Nora è una bambina di 10 anni vivace, un po’ selvaggia e con una fantasia travolgente. Nella sua famiglia non manca l’amore, ma la mamma è molto impegnata con il lavoro mentre il papà soffre di una seria forma di depressione che sta cercando di curare. Un giorno nel bel mezzo di una serena giornata al parco, inquietanti figure ricoperte di fango emergono improvvisamente dal nulla e rapiscono suo padre! Sola e confusa, Nora non si perde d’animo e si mette sulle sue tracce, scoprendo un portale che la conduce in un mondo meraviglioso ma pieno di insidie.
I fumettisti Marco Rocchi e Francesca Carità, raccontano ai microfoni di Psicoradio la grafic novel pubblicata a fine 2021 per Star Comics: “Il tesoro perduto di Nora”. I due autori, hanno conosciuto da vicino esperienze di disagio e hanno deciso, attraverso la loro arte, di raccontare ai più piccoli che: “ci si può trovare in situazioni difficili, ma non bisogna prendersene le colpe e non bisogna sentirsi soli, perchè c’è sempre qualcuno che può aiutare”. “Per me era molto importante non dare messaggi sbagliati” sottolinea Francesca Carità, che ha deciso, nei passaggi più complicati del racconto, di farsi aiutare da uno psicoterapeuta, con il quale ha parlato di cosa era giusto dire e cosa invece avrebbe potuto dare adito a interpretazioni sbagliate.
Ma quello di Nora non è un libro difficile nè triste, è il viaggio magico di una bimba “normale” che ha dentro di sè il potere dell’amore, dell’ascolto, della fantasia e del coraggio di affrontare con curiosità e attenzione verso l’altro le avventure della vita. Un viaggio che può essere letto a più livelli e con consapevolezze diverse, sia da chi conosce il disagio psichico, che da chi non sa ancora cosa sia e può scoprire che dentro gli essere umani ci sono parti diverse che si mescolano, a volte si nascondono le une sotto le altre ed entrano in conflitto, ma convivono dentro ognuno di noi.
A un passo dal “Bonus psicologo”. Approvato l’emendamento al decreto Milleproroghe che ne prevede il finanziamento. Ora, per diventare ufficiale, l’emendamento dovrà essere approvato da Camera e Senato. Una buona notizia, principalmente dal punto di vista culturale, ma solo un “un punto di partenza”, come ha evidenziato David Lazzari, presidente dell’ordine nazionale degli Psicologi. Sia perché “la somma destinata è limitata”, sia perché “occorrono delle risposte poi di tipo strutturale”. L’emendamento prevede per il 2022 uno stanziamento di 20 milioni di euro, di cui 10 milioni per finanziare effettivamente il bonus e altri 10 per potenziare le strutture sanitarie che forniscono sostegno psicologico. Potranno richiederlo tutte le persone con ISEE inferiore a 50mila euro, e il tetto massimo del contributo è di 600 euro annui. Si tratta, evidentemente, di un parziale rimborso delle spese sostenute da chi segue percorsi di terapia, un piccolo supporto a chi vive una condizione di disagio psicologico.
Curare chi non sa cosa è il bene e il male. Psicoradio torna ad occuparsi del complicato – e poco noto – tema delle REMS, residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza per persone che hanno compiuto reati, mentre erano incapaci di intendere e volere. Un tempo, i cosiddetti “folli rei” erano richiusi nei “manicomi criminali”, poi negli OPG; diversi anni fa, una persona che viveva in OPG ce li descrisse in un’intervista come “luoghi infernali nei quali erano stipati detenuti pieni di psicofarmaci, spesso legati, senza contatto con la realtà circostante”. Se è “vero – proseguì – che uno deve pagare, però non in queste condizioni, perché così ti annientano”. Oggi queste persone si trovano nelle REMS, nate nel 2015 quando per legge sono stati chiusi gli Ospedali psichiatrici giudiziari.
La più grande differenza delle REMS con gli OPG (e anche con il carcere) è data dal fatto che le REMS dovrebbero essere vere e proprie strutture sanitarie. “Superare gli OPG non vuol dire costruire altri luoghi speciali per i matti” ci dice Stefano Cecconi del comitato Stop OPG, il cui Osservatorio monitora le condizioni di vita e il funzionamento delle REMS fin dalla loro apertura. Però oggi uno dei problemi che il comitato Stop OPG deve affrontare sono le lunghe liste d’attesa per entrare in queste strutture. Di pochi giorni fa è la notizia che la stessa Corte Europea sui Diritti Dell’Uomo ha condannato l’Italia a risarcire per trattamento inumano Seydou Sy, un cittadino italiano con gravi problemi psichiatrici, costretto in carcere per 2 anni in attesa che si liberasse un posto in una REMS, nonostante anche i giudici italiani avessero stabilito che il carcere non fosse il posto adatto per lui.
