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Autore: Psicoradio

Psicoradio è diventata un fumetto

Psicoradio è anche una storia a fumetti! Sul numero 3 della Revue Desinée Italia del 2023 c’è una storia intitolata ”Onde Lunghe” dedicata a Psicoradio. Gli autori sono lo sceneggiatore Paolo Ferrara e il disegnatore Mattia Moro.

Vi riproponiamo l’intervista ai due autori a cui abbiamo chiesto qual è stata la cosa più difficile nel trasformare l’idea di Psicoradio in un fumetto. Paolo Ferrara ha spiegato che “sicuramente è stato scegliere quali tipi di immagini e abbinamenti volevamo fare” e cioè come far funzionare insieme disegni e parole cercando di essere rispettosi e sintetici, considerando anche che avevano molto sceneggiatura e poche pagine. “Il lavoro più difficile è stato sicuramente quella della sintesi e scrematura della sceneggiatura anche perché Psicoradio è un progetto complesso lungo e pieno di angoli e di modi di vedere le cose” ha raccontato Mattia Moro. “Da un punto di vista grafico abbiamo cercato di lavorare con delle metafore zoomorfe per arrivare dove la parola non riesce ad arrivare o ad avere più mordente.” E così, ad esempio, per l’ insetto stecco che raffigura i disturbi alimentari, il camaleonte il disturbo bipolare e così via.

La puntata comincia con i versi tratti da “Il diritto di gridare” dell’afghana Nadia Herawi Anjuman, morta massacrata di botte dal marito nel 2005: aveva appena 24 anni e da 6 mesi era diventata madre di una bambina.

Recovery Young 2: “Poi il mondo mi è sembrato più aperto”

“Quando sono stata male ho sempre trovato una grande rete di supporto che mi ha accolta e nei momenti di debolezza mi ha tenuta vicina. Il percorso di Recovery Young mi ha dato questo, la sensazione di non essere abbandonata, di riuscire ad essere utile per qualcuno, per qualcuno che si approccia per la prima volta a questo percorso di consapevolezza e di benessere”.

Alice racconta a Psicoradio la sua esperienza all’interno del percorso Recovery Young, un progetto dedicato a giovani tra i 16 e i 23 anni, con o senza sofferenze psichiche  Si sta preparando, con Gioia, a diventare facilitatrice per un prossimo ciclo.

Recovery Young è un momento di libero scambio tra i partecipanti: i giovani, insieme ad alcune educatrici e psichiatre. È un percorso di autocomprensione del proprio stato di salute e di benessere, che si svolge a Casalecchio di Reno (BO) ed è curato dall’Ausl di Bologna.

Ne abbiamo già parlato nella puntata 949, conclusa con le riflessioni di Gioia che ci ha raccontato la sua sensazione di leggerezza anche solo comparando le esperienze delle persone che animavano il gruppo.

Per Annarita Fiorentini, educatrice del CSM di Zola Predosa, è stato interessante avere “la possibilità di esprimere anche pensieri critici, abbiamo riflettuto per esempio sulla definizione di salute mentale che dà OMS, ed è stato un bel risultato. Un’altra cosa che mi ha aperto gli occhi è stata l’attenzione, la delicatezza dei partecipanti nell’esprimere, oltre a pensieri di speranza, le proprie difficoltà. Ma sempre con una grande attenzione nel non turbare gli altri.”

Le nostre giovani ospiti ci parlano delle discriminazioni che hanno subito. Gioia usa la parola “stigmatizzazione” e spiega: “Sono stata esclusa da una cerchia di amici quando hanno visto che non rientravo nel target della persona che va a ballare il sabato sera, ma invece ha bisogno di stare a letto anche due o tre giorni di fila”.

Abbiamo anche affrontato il tema del rapporto con la famiglia. Per Gioia è stato un percorso turbolento “perché i miei genitori si sono subito dati la colpa di ciò che non avevano visto, quindi delle mie fragilità, della mia depressione e di tutto il resto…”. Poi è cominciato un lavoro con gli psicologi che continua tutt’ora,  e “adesso la famiglia è la mia prima sostenitrice, adesso in famiglia posso parlare liberamente di tutto.”

A proposito di genitori, la dottoressa Arianna Castellani, psichiatra del Centro di salute Mentale di Casalecchio, ci ha spiegato che ogni giovane partecipante può decidere se invitare al gruppo i genitori o un adulto di riferimento.

In chiusura dell’intervista abbiamo chiesto a Alice se è cambiato il suo modo di vedere il mondo esterno dopo il percorso di Recovery: “Il mondo mi è sembrato più accogliente, più aperto nei miei confronti, perchè  il Recovery Young è uno spazio di ascolto e di comprensione”.

Recovery Young si tiene presso il centro polivalente Recovery Margotti in via Margotti 12 a Casalecchio di Reno in provincia di Bologna. Il corso è gratuito e aperto a tutti e tutte.

