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Autore: Admin

Genitore, un mestiere impossibile

“Freud diceva che il mestiere dei genitori è un mestiere impossibile. Quei pochi che ci riescono, sono quelli consapevoli di questa impossibilità. Io faccio un mestiere impossibile”. Ce lo dice il padre di Ilaria, una ragazza uditrice di voci; qualche tempo fa sono venuti in redazione a parlare con noi. Questa settimana vi parliamo di quello che accade quando si scopre che un membro della famiglia soffre di un disturbo psichico. Lo raccontano Vincenzo e Barbara, redattori di Psicoradio, e di famiglia parlano anche spezzoni di film molto acuti: La Famiglia Addams di Barry Sonnenfeld e Parenti serpenti di Mario Monicelli.

Nella famiglia di Vincenzo aleggiava la paura della malattia mentale, nata perchè alcuni parenti soffrivano di distubi psichici; nello stesso tempo i familiari avevano aspettative molto alte verso di lui “Il figlio maschio deve fare una famiglia, fare dei figli e avere un buon lavoro. Secondo questi canoni io ho deluso tutte le aspettative. Adesso, anche attraverso la distanza fisica e soprattutto emotiva, sento che sto rinascendo. (…) Ho lavorato duramente su di me, e anche quando davo un’immagine di me molto diversa, i miei familiari non lo vedevano, e questo mi dava e mi da ancora molta frustrazione”. L’esperienza di Barbara è molto diversa: “Appena son stata male mi hanno subito presa in carico al centro di salute mentale. Avevo problemi di gestione con i miei nonni, che erano molto severi. Non con i miei genitori, loro non hanno mai preteso o voluto che io facessi nient’altro che qualcosa che mi rendesse felice”.

In redazione ci siamo anche chiesti quale è la cosa peggiore e quella migliore che può fare la famiglia nei confronti di un figlio; a questo tema stiamo dedicando un ciclo di trasmissioni, perciò se volete sentire altre voci, qui potete recuperare la prima puntata.

Essere genitori, essere figli

“Che io non sia un inquieto fantasma che segua ossessivo l’andare dei tuoi passi […] Tu devi essere libera di prendere un sentiero la cui fine io non senta il bisogno di conoscere”.

Sono alcuni versi della poesia che l’antropologa Margaret Mead (1901 – 1978) ha dedicato alla figlia Catherine. La poesia è stata pubblicata nella sua autobiografia “L’inverno delle more”. In questa puntata Psicoradio riflette sul rapporto tra genitori e figli: nella prima parte sulla difficoltà di essere genitori, nella seconda soprattutto su quella di essere figli. Quale deve essere il ruolo di madri e padri rispetto ai figli? Fino a che punto una madre può erigere muri per proteggerli? I redattori di Psicoradio si sono interrogati sul senso dei versi di Margaret Mead e hanno raccontato alcuni vissuti personali rievocati dalla lettura della poesia. Nella seconda parte il rapporto genitori figli viene rovesciato e analizzato a partire dal punto di vista dell’esperienza di una figlia adottiva. Nel suo racconto Brenda spiega con dovizia di particolari le paure che un figlio adottivo può sviluppare nel corso del tempo ed offre tutta una serie di consigli pratici, rivolti tanto ai figli quanto ai genitori, per affrontare meglio la vita di tutti i giorni e costruire un rapporto solido.

Salute mentale e famiglia

“L’effetto che produce può essere devastante…” Claudio, un redattore di Psicoradio, sta parlando degli effetti che può scatenare la scoperta che un membro della famiglia soffre di un disturbo psichico. È il tema della puntata, nella quale redattori e redattrici raccontano le loro esperienze.

“Ha prodotto un casino in famiglia che te lo porti dietro per sempre” racconta Michela. E quando ha incontrato una psicologa con la quale finalmente è riuscita a spiegarsi, solo a quel punto è riuscita ad aprirsi. Claudio è cresciuto con quattro fratelli e sorelle e quasi tutti hanno dovuto affrontare problemi di salute mentale. Delle due sorelle, una ce l’ha fatta entrando in una comunità, ma l’altra purtroppo è andata incontro ad una fine tragica. “Ho dovuto fare da solo – dice Lorenzo – nel senso che non ero molto aiutato dai miei familiari a capire che cosa mi stava capitando. In famiglia non c’è mai stato dialogo. Dicevano che quando gli psichiatri non sanno risolvere la questione, danno la colpa alla famiglia.” E gli chiedevano sempre per quanto tempo ancora sarebbe andato dalla terapeuta.