Sulla legittimità del sistema REMS e delle “misure di sicurezza psichiatriche”, a fine gennaio è arrivata anche l’attesa sentenza della Corte Costituzionale che ha rigettato il ricorso presentato dal Tribunale di Tivoli contro la riforma che le ha istituite. Le REMS sono dunque salve, ma sono state sottolineate alcune criticità fondamentali. Come ad esempio l’esigenza di garantire il buon funzionamento delle strutture, in un numero sufficiente a far fronte ai fabbisogni nazionali. Cosa dobbiamo quindi aspettarci quindi ora? Ne parliamo con Michele Miravalle dell’associazione Antigone, nata alla fine degli anni 80 per tutelare i diritti delle persone in carcere, che conclude “Bisogna domandarsi quanto è giusto che duri il percorso di ricovero in REMS; e soprattutto cosa fare durante quel percorso. E sperare che, esattamente come dice la legge, dopo la REMS ci sia poi una “progressività” del percorso terapeutico del paziente “
Perché esiste il medico di base, che si occupa dei disturbi del corpo, ma non esiste lo psicologo di base? La cura dei disturbi della psiche non deve essere un lusso riservato a pochi. Psicoradio è stata al presidio di studenti e studentesse universitari in Piazza Maggiore, in pieno centro a Bologna, che il 4 febbraio chiedeva alla Regione e al Comune l’istituzione dello psicologo di base. A promuoverlo è stato il centro sociale Labàs, ma l’iniziativa ha coinvolto varie altre realtà del territorio.“Ho l’ansia”, “Non vivo solo per lavorare”, “Cure concrete accessibili a tutti” gridavano i cartelli portati al collo dai manifestanti. D’altra parte, sono orami tante le ricerche – tra cui quelle dell’OMS – che confermano il grande aumento dei disturbi psichici, progressivo negli ultimi decenni, ma peggiorato dalla situazione creata dalla pandemia.
Abbiamo intervistato alcuni dei partecipanti al presidio, che erano prevalentemente ragazzi e ragazze tra i 20 e i 30 anni. Molti hanno iniziato un percorso di cura con psicoterapeuti privati proprio durante l’emergenza sanitaria, molti altri, invece, ne avrebbero bisogno ma non possono permetterselo, come ci conferma uno studente: “Non tutti possono rivolgersi al settore privato. Bisogna migliorare l’accessibilità al servizio pubblico”. E qualcuno ci ha raccontato di sentirsi abbandonato dal silenzio delle istituzioni sul problema del disagio psichico: “Sembra che nessuno tra i politici voglia mettere in agenda questo problema”. Un sintomo comune a tanti è l’ansia, che cresce nei periodi vicini agli esami, e sembra molto difficile da gestire: “Durante il lockdown ho avuto problemi con l’ansia, lo psicologo mi ha aiutato”.
Ogni volta, la nostra interviste finiva con una domanda: “Tu come stai, veramente?” e le risposte sono state tutte diverse. Ve ne anticipiamo due: “Mi sento abbastanza bene, ma sono consapevole che ci saranno periodi in cui sentirò ancora un grande vuoto dentro”. “Sto come uno che lotta da una vita per stare bene, ma mancano gli strumenti, c’è bisogno d’aiuto, da soli non ce la possiamo fare”.
“C’era una volta un paese con centomila persone dentro gli ospedali psichiatrici. Si chiamava Italia. E io quel paese lì l’ho visto. Oggi quel paese non c’è più” (Franco Rotelli)
Ancora una volta, cerchiamo di riflettere su dove stia andando la psichiatria oggi, perché le conquiste raggiunte non possono mai essere date per scontate. Un esempio recente è ciò che sta avvenendo a Trieste, dove il centrodestra governa dallo scorso autunno con il sindaco Roberto Dipiazza. Alla fine del 2021 l’Ausgi – l’Azienda Sanitaria Giuliano Isontina – ha presentato un piano di riforma della sanità locale che rischiava di smantellare un modello di cura d’esempio a tutto il mondo. La bozza prevedeva infatti la riduzione dei centri di salute mentale, un taglio alle risorse stanziate per farli funzionare e una riduzione dell’orario di apertura, che era di 24 ore su 24. Migliaia di cittadini, utenti, familiari e associazioni sono scesi in piazza per denunciare questo grave “attentato” ad una tradizione di cura tra le più innovative del mondo. Di fronte alle proteste, fortunatamente la Regione ha deciso di fare un passo indietro. Ma questo ci dimostra, appunto, che non tutti i passi avanti sono definitivi.
