Heba Abu Nada era una biochimica ma anche una poetessa, nata nel 1991 alla Mecca, in Arabia Saudita, da una famiglia di rifugiati. È cresciuta a Gaza e ha studiato all’Università Islamica di Gaza, dove ha conseguito una laurea in biochimica, e in seguito un master in nutrizione presso l’Università al-Azhar.
Nel 2017 siè classificata al secondo posto nello Sharjah Award for Arab Creativity con il romanzoOxygen is not for the dead (L’ossigeno non è per i morti).
Durante l’assedio di ottobre 2023 hapubblicato alcune memorie e poesie. È morta il 20 ottobre del 2023 a Khan Yunis,uccisa da un bombardamento israeliano.
Le due poesie che seguono si intitolano Non c’è tempo e Foto di famiglia.
Non c’è tempo
Non c’è tempo per grandi funerali e addii adeguati,
non c’è molto tempo: un razzo furioso sta arrivando,
ci accontenteremo di un bacio veloce sulla fronte
e un addio rapido, aspettando la nuova morte.
Non c’è tempo per l’addio.
Foto di famiglia
Le nostre foto di famiglia: un sacco di brandelli, un mucchio di cenere,
cinque sudari avvolti l’uno accanto all’altro di dimensioni differenti.
Le foto di famiglia a Gaza non sono come tutte le altre.
Hend Jouda è nata a Gaza nel 1983, nel campo profughi di Al-Bureij. È una poeta nota, ha scritto di identità, di amore, ma soprattutto di politica.
La sua è una poesia che dice ad alta voce ciò che a volte sentiamo, quasi con vergogna, quando pensiamo all’orrore della vita delle persone a Gaza, mentre noi godiamo un’immeritata condizione di pace, di sicurezza, di benessere. Un sentimento di vergogna che spesso cerchiamo di allontanare, sgomenti di fronte alla nostra impotenza. In un’intervista a Vanity Fair di poco tempo fa, Hend Jouda racconta che scrivere in tempo di guerra è un tentativo di sfuggire alle profonde fratture dell’anima, ed è forse un’ancora di salvezza per non soffocare in mezzo alla crudeltà che ferisce tutto ciò che è umano e fragile, a partire dalla perdita di vite e dalla perdita dei diritti.
La poesia viene di nuovo usata come resistenza in un mondo che diventa sempre più brutale, come un atto di coraggio in un contesto che fa sempre più paura e sta perdendo ogni traccia di bellezza e di umanità.
La poesia che ascolterete si intitola Cosa significa essere poeta in tempo di guerra?
Cosa significa essere poeta in tempo di guerra? Significa chiedere scusa, chiedere continuamente scusa, agli alberi bruciati, agli uccelli senza nidi, alle case schiacciate, alle lunghe crepe sul fianco delle strade, ai bambini pallidi, prima e dopo la morte e al volto di ogni madre triste, o uccisa! Cosa significa essere al sicuro in tempo di guerra? Significa vergognarsi, del tuo sorriso, del tuo calore, dei tuoi vestiti puliti, delle tue ore di noia, del tuo sbadiglio della tua tazza di caffè, del tuo sonno tranquillo, dei tuoi cari ancora vivi, della tua sazietà, dell’acqua disponibile, dell’acqua pulita, della possibilità di fare una doccia, e del caso che ti ha lasciato ancora in vita! Mio Dio, non voglio essere poeta in tempo di guerra.
Anche questa poesia è una testimonianza di vita, un atto di amore verso una terra che non smette di sognare la libertà.
È stata inclusa in un gruppo di 32 poesie, all’interno di un libro che si intitola “Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza”. Il libro è anche un’iniziativa di solidarietà verso la popolazione palestinese, perché per ogni copia venduta l’editore, Fazi Editore, donerà 5 euro a Emergency per le sue attività di assistenza sanitaria nella striscia di Gaza.