Insomma, quali sono le cose più importanti, in positivo e in negativo, che una famiglia può fare nei confronti dei figli? “Manifestare o non manifestare affetto”, dice Claudio. E per Michela è importante avere genitori “che possano essere anche compagni”. La cosa peggiore è non lasciare ad un figlio libertà, autonomia, anche quella di sbagliare, dice Vincenzo. Anche per Lorenzo la famiglia dovrebbe “mantenere la giusta distanza. Ad esempio, fino a diciott’anni non avevo mai preso un autobus da solo, venivo sempre portato in macchina da mio padre.” Cosa dovrebbe fare quindi la famiglia? “Io sento la mancanza di un po’ di lontananza. “

La situazione delle Residenze per l’Esecuzione della Misura di Sicurezza

Persone che erano state in passato internate negli ospedali psichiatrici giudiziari hanno detto ai microfoni di Psicoradio che gli OPG erano un’autentica “schifezza”, queste le testuali parole di uno di loro. In seguito al lavoro d’inchiesta della Commissione guidata da Ignazio Marino, a partire dal 2015 gli OPG sono stati chiusi e sostituiti dalle REMS, le residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza. Le REMS sono strutture sanitarie, di cura, che accolgono autori di reato affetti da disturbi psichici e ritenuti socialmente pericolosi. Qual è la situazione delle REMS oggi? Cosa prevede il nostro codice penale? Psicoradio ha intervistato Michele Miravalle del Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Torino, che fa parte anche dell’Osservatorio Adulti sulle condizioni di detenzione dell’Associazione Antigone.

Il nostro codice penale prevede che se il reato è stato commesso quando una persona è incapace di intendere e di volere quella persona è ritenuta non imputabile. Se questa persona viene ritenuta socialmente pericolosa non andrà in carcere ma si attuerà la misura di sicurezza. La forma più contenitiva è il ricovero in REMS ma ci sono anche forme meno contenitive: se ricorrere all’una o alle altre viene valutato e deciso dal giudice sulla base di un programma terapeutico e dopo aver sentito l’opinione del personale sanitario che ha in cura la persona.

 Qual è la differenza principale tra OPG e REMS? “La REMS dovrebbe essere non un luogo terminale di un percorso terapeutico ma un luogo di passaggio dove esiste una progressività, dove c’è un prima e un dopo la REMS, quindi iniziare a domandarsi sotto tutti i punti di vista (giuridico, psischiatrico, medico ma anche sociale, lavorativo, educativo) che cosa ci si può aspettare alla fine del percorso in REMS”, risponde Miravalle, secondo cui questo costituisce un cambio di mentalità che rappresenta la vera svolta fra OPG e REMS. Inoltre gli OPG erano più simili alle carceri e al loro interno operava la polizia penitenziaria. Erano solo 6 in Italia mentre il principio della riforma vuole che le REMS siano luoghi più piccoli e più capillarmente diffusi su tutto il territorio: attualmente sono 32 in tutta Italia. La questione più problematica riguarda le tante persone in lista d’attesa, attualmente circa 700 (alcune di esse anche in carcere), poiché ci sono più entrate che uscite dalle REMS: “bisogna lavorare sull’idea di percorso, di capacità di ricoverare anche in altri luoghi come ad esempio le comunità, ragioniamo sulle alternative prima di aprire altre REMS.”Come’è la giornata tipo in una REMS? “È molto varia da struttura a struttura”, spiega Miravalle. “C’è ancora una difficoltà a far entrare soggetti esterni rispetto agli operatori e questo è un problema. La REMS ideale dovrebbe essere anzitutto più piccola possibile – in termini di capienza ovviamente, non di spazio – e dovrebbe essere un luogo quanto più possibile connesso al territorio, che promuova uscite all’esterno; la libertà è terapeutica, diceva Franco Basaglia, e tornare a quel paradigma sarebbe molto importante.”

L’esperienza della comunità sperimentale di Sadurano, Casa Zacchera a Castrocaro Terme, in cui la redazione di Psicoradio si era recata qualche anno fa per un reportage, ci aveva colpito molto e dimostra che, come dice Miravalle, “la paura della società – pur se comprensibile – deriva dalla non conoscenza: se si fanno degli sforzi per capire che le persone internate in REMS non sono dei mostri, degli Hannibal Lecter, anche la società esterna è più ricettiva”.

