Autore: Psicoradio
La musica è la mia voce
Scritto da Psicoradio il . Pubblicato in Puntate.
Mirco Rabiti, a tre anni, rimane quasi strangolato dalla catena del suo cane. Per lo shock perde l’uso della parola, che inizia a recuperare soltanto alle elementari. “Il bambino è già tanto se si salva” era stato il commento dei medici. “Però se si salva, il bimbo rimarrà muto”. “So che per sei mesi non ho emesso una vocale, un suono. Sono arrivato alla prima elementare che forse parlavo appena appena” .
Gli resta, come lui stesso descrive, “una balbuzie veramente da avere le mani attaccate ai banchi”. Per un buon percorso riabilitativo i dottori suggeriscono ai genitori un ambiente familiare, il più possibile tranquillo, cosa che non avviene nel caso di Mirco: “Papà purtroppo io l’ho vissuto in negativo, ne avevo paura; è strano da dire: tu, figlio unico, hai paura di tuo padre, dovrebbe essere che non vedi l’ora di abbracciare tuo padre, ma io non mi ricordo di essere mai stato in braccio a lui”.
Inoltre il padre non sostiene la sua passione per la musica. “Io devo tutto a mia mamma, ma veramente tutto”. Per Mirco, infatti, la musica “è un regalo divino” e un “linguaggio universale” che gli permette di avere una socialità e di uscire dalla sua condizione di chiusura suonando con altre persone.
Comunque, in un primo momento riesce a fare della sua passione la sua professione: “Ho affrontato un po’ tutti i tipi di sale, dai dancing alle balere alle discoteche, anche i night”.
Ma anche quando sarà costretto a cercarsi lavoro in una officina meccanica non smetterà mai di suonare e studiare musica, tanto da completare il triennio in musica applicata al Conservatorio, mentre ora sta frequentando un biennio master class.
Nella nostra puntata potrete ascoltare due frammenti di brani da lui composti, il primo dedicato alla moglie Paola e il secondo all’artista Alessandro Bergonzoni.
Sono schizofrenica e amo la mia follia
Scritto da Psicoradio il . Pubblicato in Puntate.
Elena Cerkvenič è nata a Trieste da una famiglia di minoranza slovena. Laureata in Lingue e letterature straniere moderne con 110 e lode, insegnava tedesco nelle scuole. Poi, un giorno, una diagnosi è piombata nella sua vita come un fulmine a ciel sereno: schizofrenia. Da quel momento è iniziato il suo percorso all’interno dei servizi di salute mentale, che dimostra come la cura possa davvero restituire la vita a una persona. Tornata a Trieste, Elena intraprende un viaggio interiore, durante il quale impara a mettere la propria malattia “all’angolo” , ma anche ad accettarla e amarla come parte di sé. Oggi la storia di Elena è diventata un libro, Sono schizofrenica e amo la mia follia, che ha come sfondo la Trieste di Franco Basaglia.
Sono schizofrenica e amo la mia follia è un racconto sotto forma di diario, dove l’autrice spiega che essere felici è possibile anche se si convive con un disturbo mentale, e dimostra come sia possibile vivere questi disturbi e soprattutto affrontarli senza stigmi e pregiudizi. Ci ricorda che convivere con la malattia mentale non significa necessariamente “guarire”, ma può voler dire anche trovare una forma di pace all’interno di essa. Elena stessa dice: “Per quanto mi riguarda, so che si può convivere, con una certa dose di felicità, con la malattia”.
L’importanza di sentirsi accettata e amata è un elemento centrale del racconto di Elena, così come l’accoglienza da parte degli operatori dei Servizi di salute mentale, in una Trieste in cui sono sempre aperti. “Vorrei che tutti sapessero dell’importanza vitale che il sistema pubblico della salute mentale di comunità ha per chi soffre di un grave disturbo mentale. E se ho avuto gli strumenti per rinascere dalle macerie in cui ero precipitata e imparare a vivere pienamente le mie giornate, lo devo ai servizi di salute mentale di Trieste”. Infine, Elena immagina di incontrare Basaglia, che ha reso possibile la sua cura e il suo inserimento nella società attraverso i suoi insegnamenti, e di esprimergli la sua gratitudine. “Così, Franco Basaglia è venuto da me. L’ho visto e mi sono vista. Io seduta sul mio letto del reparto, vestita con dei jeans e una t-shirt blu. Avevo dei bellissimi capelli biondi. Franco Basaglia mi saluta e mi sorride”.