Per info: agnese.drusiani@ausl.bologna.it

Recovery Young: una luce in fondo al tunnel

Alice e Gioia hanno 21 e 23 anni. Le due ragazze, che vivono una sofferenza psichica, hanno partecipato recentemente al percorso Recovery Young, organizzato a Casalecchio di Reno dall’AUSL di Bologna. Il risultato di questi incontri è stato per loro cosi importante e bello, che ora si stanno formando per diventare facilitatrici dei prossimi percorsi; e per raccontarci meglio questa loro  nuova esperienza  sono venute a trovarci in redazione, insieme alle altre protagoniste del gruppo: Francesca Scali, educatrice della cooperativa Il Martin Pescatore, Arianna Castellani, psichiatra del Centro di Salute Mentale di Casalecchio e Annarita Fiorentini, educatrice del Centro di Salute Mentale di Zola Predosa. Ne è  nato un dialogo  davvero interessante e intenso.
Chiediamo ad Alice e Gioia di aiutarci a comprendere meglio il significato di questo termine, Recovery,  un po’ misterioso ma così importante nel lavoro del Dipartimento di Salute Mentale di Bologna. “Non bisogna pensare al Recovery College come un’aula in cui c’è una professoressa che ti fa la lezione e noi lì che ascoltiamo e prendiamo appunti. È più un libero scambio tra partecipanti”. “Io direi che non è un percorso di guarigione, è un percorso di autocomprensione del proprio stato di salute, del proprio stato di benessere. E questa ricerca di comprensione continua anche quando non sono fisicamente dentro l’aula della Recovery”.

Per Gioia  il percorso è stato un po’ una luce in fondo a un tunnel: “quando me l’hanno proposto ero in uno stato emotivo molto basso. Appena ho messo il piede lì dentro e ho sentito questi altri compagni della mia stessa età, mi sono sentita proprio meno sola. Sì, per me è stato proprio una luce in fondo a un tunnel quasi infinito”.

“Sono arrivata molto titubante e anche molto stanca – racconta ancora Gioia – perché avevo provato di tutto e in realtà non ci credevo tanto  in questa cosa (…). Più andava avanti la giornata, più capivo che, anche se non era per tutti un percorso di dolore e di disperazione uguale a quello che l’altro aveva  provato,  comunque poteva capirti molto di più di un parente, un adulto, uno psicologo eccetera. E quindi sono uscita dal primo incontro completamente leggera”. “Credo che mi sia portata a casa la sensazione di riuscire a dare, oltre che ricevere”.

L’idea di  un percorso “Recovery Young” riservato ai giovani è nata dal suggerimento di una ragazza che aveva partecipato a un ciclo “classico” di Recovery, perché tra adulti e ragazzi le  esperienze e le visioni della vita sono differenti, e, come dice Alice, c’è  bisogno di creare spazi dove ognuno si senta libera di esprimere sé stessa. “Inoltre, non si sente tanto la differenza  tra gli operatori e gli utenti”.

La forza e la bellezza di questo gruppo è nel fatto che ognuno mette il proprio pezzettino per arricchire tutti gli altri – spiega l’ educatrice Francesca Scali. L’obiettvo è  il benessere psicologico, fisico e sociale dei partecipanti e si cerca di capire insieme il significato che questi termini hanno per ognuno. Quindi senza ruoli, per quello che ciascvuno è.  E per quello che si sente di portare in quel momento”.
Annarita Fiorentini, educatrice del centro di salute mentale di Zola Predosa ci spiega la specificità del percorso con i giovani: “Soprattutto nella Recovery Giovani è centrale l’elemento della co-costruzione, quindi per esempio la proposta di partecipare a questa giornata a Psicoradio è stata discussa insieme”.

Nei corsi parliamo di cambiamento,  di tutti quei fattori che ci possono aiutare a vivere bene la nostra vita – sottolinea la psichiatra  Arianna Castellani –  prenderci cura del nostro aspetto fisico,  essere sempre curiosi,  essere gentili e generosi verso l’altro,  curare le relazioni, tutti quegli aspetti della vita che possono dare benessere”.

Per chi volesse saperne di più, Recovery Young si tiene presso il centro polivalente Recovery Margotti in via Margotti 12 a Casalecchio di Reno in provincia di Bologna. Il corso è gratuito e aperto a tutti e tutte.

