La solitudine degli esclusi
Un viaggio tra le immagini del fotografo Luciano D’Alessandro e le parole di Sergio Piro, uno dei protagonisti della psichiatria italiana
🔊 Puntata 944

Come stanno insieme nella nostra puntata Luciano D’Alessandro, un fotografo sensibile, con uno dei protagonisti della psichiatria italiana, Sergio Piro e una davvero interessante galleria di Arte Fiera, a Bologna? Innanzitutto, per una non comune attenzione alle persone. Nel 1965 Luciano D’Alessandro inizia a scattare foto nel manicomio Materdomini di Nocera Superiore, e si rende subito conto della disperata solitudine dei pazienti rinchiusi nel manicomio. Continua per tre anni, fino al 1967, a tornare a Nocera, a scattare foto. E’ davvero un peccato che Psicoradio sia solo voce, e che quindi non sia possibile per chi ci ascolta vedere anche le fotografie di Luciano D’Alessandro, il loro pudore, la loro forza, la ferma e indimenticabile denuncia dell’istituzione manicomiale. Poco dopo però lo psichiatra Sergio Piro dà anche voce a quelle immagini con il libro “Gli esclusi. Fotoreportage da un’istituzione totale” (1969) che commenta le fotografie di D’Alessandro. E a Bologna nell’ultima edizione di Arte Fiera, la galleria d’arte “Martini-Ronchetti” ha portato le immagini e i testi del libro “Gli Esclusi “ “Queste dolorose testimonianze sono il frutto di una fortissima volontà di far luce sulla situazione di degrado che esisteva all’interno degli ospedali psichiatrici – ci dice Giovanni Battista Martini, titolare della galleria – e da parte del fotografo c’è una grande sensibilità nel riuscire a cogliere attraverso i corpi e la gestualità la situazione delle persone ricoverate, che evidentemente vivevano in uno stato di grande disagio e sofferenza.” In effetti il tono di questa mostra ci è piaciuto molto anche per l’aspetto etico del lavoro del fotografo, per il rispetto e la delicatezza delle inquadrature, quando per esempio cerca di far vedere più le mani dei volti, cerca di non sfruttare i suoi soggetti, e le tante immagini sono comunque emozionanti, quelle che ritraggono le persone e quelle che ritraggono solo mani callose, che evidentemente non sono state mai curate, ma che hanno lavorato molto, perché dentro i manicomi si lavorava. In alcune foto le mani stringono nel palmo un pezzo di pane, come se fosse un bene importante, da trattare con grande rispetto, e sono davvero commoventi.
“Il lavoro di Luciano D’Alessandro ha avuto una grande importanza anche da un punto di vista sociale – aggiunge il gallerista – Quando nel libro sono state pubblicate le immagini hanno avuto davvero un fortissimo impatto, anche perché il lavoro nasce dalla collaborazione tra lo psichiatra Sergio Piro, direttore dell’ ospedale psichiatrico Mater Domini a Nocera Superiore, e il fotografo, che in quel manicomio scatta”. Tra le immagini, fanno tenerezza quelle che mostrano le donne, anche loro pazienti in questo grande ospedale. Sono tutte vestite con una specie di grembiulone gigante a quadrettini che le rende tutte uguali e le fa sembrare grandi bambine un po’ grottesche.
“E’ vero, – conferma il gallerista – e osservando le fotografie di D’Alessandro si nota che gli uomini hanno più spesso posizioni isolate, mentre in parecchie immagini le donne sono insieme, a gruppi, come in una specie di difesa”. La galleria aveva già partecipato a mostre con temi fortemente sociali, a partire dalle bellissime fotografie di Lisetta Carmi, scomparsa 3 anni fa. Anche lei fotografava persone che vivevano quasi ai margini e non godevano di tutti i diritti, come quando le sue immagini denunciano la pericolosità e la fatica del lavoro nel porto di Genova; ma soprattutto avevano destato scalpore le immagini di quelli che allora erano chiamati “travestiti”, anche loro in qualche modo esclusi o comunque confinati: potevano forse andare nei luoghi frequentati da altri come loro, ma non mescolarsi. Forse non è un caso che queste persone che vestivano abiti femminili vivessero quasi tutte in quella specie di città che era allora l’antico ghetto ebraico, in una dimensione di grande marginalizzazione. “Esistevano, ma bisognava che non si facessero vedere – ricorda Martini – e loro stesse cercavano di nascondersi per proteggersi, perché quando vennero pubblicate le foto, nel 1972, c’era ancora una legge che vietava agli uomini di vestirsi in abiti femminili, e la loro vita di persone alla ricerca di una nuova identità era molto difficile. A lungo Lisetta Carmi ha cercato di far pubblicare un libro con le sue immagini, ma nessun editore aveva il coraggio di pubblicarlo. Fu proprio Luciano D’Alessandro a trovare nel 1972 il finanziamento perché potesse stamparlo.” Sia Carmi che D’Alessandro si sono occupati di persone ai margini non con uno sguardo voyeuristico ma al contrario restituendo loro la dignità; si nota molto in alcune fotografie di Lisetta Carmi, dove i “travestiti” guardano dritti negli occhi, come per dirti “Io esisto”.