Quali sono oggi i punti di forza delle REMS e cosa andrebbe migliorato? “La situazione è molto varia, anche all’interno di una stessa REMS. Gli aspetti più importanti da valutare sono: la capacità di dimissione dalla REMS, la capacità di proporre attività gestite da operatori esterni come scuola, lavoro e formazione, avere percorsi che non sono solo di cura nel senso psichiatrico del termine, la capacità di occuparsi di questioni come la residenza, la contribuzione lavorativa, le pensione e così via”. Altro punto sensibile: “In molte REMS c’è la tendenza a far operare anche all’interno personale di sicurezza e di vigilanza e questo è un aspetto delicato perché la normativa non lo vieta se il personale si occupa soltanto della non evasione; se invece gli operatori della sicurezza hanno ruoli attivi questo diventa un aspetto più delicato.” La dimensione della REMS di Castiglione delle Stiviere, unica struttura in Lombardia (che tra l’altro ospita molti non lombardi), rimane un tema e un’anomalia perché tradisce lo spirito della riforma e si avvicina ad un modello manicomiale, sostiene Miravalle, che per il futuro auspica soprattutto REMS non sovraffolate. Proprio in questi giorni la Corte Costituzionale dovrà esprimersi sulla legittimità della legge sulle REMS. Psicoradio sta seguendo la vicenda e vi terrà informati nelle prossime settimane.

La salute mentale dei minorenni prima, durante e dopo la pandemia

Dopo mesi e mesi di pandemia, distanziamento, della solitudine e spaesamento che ne sono derivati, si cominciano a contare gli effetti prodotti sulla salute mentale di ragazzi e ragazze, in particolare sulla fascia di età tra gli 0 e i 18 anni, che è considerata dagli esperti una fascia per sua natura a rischio. Ne parliamo con Simona Chiodo, che dirige l’unità complessa di neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza per l’Ausl di Bologna.

Secondo i dati della regione Emilia Romagna, già negli anni tra il 2011 e il 2019 gli accessi dei giovanissimi ai luoghi di cura erano aumentati del 52%. Erano in aumento anche le situazioni complesse e urgenti, come il caso dei  minori stranieri non accompagnati con il trauma della migrazione; e anche i casi di ritiro sociale (i cosiddetti hikikomori) e di dipendenza da internet. L’aspetto positivo è che se non altro oggi alcuni problemi vengono identificati più precocemente rispetto al passato, grazie anche alle attività di screening svolte nelle scuole. Secondo la dottoressa Chiodo, “nella prima pandemia non abbiamo visto grossi incrementi nelle richieste, anche se c’è stato un peggioramento clinico nei pazienti con disabilità gravi, che hanno visto venir meno la loro routine. Dopo l’estate 2020 invece, con la ripresa delle attività, si è verificato un certo aumento di casi. Sono aumentate anche le richieste di consulenza nel pronto soccorso pediatrico. I servizi devono quindi essere rafforzati, sia come personale che spazi, se si vuole riuscire a intercettare e gestire le difficoltà dei giovani. In particolare, i ragazzi tra i 10-13 anni denunciano gesti di autolesionismo, e spesso sintomi somatici, come dolori addominali e mal di testa. Da novembre 2020 a marzo 2021, poi, abbiamo verificato un fenomeno nuovo che stiamo studiando: una forte richiesta in ambito psicopatologico di bimbi di ogni età che hanno avuto una perdita di capacità acquisite, come il controllo degli sfinteri.”

In questo quadro preoccupante, che ruolo ha la famiglia? “Un ruolo centrale, perché è uno tra i principali fattori protettivi in condizioni di stress. Nella cura dobbiamo utilizzare un approccio multidimensionale, cioè lavorare insieme alla famiglia e alla scuola, gli ambienti di vita che il bambino frequenta. Adesso poi la famiglia è molto cambiata, i genitori sono più informati e più competenti e loro stessi chiedono di essere coinvolti maggiormente.” Non ci può essere però anche il rischio di interpretare in modo troppo patologico i comportamenti dei bambini, magari quelli più “monelli” o quelli più solitari? Il limite tra normalità e patologia, dice la dottoressa Chiodo, è legato alle caratteristiche culturali e sociali del luogo in cui si cresce e si vive. Quel che si può fare, e che lei fa con la sua unità di neuropsichiatria, è lavorare attivamente con le scuole, facendo formazione ai professori e preparandoli a riconoscere quando allarmarsi o quando invece considerare “normale” un certo comportamento. La cosa fondamentale è che il dialogo tra genitori, personale scolastico e operatori della salute mentale sia sempre presente, proprio per condividere i ragionamenti e rassicurare là dove serve.