Se ne è parlato qualche tempo fa in un dibattito sullo stato della psichiatria, durante i giorni del festival Non Sola Mente, su “follia, teatro ed emancipazione” organizzato dal centro sociale Labàs di Bologna. In quell’occasione abbiamo incontrato lo psichiatra Franco Rotelli, uno dei protagonisti della riforma che ha portato alla legge 180, e direttore del Dipartimento di salute mentale di Trieste dopo la morte di Basaglia. Rotelli ha criticato duramente la proposta di riforma sanitaria tentata a Trieste, riflettendo su quale debba essere il compito delle istituzioni nei percorsi di cura.
Un esempio felice di collaborazione tra attività che partono dal basso e percorsi istituzionali è L’Accademia della Follia, compagnia teatrale composta da attori in cura presso i servizi di psichiatria e anche associazione di promozione sociale. Nella storia dell’Accademia – ricorda Cinzia Quintiliani, vicepresidente e direttrice organizzativa – ha ricoperto un ruolo chiave uno straordinario attore e regista scomparso nel 2019, Claudio Misculin. Fu Basaglia a intuire il talento di Misculin, e ad avviarlo al lavoro teatrale, come l’attore ha raccontato tempo fa a Psicoradio: “La mia fortuna è stata quella di diventare matto a Trieste, quando c’era Basaglia, che invece di chiudermi da qualche parte, mi ha messo su un palco.”
Come ogni anno nel periodo natalizio, i redattori e le redattrici di Psicoradio vi donano pezzi musicali, poesie o spezzoni di film che raccontano parti della nostra vita e che ci piace condividere con voi. Ma per finire questo anno e iniziare il prossimo, sentiamo anche il bisogno di fare un po’ d’ordine, iniziando dalla A e finendo con la Z, in un nostro “Psicodizionario” che descriva termini usati e abusati del mondo della salute mentale. Nella vita quotidiana, infatti, ci imbattiamo spesso in termini che evocano il mondo della psiche: a volte strani, spesso generici, altre volte troppo specialistici. Ci sono diagnosi – come depressione, nevrosi o schizofrenia – che sono evase dal campo ristretto della salute mentale, e oggi sono sulla bocca di tutti, utilizzate in modo superficiale per indicare comportamenti e stati d’animo. Altri termini – come matto, pazzo, handicappato – a volte sono usati per offendere. E allora, c’è bisogno dI un po’ del nostro PSICODIZIONARIO, una serie di trasmissioni tratte da una rubrica di podcast che abbiamo realizzato negli scorsi mesi per l’agenzia di comunicazione Redattore Sociale, e che avevamo chiamato PsicoDIZIOradio. Come vedrete, si va dal bullismo alla contenzione, dall’invidia del pene al raptus e alla zoofobia.
Qualche dose dello PSICODIZIONARIO di PSICORADIO, con alcune anticipazioni di quel che sentirete: A come atti mancati; B come bullismo: “Hanno cominciato a spintonarmi all’uscita da scuola: io cadevo e ad ogni caduta erano risate. Quelle risate me le porto ancora dentro e per molto tempo le ho interpretate come l’unico giudizio che gli altri potessero avere di me”. C come contenzione; D come disturbo di personalità borderline; E come empatia; F come film; G come guaritore; H come Hikikomori: avete mai desiderato rinchiudervi nella vostra cameretta e non uscirne più? Agli Hikikomori succede. Tra gli altri, ne parla con noi Yuri Ywasaki, che per anni è stata una hikikomori e che oggi, dopo aver finito l’università, gira il mondo raccontando la sua esperienza. I come invidia del pene; L come ludopatia; M come musicoterapia; N come negazione; O come outsider art; P come psicosi; Q come quarantena; R come Raptus: È una “buccia di banana” su cui spesso scivolano giornali e mezzi di comunicazione quando urlano titoli come “raptus di follia”, “raptus omicida” o “raptus di gelosia”. S come stigma; T come Tso, trattamento sanitario obbligatorio; U come uditori di voce; V come Vaginismo: “Continuavo a chiedere alla mia ginecologa se io la avessi la vagina, se ci fosse in me un buco”, racconta una ragazza intervistata da Silvano Agosti nel documentario “D’amore si vive” del 1984. Z come zoofobia. Un dizionario, come una enciclopedia, è in continua crescita. Suggeriteci altri termini che vi piacerebbe ne facessero parte!