Iinfo: agnese.drusiani@ausl.bologna.it

Un altro modo di sentire il mondo

C’è un sollievo che arriva tardi, ma quando arriva può illuminare tutto. Ricevere una diagnosi di autismo in età adulta può essere uno shock ma per molti può invece rappresentare un sollievo, una liberazione. “Il mio non è lo stesso disturbo, ma so che dare un nome a qualcosa con cui convivi da sempre senza comprenderlo può fare la differenza” spiega Serena, una nostra psicoredattrice. In questa puntata approfondiamo il complesso mondo dello spettro autistico, esplorando non solo il disturbo, ma anche le sue connessioni con il genere e la neurodivergenza. Lo facciamo insieme alla psichiatra Rita di Sarro, direttrice del programma integrato disabilità e salute del Dipartimento di salute mentale di Bologna. Prima però vogliamo chiarire velocemente il concetto di neurodivergenza: si tratta di una differenza nel funzionamento neurologico rispetto a ciò che è considerato tipico o normale.

Ma che cos’è davvero l’autismo?
Non esiste una sola forma di autismo, ma tante sfumature, tante caratteristiche che si manifestano in modo diverso in ogni individuo. Molti fanno confusione tra autismo e altre condizioni: è importante distinguere i sintomi nucleari – come il deficit dell’interazione sociale e della comunicazione sociale – da altri elementi che non fanno parte dell’autismo come i disturbi del linguaggio o cognitivi. “Le diverse forme di autismo vengono classificate su una scala che va dal livello uno fino ai livelli più gravi, quindi avremo persone con situazioni cognitive perfette, che possono eccellere in alcuni campi, come ad esempio i geni della musica e della matematica, fino ai livelli più gravi in cui possono manifestarsi difficoltà cognitive e comportamentali” osserva la dottoressa.
L’autismo è un diverso modo di funzionare, un’intelligenza che segue traiettorie alternative, a volte anche straordinarie, perché è un universo variegato dove il confine tra difficoltà e talento può farsi sottile: la psichiatra ha citato come esempio le straordinarie abilità di Newton e Einstein.

E il contesto? Conta eccome. Può essere uno sgambetto, o una rete di sostegno, può amplificare le difficoltà o offrire strumenti per affrontarle. “L’autismo ha un’impronta genetica altissima, quindi il contesto è rilevante quando c’è un intervento dei fattori ambientali, da quello che mangiamo, alle nostre relazioni e così via. Se si nasce autistici -chiarisce Di Sarro- non si guarisce, però si può migliorare la qualità della vita attraverso interventi mirati, come il trattamento cognitivo comportamentale. Insomma, l’ambiente può adattarsi alle esigenze del paziente e viceversa”.
Secondo la psichiatra nell’autismo la violenza non è mai un destino scritto, ma una risposta che può essere compresa e trasformata: “L’autismo di per sé non produce aspetti comportamentali violenti, però pensate a un bambino con un disturbo cognitivo del linguaggio che non capisce cosa succede nell’ambiente e non può comunicare i sui bisogni. In questo caso impara a ottenere con la violenza le cose che desidera, è un comportamento disfunzionale ma con il giusto trattamento si cerca di sostituire questo comportamento con l’educazione”.

Infine uno sguardo sulle donne: più intelligenti, più inclini a mascherarsi, a conformarsi, a non mostrare chi sono. “Le donne –spiega la dottoressa- hanno sempre avuto meno diagnosi rispetto agli uomini perché erano più brave a non far vedere chi erano! ”. Per secoli è stato così e molte ancora oggi arrivano alla diagnosi in età adulta dopo anni di fatica invisibile. Forse qualcosa però sta cambiando, a partire da una maggiore consapevolezza. Rita di Sarro ci guida in questa riflessione parlando di trattamento, supporto e soprattutto della necessità di comprendere senza stigmatizzare, perché una diagnosi non è una condanna: può essere il primo passo per capire e per essere capiti.

Un motore sempre acceso: vivere con l’ADHD

Ci sono persone per cui il tempo non è lineare, il corpo è sempre in movimento, gli oggetti svaniscono nel disordine e la mente è un motore che non si spegne. E’ il mondo di chi convive con l’ADHD (Attention Deficit Hyperactivity Disorder), il disturbo da deficit di attenzione e iperattività che può manifestarsi negli adulti e nei bambini. Si tratta di un universo fatto di bambini che saltano sui banchi e sfogliano quaderni pieni di disegni e orecchie, di creatività e caos, di adulti in conflitto con la capacità di organizzarsi, che si sentono intrappolati in un tempo sospeso, che sfugge e si contrae.

A spiegarci l’evoluzione di questo disturbo è la psichiatra Rita di Sarro, direttrice del programma integrato Disabilità e Salute del Dipartimento di Salute Mentale di Bologna. In questa puntata scopriremo i criteri con cui viene fatta una diagnosi, il modo in cui l’ADHD si manifesta nelle diverse fasi della vita, e molto altro, per esempio come si chiarisce una questione molto importante: come distinguere un semplice tratto del carattere da un vero e proprio disturbo che interferisce con la quotidianità. “Il Dsm-5 (Manuale Diagnostico Statistico dei Disturbi Mentali) definisce un comportamento come disturbo solo se interferisce con la vita della persona – spiega Di Sarro -. Se non crea difficoltà scolastiche, lavorative o sociali, allora non è considerato una patologia”.