Mahmoud Darwish, scrittore e giornalista, è considerato uno dei grandi poeti del mondoarabo.È nato nel 1941 nel villaggio palestinese di Al-Birwa, ma pochi anni dopo, nel 1948,la sua famiglia è costretta ad andarsene, quando il paese in cui vivono viene rasoal suolo, durante l’Akba. La traduzione della parola Akba è catastrofe.
Oggi è la parola con cui la storiografia araba contemporanea definisce l’esodo forzatodi circa 700.000 arabi palestinesi, costretti con la violenza a lasciare i territori cheIsraele ha occupato.Poi la maggior parte dei paesi è stata distrutta, completamente cancellata.I restanti villaggi e città sono stati ripopolati da israeliani che hanno sostituito il nomearabo dei paesi con nomi ebraici.In seguito, Israele non ha rispettato il diritto dei palestinesi di rientrare, diritto cheè stato sancito dalla risoluzione 194 delle Nazioni Unite.
Il poeta è nato in questo contesto, costretto a perdere tutto ciò checonosceva e a cambiare paese a sette anni, illegale nella sua terra di nascita. Quandolavorava come giornalista è stato detenuto nelle carceri israeliane ecostretto agli arresti domiciliari a causa dei suoi scritti e della sua attività politica.Tra le altre cose, aveva redatto il testo della dichiarazione di indipendenza delloStato palestinese, riconosciuta da alcuni stati nel 1988, ed è stato anche iscritto alPartito Comunista, come dirà nella sua poesia.
Nel 1970 ha iniziato a studiarea Mosca, da lì si trasferisce al Cairo, poi a Beirut. Ha fondato il giornale dell‘Associazionescrittori e giornalisti palestinesi ed è stato membro della commissione esecutivadell’OLP, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Ha scritto oltre 20 libri, pochi dei quali tradotti initaliano.
Però Mahmoud Darwish oggi è soprattutto uno dei poeti palestinesi piùimportanti, una voce autorevole nella lotta per l’indipendenza. Per più di 40anni i suoi versi hanno raccontato la tragica esperienza della Palestina. È morto a 67anni, lontano dalla sua terra, in Texas, per una complicazione durante unintervento al cuore.
La poesia che ascolterete, Carta d’identità, è una delle primeche ha scritto.
Prendi nota sono arabo carta di identità numero 50.000 bambini otto un altro nascerà l’estate prossima. Ti secca? Prendi nota sono arabo taglio pietre alla cava spacco pietre per i miei figli per il pane, i vestiti, i libri solo per loro non verrò mai a mendicare alla tua porta. Ti secca? Prendi nota sono arabo mi chiamo arabo non ho altro nome sto fermo dove ogni altra cosa trema di rabbia ho messo radici qui prima ancora degli ulivi e dei cedri discendo da quelli che spingevano l’aratro mio padre era povero contadino senza terra né titoli la mia casa una capanna di sterco. Ti fa invidia? Prendi nota sono arabo capelli neri occhi scuri segni particolari fame atavica il mio cibo olio e origano quando c’è ma ho imparato a cucinarmi anche i serpenti del deserto il mio indirizzo un villaggio non segnato sulla mappa con strade senza nome, senza luce ma gli uomini della cava amano il comunismo. Prendi nota sono arabo e comunista Ti dà fastidio? Hai rubato le mie vigne e la terra che avevo da dissodare non hai lasciato nulla per i miei figli soltanto i sassi e ho sentito che il tuo governo esproprierà anche i sassi ebbene allora prendi nota che prima di tutto non odio nessuno e neppure rubo ma quando mi affamano mangio la carne del mio oppressore attento alla mia fame, attento alla mia rabbia.
“Parliamo di alcol per parlare di altro, parliamo di altro per parlare di alcol” è una citazione dello psichiatra Vladimir Hudolin, che ha creato i CAT, Club Alcologici Territoriali. Questi club sono luoghi piccoli e protetti, dove si incontrano persone che condividono una problematica con l’alcol. Psicoradio intervista Patrizia Guccini, responsabile del CAT di Bologna, che ci racconta come funzionano i gruppi e quali sono gli aspetti positivi della condivisione delle esperienze.