In apertura di trasmissione parliamo della sesta edizione del Festival di Arte Irregolare che si svolge dal 30 settembre al 2 ottobre a Torino. Un’iniziativa itinerante, nata otto anni fa proprio a Bologna, che quest’anno tornerà in presenza. Il tema di questa sesta edizione sarà “SONO ALTRO SONO ALTROVE”: uno spazio in cui artisti e curatori potranno incontrarsi e in cui il pubblico potrà ricominciare a godere dell’arte vagando alcuni dei più bei palazzi e delle più belle gallerie di Torino.

Le puntate estive di Psicoradio

Vi presentiamo una serie di puntate selezionate dalla redazione nel nostro ampio archivio di oltre settecentocinquanta per accompagnare la vostra estate 2021. Sarà l’occasione per approfondire (o magari scoprire) cos’è il fenomeno hikikomori, analizzare il rapporto con gli psicoterapeuti, quello tra psicofarmaci e alimentazione, spiegare meglio alcuni disturbi, come ad esempio il disturbo ossessivo compulsivo, o scoprire quanto ancora sia diffusa la cultura manicomiale oggi e molto altro ancora: vi parleremo anche di musica, letteratura e serate alternative, attraverso le voci di redattori, redattrici e interviste a tanti autorevoli ospiti.

Buon ascolto!

756 Cambiare continuamente per essere sempre se stessi: intervista ad Helena Velena (scelta da Lorenzo)

757 Hikikomori: vite chiuse in una stanza (scelta da Gino)

758 Alcool come eroina: un viaggio tra chi fa prevenzione del rischio nei locali della “movida” (scelta da Giovanni)

759 Meno farmaci e più empatia: cosa vorremmo (o non vorremmo) dai nostri psichiatri, psicologi ed educatori (scelta da Barbara)

760 Tacchi a spillo: fetish e scarpe come feticcio erotico (scelta da Michela)

761 Intervista col vampiro: come illuminare il proprio lato oscuro e farne un punto di forza (scelta da Piero)

762 Il corpo rimosso: “Alimentazione e salute mentale”, un libro con uno sguardo diverso su corpo e mente (scelta da Isaac)

763 I residui di cultura manicomiale nei servizi psichiatrici della nostra epoca

764 Il volto raccontato: intervista a Patrizia Magli (scelta da Claudio)

765 Pensieri come tarli: intervista a Teresa Cosentino sul disturbo ossessivo compulsivo (scelta da Gianmaria)

Le puntate estive di Psicoradio

Psicoradio si gode un po’ di vacanze ma non vi lascia soli! Per tutta l’estate potrete continuare ad ascoltarci sintonizzandovi sulle frequenze di Sherwood, Novaradio Città Futura e Radio Tandem, dove andranno in onda puntate selezionate dalla redazione nel nostro archivio di oltre 750 puntate. Sarà l’occasione per approfondire (o magari scoprire) cos’è il fenomeno hikikomori, analizzare il rapporto con psicoterapeuti, quello tra psicofarmaci e alimentazione, spiegare meglio alcuni disturbi, come ad esempio il disturbo ossessivo compulsivo, o scoprire quanto ancora sia diffusa la cultura manicomiale oggi. Ma vi parleremo anche di musica, letteratura e serate alternative, attraverso le voci di redattori, redattrici e interviste a tanti autorevoli ospiti.

Ecco la lista completa:

756 Cambiare continuamente per essere sempre se stessi: intervista ad Helena Velena (scelta da Lorenzo); 757 Hikikomori: vite chiuse in una stanza (scelta da Gino); 758 Alccol come eroina: un viaggio tra chi fa prevenzione del rischio nei locali della movida (scelta da Giovanni); 759 Meno farmaci e più empatia: cosa vorremmo (o non vorremmo) dai nostri psichiatri, psicologi ed educatori (scelta da Barbara); 760 Tacchi a spillo: fetish e scarpe come feticcio erotico (scelta da Michela); 761 Intervista col vampiro: come illuminare il proprio lato oscuro e farne un punto di forza (scelta da Piero); 762 Il corpo rimosso: “Alimentazione e salute mentale”, un libro con uno sguardo diverso su corpo e mente (scelta da Isaac); 763 I residui di cultura manicomiale nei servizi psichiatrici della nostra epoca; 764 Il volto raccontato: intervista a Patrizia Magli (scelta da Claudio); 765 Pensieri come tarli: intervista a Teresa Cosentino sul disturbo ossessivo compulsivo (scelta da Gianmaria)