Chiediamo a Paola Rosini, l’altra collega gallerista, chi si fermato ad osservare queste immagini dolorose, così intense, dure e però prive di voyeurismo, che a volte si guardano con anche un po’ di vergogna. “Si è fermato chi conosceva il lavoro “Gli esclusi”, che è una pietra miliare della storia della fotografia italiana ed ha un peso politico e sociale straordinario. Ma si sono incuriosite anche persone che non lo conoscevano, e non necessariamente appassionati di fotografia. Poco fa una signora, guardando le immagini delle ricoverate, aveva le lacrime agli occhi. Mi ha detto “gli mettevano il grembiulino come alle bambine delle elementari”. Anche io, ogni volta che vedo questo tipo di fotografie, in cui le persone sono evidentemente escluse, mi sento come se in questo ci fosse un po’ di responsabilità di tutti noi. Per questo forse D’Alessandro si sofferma sulle mani: anche quando si è totalmente rinchiusi in se stessi, apparentemente esclusi dal mondo, le mani continuano a parlare.” Quale è la foto di D’Alessandro che le piace di più? “E’ quella di un malato ripreso da dietro – risponde Paola Rosini – Si vede solo la nuca, il malato scrive con piccolissimi segni sul muro una storia che è intellegibile solo a lui, ma l’idea di questo tentativo di scrittura, di questo lasciare sul muro qualcosa di sé, mi tocca profondamente. Non è facile fare fotografie dure con delicatezza, con uno sguardo che faccia sentire l’altra persona non un oggetto – o una vittima – della fotografia. E infatti D’Alessandro racconta che all’inizio di questo progetto non riesce proprio a prendere in mano la macchina fotografica; poi capisce che sostanzialmente sta fotografando due cose: la violenza della società nei confronti delle persone rinchiuse, e la solitudine. La solitudine come condanna possibile di tutti gli esseri umani.
Vogliamo concludere con qualche pagina del libro “Gli esclusi”, un libro importante e ancora attuale ( ed. Il Diaframma 1969), dove Sergio Piro – che era il direttore dell’ospedale e aveva accompagnato D’Alessandro nel suo lavoro – ha scritto come commento alle fotografie, per far emergere la violenza che veniva esercitata negli ospedali psichiatrici dalle strutture, dagli operatori, dalla farmacologia… più o meno consapevolmente. “Mentre D’Alessandro scopriva come esperienza diretta e scottante la solitudine del malato mentale, io ero alle prese con la mia cattiva coscienza, così come buona parte degli psichiatri dell’epoca. (…) Le immagini rivelavano a Luciano una sconfinata solitudine umana che lui attribuiva alla malattia. Per me quella solitudine aveva un altro significato, non era il risultato di una malattia, era la testimonianza diretta della violenza. Io ero lì paternalisticamente buono e mistificatamente comprensivo, come strumento di fatto di quella violenza. Ero lì agitato e affannato a proporre nuovi miglioramenti e nuove sistemazioni, nuove terapie, nuovi studi scientifici, nuovi mezzi di proselitismi psichiatrici, ma tuttavia costantemente impiegato in un ruolo che implicava il potere, la sopraffazione, la violenza, l’autoritarismo: la solitudine che Luciano mi mostrava era l’effetto della mia violenza. A questo punto la fotografia di Luciano era il dito puntato dell’accusatore, e io l’accusato. Non aveva nessuna importanza il fatto che ciò non fosse nelle intenzioni del fotografo, che lui aveva solo voluto raccontare una storia e cogliere una realtà. Questa realtà stava lì, e per me parlava da sola. Ecco quindi che questo libro è un documento della violenza. Potrà obiettare qualcuno che dal 1965 ad oggi in molti ospedali psichiatrici non ci sono più i reparti agitati, che le condizioni dei malati mentali sono migliorate, che si ha grande cura dei muri, dei colori, del verde, della cucina degli ospedali, che gli psicofarmaci permettono di evitare i mezzi di contenzione e tante altre cose. Però negli ospedali più arretrati le cose non sono cambiate, e se anche fossero modificate nel senso che si è detto, la storia della solitudine rimarrebbe identica. Nei reparti nuovi e più eleganti la legatura farmacologica non è meno violenta né meno alienante del corsetto di sicurezza. L’ergoterapia meccanicamente applicata non riempiva il vuoto, “un vuoto totale” dice un ricoverato, di giorni e giorni passivamente trascinati, così come non lo riempivano le lunghe soste nelle piazzette. Dunque, dovunque le cose stiano così la violenza rimane e le immagini sono sostanzialmente attuali. Il vuoto è stato pienamente colto nelle immagini di D’Alessandro ma questo non è il vuoto della malattia come ineluttabile condanna biologica, è invece il vuoto che l’apatia, inerzia e l’abbandono hanno creato in coloro che sono esclusi (…).