Come ogni anno nel periodo natalizio, i redattori e le redattrici di Psicoradio vi donano pezzi musicali, poesie o spezzoni di film che raccontano parti della nostra vita e che ci piace condividere con voi. Ma per finire questo anno e iniziare il prossimo, sentiamo anche il bisogno di fare un po’ d’ordine, iniziando dalla A e finendo con la Z, in un nostro “Psicodizionario” che descriva termini usati e abusati del mondo della salute mentale. Nella vita quotidiana, infatti, ci imbattiamo spesso in termini che evocano il mondo della psiche: a volte strani, spesso generici, altre volte troppo specialistici. Ci sono diagnosi – come depressione, nevrosi o schizofrenia – che sono evase dal campo ristretto della salute mentale, e oggi sono sulla bocca di tutti, utilizzate in modo superficiale per indicare comportamenti e stati d’animo. Altri termini – come matto, pazzo, handicappato – a volte sono usati per offendere. E allora, c’è bisogno dI un po’ del nostro PSICODIZIONARIO, una serie di trasmissioni tratte da una rubrica di podcast che abbiamo realizzato negli scorsi mesi per l’agenzia di comunicazione Redattore Sociale, e che avevamo chiamato PsicoDIZIOradio. Come vedrete, si va dal bullismo alla contenzione, dall’invidia del pene al raptus e alla zoofobia.
Qualche dose dello PSICODIZIONARIO di PSICORADIO, con alcune anticipazioni di quel che sentirete: A come atti mancati; B come bullismo: “Hanno cominciato a spintonarmi all’uscita da scuola: io cadevo e ad ogni caduta erano risate. Quelle risate me le porto ancora dentro e per molto tempo le ho interpretate come l’unico giudizio che gli altri potessero avere di me”. C come contenzione; D come disturbo di personalità borderline; E come empatia; F come film; G come guaritore; H come Hikikomori: avete mai desiderato rinchiudervi nella vostra cameretta e non uscirne più? Agli Hikikomori succede. Tra gli altri, ne parla con noi Yuri Ywasaki, che per anni è stata una hikikomori e che oggi, dopo aver finito l’università, gira il mondo raccontando la sua esperienza. I come invidia del pene; L come ludopatia; M come musicoterapia; N come negazione; O come outsider art; P come psicosi; Q come quarantena; R come Raptus: È una “buccia di banana” su cui spesso scivolano giornali e mezzi di comunicazione quando urlano titoli come “raptus di follia”, “raptus omicida” o “raptus di gelosia”. S come stigma; T come Tso, trattamento sanitario obbligatorio; U come uditori di voce; V come Vaginismo: “Continuavo a chiedere alla mia ginecologa se io la avessi la vagina, se ci fosse in me un buco”, racconta una ragazza intervistata da Silvano Agosti nel documentario “D’amore si vive” del 1984. Z come zoofobia. Un dizionario, come una enciclopedia, è in continua crescita. Suggeriteci altri termini che vi piacerebbe ne facessero parte!
“Psicostorie” è il nuovo podcast di Psicoradio realizzato per l’agenzia di comunicazione Redattore Sociale. Per quattro settimane i redattori narrano una storia: I., che giovanissima inizia a sentire voci; B. che ha vissuto la sua infanzia in orfanotrofio e si è ripresa la sua vita passo per passo; A., che ha trovato nel rap il modo di elaborare il nero che vedeva intorno a sé. E poi la storia collettiva di una etnia matriarcale cinese.
La puntata di questa settimana è densa di voci: attori e attrici, esperti, attivisti e attiviste, ci parlano di come le arti, il teatro e i lavori creativi possano aiutare le persone a stare meglio. I risultati di un modo diverso di pensare la cura cominciano ad essere evidenti. La psichiatra Ivonne Donegani, dell’associazione Arte e Salute, ha raccontato a Psicoradio ciò che ha visto in oltre vent’anni di lavoro con le compagnie teatrali composte da persone in cura nei servizi di salute mentale: “Quando iniziammo le persone erano estremamente sofferenti e bloccate; posso dire che il teatro ha rappresentato per loro un elemento di grande miglioramento, ha aumentato l’autostima e le capacità relazionali. Nel tempo poi dal teatro tante persone sono approdate anche ad altri lavori. Esperienze come teatro e radio sono la dimostrazione che questa è la strada da seguire; anzi dovremmo ragionare su come allargare la possibilità di accesso.” “Gli applausi mi rendono felice ed orgoglioso di quello che faccio e poi il lavoro mi dà anche uno stipendio”, ci ha raccontato un attore.