La salute è di Casa

“Meno farmaci e terapeuti con più tempo a disposizione per noi”, desidererebbe uno dei redattori di Psicoradio. Come forse sapete, abbiamo iniziato la campagna “Io so cosa mi manca” sui bisogni espressi da chi vive un disagio psichico: nella trasmissione di questa settimana ne sentirete una parte, da quelli della nostra redazione e della redazione della web-radio Nuvole e passeggeri, fino ai “desiderata” del dott. Angelo Fioritti, direttore del Dipartimento di salute mentale di Bologna. Per venire incontro alle esigenze dei pazienti – non solo psichiatrici – l’Azienda USL sta cercando un nuovo approccio, anche attraverso l’apertura di strutture come le Case della Salute, che si propongono di cambiare le cose in questa direzione: in tutta la Regione Emilia-Romagna ce ne sono già 120, di cui 20 a Bologna. A queste, proprio da oggi si va ad aggiungere la nuova Casa della Salute Porto-Saragozza di via Sant’Isaia 90 appena inaugurata.

Ma cos’è una “ Casa della salute”? Si tratta di strutture “di prossimità”, che cercano di mettere a disposizione servizi e assistenza di tipo sanitario ma anche sociale. Entrando in una Casa della Salute si potrebbe trovare, per esempio, un consultorio, un punto prelievi, un ambulatorio di neuropsichiatria infantile, un punto vaccini… e, in quelli più attrezzati, anche la possibilità di eseguire esami diagnostici più sofisticati. Ne abbiamo parlato con il dott. Mirko Vanelli Coralli, direttore del distretto sociosanitario Ausl di Bologna, il quale ci ha spiegato che le Case della Salute non sono tutte uguali; in alcune l’offerta di specialisti è più ampia di altre. “Stiamo inserendo lo psicologo della Casa della Salute, che potrà avere un importante ruolo di raccordo con il medico di medicina generale e che potrà aiutare anche il paziente in questo percorso di sostegno e presa in carico. Ci deve essere un collegamento tra i professionisti che sono nella Casa della salute e il medico di medicina generale sul territorio.”

Per quanto riguarda i servizi di salute mentale, Vanelli Coralli ha illustrato un progetto proprio della Casa della Salute, dove “l’elemento innovativo è costituito dalla presa in carico anche di quei tanti disturbi minori affettivi, ansioso-depressivi che magari vengono inviati dal medico di medicina generale e valutati dallo psicologo della Casa della salute, quindi con un approccio non necessariamente farmacologico come previsto nel caso dei disturbi maggiori.” All’interno delle Case della salute è prevista anche la presenza di associazioni di vario tipo (c’è anche Psicoradio nella sede dell’ex Roncati), affinché questo possa creare “un effetto ponte con la comunità. Perché la parte più difficile è superare l’effetto solo prestazionale e fare un lavoro di comunità.” Alcune ricerche testimoniano i risultati che le Case della Salute possono produrre. Ad esempio, lo studio dell’Agenzia Sociale Sanitaria ha evidenziato che, dove sono in funzione, si sono ridotti gli accessi al Pronto soccorso, i ricoveri ospedalieri per alcune patologie che possono anche essere curate a livello ambulatoriale e si è intensificata l’assistenza domiciliare al paziente. La nostra esperienza, però, ci ha insegnato che quello che fa molta differenza nei servizi (non solo psichiatrici) è, oltre ai tempi di attesa e le risorse a disposizione, anche la qualità e il tipo di cultura delle persone che ci lavorano. Prendersi cura delle persone significa superare l’atteggiamento burocratico ed entrare davvero in relazione con chi ha bisogno.

Idee da scardinare

“Pensare è molto difficile, per questo la maggior parte della gente giudica. La riflessione richiede tempo, perciò chi riflette non ha modo di esprimere continuamente dei giudizi”. (C.G.Jung)

A Jung abbiamo da poco dedicato due puntate con la guida della psicanalista Laura Maria Becatti, che ci ha reso più chiaro ed attuale il pensiero junghiano calando i concetti di estroversione ed introversione nel periodo del lockdown. E la citazione di Jung sulla differenza tra riflessione e giudizio, e sul perchè tanto spesso le persone – e i media! – giudicano senza fermarsi a pensare, ci è sembrata adattissima al tenore di molti titoli ed articoli di questi giorni. Ancora una volta, infatti, In redazione ci siamo trovati a ragionare su come i giornali hanno trattato alcuni recenti fatti di cronaca violenta che in qualche modo hanno a che fare con la salute mentale.

