tempo avevo anche tantissimo bisogno di tenermi vicino alle persone che avevo incontrato, di ricordarle, di portarle fuori con me in qualche modo”.
270 passi parla di persone che sono state importanti per Jenny.
“Era un reparto psichiatrico, proprio in ospedale. Nell’arco dei tre mesi e mezzo del mio ricovero, sono arrivate e andate via parecchie persone… Per esempio R e B, sono stati instancabili camminatori, R e B sono stati per me molto importanti. Poi anche D e G sono diventati proprio miei amici, ma si riferiscono a un ricovero precedente. Mi è rimasta nel cuore tantissimo I, che non smette di farsi del male, poi la giovane G, perché era questa ragazza molto giovane, la mia sorellina in qualche modo, però tutti mi hanno lasciato qualcosa. Dopo le prime tre, quattro settimane in cui stavo veramente abbastanza male, ho iniziato a sentire quel luogo proprio come la mia casa”.
“Ho avuto anche le energie per accogliere gli altri in questa casa, cioè sono diventata un po’ la veterana del luogo, è un po’ brutto da dire. Non lo so, quando arrivava qualcuno di nuovo cercavo sempre, per quanto potessi, aprire uno spiraglio in quel dolore enorme che c’è quando arrivi in un reparto del genere, perché arrivi e l’unica cosa che vuoi fare è stare a letto, è l’unica cosa che riesci a fare”.
“Nella poesia dico che conta la non maschera di S. e degli altri, S. è un’infermiera. Tutti quanti mi sono sembrati molto presenti, senza maschera, erano genuinamente gentili, quasi tutti in un modo o nell’altro mi hanno fatto sentire di esserci come confidenti”.
Il nostro consiglio è davvero di ascoltare Jenny, e la puntata, per intero.
Psicoradio ha visitato la Frolleria di Cento (Fe), un laboratorio speciale dove il lavoro diventa occasione di crescita e inclusione. La Frolleria è un progetto sociale promosso da Anffas, dove ragazzi e ragazze con disabilità imparano un mestiere partecipando alla produzione di biscotti. Abbiamo incontrato Sara, la pasticcera, i ragazzi all’opera e Dominga, l’educatrice. Tra il profumo delizioso di forno abbiamo raccolto le loro storie, mentre impastavano biscotti colorati e lavoravano in allegria.
“Noi matti non abbiamo solo il diritto di essere soccorsi dai sani, ma anche il dovere di inceppare ogni giorno il mondo per metterlo in discussione ai loro occhi”.
La seconda puntata dedicata alla nostra intervista ad Alcide Pierantozzi, autore di Lo sbilico, edito da Einaudi, comincia con questa citazione dal libro.
La prima parte dell’intervista potete ascoltarla qui.
Nella seconda parte, chiediamo ad Alcide Pierantozzi di spiegarci il suo rapporto con le parole. “Lo vivo da ossessivo, nel senso che per me la scrittura è solo ed esclusivamente lavoro sul linguaggio e sulle parole… Il linguaggio, le parole strane, sono la cosa che mi ha salvato quando il cervello non riusciva a processare quello che avevo attorno. Le parole sono lo strumento, l’unico che mi consente davvero di bloccare la testa, ma non le parole così a caso, certe parole. E’ proprio un modo di funzionare, quando io scrivo una frase, se non ci metto un aggettivo di un certo tipo, ad esempio se non metto il termine “sinusoidale”, il cervello fa tanta difficoltà a costruire il pensiero, a formulare il ragionamento.”
Alcide ci parla poi dei rimpianti che ha nella sua vita. “Tutto, ogni cosa rimpiango. Come si evince anche dal libro, non è stata una bella vita la mia, sinora, ma immagino che sarà anche sempre peggio, è stata una vita in cui il grado di sofferenza ha sicuramente superato quello della quiete, ci sono state tante difficoltà e comunque la vita che ho avuto è stata quella che mi ha portato a prendere tutte queste medicine.”
Infine, gli chiediamo cosa pensa di poter trasmettere. Pierantozzi risponde così: “In realtà direi nulla, tranne il fatto che si può avere una dignità e trovare un senso e anche una sicurezza, una bellezza anche nel fallimento più assoluto e nella sofferenza più assoluta. Questa è l’unica cosa che mi sento di dire, io per primo quando vado in giro e faccio le presentazioni soffro tanto, però le persone che incontro soffrono tanto anche loro e questa specie di connivenza del dolore fa stare un po’ meglio tutti e due.”