Ma possono esserci “prove” scientifiche di questi risultati ottenuti da attività creative? Bruna Zani è stata preside della facoltà di Psicologia, e oggi è presidente dell’Istituzione Gianfranco Minguzzi di Bologna, che si occupa di ricerca e documentazione sui temi della salute mentale. Nel 2017 Zani ha curato il libro “A teatro. In compagnia” che raccoglie le storie di tre compagnie di teatri della salute mentale dell’Emilia Romagna. Una ricerca da lei curata ha indagato cosa succede quando una persona con problemi psichici incontra il lavoro creativo del teatro: “Le persone acquisiscono padronanza e controllo sulla propria vita, diventano più consapevoli; partecipare ad iniziative pubbliche ha inoltre anche una funzione antistigma. Inoltre, le persone sviluppano competenze che prima non avevano e le portano anche in altri ambiti della loro vita.” Non sono opinioni. Un report dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (2019) illustra, sulla base di numerose pubblicazioni, il ruolo delle arti nel migliorare la salute, il trattamento delle patologie ed in generale il benessere psicofisico delle persone.
Abbiamo voluto concludere la puntata riascoltando la voce di un amico scomparso da qualche anno: Claudio Misculin, regista ed attore, “messo sul palco da Basaglia”, come raccontava di sé, fondatore dell’Accademia della Follia di Trieste quando raccontò ai nostri microfoni come il teatro possa far bene alle persone. E parlando di un’attrice anoressica, ci diceva: “La mia proposta è: vomita sul palco la tua sofferenza. Dopo un po’ ti stufi di vomitare.” E Misculin non aveva dubbi: “Il matto è il miglior materiale umano per fare arte, per arrivare all’arte.”
Segnaliamo due eventi a Bologna. Fino al 12 dicembre la compagnia Arte e Salute è in scena all’Arena del Sole di Bologna con Racconti della foresta di Arden ovvero La tempesta da William Shakespeare, adattamento e regia di Nanni Garella. Il 9 e 10 dicembre 2021, sempre a Bologna, ci sarà NON SOLA MENTE. Follia, Teatro, Emancipazione, due giorni per parlare di psichiatria oggi. Dalla rottura con i manicomi alle pratiche innovative. Da Franco Basaglia a Claudio Misculin, quale eredità raccogliamo? L’evento è organizzato dal collettivo politico e culturale Làbascolta (all’interno di Labàs). Labàscolta è uno sportello di ascolto psicologico con accesso gratuito e libero, nato nel 2020 che, nelle parole dei fondatori “cerca di portare avanti un’idea diversa di salute mentale, di proporre il modello di una salute che tenga presente, oltre al disagio mentale, anche gli aspetti relazionali e sociali”. Giovedì 9 dicembre alle 16.00 la prima parte di NON SOLA MENTE è dedicata ad un convegno al quale partecipano tra gli altri Franco Rotelli, allievo e amico di Basaglia e oggi presidente dell’Accademia della Follia, e il critico teatrale Massimo Marino. Venerdì 10 dicembre alle 21.00 l’opera di Giuliano Scabia Dinosauri sarà messa in scena dall’Accademia della Follia di Trieste.
“Ho aperto la pagina dell’INPS e ho trovato questo piccolo avviso, come se fosse una comunicazione di servizio. Mi stai cambiando la vita, mi stai imponendo delle scelte dolorosissime e la butti giù così? No, non ci sto”. Alice Cavicchioli è una nostra ascoltatrice, una cara conoscenza di Psicoradio. Questa puntata inizia proprio con la sua voce che ci racconta la scelta dolorosissima che si è trovata a dover affrontare di punto in bianco quando l’INPS ha annunciato che sarebbero cambiate le regole sull’assegno di invalidità. Un cambiamento che costringerebbe una persona invalida a scegliere tra lavoro e indennità, se questa riforma andasse avanti. Fino ad oggi, infatti, le persone con un’invalidità civile tra il 75 e il 99% hanno percepito un assegno di circa 287 euro, purché il loro reddito mensile non superasse i 400 euro.
Con la riforma annunciata dall’INPS, l’assegno non viene più versato a chi lavora, qualunque reddito percepisca, anche se minimo. Anche se si tratta di 20 euro al mese. Quindi o non si lavora e si riceve l’assegno o, se si lavora, si perde l’assegno. “Sono una paziente psichiatrica”, racconta Alice. “Sono tra le persone che percepiscono questo assegno perché ho un’invalidità del 75% ma faccio anche un lavoro part-time”. Ma né l’uno né l’altro sono sufficienti per sopravvivere, se presi singolarmente. “Sono arrabbiata, mi sono sentita umiliata, non solo perché sono invalida io ma perché conosco tante persone invalide che vorrebbero mitigare gli aspetti più stigmatizzanti di questa condizione proprio creandosi una vita all’esterno e lavorando”.