Solitamente, le persone che iniziano un percorso con il CAT arrivano già con gravi dipendenze e percorsi riabilitativi alle spalle. Qui prendono coscienza del legame che hanno con la sostanza e cercano, attraverso le relazioni, di spezzarlo, avendo come scopo la piena sobrietà. Gli operatori del CAT si chiamano “servitori insegnanti” perché si prendono cura dei partecipanti attraverso l’ascolto e sono pronti a intervenire anche in prima persona nelle discussioni.
La storia di Enzo
Enzo, nome di fantasia, racconta ai microfoni di Psicoradio che le riunioni del SERT (i servizi per le tossicodipendenze, parte del Servizio Sanitario Nazionale) e il confronto con altre persone con il suo stesso problema sono stati il primo passo per non dipendere più da alcool e cocaina.
Ci ha spiegato che è grazie al suo “angelo custode”, una dottoressa del SERT, che ha smesso di bere, ed è stata lei a salvarlo dalle situazioni più difficili, quando le riunioni non bastavano.
Enzo ha iniziato presto la sua dipendenza dalle sostanze: l’eroina era molto in voga negli anni della sua giovinezza, ma ha smesso quasi subito. In seguito comincia a lavorare come facchino, un mondo duro, “dove assumere alcool e cocaina era la norma per arrivare alla fine di una lunga giornata di lavoro”.
Tutte le sue giornate erano scandite dall’alcool e dalla droga: nonostante questo è sempre riuscito a nascondere tutto alla famiglia perché negare è, ci ha spiegato, una strategia di tutti gli alcolisti. Tuttavia si arriva, ad un certo punto, all’inevitabile rottura: le continue bugie portano la famiglia al collasso.
Tornare a respirare
Questa puntata inizia con una poesia di Fadwa Tuqan, poeta e scrittrice, una delle voci più note della poesiapalestinese, che trasforma la sua poesia in un atto di resistenza. Durante i mesi di giugno e luglio ogni puntata di Psicoradio è stata introdotta da testi di poeti palestinesi.
A seguire, Psicoradio riprende il suo speciale dedicato alle storie di persone che hanno vinto la dipendenza da alcol, raccogliendo la storia di una donna che dopo anni è riuscita a liberarsene. L’alcol è stato sempre presente nella sua vita; però a un certo punto il consumo aumenta in modo esagerato, tanto da far preoccupare la famiglia e passare molte notti al pronto soccorso.
Quando viene poi ricoverata in un reparto di psichiatria, si rifiuta di andare al SERT, perché: “non sono una drogata”, afferma con determinazione.
Sul lavoro, la sua situazione è sempre stata complicata. Dopo un lungo e pesante mobbing, tocca il fondo. Questo la fa sprofondare nella depressione provocando una ricaduta nella dipendenza, dopo che per nove mesi era riuscita a non bere.
E’ allora che il suo psichiatra le consiglia di andare alle riunioni del CAT. Le prime riunioni sono difficili: “Il primo mese è stata molto dura, perché si sente la mancanza fisica della sostanza. Poi si respira e allora sembra di essere in un altro mondo”.
Psicoradio riprende una sua vecchia consuetudine, quella di leggere, all’inizio di ogni puntata, una poesia e presentare la poetessa o il poeta che l’ha scritta. In questo caso si tratterà di poesie scritteda donne e uomini palestinesi. La poesia è sempre stata molto importante nella cultura araba ed è diventata, in questo caso, un atto di resistenza, perchè ha il potere di farci sentire e quasi vivere le emozioni di chi l’hascritta, di farci vedere il mondo con i suoi occhi e di provare i sentimenti che cerca di trasmetterci.
La poesia che apre questo piccolo elenco è dell’autrice Fadwa Tuqan, nata a Nablus, poeta e scrittrice, una delle voci più note della poesiapalestinese. I suoi scritti parlano della lotta del suo popolo, dell’orrore della guerra, maanche delle condizioni delle donne e dell’amore. Fadwa Tuqan ha viaggiato in Europa e in MedioOriente, e ha studiato alla Oxford University.