C’è addirittura chi riesce a trasformare il suo eccesso di energia in una risorsa: “Non è un caso che tanti campioni dello sport abbiano l’ADHD – osserva Di Sarro – perché il movimento è per loro il mondo ideale, il loro vero linguaggio”. I segnali dell’ADHD sono diversi nei bambini e negli adulti. La dottoressa illustra i criteri diagnostici, distinguendo tra iperattività e difficoltà di attenzione: “Nei bambini vediamo soprattutto un’incapacità a stare fermi e a concentrarsi. Negli adulti invece il caos si manifesta a casa o al lavoro, con un disordine eccessivo. E’ scoppiata una bomba, dicono alcuni pazienti”. L’ADHD incide anche sulla capacità di pianificare e gestire il tempo. Secondo la psichiatra “Molti vivono come Alice nel paese delle meraviglie e si riducono a fare tutto all’ultimo minuto, perché il tempo è per loro un concetto estremamente variabile”. E tra dimenticanze e ritardi, questo aspetto ovviamente si riflette anche nelle relazioni sociali ed affettive. La cura varia a seconda dell’età: se si tratta di bambini si lavora soprattutto con i genitori e gli insegnanti, mentre per gli adulti si utilizzano principalmente il supporto psicologico e i farmaci.

Il racconto della dottoressa Di Sarro continua, facendo luce su un disturbo spesso frainteso, anche perché dietro ad ogni diagnosi non c’è solo una definizione clinica, ma una persona con il suo modo unico di esistere.

TSO per nulla minacciosi e canzoni per se’

In questa puntata, i microfoni di Psicoradio ospitano Giovanni Romagnani, una persona molto nota all’interno del Dipartimento di Salute Mentale di Bologna, non solo come frequentatore ma anche per i suoi percorsi, come quello di Esperto del Supporto tra Pari (ESP). L’ESP è una figura che aiuta gli altri utenti utilizzando le proprie esperienze: ha attraversato lui stesso la sofferenza psichica, e a seguito di un percorso di recupero e di un corso di formazione, può affiancare i servizi di Salute mentale e collaborare nei percorsi di cura e recupero dalle patologie psichiatriche.

Giovanni ci ha detto di aver sperimentato con i pazienti il ricorso al “TSO”. Ma niente paura: in questo caso TSO non ha il significato terribile di “Trattamento Sanitario Obbligatorio”; al contrario, il senso dell’acronimo inventato da Romagnani è “Ti Seguo Ora”, per entrare nel vissuto dell’utente che si sta aiutando, usando nei suoi confronti strumenti come empatia ed emotività. Giovanni ha svolto il ruolo di ESP per 4 anni; gli abbiamo chiesto di ricordare qualche episodio e lui ci ha raccontato la storia di un ragazzo che aveva seguito, e che faceva largo uso di sostanze stupefacenti, ma solo o soprattutto nel weekend. E, ci dice, i suoi colleghi puntavano l’attenzione sulle sostanze, ma lui è riuscito a capire che il problema di fondo era un altro, altrettanto duro e rischioso, la solitudine, che il ragazzo cercava di attenuare con l’uso di droghe.

“Ai nostri tempi, la solitudine è un problema importante  – commenta Romagnani – con i social che rischiano di fungere da maschere per nasconderla”. Però Giovanni Romagnani non si è interessato solo alla salute mentale. Appassionato di musica, in particolare di Vasco Rossi, e di letture, ha portato in redazione “Siamo tutti matti”, di Eleonora Daniele, un libro dove viene narrata l’esperienza personale della scrittrice con un fratello che ha un disturbo dello spettro autistico. “Mi piace citare il libro di una persona che è conosciuta a livello dei mass media, perchè può essere un testimonial, e tenendo presente il ruolo che ha avuto nella storia, ha avuto del coraggio”, dice. Il nostro ospite finisce citando un album di Vasco, “Canzoni per me”, nato dalla necessità di scrivere canzoni per vocazione personale, e non seguendo esigenze di mercato.

Canzoni per se’!

Anti-Sanremo

Quali sono le canzoni che il Festival di Sanremo non vorrebbe mai? E perché?
Alcune redattrici e redattori di Psicoradio si sono poste questa domanda per confrontarsi su un evento che non rispecchia i loro ideali musicali. Da qui è nata una discussione che poi è sfociata in una puntata dedicata alle nostre canzoni “anti-Sanremo”.