Nel frattempo la decisione dell’INPS ha provocato la protesta di tutte le associazioni. Di conseguenza si è mossa anche la politica e il ministro del Lavoro Andrea Orlando ha assicurato che l’indennità sarà reintrodotta con un emendamento alla Legge di Bilancio. La Redazione si è confrontata perciò sull’importanza del lavoro, di come il lavoro possa arricchire la vita, e non certo dal punto di vista economico. Permettendo di sentirsi “abili e non dis-abili”, come dice Alice. Ma ci siamo confrontati anche sulle difficoltà che incontrano le persone con disturbi psichici negli ambienti lavorativi. Per esempio, la difficoltà nell’accettare (e di conseguenza comprendere) un disturbo “invisibile”.
“E’ cambiato tutto intorno a me; mi sono sentito più accettato dagli altri, più integrato nella società. In un termine solo: normalità, fuori da quei pregiudizi che tutti dicono di non avere. Qui ho avuto la possibilità di sentirmi nuovamente normale, una cosa semplice ma bellissima”. Questo “miracolo” è stato realizzato da un luogo di lavoro: il teatro. In Emilia Romagna infatti opera di diversi anni una rete di compagnie teatrali ( più di 20 ) promosse dai Dipartimenti di salute mentale, e i cui attori sono persone con disturbi psichici.
Ne parliamo in occasione del convegno-webinar “Teatro per la salute mentale fra cura, cultura, diritti e società. Non siamo mai scesi da Marco Cavallo” (19 e 23 novembre), organizzato dai Dipartimenti di salute mentale dell’Emilia Romagna, dall’Istituto Minguzzi. Tra gli altri anche da Arte e Salute aps – che ha fatto nascere Psicoradio, media partner del convegno. “Frequentavo un centro diurno ed è stato proprio lì che un’operatrice mi ha fatto conoscere questo mondo. Questa esperienza la sento mia”, racconta una delle attrici della compagnia “Tabù? e tambù” di Imola. “Il nostro è un magazzino di idee, dove scriviamo e recitiamo quello che scriviamo” spiega invece il regista della compagnia “Jolly” di Parma. Questa è l’unica compagnia che opera dentro una REMS – Residenze per l’esecuzione della misura di sicurezza – dove sono internate le persone che hanno commesso reati, ma incapaci di intendere e di volere. Non è sempre facile, racconta, perché “a volte il teatro, come la vita, ci pone sfide e ostacoli e non sempre si è pronti o si ha voglia di mettersi in gioco. Allora nel nostro magazzino di idee facciamo una pausa e anche questo è importante”.
Tra le tante voci che sentirete – attori, registi e chi lavora fra teatro e mondo della psiche – Angelo Fioritti, direttore del Dipartimento di Salute Mentale di Bologna, spiega che “quando parliamo di salute mentale intendiamo la promozione del potenziale umano. Anche le persone che hanno una malattia mentale possono godere di ottima salute. Quindi questo ci porta a investire in salute, attività sportive, espressive, di comunicazione, teatrale… ed è un investimento per la salute”. Inoltre, alcuni studi che verranno presentati durante il webinar, dimostreranno che facendo teatro “si acquisisce la capacità di mettersi nei panni degli altri, giocare ruoli diversi nella vita reale… con rimandi positivi anche per chi assiste agli spettacoli. Perché si sviluppa una comprensione diversa verso chi ha un disturbo mentale”. Il nostro viaggio col teatro della salute mentale continuerà anche in una delle prossime puntate.
Tra attori e registi, sentirete la psichiatra Ivonne Donegani; le abbiamo chiesto a cosa serve, per un Dipartimento, investire nel teatro. E poi, la domanda che in tanti (soprattutto gli scettici) si fanno: ci sono prove “scientifiche”, ricerche, che hanno indagato gli effetti del teatro per chi soffre di un disturbo psichico? Bruna Zani, ex preside della facoltà di psicologia di Bologna e oggi direttrice dell’Istituto Minguzzi ci parla, appunto di ricerche fatte dall’Università e dall’OMS. A proposito: la compagnia Arte e Salute Ragazzi (che ascoltate anche in questa puntata) è al teatro Testoni di Bologna con lo spettacolo “Il pifferaio di Hamelin” domenica 21 novembre.
Analizziamo la canzone di Fabrizio De André “Un matto (Dietro ogni scemo c’è un villaggio)”, che il cantautore realizzò ispirandosi ai versi dell’“Antologia di Spoon River” di Edgar Lee Masters, ed inserì nello storico album del 1971, “Non al denaro non all’amore né al cielo”. In redazione è nata una discussione sui significati del testo, ma anche sul ruolo del “matto” all’interno di una comunità e sugli stereotipi che certe narrazioni possono portare con sé.