La magia dello sport
Scritto da Psicoradio il . Pubblicato in Puntate.
Siamo lieti di proporvi questa replica per farci svagare insieme a voi in questa calda estate. Oltre al documentario che vi abbiamo presentato, i nostri redattori Pedro, Daniele e Alessandro hanno voluto raccontare la loro esperienza nello sport; infatti oggi ci rendiamo conto di quanto sia importante per l’integrazione sociale, i sani valori, i benefici e la crescita personale.
A seguire, lo psichiatra Santo Rullo racconta il suo progetto “Matti per il calcio”, nato anche dalla sua passione per lo sport.
Lo psichiatra è anche il fondatore della squadra italiana che ha partecipato al Mondiale di calcio della salute mentale del 2016 in Giappone, protagonista di “Crazy for football”, documentario di Volfango De Biasi che nel 2017 ha vinto il David di Donatello in questa categoria.
Rullo racconta com’è nata quest’avventura; Matti per il calcio e il documentario che è seguito sono un mezzo per raccontare come lo sport può aiutare tutti nell’accettazione, nella consapevolezza, nella riabilitazione, nel minor impiego di farmaci, e nel combattere lo stigma.
Una dolce opportunità di lavoro
Scritto da Psicoradio il . Pubblicato in Puntate.
A chi non piace un buon dolce? La sbrisolona, per esempio, tipico dolce mantovano, è facile da fare e molto buona. La ricetta? La chiediamo alla dottoressa Laura Delfino, psicologa e amministratrice delegata di SbrisolAut: “Farina bianca, farina gialla, uova, burro in abbondanza, zucchero e mandorle, e volendo, cioccolato per variarla“.
SbrisolAut è un’impresa profit mantovana, che produce questo dolce con la collaborazione di persone che hanno un disturbo dello spettro autistico.
L’idea è nata proprio da Laura Delfino, che si è resa conto che i ragazzi che seguiva presto avrebbero finito il percorso scolastico senza avere un vero futuro, un vero lavoro. Così ha pensato alla creazione di un’alternativa.
La mission di SbrisolAut è quella di creare opportunità lavorative nel settore della produzione alimentare per adulti nello spettro autistico in un ambiente di lavoro inclusivo, strutturato appositamente sulla base del loro funzionamento e delle loro competenze.
La continuità del lavoro è uno dei punti cardine del progetto. Il secondo punto cardine è che SbrisolAut diventi un modello replicabile in altri territori, che possano sostenere l’occupazione lavorativa di persone con questo funzionamento specifico e che diano valore ai prodotti tipici locali.
Ad offrire uno spazio per utilizzare il forno e dare il via alla produzione di sbrisolone è stata l’associazione Libra Onlus “Sapori di libertà” dove lavorano ex detenuti della casa circondariale di Mantova.
Da questa collaborazione è nata SbrisolAut, in cui lavora Alessio, che abbiamo intervistato:
“Ho quasi 22 anni. Nel mio tempo libero mi piace cucinare e documentarmi sulle ricette anche un po’ difficili per sperimentare, mi piace guardare il calcio e giocare con gli amici ma stare anche da solo”.
La parte del lavoro che Alessio ama di più “è stare con gli amici e avere le mani in pasta”, per lui il lavoro significa “inclusione, divertimento, passione e umiltà, sono i punti che non vengono quasi più presi in considerazione nella vita lavorativa”.
SbrisolAut, il 1 giugno 2025, ha aperto anche un bar, “SbrisolAut tutti per tutti”, a Cerese in via Cisa (Mantova).
Se volete assaggiare i prodotti di SbrisolAut potete ordinarli su sbrisolaut.it.
Buon appetito e alla prossima puntata!
Foto dal sito di SbrisolAut.
Poesie palestinesi contro la guerra: Heba Abu Nada
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Heba Abu Nada era una biochimica ma anche una poetessa, nata nel 1991 alla Mecca, in Arabia Saudita, da una famiglia di rifugiati. È cresciuta a Gaza e ha studiato all’Università Islamica di Gaza, dove ha conseguito una laurea in biochimica, e in seguito un master in nutrizione presso l’Università al-Azhar.