È il caso dell’omicidio di Chiara Gualzetti, sedicenne uccisa a Monteveglio, in provincia di Bologna. A confessare è stato un coetaneo che Chiara frequentava, e che durante l’interrogatorio ha dichiarato agli inquirenti di “aver ucciso per placare le voci che sentiva nella sua testa”. Ci ha colpito, tra l’altro, il fatto che sui social (e non solo) venga dato per scontato che quella delle “voci” sia una scusa, un alibi, senza cercare di approfondire se davvero dietro quel gesto ci fosse un disagio non curato. “Voci cattive lasciate sole” e’ il titolo di una nostra puntata di molti anni fa. Sottolineava che anche le voci “cattive” possono essere affrontate e governate, mentre ciò che può risultare pericoloso è soprattutto lasciar sole le persone che stanno male.

E questo ci riporta a un altro fatto: la strage di Ardea, vicino a Roma, dove un uomo armato ha ucciso due bambini e una persona anziana, e poi si è tolto la vita. L’omicida era stato sottoposto ad accertamento sanitario per aver aggredito la madre, ma non risulta che fosse in cura presso i centri di salute mentale. I redattori di Psicoradio commentano come ancora una volta i titoli dei quotidiani (“Allarme pazienti psichiatrici”) troppo spesso generalizzano: “non tutti quelli che vanno da uno psichiatra o sono seguiti dal CSM sono potenzialmente pericolosi”. “Quando si è da soli – malati o meno – è molto più facile che non si riesca a contenere le pulsioni più violente, le parti peggiori di sé. E ricordiamo il lavoro e i magnifici risultati della psicanalista Valcarenghi nelle carceri milanesi con le persone che avevano commesso violenze” ha commentato Cristina. Purtroppo, però, dice un redattore “anche se sappiamo che la violenza è diffusa in tutta la società, rimane l’idea di fondo che ci siano alcune categorie che sono più pericolose di altre – soprattutto chi ha un disturbo psichico – e questa idea va scardinata”.

Jung, la riflessione richiede tempo

La redazione si è trovata a riflettere a lungo su come i media hanno coperto la tragedia di Ardea, quella che ha visto un uomo armato uccidere a sangue freddo due bambini e una persona anziana, togliendosi poi la vita. Ancora molti dettagli sono da chiarire, quello che si sa per certo è che Andrea Pignani aveva fatto un accertamento sanitario, aveva incontrato uno psichiatra, eppure non era in cura. Informazioni sufficienti per titolare: “Psicopatico e violento, gli allarmi ignorati sul killer di Ardea”, “Allarme malati psichici, intervenire è difficile”, “Il killer era già stato da uno psichiatra”. E ci siamo chiesti: cosa c’è esattamente di sbagliato in questi titoli? Le risposte sono tante. C’è chi dice: “Si suggerisce che ci sia una categoria più pericolosa” ed effettivamente nel pensiero comune il paziente psichiatrico è già considerato una categoria pericolosa. Titoli simili, quindi, non fanno altro che rinforzare in quest’idea. C’è poi chi contesta le generalizzazioni, perché non tutte le persone che vanno da uno psichiatra sono uguali, e chi si chiede perché Andrea Pignani non sia stato intercettato prima. La risposta viene fornita in un altro articolo, dove si spiega che il numero dei professionisti in capo ai servizi non è sufficiente a coprire tutte le richieste.

Diceva bene Carl Gustav Jung quando scriveva: “Pensare è molto difficile, per questo la maggior parte della gente giudica. La riflessione richiede tempo, perciò chi riflette non ha modo di esprimere continuamente dei giudizi”. Questa frase introduce la seconda parte della puntata, dedicata proprio alla figura di Jung. Continuiamo a parlare con la psicologa Laura Maria Becatti di come si sviluppa una seduta di psicanalisi con approccio junghiano. “All’inizio raccolgo i dati”, spiega Becatti. “Non perchè penso siano determinanti, ma perchè è un inizio di conversazione più facile, più familiare. E mi interessa il modo in cui il paziente racconta la propria storia”. Si inizia a poi a parlare liberamente ed è in quel momento che, molto spesso, capita che sorgano temi più importanti e centrali rispetto a quelli che il paziente riteneva di dover risolvere inizialmente. Le sedute sono fatte anche di silenzi, che “possono essere molto impegnativi – continua Becatti – ma che tante volte sono pieni di presenza”.