Quando, nel 1967, la sua città nataleè stata occupata dagli israeliani, le sue poesie sono cambiate. Hanno iniziato a raccontaresoprattutto di questa occupazione, rafforzando l’impegno politico e civile della poeta. Fadwaha continuato a scrivere, per tenere viva questa resistenza contro l’occupazione, fino alla sua morte a Nablus nel dicembre del 2003.
La poesia che vi leggiamo si intitola Mi basta.
Mi basta morire sulla mia terra essere sepolta in essa sciogliermi e svanire nel suo suolo e poi germogliare come un fiore colto con tenerezza da un bimbo del mio paese.
Mi basta rimanere nell’abbraccio del mio paese per stargli vicino, stretta, come una manciata di polvere ramoscello di prato un fiore.
Continuiamo a raccontare una storia che è iniziata molti anni fa, la storia di Fabio e Cristina. Hanno frequentato entrambi i servizi di salute mentale di Bologna e probabilmente si sono conosciuti proprio lì. Fabio è stato il fondatore e direttore della rivista Il Faro, e ha incontrato Cristina per la prima volta nel 2002.
Le musiche che ascolterete nella puntata sono state scelte da loro, i protagonisti di questa intervista.
Cristina: “Noi ci siamo incontrati per la prima volta nel 2002. Siamo stati molto fidanzati, poi ci siamo lasciati e dopo un po’ ci siamo rimessi insieme per due anni, e dopo due anni mi ha proposto di diventare sua moglie. Gli ho detto subito di sì.”
Secondo Fabio, ciò che li tiene uniti è: “Sicuramente lei, perché è un’incredibile incassatrice di colpi; diciamo che la sua pazienza è fondamentale. La malattia mentale, delle volte, ti porta a vedere la realtà in modo non esatto. Io credo che ci vuole qualcuno che faccia un po’ da parafulmine, e Cristina in questo è fondamentale.”
Il loro matrimonio, inizialmente, ha creato perplessità nelle loro famiglie. Dice Cristina:
“Non mi reputavano in grado di mantenere un matrimonio, di pulire la casa… E invece, insomma, non è vero. Per esempio, io sono molto disordinata. Però non può essere un criterio per cui due persone non possono stare insieme.”
“Io credo che se non ci fosse stata Cristina, gran parte della mia recovery non sarebbe mai potuta nascere.” aggiunge Fabio.
Cristina è uditrice di voci. “Se non ci fosse stato Fabio non avrei fatto niente; avrei solo ascoltato le voci. Diciamo che le voci avevano anche un po’ ragione, prima di stare con Fabio. Adesso sono io che me ne frego di più di quello che dicono. Io le sento però, cioè, potete parlare finché vi pare.”
L’intervista continua con una domanda alla coppia: che cosa direste a qualcuno che, avendo un disturbo psichico, pensa di non poter vivere una vita come tutti?
“Di provarci. Sì, di avere fiducia. Non solo rispetto ai disturbi psichici, o ai disturbi di altro genere. Chiunque dovrebbe cercare di capire cosa desidera fare, chi desidera essere, e provare a farlo.“ rispondono i due.
La puntata si conclude con una citazione dello psichiatra Sergio Piro, quando scriveva che la solitudine aumenta a dismisura la sofferenza psichica, mentre avere qualcuno vicino, qualcuno con cui si può scambiare davvero qualcosa, la diminuisce.
Sapevate che gli anime giapponesi possono aiutare ad uscire da un forte stato d’isolamento? Vi riproponiamo questa puntata in cui parliamo del fenomeno degli Hikikomori, ovvero persone che per più di 6 mesi non hanno nessun tipo di relazione sociale fuori casa, nessun lavoro, nessuna amicizia e nessun desiderio di avere queste relazioni, oltre a quelle online. Questo ci spiega il dottor Francesco Pantò, nato e cresciuto in Sicilia, oggi medico psichiatra, specializzato nel fenomeno degli Hikikomori in Giappone, dove lavora. La sua passione per l’Oriente è nata in giovane età, a 10 anni, dopo aver visto un documentario. A 25 anni, avendo vinto una borsa di studio, si trasferisce in Giappone.