Nel 2017 si è classificata al secondo posto nello Sharjah Award for Arab Creativity con il romanzo Oxygen is not for the dead (L’ossigeno non è per i morti).
Durante l’assedio di ottobre 2023 ha pubblicato alcune memorie e poesie. È morta il 20 ottobre del 2023 a Khan Yunis, uccisa da un bombardamento israeliano.
Le due poesie che seguono si intitolano Non c’è tempo e Foto di famiglia.
Poesie palestinesi contro la guerra: Hend Jouda
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Hend Jouda è nata a Gaza nel 1983, nel campo profughi di Al-Bureij. È una poeta nota, ha scritto di identità, di amore, ma soprattutto di politica.
La sua è una poesia che dice ad alta voce ciò che a volte sentiamo, quasi con vergogna, quando pensiamo all’orrore della vita delle persone a Gaza, mentre noi godiamo un’immeritata condizione di pace, di sicurezza, di benessere. Un sentimento di vergogna che spesso cerchiamo di allontanare, sgomenti di fronte alla nostra impotenza. In un’intervista a Vanity Fair di poco tempo fa, Hend Jouda racconta che scrivere in tempo di guerra è un tentativo di sfuggire alle profonde fratture dell’anima, ed è forse un’ancora di salvezza per non soffocare in mezzo alla crudeltà che ferisce tutto ciò che è umano e fragile, a partire dalla perdita di vite e dalla perdita dei diritti.
La poesia viene di nuovo usata come resistenza in un mondo che diventa sempre più brutale, come un atto di coraggio in un contesto che fa sempre più paura e sta perdendo ogni traccia di bellezza e di umanità.
La poesia che ascolterete si intitola Cosa significa essere poeta in tempo di guerra?
Cosa significa essere poeta in tempo di guerra?
Significa chiedere scusa,
chiedere continuamente scusa, agli alberi bruciati,
agli uccelli senza nidi, alle case schiacciate,
alle lunghe crepe sul fianco delle strade,
ai bambini pallidi, prima e dopo la morte
e al volto di ogni madre triste,
o uccisa!
Cosa significa essere al sicuro in tempo di guerra?
Significa vergognarsi,
del tuo sorriso,
del tuo calore,
dei tuoi vestiti puliti,
delle tue ore di noia,
del tuo sbadiglio
della tua tazza di caffè,
del tuo sonno tranquillo,
dei tuoi cari ancora vivi,
della tua sazietà,
dell’acqua disponibile,
dell’acqua pulita,
della possibilità di fare una doccia,
e del caso che ti ha lasciato ancora in vita!
Mio Dio,
non voglio essere poeta in tempo di guerra.
Anche questa poesia è una testimonianza di vita, un atto di amore verso una terra che non smette di sognare la libertà.
È stata inclusa in un gruppo di 32 poesie, all’interno di un libro che si intitola “Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza”. Il libro è anche un’iniziativa di solidarietà verso la popolazione palestinese, perché per ogni copia venduta l’editore, Fazi Editore, donerà 5 euro a Emergency per le sue attività di assistenza sanitaria nella striscia di Gaza.
Poesie palestinesi contro la guerra: Mahmoud Darwish
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Mahmoud Darwish, scrittore e giornalista, è considerato uno dei grandi poeti del mondo arabo. È nato nel 1941 nel villaggio palestinese di Al-Birwa, ma pochi anni dopo, nel 1948, la sua famiglia è costretta ad andarsene, quando il paese in cui vivono viene raso al suolo, durante l’Akba. La traduzione della parola Akba è catastrofe.
Oggi è la parola con cui la storiografia araba contemporanea definisce l’esodo forzato di circa 700.000 arabi palestinesi, costretti con la violenza a lasciare i territori che Israele ha occupato. Poi la maggior parte dei paesi è stata distrutta, completamente cancellata. I restanti villaggi e città sono stati ripopolati da israeliani che hanno sostituito il nome arabo dei paesi con nomi ebraici. In seguito, Israele non ha rispettato il diritto dei palestinesi di rientrare, diritto che è stato sancito dalla risoluzione 194 delle Nazioni Unite.
Il poeta è nato in questo contesto, costretto a perdere tutto ciò che conosceva e a cambiare paese a sette anni, illegale nella sua terra di nascita. Quando lavorava come giornalista è stato detenuto nelle carceri israeliane e costretto agli arresti domiciliari a causa dei suoi scritti e della sua attività politica. Tra le altre cose, aveva redatto il testo della dichiarazione di indipendenza dello Stato palestinese, riconosciuta da alcuni stati nel 1988, ed è stato anche iscritto al Partito Comunista, come dirà nella sua poesia.