A Vincenzo questa canzone piace perché “non si avverte la differenza tra i cosiddetti matti e i cosiddetti normali” mentre Giovanni sostiene che il brano di De Andrè “fa pensare che al mondo ci siano persone un po’ diverse, che per arrivare a comprendere determinate cose fanno un giro più lungo o un giro diverso rispetto ad altre.” “Tu basta che fai qualcosa di diverso e la gente ti prende per scemo” commenta Gianmaria, ricordando il sottotitolo della canzone: Dietro ogni scemo c’è un villaggio. De Andrè quindi difende questo “scemo” suggerendo che dietro ad ogni scemo c’è un villaggio che è ancora più scemo e più pazzo di lui, perché è ignorante e non lo comprende”. E aggiunge che ”De André ha sempre difeso chi stava male, perché chi sta male è scomodo da difendere e da aiutare. Secondo Vincenzo però nella canzone affiora un luogo comune “che la vita del cosiddetto matto sia una vita sprecata. Ma emerge contemporaneamente anche il rimorso per non aver capito, accolto, il cosiddetto scemo del villaggio”. “Ma lo scemo” – chiosa Gianmaria – “da morto non ha bisogno della pietà di chi prima lo prendeva in giro.”
L’INPS sembrerebbe pronta a fare marcia indietro dopo aver annunciato la revoca dell’assegno di invalidità parziale per le persone che hanno un lavoro. Per questo abbiamo aperto la puntata con gli aggiornamenti su questo tema caro a Psicoradio. Le associazioni di categoria hanno infatti protestato e lottato, tanto che il Ministro Orlando ha annunciato un emendamento che proverà a riportare la situazione alla normalità. Vi terremo aggiornati.
A proposito di lavoro, continuiamo parlando di teatro, un’attività lavorativa che, come sappiamo, può essere utile alle persone con disagio psichico e non solo. Ne abbiamo parlato in questa puntata con Ignazio Chessa, attore e fondatore del Teatrì di Alghero.“Il dolore grande ti annienta ti sfibra fisicamente, ti sfinisce, quindi qualunque salvagente viene apprezzato. Ecco, il teatro non mi fa avere paura di questo” dice Ignazio Chessa “artigiano” del teatro che nel 2018 ha fondato in un garage il teatro più piccolo al mondo, appunto Lo Teatrì. “Sono scappato dalla Sardegna – racconta – e da ragazzo a Roma ho iniziato a fare teatro professionalmente in questo piccolo teatro a Trastevere che si chiamava il Torchio, un teatro per ragazzi. Per tre mesi ho anche dormito sul palco perché ero senza casa e senza soldi”. Nel 1986 ha iniziato a frequentare la scuola di teatro MTM, teatro studio finanziato dalla regione Lazio. Dopo ha iniziato un periodo di collaborazioni in cui ha imparato a fare tutto. “La versatilità è nata lì: sono un artigiano del teatro”. “Non avevo ancora ben in mente, ma forse non ce l’ho neanche ora, quello che era il lavoro dell’attore, dell’artista. Ma c’è ancora qualcosa che mi spinge a farlo. Forse la maturità e la bellezza di questo lavoro non sono ancora arrivate”.
Dopo aver lavorato nei teatri di buona parte d’Europa, nel 1995 Ignazio è arrivato ad Alghero dove ha continuato a collaborare con diverse compagnie, accumulando materiale scenico sparso in vari garage. Da qui è nata l’idea del teatro più piccolo al mondo, occupando un locale di 38 mq, allestendolo, con una platea di 16 mq. È questo il Teatrì, forse un grande rischio, visto che non si tratta di un periodo felice per il mondo dell’arte a causa della pandemia alle porte. Ma l’iniziativa ha avuto comunque molto successo. Ignazio sostiene che questi spazi “ricordano un po’ gli scantinati della Roma degli anni 80”, dove lui ha avuto i primi ingaggi e ha imparato ad allestire piccoli spazi. “Volevo trasmettere la facilità di pensare una cosa e farla”. Dalla sua fondazione ad oggi ci sono stati più di 100 spettacoli, nonostante il Covid-19, con eventi replicati anche 8 volte. “Salgo ancora sul palco con un mio repertorio di 10 spettacoli, l’ultimo si chiama Fucilate l’artista e parla della dualità della figura dell’attore, che in qualche modo viene giustificata con tematiche pirandelliane”. A differenza di quanto accade nella vita di tutti i giorni, dove invece la dualità è osteggiata.