Ai nostri microfoni il dott. Pantò ci spiega che quello degli hikikomori è un fenomeno che comincia nell’adolescenza, spesso a scuola, a causa del bullismo e che la cultura giapponese richiede di essere performanti, belli e avere tanti amici. Per queste ragioni si può restare “schiacciati” da altre “scadenze” sociali: a 18 anni bisogna entrare in un’ottima Università, a 24 essere laureati e a 28 sposarsi.
Il dott. Pantò ha ideato la Terapia dell’animazione come mezzo per ovviare alle relazioni sociali che mancano, sfatando il mito che i videogiochi siano solo negativi. Continua dicendoci: “Invece di combattere la tecnologia, portiamola a nostro vantaggio, spingendoci a fare cose che non sappiamo fare”. Ci spiega che ad esempio con il videogioco “Pokemon Go”, gli hikikomori sono portati, per andare avanti col gioco, ad uscire fuori casa.
Nella puntata parliamo anche dei manicomi in Giappone, del problema degli hikikomori cinquantenni, di un’evoluzione della terapia dell’animazione, di un manga scritto dallo stesso dottor Francesco Pantò e diamo i dati sugli Hikikomori in Giappone e in Italia.
Draghi, dadi e avventure vissute negli scantinati. Forse sono queste le prime cose che ci vengono in mente quando si pensa ai giochi di ruolo. Ma di cosa sono fatti in realtà questi giochi? Oltre alle avventure fantasy, giocatori che interpretano cavalieri, il manuale di gioco e il “D 20”, il famoso dado a 20 facce che determina gli avvenimenti in gioco… a Psicoradio abbiamo scoperto che questi giochi possono anche essere d’aiuto in ambito “psi”.
A dircelo sono Simone e Paolo, entrambi giocatori appassionati. “Sicuramente questi giochi aiutano a vincere la timidezza; anch’io quando ho iniziato a giocare ero più timido rispetto a come sono ora” ci dice Paolo, e Simone è d’accordo. Ma il gioco di ruolo può essere un supporto psicologico? Simone: “A me ha aiutato molto con i problemi che ho avuto, come per esempio la fiducia in me stesso e l’isolamento”. Anche Paolo, che è laureato in psicologia, è della stessa opinione: “Secondo me può essere un supporto, semplicemente perché i rapporti che ci sono nel gioco sono reali, noi dobbiamo sempre considerare che stiamo giocando con persone, non c’è un intelligenza artificiale dietro”. Ci siamo anche chiesti cosa si provi ad interpretare un personaggio; con la risposta di Simone abbiamo capito meglio come funziona interpretare un ruolo. “È un po’ come fare l’attore – però non vieni pagato e sicuramente non finirai a vincere un premio Oscar per la miglior interpretazione!”.
Vi scrivo perché mi piacerebbe raccontarvi la mia esperienza. Sono Alice e sono una persona autistica. Ho scoperto di essere autistica tardivamente, a 19 anni. Nonostante lo abbia scoperto tardi, in realtà l’ho scoperto molto prima di tante persone che ogni giorno ricevono diagnosi di autismo (ci sono persone che lo scoprono anche in età anziana). Scoprirlo è stato come rinascere una seconda volta: finalmente le mie caratteristiche e difficoltà hanno avuto un senso e una spiegazione”.
Con queste parole Alice ha aperto la sua mail diretta alla nostra redazione, esprimendo la sua voglia di raccontarsi. L’avevamo già conosciuta quando, insieme al gruppo di lavoro di Casalecchio, era venuta a presentarci il progetto “Recovery Young”.