Nel 1970 ha iniziato a studiare a Mosca, da lì si trasferisce al Cairo, poi a Beirut. Ha fondato il giornale dell‘Associazione scrittori e giornalisti palestinesi ed è stato membro della commissione esecutiva dell’OLP, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Ha scritto oltre 20 libri, pochi dei quali tradotti in italiano.
Però Mahmoud Darwish oggi è soprattutto uno dei poeti palestinesi più importanti, una voce autorevole nella lotta per l’indipendenza. Per più di 40 anni i suoi versi hanno raccontato la tragica esperienza della Palestina. È morto a 67 anni, lontano dalla sua terra, in Texas, per una complicazione durante un intervento al cuore.
La poesia che ascolterete, Carta d’identità, è una delle prime che ha scritto.
Prendi nota
sono arabo
carta di identità numero 50.000
bambini otto
un altro nascerà l’estate prossima.
Ti secca?
Prendi nota
sono arabo
taglio pietre alla cava
spacco pietre per i miei figli
per il pane, i vestiti, i libri
solo per loro
non verrò mai a mendicare alla tua porta.
Ti secca?
Prendi nota
sono arabo
mi chiamo arabo non ho altro nome
sto fermo dove ogni altra cosa
trema di rabbia
ho messo radici qui
prima ancora degli ulivi e dei cedri
discendo da quelli che spingevano l’aratro
mio padre era povero contadino
senza terra né titoli
la mia casa una capanna di sterco.
Ti fa invidia?
Prendi nota
sono arabo
capelli neri
occhi scuri
segni particolari
fame atavica
il mio cibo
olio e origano
quando c’è
ma ho imparato a cucinarmi
anche i serpenti del deserto
il mio indirizzo
un villaggio non segnato sulla mappa
con strade senza nome, senza luce
ma gli uomini della cava amano il comunismo.
Prendi nota
sono arabo e comunista
Ti dà fastidio?
Hai rubato le mie vigne
e la terra che avevo da dissodare
non hai lasciato nulla per i miei figli
soltanto i sassi
e ho sentito che il tuo governo
esproprierà anche i sassi
ebbene allora prendi nota che prima di tutto
non odio nessuno e neppure rubo
ma quando mi affamano
mangio la carne del mio oppressore
attento alla mia fame,
attento alla mia rabbia.
Persone e metodi che hanno sconfitto l’alcol
Scritto da Psicoradio il . Pubblicato in Puntate.
Tanti alcolismi quanti alcolisti
“Parliamo di alcol per parlare di altro, parliamo di altro per parlare di alcol” è una citazione dello psichiatra Vladimir Hudolin, che ha creato i CAT, Club Alcologici Territoriali. Questi club sono luoghi piccoli e protetti, dove si incontrano persone che condividono una problematica con l’alcol. Psicoradio intervista Patrizia Guccini, responsabile del CAT di Bologna, che ci racconta come funzionano i gruppi e quali sono gli aspetti positivi della condivisione delle esperienze.
Solitamente, le persone che iniziano un percorso con il CAT arrivano già con gravi dipendenze e percorsi riabilitativi alle spalle. Qui prendono coscienza del legame che hanno con la sostanza e cercano, attraverso le relazioni, di spezzarlo, avendo come scopo la piena sobrietà. Gli operatori del CAT si chiamano “servitori insegnanti” perché si prendono cura dei partecipanti attraverso l’ascolto e sono pronti a intervenire anche in prima persona nelle discussioni.
La storia di Enzo
Enzo, nome di fantasia, racconta ai microfoni di Psicoradio che le riunioni del SERT (i servizi per le tossicodipendenze, parte del Servizio Sanitario Nazionale) e il confronto con altre persone con il suo stesso problema sono stati il primo passo per non dipendere più da alcool e cocaina.
Ci ha spiegato che è grazie al suo “angelo custode”, una dottoressa del SERT, che ha smesso di bere, ed è stata lei a salvarlo dalle situazioni più difficili, quando le riunioni non bastavano.