L’intervista prosegue approfondendo i temi di estroversione ed introversione, che Jung introduce come tendenze delle persone. “L’introverso è colui che porta l’energia verso l’interno, mentre l’estroverso tende a portare l’energia fuori. Noi viviamo in una cultura tendenzialmente estrovertita, quindi gli introversi spesso si sentono un po’ a disagio”. Proprio durante il lockdown, quando tutti abbiamo vissuto un tempo di grande introversione, Becatti racconta di aver visto queste tendenze invertirsi: ci sono stati, ad esempio, estroversi che hanno scoperto il loro lato introverso e hanno potuto scoprire cose di se stessi; così come alcune persone introverse hanno potuto scoprire ritmi più adatti a sé e sono state più socievoli del solito. Ed ecco perché, in conclusione, il pensiero di Jung è così attuale. “La sua psicologia è chiamata anche ‘Psicologia Complessa’, perché considera la psiche come abitata da tanti elementi che devono trovare un dialogo. Pensiamo al discorso che fa sull’ombra: non possiamo essere noi se non incontriamo la nostra ombra, l’alterità”. 

I segreti di Jung

“Gli anni più importanti della mia vita furono quelli in cui inseguivo le mie immagini interiori. La mia vita intera è consistita nell’elaborazione di quanto era scaturito dell’inconscio, sommergendomi come una corrente magmatica e minacciando di travolgermi. Tutta la mia opera successiva non è stato altro che classificazione, formulazione scientifica e integrazione di quanto avevo visto.”

Sono parole dello psichiatra, psicanalista e filosofo Carl Gustav Jung, nel suo celebre Libro rosso. Il volume, scritto a caratteri gotici e appunto rilegato in pelle rossa, contiene tantissimi disegni e dipinti realizzati dallo psicanalista; frutto delle visioni, e forse anche delle voci che popolavano la sua mente, e che lui ha continuato ad appuntarsi una ad una. Si tratta di un libro misterioso, segreto, straordinariamente vitale e creativo, e ancora oggi alcuni passaggi rimangono incomprensibili. D’altra parte Jung stesso diceva che il mistero è importante: non tutto può essere spiegato.

“È importante avere un segreto, una premonizione di cose sconosciute, dove l’uomo deve sentire che vive in un mondo e che in esso avvengono e si manifestano cose che restano inesplicabili. Solo allora la vita è completa.”

Abbiamo indagato il pensiero e la vita di Jung in due puntate; a farci da guida è la psicanalista junghiana Laura Maria Delfina Becatti, laureata in Psicologia Clinica e di Comunità e specializzata in Psicoterapia e Psicologia Analitica presso la scuola LISTA di Milano ad indirizzo junghiano. Becatti ha integrato la sua formazione con lunghe esperienze di teatro di improvvisazione, di danza terapia, di arte terapia, di Tai Chi Chuan, Meditazione e giardinaggio: “Credo nei momenti di crisi vada riattivata la creatività”, ci dice. Nella prima puntata, Becatti ripercorre la vita di Jung e le differenze tra il suo percorso e quello di Sigmund Freud, di venti anni più vecchio. Entrambi hanno vissuto in tempo fecondo, che ha rivoluzionato i paradigmi e i modi di vedere la scienza e l’uomo, ed entrambi erano alla ricerca dei sintomi psichiatrici, soprattutto quelli difficilmente comprensibili, al limite tra il fisico e lo psichico. Jung scelse di dedicarsi alla psichiatria perché riteneva fosse un ambito in cui potevano convergere i suoi interessi nei confronti della filosofia e quelli per le scienze umane. E infatti lo psicanalista è andato poi alla ricerca del senso che si cela dietro il disagio mentale.