A catturare la nostra attenzione, questa volta,è la sua esperienza di persona autistica, la cui diagnosi, contrariamente ad ogni aspettativa, “l’ha fatta sentire libera”.
“Con questa diagnosi per la prima volta ho ricevuto spiegazioni su alcune caratteristiche di me che da sempre non ero riuscita a comprendere, e che anche per questo disprezzavo, perché rendevano la mia vita più difficile rispetto a quella di altre persone”.
Alice sottolinea che secondo lei parlare del suo disturbo è molto importante, perché, ascoltandola, altre persone potrebbero riconoscersi nei tratti dello spettro autistico e richiedere supporto tempestivamente. Ma parlarne è importante anche per sensibilizzare, per combattere i numerosi stereotipi che circondano l’autismo.
“Sentivo di dover raccontare la mia storia perché potrebbe essere importante per qualcun altro”.
La diagnosi, per Alice, è stata uno strumento fondamentale: per conoscere meglio se stessa, ma anche per avere qualche spiegazione logica sui suoi comportamenti e caratteristiche che non era riuscita a spiegarsi del tutto.
“Spesso si considera la diagnosi come qualcosa che incatena, che etichetta, invece per me non è stato così” ci racconta.
I tratti dello spettro autistico possono variare da persona a persona: non tutte le persone autistiche percepiscono e reagiscono alla realtà nello stesso modo.
Alice ci parla di come l’autismo sia un modo diverso di vivere e percepire la realtà. Una volta riconosciuto ed accettato, non intacca necessariamente le qualità della persona e può offrire spunti di riflessione su temi quali empatia, relazioni e socialità.
Alice conclude: “Quello che caratterizza l’autismo non è il non essere interessato alle altre persone, ma avere difficoltà ad entrare in contatto con esse” .
Il curupira è una creatura leggendaria del folclore brasiliano, che secondo la tradizione ha i piedi rivolti all’indietro. E’ anche il nome della radio creata in Brasile da alcuni studenti e professori. Abbiamo parlato con due di loro, Carol Vega Cabral e Marcio Maria Belloc, psicologi e professori dell’università federale di Parà in Brasile.
Erano in Emilia Romagna in occasione della diciassettesima edizione del Laboratorio Italo-Brasiliano di Formazione, Ricerca e Pratiche in Salute Collettiva, dal titolo “Solidarietà tra le persone, diplomazia civile e politiche pubbliche di salute collettiva in una prospettiva internazionale”. Il laboratorio è uno strumento di cooperazione tra università, enti e servizi sanitari del Brasile e della Regione Emilia-Romagna avviato nel 2014. Quest’anno si è tenuto a febbraio 2025, a Bologna.
“Il curupira è un’entità che si conosce da prima dell’arrivo degli europei in America Latina. È la madre o il padre della foresta, protettore dei boschi e degli animali, dell’ecosistema, e si assicura che non venga preso dalla foresta niente di cui non ci sia bisogno.” racconta Marcio.
La radio, in Brasile, permette di mandare messaggi anche individuali, anche solo da una persona all’altra. Svolge dunque una funzione molto diversa da quella della radio in Occidente, che non permette di comunicare uno a uno, ma intrattiene una folla di ascoltatori.
In Brasile è ancora forte e viva la cultura orale, ed è importante poter comunicare oralmente anche argomenti relativi alla salute mentale.
A Radio Curupira non si parla strettamente di salute mentale, ma si discutono temi considerati importanti dagli studenti che partecipano alla radio, e i problemi, i desideri e le esperienze di ognuno dei partecipanti; così si crea una comunità che “protegge” la propria salute mentale.
Marcio e Carol ci parlano poi della rinascita del loro paese dopo la fine del regime di Bolsonaro, e dei tentativi di recuperare politiche pubbliche che sono state distrutte dal suo governo. Ad esempio, è in atto una serie di sforzi per ridare forza alla salute pubblica e per riprendersi gli spazi di prevenzione legati alla salute mentale.