Enzo ha iniziato presto la sua dipendenza dalle sostanze: l’eroina era molto in voga negli anni della sua giovinezza, ma ha smesso quasi subito. In seguito comincia a lavorare come facchino, un mondo duro, “dove assumere alcool e cocaina era la norma per arrivare alla fine di una lunga giornata di lavoro”.
Tutte le sue giornate erano scandite dall’alcool e dalla droga: nonostante questo è sempre riuscito a nascondere tutto alla famiglia perché negare è, ci ha spiegato, una strategia di tutti gli alcolisti. Tuttavia si arriva, ad un certo punto, all’inevitabile rottura: le continue bugie portano la famiglia al collasso.
Tornare a respirare
Questa puntata inizia con una poesia di Fadwa Tuqan, poeta e scrittrice, una delle voci più note della poesia palestinese, che trasforma la sua poesia in un atto di resistenza. Durante i mesi di giugno e luglio ogni puntata di Psicoradio è stata introdotta da testi di poeti palestinesi.
A seguire, Psicoradio riprende il suo speciale dedicato alle storie di persone che hanno vinto la dipendenza da alcol, raccogliendo la storia di una donna che dopo anni è riuscita a liberarsene. L’alcol è stato sempre presente nella sua vita; però a un certo punto il consumo aumenta in modo esagerato, tanto da far preoccupare la famiglia e passare molte notti al pronto soccorso.
Quando viene poi ricoverata in un reparto di psichiatria, si rifiuta di andare al SERT, perché: “non sono una drogata”, afferma con determinazione.
Sul lavoro, la sua situazione è sempre stata complicata. Dopo un lungo e pesante mobbing, tocca il fondo. Questo la fa sprofondare nella depressione provocando una ricaduta nella dipendenza, dopo che per nove mesi era riuscita a non bere.
E’ allora che il suo psichiatra le consiglia di andare alle riunioni del CAT. Le prime riunioni sono difficili: “Il primo mese è stata molto dura, perché si sente la mancanza fisica della sostanza. Poi si respira e allora sembra di essere in un altro mondo”.
Poesie palestinesi contro la guerra: Fadwa Tuqan
Scritto da Psicoradio il . Pubblicato in Notizie.
Psicoradio riprende una sua vecchia consuetudine, quella di leggere, all’inizio di ogni puntata, una poesia e presentare la poetessa o il poeta che l’ha scritta. In questo caso si tratterà di poesie scritte da donne e uomini palestinesi. La poesia è sempre stata molto importante nella cultura araba ed è diventata, in questo caso, un atto di resistenza, perchè ha il potere di farci sentire e quasi vivere le emozioni di chi l’ha scritta, di farci vedere il mondo con i suoi occhi e di provare i sentimenti che cerca di trasmetterci.
La poesia che apre questo piccolo elenco è dell’autrice Fadwa Tuqan, nata a Nablus, poeta e scrittrice, una delle voci più note della poesia palestinese. I suoi scritti parlano della lotta del suo popolo, dell’orrore della guerra, ma anche delle condizioni delle donne e dell’amore. Fadwa Tuqan ha viaggiato in Europa e in Medio Oriente, e ha studiato alla Oxford University.
Quando, nel 1967, la sua città natale è stata occupata dagli israeliani, le sue poesie sono cambiate. Hanno iniziato a raccontare soprattutto di questa occupazione, rafforzando l’impegno politico e civile della poeta. Fadwa ha continuato a scrivere, per tenere viva questa resistenza contro l’occupazione, fino alla sua morte a Nablus nel dicembre del 2003.
La poesia che vi leggiamo si intitola Mi basta.
Mi basta morire sulla mia terra
essere sepolta in essa
sciogliermi e svanire nel suo suolo
e poi germogliare come un fiore
colto con tenerezza da un bimbo del mio paese.
Mi basta rimanere
nell’abbraccio del mio paese
per stargli vicino, stretta, come una manciata
di polvere
ramoscello di prato
un fiore.
Una storia d’amore: quando la condivisione dimezza le difficoltà
Scritto da Psicoradio il . Pubblicato in Puntate.
Continuiamo a raccontare una storia che è iniziata molti anni fa, la storia di Fabio e Cristina. Hanno frequentato entrambi i servizi di salute mentale di Bologna e probabilmente si sono conosciuti proprio lì. Fabio è stato il fondatore e direttore della rivista Il Faro, e ha incontrato Cristina per la prima volta nel 2002.