La relazione tra Freud e Jung inizia nel 1900 – spiega Becatti – quando viene pubblicata L’Interpretazione dei sogni di Freud. Jung la legge e decide di mettersi in contatto con l’autore; gli manda un suo scritto e i due si incontrano; ne nasce in uno scambio intenso dove per 13 ore parlano senza fermarsi di ricerche e passioni comuni. L’amicizia continua per diversi anni, finché nel 1912 Jung pubblica uno scritto (La libido: simboli e trasformazioni). E qui emerge il loro primo contrasto: la rottura riguarda appunto il tema della libido, che Jung definisce “energia psichica”, desiderio indefinito che muove l’individuo, mentre secondo Freud si tratta di pura pulsione sessuale. Anche su un secondo tema i due pensieri differiscono, quello dell’inconscio: per Freud è il luogo dove si nasconde il rimosso, mentre per Jung è il luogo in cui nasce la coscienza. L’intervista con Laura Maria Becatti prosegue entrando nel vivo del pensiero di Jung, tra definizione di inconscio collettivo e interpretazione dei sogni, ma continueremo a parlarne anche nella prossima puntata!

“In ognuno di noi c’è un altro essere che non conosciamo, egli ci parla attraverso i sogni e ci fa sapere che vede le cose in modo ben diverso da ciò che crediamo di essere.”

Santa collera e rabbia da domare

Di recente le nostre trasmissioni hanno trattato la rabbia nei bambini. Nell’ultima puntata, due di interviste con protagoniste, angolazioni e punti di vista differenti affrontano la rabbia degli adulti.

La psicanalista Marina Valcarenghi è autrice di molti libri, spesso su temi “scomodi” e con titoli come Mamma non farmi male, Ho paura di me, L’aggressività femminile, Senza di te non esisto… Valcarenghi considera il proprio lavoro indissolubilmente legato al tessuto sociale, e a partire dal 1994, per prima volta in Italia, ha introdotto in carceri milanesi la cura psicoanalitica rivolta a uomini in reparti di isolamento – ovviamente per libera scelta dei detenuti – prima a Opera e poi a Bollate. Questo intervento ha fra l’altro quasi azzerato la recidiva fra i pazienti, sia in carcere che fuori. “La rabbia è un’energia potente, bisogna vedere che uso se ne fa e chi lo fa” ha spiegato. La rabbia può essere autodifensiva e regressiva, o può invece essere motore di cambiamento, la benzina di una rivoluzione sociale. “La rabbia è un sentimento fondamentale che uso tantissimo in analisi, quando la trovo. Jung la chiamava ‘santa collera’. Per esempio, la rabbia dei migranti è evolutiva, se è consapevolezza dell’ingiustizia, se quest’energia si trasforma in lotta per rimediare all’ingiustizia”. Un altro esempio di rabbia evolutiva fornito dalla psicoanalista è quanto accaduto nel Sessantotto, quando le giovani generazioni reagirono in modo rabbioso ma anche creativo e fantasioso a quello che era un tentativo di “fregare il futuro agli studenti e agli operai”. Il senso dell’ingiustizia è quello che “ti fa tenere duro e andare avanti, sennò crolli. Ecco perché la rabbia mi sembra importante.”

Se da un lato la rabbia può essere “santa”, dall’altro occorre anche imparare a gestirla. Ne abbiamo parlato con Linda Degli Esposti, facilitatrice del gruppo “Arrabbiarsi che fatica!” organizzato dall’associazione bolognese “L’Arco”. “La rabbia è un’emozione”, racconta ai microfoni di Psicoradio, “non è né giusta né sbagliata”. Ci sono tante sfumature di rabbia quante sono le persone, “ciascuno la prova in modo e per ragioni diverse: ci sono rabbie più esplosive, altre più interiorizzate, altre ancora più passive” e così via. Come si può gestire? Anche in questo caso varia molto da persona a persona. “Molte persone hanno bisogno di sfogare fisicamente la rabbia ma ciò deve naturalmente avvenire sempre nel rispetto di sé stessi e dell’altro: uscire a camminare oppure sfogarsi su un sacco da boxe può essere un modo per sfogare la componente fisica ma poi c’è anche tutta la componente della comunicazione.” “La rabbia è sempre un campanello d’allarme che merita una riflessione: può essere qualcosa che devo imparare a smussare oppure un grande motore che serve a reagire ad un’ingiustizia.” Discriminare tra le due è dunque un lavoro complesso e talvolta lungo. “Non tutte le persone che si arrabbiano sono violente. La rabbia può sfociare in violenza oppure no. La violenza è un atto, non un’emozione, e quindi non vanno sovrapposte le due cose”, spiega Linda Degli Esposti. E dopo che una persona ha espresso la propria rabbia che sentimenti prevalgono? “Ci sono persone che si sentono molto in pace con sé stesse e con gli altri, altre che si sentono mortalmente in colpa. La gestione del dopo diventa quindi in alcuni casi spesso più complicata di quella del durante.”