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Duecentosettanta passi

Il buio è dove la luce non può liberamente danzare. Intervista a Jenny, che ha condiviso con noi la sua poesia

🔊 Puntata 1000


Duecentosettanta passi

Che cosa vuol dire venire ricoverati in SPDC, i Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura, standoci per settimane, per mesi, insieme a persone che non si conoscono? Lo abbiamo chiesto a Jenny, anche lei ricoverata lì.

La voce di Jenny sembra quella di una ragazzina, le sue parole invece sono tutt’altro. Qualche tempo fa ha scritto una poesia, la sua prima poesia. L’ha mandata a Psicoradio, noi non la conoscevamo, mentre lei ci ascolta.

L’abbiamo intervistata e ci ha raccontato le persone con cui stava vivendo, ce le ha elencate solo con le iniziali. Ci ha raccontato il suo ultimo ricovero, oltre tre mesi e mezzo, la paura di una ricaduta, il suo farsi del male, però anche le tante persone che ha conosciuto durante il ricovero, e che sono diventate le protagoniste della sua poesia.
Non troveremo nei suoi versi solo tristezza, perché Jenny è una ragazza combattiva e vuole riuscire a stare bene.

Questa puntata celebra anche la millesima puntata che Psicoradio ha fatto fino ad oggi, Jenny festeggia assieme a noi mille puntate di Psicoradio.

Ecco la poesia di Jenny: 270 passi

Ed ecco qualche passaggio dell’intervista a Jenny.

“Ho fatto un ricovero in SPDC piuttosto lungo, di tre mesi e mezzo, e tornata a casa, dopo essermi un pochino ripresa, riambientata e tutto quanto, ho sentito il bisogno di lasciare andare quell’esperienza, di uscire davvero da quelle quattro mura”. La poesia di Jenny si intitola “Duecentosettanta passi”, quanto misura il perimetro del reparto. Ci spiega come è nata: “Avevo bisogno di uscire da questo spazio, però allo stesso tempo avevo anche tantissimo bisogno di tenermi vicino alle persone che avevo incontrato, di ricordarle, di portarle fuori con me in qualche modo”.

270 passi parla di persone che sono state importanti per Jenny.

“Era un reparto psichiatrico, proprio in ospedale. Nell’arco dei tre mesi e mezzo del mio ricovero, sono arrivate e andate via parecchie persone… Per esempio R e B, sono stati instancabili camminatori, R e B sono stati per me molto importanti. Poi anche D e G sono diventati proprio miei amici, ma si riferiscono a un ricovero precedente. Mi è rimasta nel cuore tantissimo I, che non smette di farsi del male, poi la giovane G, perché era questa ragazza  molto giovane, la mia sorellina in qualche modo, però tutti mi hanno lasciato qualcosa. Dopo le prime tre, quattro settimane in cui stavo veramente abbastanza male, ho iniziato a sentire quel luogo proprio come la mia casa”.

“Ho avuto anche le energie per accogliere gli altri in questa casa, cioè sono diventata un po’ la veterana del luogo, è un po’ brutto da dire. Non lo so, quando arrivava qualcuno di nuovo cercavo sempre, per quanto potessi, aprire uno spiraglio in quel dolore enorme che c’è quando arrivi in un reparto del genere, perché arrivi e l’unica cosa che vuoi fare è stare a letto, è l’unica cosa che riesci a fare”. 

“Nella poesia dico che conta la non maschera di S. e degli altri, S. è un’infermiera. Tutti quanti mi sono sembrati molto presenti, senza maschera, erano genuinamente gentili, quasi tutti in un modo o nell’altro mi hanno fatto sentire di esserci come confidenti”.

Il nostro consiglio è davvero di ascoltare Jenny, e la puntata, per intero.

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