Vittorio ha scelto Pain Remains I: Dancing Like Flames dei Lorna Shore e spiega: “E’ un brano troppo pesante, non è proprio adatto a Sanremo”. Giada ha scelto Volevo essere un duro di Lucio Corsi, che è andato all’edizione 2025 del festival e si è piazzato addirittura secondo. “Trovo che nella sua poetica ci siano concetti che secondo me non appartengono al contesto infiocchettato di Sanremo”. Alberto ha scelto Schiava Del Politeama di Paolo Conte, il quale ha dichiarato di non avere alcuna intenzione di partecipare al festival. Secondo Alberto il brano rappresenta un po’ l’antitesi del festival, i pezzi di Sanremo sono concepiti per una fruizione più immediata e diretta, al contrario di questo brano che va digerito. La scelta di Barbara, invece, è caduta su Bohemian Rhapsody dei Queen, la versione del primo concerto in onore di Freddie Mercury che si è tenuto il 20 Aprile 1992. “Il palco di Sanremo – spiega Barbara – lo vedrei troppo patinato per rendere omaggio ad un personaggio così importante”. Gino propone Land of the Dead di Aurelio Voltaire, ammettendo di non aver mai seguito Sanremo e di non avere una forte passione per le canzoni e la musica in generale. “Il motivo principale per cui non mi piacciono le canzoni – dice – è che quando mi entrano in testa ci rimangono per un bel po’ e buona parte di esse le trovo fastidiose. Vorrei pensare a qualcos’altro e invece continuano a martellarmi”.

“Sex drugs and rock ‘n roll”

Dopo questa carrellata musicale inizia “Sex drugs and rock ‘n roll” una conversazione a ruota libera tra i redattori e le redattrici; il contenuto (piccante?) ve lo proporremo poco alla volta nelle prossime puntate di Psicoradio.

La solitudine degli esclusi

Come stanno insieme nella nostra puntata Luciano D’Alessandro, un fotografo sensibile, con uno dei protagonisti della psichiatria italiana, Sergio Piro e una davvero interessante galleria di Arte Fiera, a Bologna? Innanzitutto, per una non comune attenzione alle persone. Nel 1965 Luciano D’Alessandro inizia a scattare foto nel manicomio Materdomini di Nocera Superiore, e si rende subito conto della disperata solitudine dei pazienti rinchiusi nel manicomio. Continua per tre anni, fino al 1967, a tornare a Nocera, a scattare foto. E’ davvero un peccato che Psicoradio sia solo voce, e che quindi non sia possibile per chi ci ascolta vedere anche le fotografie di Luciano D’Alessandro, il loro pudore, la loro forza, la ferma e indimenticabile denuncia dell’istituzione manicomiale. Poco dopo però lo psichiatra Sergio Piro dà anche voce a quelle immagini con il libroGli esclusi. Fotoreportage da un’istituzione totale” (1969) che commenta le fotografie di D’Alessandro. E a Bologna nell’ultima edizione di Arte Fiera, la galleria d’arte “Martini-Ronchetti” ha portato le immagini e i testi del libro “Gli Esclusi “ “Queste dolorose testimonianze sono il frutto di una fortissima volontà di far luce sulla situazione di degrado che esisteva all’interno degli ospedali psichiatrici – ci dice Giovanni Battista Martini, titolare della galleria – e da parte del fotografo c’è una grande sensibilità nel riuscire a cogliere attraverso i corpi e la gestualità la situazione delle persone ricoverate, che evidentemente vivevano in uno stato di grande disagio e sofferenza.” In effetti il tono di questa mostra ci è piaciuto molto anche per l’aspetto etico del lavoro del fotografo, per il rispetto e la delicatezza delle inquadrature, quando per esempio cerca di far vedere più le mani dei volti, cerca di non sfruttare i suoi soggetti, e le tante immagini sono comunque emozionanti, quelle che ritraggono le persone e quelle che ritraggono solo mani callose, che evidentemente non sono state mai curate, ma che hanno lavorato molto, perché dentro i manicomi si lavorava. In alcune foto le mani stringono nel palmo un pezzo di pane, come se fosse un bene importante, da trattare con grande rispetto, e sono davvero commoventi.