Parte della redazione racconta poi di aver avuto esperienze nel fare teatro in prima persona. Gian racconta: “Ho fatto per alcuni anni teatro presso il teatro Navile a Bologna. Il teatro c’è sempre stato in casa mia e sì, mi ha aiutato in un certo modo”. A Claudio il teatro non piaceva per niente quando era piccolo, ma più passano gli anni più gli piace. Recentemente ha svolto infatti due laboratori teatrali con la compagnia Cantieri Meticci di Bologna: “Impegnativi – racconta – soprattutto nel mettersi a nudo. Ma l’ho fatto proprio per superare i miei limiti. È stato impegnativo ma mi ha fatto bene”. Gino ricorda invece quando, pochi anni fa, ha fatto teatro a scuola. “Non ricordo molto – dice – ma una cosa che tutti gli spettacoli avevano in comune era il panico da palcoscenico che provavo nel momento in cui iniziavano e il senso d’orgoglio nel momento in cui finivano”.
Torneremo sul tema perché il Dipartimento di Salute Mentale di Bologna, l’Istituzione Gianfranco Minguzzi di Bologna e Arte e Salute aps organizzano il webinar dal titolo “Il teatro per la salute mentale fra cura, cultura, diritti e società. Non siamo mai scesi da Marco Cavallo” che si terrà il 19 e il 23 novembre 2021. Psicoradio è media partner dell’evento.
Il 14 ottobre l’INPS aveva comunicato che le persone con invalidità parziale (dal 74% al 99%) non avrebbero avuto più diritto all’assegno mensile di invalidità (di 242,84 euro) se avessero svolto un qualsiasi tipo di attività lavorativa, anche con remunerazione bassissima. L’inattività lavorativa diventava cioè requisito necessario per poter continuare a ricevere l’assegno. Di fronte a una misura del genere tutti i discorsi sulla funzione di inclusione sociale del lavoro, così identitaria, diventano assolutamente vuoti. La Conferenza Nazionale per la Salute Mentale ed altre associazioni avevano già iniziato a protestare, e anche Psicoradio stava preparando una serie di puntate su questa decisione, che si accaniva contro persone già colpite da una grande sfortuna e che hanno molto bisogno di continuare a lavorare. Certo, ci sono anche molti disonesti che percepiscono pensioni senza averne diritto, ma l’INPS dovrebbe fare controlli per toglierla a loro, non a chi ne ha grande bisogno! Le associazioni di categoria hanno protestato per giorni, e venerdì è stata annunciata la marcia indietro dell’INPS. Grazie ad un emendamento presentato dal ministro Orlando, si torna alla situazione precedente, che stabilisce un tetto al reddito da lavoro per continuare a percepire l’assegno. Morale: protestare a volte serve.
La contenzione è superabile? “Che immagini ti vengono all’idea di essere ricoverato/a perché stai male e alla possibilità che qualcuno ti leghi?” Alcuni redattori e redattrici di Psicoradio aprono la puntata della settimana dedicata alla contenzione raccontantando le loro esperienze. Non legare le persone in ambito psichiatrico è possibile: l’esempio è offerto in Italia da quei reparti psichiatrici di diagnosi e cura (SPDC) che hanno scelto di non farlo e che si sono riuniti già da qualche anno nel Club SPDC No Restraint con l’obiettivo di promuovere una cultura della contenzione zero. Un loro convegno, dal titolo “La contenzione è superabile nelle grandi città?” si è svolto il 23 settembre a Bologna e in diretta streaming.
Tra i partecipanti, Psicoradio ha intervistato il dott. Angelo Fioritti, direttore del Dipartimento di Salute Mentale dell’AUSL di Bologna; lo psichiatra racconta che quando ha iniziato a lavorare in manicomio, nel 1990, la contenzione era una pratica di routine: “È stato anche per me traumatico, una cosa che mi ha fatto vacillare anche rispetto alla vocazione professionale”. Massimiliano Nocera, coordinatore infermieristico dell’SPDC di San Giovanni in Persiceto (BO), un servizio che sin dalla sua nascita non ha mai legato, ci racconta la sua esperienza con un paziente col quale sono stati veramente vicini al praticare la contenzione. “È stata un’esperienza difficilissima, non era un paziente da portare in psichiatria. Aveva un grave ritardo mentale, metteva in atto degli agiti molto aggressivi. L’abbiamo gestito a fatica ma con tutta la cultura e professionalità del caso, tanto che quando è andato via lui ci ha ringraziato, gli abbiamo fatto dei regali e ci è quasi dispiaciuto che se ne andasse”. E aggiunge “per smettere di legare ci vuole tanto tempo e formazione”. La puntata continua cercando risposte a due domande decisive: perché si lega? E “la contenzione è superabile anche nelle grandi città?”