Un altro modo di sentire il mondo
Il volto meno conosciuto dell’autismo raccontato dalla psichiatra Rita di Sarro
🔊 Puntata 948

C’è un sollievo che arriva tardi, ma quando arriva può illuminare tutto. Ricevere una diagnosi di autismo in età adulta può essere uno shock ma per molti può invece rappresentare un sollievo, una liberazione. “Il mio non è lo stesso disturbo, ma so che dare un nome a qualcosa con cui convivi da sempre senza comprenderlo può fare la differenza” spiega Serena, una nostra psicoredattrice. In questa puntata approfondiamo il complesso mondo dello spettro autistico, esplorando non solo il disturbo, ma anche le sue connessioni con il genere e la neurodivergenza. Lo facciamo insieme alla psichiatra Rita di Sarro, direttrice del programma integrato disabilità e salute del Dipartimento di salute mentale di Bologna. Prima però vogliamo chiarire velocemente il concetto di neurodivergenza: si tratta di una differenza nel funzionamento neurologico rispetto a ciò che è considerato tipico o normale.
Ma che cos’è davvero l’autismo?
Non esiste una sola forma di autismo, ma tante sfumature, tante caratteristiche che si manifestano in modo diverso in ogni individuo. Molti fanno confusione tra autismo e altre condizioni: è importante distinguere i sintomi nucleari – come il deficit dell’interazione sociale e della comunicazione sociale – da altri elementi che non fanno parte dell’autismo come i disturbi del linguaggio o cognitivi. “Le diverse forme di autismo vengono classificate su una scala che va dal livello uno fino ai livelli più gravi, quindi avremo persone con situazioni cognitive perfette, che possono eccellere in alcuni campi, come ad esempio i geni della musica e della matematica, fino ai livelli più gravi in cui possono manifestarsi difficoltà cognitive e comportamentali” osserva la dottoressa.
L’autismo è un diverso modo di funzionare, un’intelligenza che segue traiettorie alternative, a volte anche straordinarie, perché è un universo variegato dove il confine tra difficoltà e talento può farsi sottile: la psichiatra ha citato come esempio le straordinarie abilità di Newton e Einstein.
E il contesto? Conta eccome. Può essere uno sgambetto, o una rete di sostegno, può amplificare le difficoltà o offrire strumenti per affrontarle. “L’autismo ha un’impronta genetica altissima, quindi il contesto è rilevante quando c’è un intervento dei fattori ambientali, da quello che mangiamo, alle nostre relazioni e così via. Se si nasce autistici -chiarisce Di Sarro- non si guarisce, però si può migliorare la qualità della vita attraverso interventi mirati, come il trattamento cognitivo comportamentale. Insomma, l’ambiente può adattarsi alle esigenze del paziente e viceversa”.
Secondo la psichiatra nell’autismo la violenza non è mai un destino scritto, ma una risposta che può essere compresa e trasformata: “L’autismo di per sé non produce aspetti comportamentali violenti, però pensate a un bambino con un disturbo cognitivo del linguaggio che non capisce cosa succede nell’ambiente e non può comunicare i sui bisogni. In questo caso impara a ottenere con la violenza le cose che desidera, è un comportamento disfunzionale ma con il giusto trattamento si cerca di sostituire questo comportamento con l’educazione”.
Infine uno sguardo sulle donne: più intelligenti, più inclini a mascherarsi, a conformarsi, a non mostrare chi sono. “Le donne –spiega la dottoressa- hanno sempre avuto meno diagnosi rispetto agli uomini perché erano più brave a non far vedere chi erano! ”. Per secoli è stato così e molte ancora oggi arrivano alla diagnosi in età adulta dopo anni di fatica invisibile. Forse qualcosa però sta cambiando, a partire da una maggiore consapevolezza. Rita di Sarro ci guida in questa riflessione parlando di trattamento, supporto e soprattutto della necessità di comprendere senza stigmatizzare, perché una diagnosi non è una condanna: può essere il primo passo per capire e per essere capiti.