“Il lavoro di Luciano D’Alessandro ha avuto una grande importanza anche da un punto di vista sociale – aggiunge il gallerista – Quando nel libro sono state pubblicate le immagini hanno avuto davvero un fortissimo impatto, anche perché il lavoro nasce dalla collaborazione tra lo psichiatra Sergio Piro, direttore dell’ ospedale psichiatrico Mater Domini a Nocera Superiore, e il fotografo, che in quel manicomio scatta”. Tra le immagini, fanno tenerezza quelle che mostrano le donne, anche loro pazienti in questo grande ospedale. Sono tutte vestite con una specie di grembiulone gigante a quadrettini che le rende tutte uguali e le fa sembrare grandi bambine un po’ grottesche.
“E’ vero, – conferma il gallerista – e osservando le fotografie di D’Alessandro si nota che gli uomini hanno più spesso posizioni isolate, mentre in parecchie immagini le donne sono insieme, a gruppi, come in una specie di difesa”. La galleria aveva già partecipato a mostre con temi fortemente sociali, a partire dalle bellissime fotografie di Lisetta Carmi, scomparsa 3 anni fa. Anche lei fotografava persone che vivevano quasi ai margini e non godevano di tutti i diritti, come quando le sue immagini denunciano la pericolosità e la fatica del lavoro nel porto di Genova; ma soprattutto avevano destato scalpore le immagini di quelli che allora erano chiamati “travestiti”, anche loro in qualche modo esclusi o comunque confinati: potevano forse andare nei luoghi frequentati da altri come loro, ma non mescolarsi. Forse non è un caso che queste persone che vestivano abiti femminili vivessero quasi tutte in quella specie di città che era allora l’antico ghetto ebraico, in una dimensione di grande marginalizzazione. “Esistevano, ma bisognava che non si facessero vedere – ricorda Martini – e loro stesse cercavano di nascondersi per proteggersi, perché quando vennero pubblicate le foto, nel 1972, c’era ancora una legge che vietava agli uomini di vestirsi in abiti femminili, e la loro vita di persone alla ricerca di una nuova identità era molto difficile. A lungo Lisetta Carmi ha cercato di far pubblicare un libro con le sue immagini, ma nessun editore aveva il coraggio di pubblicarlo. Fu proprio Luciano D’Alessandro a trovare nel 1972 il finanziamento perché potesse stamparlo.” Sia Carmi che D’Alessandro si sono occupati di persone ai margini non con uno sguardo voyeuristico ma al contrario restituendo loro la dignità; si nota molto in alcune fotografie di Lisetta Carmi, dove i “travestiti” guardano dritti negli occhi, come per dirti “Io esisto”.

Chiediamo a Paola Rosini, l’altra collega gallerista, chi si fermato ad osservare queste immagini dolorose, così intense, dure e però prive di voyeurismo, che a volte si guardano con anche un po’ di vergogna. “Si è fermato chi conosceva il lavoro “Gli esclusi”, che è una pietra miliare della storia della fotografia italiana ed ha un peso politico e sociale straordinario. Ma si sono incuriosite anche persone che non lo conoscevano, e non necessariamente appassionati di fotografia. Poco fa una signora, guardando le immagini delle ricoverate, aveva le lacrime agli occhi. Mi ha detto “gli mettevano il grembiulino come alle bambine delle elementari”. Anche io, ogni volta che vedo questo tipo di fotografie, in cui le persone sono evidentemente escluse, mi sento come se in questo ci fosse un po’ di responsabilità di tutti noi. Per questo forse D’Alessandro si sofferma sulle mani: anche quando si è totalmente rinchiusi in se stessi, apparentemente esclusi dal mondo, le mani continuano a parlare.” Quale è la foto di D’Alessandro che le piace di più? “E’ quella di un malato ripreso da dietro – risponde Paola Rosini – Si vede solo la nuca, il malato scrive con piccolissimi segni sul muro una storia che è intellegibile solo a lui, ma l’idea di questo tentativo di scrittura, di questo lasciare sul muro qualcosa di sé, mi tocca profondamente. Non è facile fare fotografie dure con delicatezza, con uno sguardo che faccia sentire l’altra persona non un oggetto – o una vittima – della fotografia. E infatti D’Alessandro racconta che all’inizio di questo progetto non riesce proprio a prendere in mano la macchina fotografica; poi capisce che sostanzialmente sta fotografando due cose: la violenza della società nei confronti delle persone rinchiuse, e la solitudine. La solitudine come condanna possibile di tutti gli esseri umani.