Le musiche che ascolterete nella puntata sono state scelte da loro, i protagonisti di questa intervista.
Cristina: “Noi ci siamo incontrati per la prima volta nel 2002. Siamo stati molto fidanzati, poi ci siamo lasciati e dopo un po’ ci siamo rimessi insieme per due anni, e dopo due anni mi ha proposto di diventare sua moglie. Gli ho detto subito di sì.”
Secondo Fabio, ciò che li tiene uniti è: “Sicuramente lei, perché è un’incredibile incassatrice di colpi; diciamo che la sua pazienza è fondamentale. La malattia mentale, delle volte, ti porta a vedere la realtà in modo non esatto. Io credo che ci vuole qualcuno che faccia un po’ da parafulmine, e Cristina in questo è fondamentale.”

Il loro matrimonio, inizialmente, ha creato perplessità nelle loro famiglie. Dice Cristina:
“Non mi reputavano in grado di mantenere un matrimonio, di pulire la casa… E invece, insomma, non è vero. Per esempio, io sono molto disordinata. Però non può essere un criterio per cui due persone non possono stare insieme.”
“Io credo che se non ci fosse stata Cristina, gran parte della mia recovery non sarebbe mai potuta nascere.” aggiunge Fabio.
Cristina è uditrice di voci. “Se non ci fosse stato Fabio non avrei fatto niente; avrei solo ascoltato le voci. Diciamo che le voci avevano anche un po’ ragione, prima di stare con Fabio. Adesso sono io che me ne frego di più di quello che dicono. Io le sento però, cioè, potete parlare finché vi pare.”
L’intervista continua con una domanda alla coppia: che cosa direste a qualcuno che, avendo un disturbo psichico, pensa di non poter vivere una vita come tutti?
“Di provarci. Sì, di avere fiducia. Non solo rispetto ai disturbi psichici, o ai disturbi di altro genere. Chiunque dovrebbe cercare di capire cosa desidera fare, chi desidera essere, e provare a farlo.“ rispondono i due.
La puntata si conclude con una citazione dello psichiatra Sergio Piro, quando scriveva che la solitudine aumenta a dismisura la sofferenza psichica, mentre avere qualcuno vicino, qualcuno con cui si può scambiare davvero qualcosa, la diminuisce.
La terapia dell’animazione
Scritto da Psicoradio il . Pubblicato in Puntate.
Sapevate che gli anime giapponesi possono aiutare ad uscire da un forte stato d’isolamento? Vi riproponiamo questa puntata in cui parliamo del fenomeno degli Hikikomori, ovvero persone che per più di 6 mesi non hanno nessun tipo di relazione sociale fuori casa, nessun lavoro, nessuna amicizia e nessun desiderio di avere queste relazioni, oltre a quelle online. Questo ci spiega il dottor Francesco Pantò, nato e cresciuto in Sicilia, oggi medico psichiatra, specializzato nel fenomeno degli Hikikomori in Giappone, dove lavora. La sua passione per l’Oriente è nata in giovane età, a 10 anni, dopo aver visto un documentario. A 25 anni, avendo vinto una borsa di studio, si trasferisce in Giappone.
Ai nostri microfoni il dott. Pantò ci spiega che quello degli hikikomori è un fenomeno che comincia nell’adolescenza, spesso a scuola, a causa del bullismo e che la cultura giapponese richiede di essere performanti, belli e avere tanti amici. Per queste ragioni si può restare “schiacciati” da altre “scadenze” sociali: a 18 anni bisogna entrare in un’ottima Università, a 24 essere laureati e a 28 sposarsi.
Il dott. Pantò ha ideato la Terapia dell’animazione come mezzo per ovviare alle relazioni sociali che mancano, sfatando il mito che i videogiochi siano solo negativi. Continua dicendoci: “Invece di combattere la tecnologia, portiamola a nostro vantaggio, spingendoci a fare cose che non sappiamo fare”. Ci spiega che ad esempio con il videogioco “Pokemon Go”, gli hikikomori sono portati, per andare avanti col gioco, ad uscire fuori casa.
Nella puntata parliamo anche dei manicomi in Giappone, del problema degli hikikomori cinquantenni, di un’evoluzione della terapia dell’animazione, di un manga scritto dallo stesso dottor Francesco Pantò e diamo i dati sugli Hikikomori in Giappone e in Italia.