Lo sbilico è un libro duro, diretto, scritto da Alcide Pierantozzi, un giovane uomo di 40 anni che racconta di sé e della sua malattia psichiatrica. Psicoradio lo ha intervistato e ne è uscito un incontro così intenso che abbiamo voluto dedicargli due puntate.
Nella prima abbiamo cominciato chiedendo ad Alcide di parlarci di sé e del perché ha sentito il bisogno di scrivere questo libro. “Sono uno scrittore che ha scritto cinque libri, l’ultimo però non è esattamente un romanzo perché, pur avendo elementi romanzeschi, è tutto vero ed è il racconto di una malattia psichiatrica non ben definibile, nel senso che non c’è una diagnosi certa. Si parla di spettro bipolare, bipolarismo…”
Da cosa è nato il libro? “Quando ho cominciato a stare così male, ma così tanto male da dover per forza di cose allontanare anche la mia passione per la scrittura e per la letteratura, perché c’era di mezzo la sopravvivenza… quando pensi di aver perso tutto, ti trovi con le spalle al muro e senti di essere nel pieno del fallimento come ero io, sono riuscito a trovare il coraggio e anche in un certo senso la spudoratezza di raccontare…”
Perché questo titolo, Lo sbilico? “La parola è nata in modo molto particolare, perché l’ha usata per un errore in palestra un mio amico macedone dicendomi guarda che sei in sbilico, per dirmi che ero un po’ storto. Io mi sono appuntato questa parola, e poi mesi e mesi dopo non si sa come è entrata nel libro con tutt’altra connotazione, cioè non più fisica ma psichiatrica”.
Ascoltate la prima puntata dell’intervista ad Alcide Pierantozzi, le riflessioni che ne nasceranno sono davvero tante. Il libro è edito da Einaudi.
Il Podere Sociale Canova è un progetto di inclusione di persone con fragilità psichiche e socio economiche che agevola il loro reinserimento grazie al lavoro agricolo, a contatto con la natura.
E’ un possedimento di circa sei ettari concesso dal Comune di Bologna, sui colli, all’interno del Parco di Forte Bandiera, a un gruppo di associazioni guidate da Il ventaglio di ORAV, Agriverde con il sostegno e la collaborazione di Avola e Auser. Il progetto è nato nel 2007. Il fondatore Alfonso Ciacco ed alcune persone che ci lavorano sono venuti in redazione a raccontarci in cosa consiste il progetto, le attività che svolgono e molto altro.
Alfonso Ciacco e i suoi collaboratori raccontano della loro esperienza nel podere, fatiche e soddisfazioni ancor più grandi, immergendosi nella natura. Ciacco collega il lavoro al Podere all’idea di Recovery, centrale nelle strategie del Dipartimento di Salute Mentale di Bologna: “La Recovery, secondo noi, semplificando, è recupero e quindi l’obiettivo principale che abbiamo è far star meglio le persone, attraverso la natura.” Diamo spazio, e voce nella nostra puntata, alle parole delle persone che lavorano nel Podere, cominciamo da Walter: “La più grande soddisfazione è vedere che ciò che produciamo, cresce”; ascoltiamo Pasquale: “Stare su nel verde, mi ha aiutato molto a rilassarmi, a liberare la mente” ; continuiamo con Corrado: “Quando mi alzo in città, mi sento molto ansioso, ma quando arrivo al podere, mi scarico”. Chiudiamo con Raphael, della cooperativa sociale Agriverde: “Il rapporto fra la natura e il benessere psicofisico è fondamentale, soprattutto per l’equilibrio che trasmette e la stimolazione di vari sensi”.
Il Triste Film Festival è stato rimandato a data da destinarsi! Appena avremo informazioni a riguardo, vi aggiorneremo.
Torna a Bologna con la sua quarta edizione, “Lacrime di Rabbia”, che si svolgerà dal 6 all’8 marzo a Porta Pratello, in via Pietralata 58. Un’occasione per “stare male insieme, nel nome di rabbia e rancore”, così gli organizzatori invitano il pubblico all’appuntamento. Nell’edizione del 2024, Psicoradio è stata ospite del festival, in particolare è stata coinvolta in una conversazione sulla rappresentazione della depressione e delle fragilità psichiche, che seguiva la proiezione del film di culto It’s Such A Beautiful Day, il capolavoro di animazione firmato da Don Hertzfeldt.