In Brasile, tuttavia, esiste anche un modo controverso di intendere la cura: i cosiddetti “parchi manicomiali”, istituzioni gestite da preti e chiese neo-pentecostali, dove la religione viene usata come trattamento. Si tratta spesso di luoghi di violenza e di morte, dove gli internati vengono isolati e possono comunicare con la famiglia solo tramite lettere, che vengono controllate da prima di essere spedite.
Nonostante l’esistenza di queste strutture, ci sono però anche servizi aperti, dove poter vivere la cura lontano dall’isolamento e dai soprusi.
“Il Brasile ha una rete di salute mentale molto ampia, il RAPS, ovvero la rete di attenzione psico-sociale. C’è gente che la conosce e mette la sua famiglia nelle mani di questi servizi aperti, però ci sono ancora molte persone che difendono il ricorso all’isolamento di chi ha un disturbo mentale” ci dice Carol.
Noi palestinesi ci risolleveremo, l’abbiamo sempre fatto, anche se questa volta sarà più difficile. Non so voi però, voi che siete rimasti a guardare mentre ci sterminavano. Non so se potrete mai risollevarvi.
(Munther Isaac)
Per augurare, in questi anni difficili, buona Pasqua di pace a chi ci ascolta, vi riproponiamo un mix di voci, racconti, dediche musicali e pensieri che redattori e redattrici di Psicoradio in diverse epoche.
Gli anni passano e le vite cambiano. C’è chi un tempo era costretto a trascorrere la Pasqua da solo ed ora invece fortunatamente le passa in ottima compagnia, ma purtroppo sentiamo anche la voce di qualcuno che oggi non c’è più, ma rimane sempre nei nostri cuori.
In apertura, ricordiamo i gustosi suggerimenti culinari che ci avevano suggerito due critici gastronomici molto bravi e noti: i gamberoni rossi siciliani crudi con olio di Edoardo Raspelli e il brasato al vino rosso suggerito da Allan Bay. Come si fa a resistere a certe ricette?!
Qualche redattore ha scelto una canzone particolare, che gli ricorda la Pasqua e in generale l’idea di rinascita che la primavera porta con sé: alcune sono romantiche, altre rock ma tutte hanno una motivazione particolare. C’è anche qualche canzone comica: ad esempio un irresistibile Diego Abatantuono nel film “I fichissimi”, quando reinterpreta a modo suo la celebre canzone di Riccardo Cocciante “Cervo a primavera”.
E poi, dulcis in fundo, le associazioni di parole in libertà dei personaggi celebri intervistati da Psicoradio, di cui qui non vi sveliamo il nome… scopriteli da voi, buon ascolto!
In un mondo dominato dalla tecnica, da algoritmi e mercati, che ne è dei legami sociali, dei mestieri, della creatività individuale, della cultura, del piacere? Come possiamo opporci al governo della paura, che coltiva la precarietà e l’insicurezza?
Queste sono solo alcune delle domande che, grazie all’iniziativa dell’associazione psicoanalitica e culturale OfficinaMentis (Bologna), l’11 e 12 aprile hanno animato l’incontro a Bologna con lo psicoanalista francese Roland Gori. Docente universitario, scrittore di numerosi libri, cofondatore dell’Appel des Appels, membro di Espace Analytique, Gori riflette da anni sulla crisi della nostra epoca, e la sua riflessione vuole essere uno strumento per comprendere il presente, ma anche un orizzonte di sopravvivenza e di rivolta.
Durante il convegno di Officina Mentis per la prima volta il film documentario dedicato a R. Gori “Un’epoca senza anima” (regia di Xavier Gayan, 2021) è stato proiettato anche in Italia, a Bologna. Il film, che in Francia ha avuto grande diffusione e successo, è un percorso intellettuale e di appassionato impegno politico e culturale, che pone domande necessarie, che ci coinvolgono tutti, sulle trasformazioni epocali di cui siamo testimoni e attori.
Gori ha inoltre presentato e discusso il suo ultimo libro, appena pubblicato: “De-civilizzazione: le nuove logiche del dominio”(2025),