Vogliamo concludere con qualche pagina del libro “Gli esclusi”, un libro importante e ancora attuale ( ed. Il Diaframma 1969), dove Sergio Piro – che era il direttore dell’ospedale e aveva accompagnato  D’Alessandro nel suo lavoro – ha scritto come commento alle fotografie, per far emergere la violenza che veniva esercitata negli ospedali psichiatrici dalle strutture, dagli operatori, dalla farmacologia… più o meno consapevolmente. “Mentre D’Alessandro scopriva come esperienza diretta e scottante la solitudine del malato mentale, io ero alle prese con la mia cattiva coscienza, così come buona parte degli psichiatri dell’epoca. (…) Le immagini rivelavano a Luciano una sconfinata solitudine umana che lui attribuiva alla malattia. Per me quella solitudine aveva un altro significato, non era il risultato di una malattia, era la testimonianza diretta della violenza. Io ero lì paternalisticamente buono e mistificatamente comprensivo, come strumento di fatto di quella violenza. Ero lì agitato e affannato a proporre nuovi miglioramenti e nuove sistemazioni, nuove terapie, nuovi studi scientifici, nuovi mezzi di proselitismi psichiatrici, ma tuttavia costantemente impiegato in un ruolo che implicava il potere, la sopraffazione, la violenza, l’autoritarismo: la solitudine che Luciano mi mostrava era l’effetto della mia violenza. A questo punto la fotografia di Luciano era il dito puntato dell’accusatore, e io l’accusato. Non aveva nessuna importanza il fatto che ciò non fosse nelle intenzioni del fotografo, che lui aveva solo voluto raccontare una storia e cogliere una realtà. Questa realtà stava lì, e per me parlava da sola. Ecco quindi che questo libro è un documento della violenza. Potrà obiettare qualcuno che dal 1965 ad oggi in molti ospedali psichiatrici non ci sono più i reparti agitati, che le condizioni dei malati mentali sono migliorate, che si ha grande cura dei muri, dei colori, del verde, della cucina degli ospedali, che gli psicofarmaci permettono di evitare i mezzi di contenzione e tante altre cose. Però negli ospedali più arretrati le cose non sono cambiate, e se anche fossero modificate nel senso che si è detto, la storia della solitudine rimarrebbe identica. Nei reparti nuovi e più eleganti la legatura farmacologica non è meno violenta né meno alienante del corsetto di sicurezza. L’ergoterapia meccanicamente applicata non riempiva il vuoto, “un vuoto totale” dice un ricoverato, di giorni e giorni passivamente trascinati, così come non lo riempivano le lunghe soste nelle piazzette. Dunque, dovunque le cose stiano così la violenza rimane e le immagini sono sostanzialmente attuali. Il vuoto è stato pienamente colto nelle immagini di D’Alessandro ma questo non è il vuoto della malattia come ineluttabile condanna biologica, è invece il vuoto che l’apatia, inerzia e l’abbandono hanno creato in coloro che sono esclusi (…).

Una mente troppo in movimento

“Sono stata una bambina iperattiva. Oggi ho 65 anni e ho scoperto di avere l’ADHD in età adulta. Poco dopo mi hanno anche diagnosticato un disturbo autistico”.
Poco tempo fa una nostra ascoltatrice ci ha scritto per raccontarci di questa scoperta; l’abbiamo intervistata insieme allo scrittore Daniele Mencarelli, che è venuto a trovarci. Tra le altre cose, della sua storia ci ha colpito il fatto che da piccola venisse presa in giro dagli altri bambini per il suo comportamento e per una scritta, “neurosedativo“, su un farmaco che le era stato prescritto.

Quando era bambina nessuno riusciva a dare un nome alla sua patologia; oggi sa che soffre di ADHD, ovvero di Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività. Dopo la diagnosi la sua vita è cambiata in meglio, perché finalmente ha iniziato a mettere insieme i pezzi di una storia di sforzi continui e frustrazioni. “Capire che sei diverso è sicuramente un vantaggio perchè mi permette di essere come sono. Di dirmi Io sono speciale“, ci ha detto l’ascoltatrice.

Una storia che, secondo lo psichiatra e psicoterapeuta Giovanni Migliarese, assomiglia a quella di molti altri. Ci ha spiegato che si tratta di un disturbo del neurosviluppo, caratterizzato da un eccesso di attività e dalla difficoltà nel mantenere l’attenzione e il controllo del comportamento. Chi ne è affetto, inoltre, fatica ad utilizzare in maniera adeguata le sue risorse attentive, si distrae facilmente, esaurisce rapidamente la sua attenzione. Può anche dare segni di iperattività e di impazienza, possono essere complesse le relazioni con gli altri e anche l’autostima può essere intaccata.

I sintomi appaiono fin dall’infanzia, causando problemi in almeno due contesti (ad esempio a casa, a scuola o al lavoro) e possono perdurare in adolescenza e in età adulta, generando difficoltà a gestire le relazioni e a controllare le emozioni. Queste caratteristiche influenzano negativamente la vita delle persone che soffrono di questo disturbo e di chi è a contatto con loro.

Tutto ha trovato un nome quando la nostra ascoltatrice ha saputo di soffrire di ADHD: soprattutto all’inizio ha provato un senso di liberazione; poi la sofferenza si è trasformata in consapevolezza.

Stavo chiuso in camera

Puntata 942: Stavo chiuso in camera

Versione estesa in esclusiva per il sito web

Ho pochissimi ricordi del tempo passato, proprio perché non succedeva nulla…” Inizia così l’intervista a Vittorio, redattore di Psicoradio, che racconta ai nostri microfoni la sua esperienza di ritiro sociale  – in altre parole, i due anni e mezzo nel buio della sua camera, tra videogiochi e rapporti online con gli amici, quando la cameretta era diventata il suo rifugio.

“Se voi prendete una persona, e la immergete in acqua tiepida e poi iniziate a riscaldare lentamente l’acqua, la persona aumenterà il suo limite di sopportazione prima di saltare fuori (…) l’isolamento è un po’ come questa immagine (…) L’acqua si riscalda e inizi a stare male così lentamente che non colleghi più la vasca allo stare male”.

“Quello stare male era fatto da tante cose, da odio verso le persone, tristezza, malinconia e fantasie di suicidio ”.

Il ritiro di Vittorio è stato graduale, a partire dall’adolescenza e dalle assenze da scuola. A inizio 2016 è iniziato il ritiro vero e proprio, con la chiusura quasi totale.
La ripresa delle relazioni con persone della sua età è partita dalla condivisione di droghe leggere, con amici che le procuravano e con il consumo in compagnia. Un altro passo avanti è coinciso con il primo lavoro, che rese necessario stabilire una routine quotidiana. “Ma la vera svolta è arrivata con la mia seconda esperienza lavorativa, nel mio negozio di video giochi e giochi da tavolo… il fatto che fossi lì tutti i pomeriggi portava i miei vecchi amici a passare a salutarmi, così mi sono ricreato un gruppo sociale ed ho smesso di sentire il bisogno di stare chiuso in casa per lunghi periodi”. Dopo la chiusura del negozio, per via del Covid, Vittorio ha iniziato il proprio percorso di cura presso il Centro di Salute Mentale.
Se qualcuno è nella mia situazione, quello che deve cercare di fare è crearsi un bisogno, una necessità, un interesse che per realizzarsi includa l’uscire e l’incontro con le persone”.

Vittorio ci ha detto che ha voluto raccontare per “informare, informare il più possibile, perché a chi succede e riesce ad uscirne non sempre viene dato un microfono per raccontare la sua esperienza”.

Qual è oggi il suo più grande rammarico? “Essermi arreso al senso di inadeguatezza che vivevo fin da piccolo e non averlo combattuto. Ho perso tempo e opportunità che è difficile recuperare”.

Il cavallo e la torre

Il 4 e il 5 dicembre Rai3 è venuta nella redazione di Psicoradio per realizzare l’ultima puntata 2024 del programma  “Il cavallo e la torre”, di Marco Da Milano. Lo scrittore Daniele Mencarelli, già altre volte nostro ospite per presentare i suoi libri, che ha dialogato con noi, e in particolare con Serena, una giovane punk-redattrice, che racconta come ha sconfitto la dipendenza dalla droga.

Qui trovate la puntata realizzata dalla Rai, e qui la puntata di Psicoradio che ha proseguito l’intervista a Serena, più in profondità.

Ecco alcune foto che abbiamo scattato in quelle giornate.

 

Rompersi con la droga e aggiustarsi da soli

Come forse sapete, Rai3 è venuta in redazione per realizzare l’ultima puntata del 2024 del programma  “Il cavallo e la torre”, di Marco Da Milano; qui lo scrittore Daniele Mencarelli  ha dialogato con Serena, una giovane punk-redattrice che racconta come ha sconfitto la dipendenza dalla droga.

Poi, la redazione ha chiesto a Serena di dirci qualcosa di più su questa sua esperienza di dipendenza da cocaina durata per anni, nonostante la giovane età. Soprattutto, le abbiamo fatto una domanda che in tanti, forse, ascoltandola si sono fatti: come è riuscita ad uscirne da sola. La cocaina è una sostanza che non guarda in faccia a nessuno, ed il suo utilizzo crea una dipendenza psichica estremamente elevata, che può manifestarsi con importanti crisi d’astinenza. Produce soprattutto danni a livello psichico: il consumo prolungato, infatti, porta facilmente a una progressiva modificazione dei tratti della personalità, con manifestazioni che vanno da crisi depressive, con la sensazione di trovarsi in un ambiente ostile, fino ai deliri di grandezza, con conseguenze molto gravi ed una grande difficoltà ad uscire dalla dipendenza.

Questa è una storia, invece, dove una persona fragile e giovanissima si è rotta, ma è poi riuscita ad aggiustarsi.

Ecco come Da Milano ha introdotto la puntata di “Il cavallo e la torre”:
“Alla fine dell’anno le testate internazionali e italiane si impegnano a cercare la persona dell’anno. Le persone dell’anno sono leadership forti, modelli vincenti, personalità infrangibili. Nell’ultima puntata del 2024 voltiamo la carta dalla parte opposta e vi raccontiamo con Daniele Mencarelli la storia di Psicoradio, nata nel 2006 a Bologna, con la sede e gli studi nell’ex manicomio Roncati. Una storia di fragilità e speranza.
Secondo i dati dell’Ufficio stampa della Rai, questa puntata finale ha avuto 1 milione e 49.000 spettatori.

Qui potete ascoltare la puntata di Rai3, andata in onda il 30/12/2024.
https://www.raiplay.it/video/2024/12/Il-cavallo-e-la-torre—Puntata-del-30122024-fed02955-29d1-4843-9255-5325503bcb65.html