Una puntata che infonde speranza. È la storia di un uomo che, con un bel po’ di coraggio e molta ironia, lotta per cambiare la sua vita e quella di altre persone nelle sue condizioni. Maximiliano Ulivieri è il fondatore dell’associazione Love Giver, che forma operatori esperti nell’aiutare le persone disabili a conquistarsi autonomia in campi complessi come l’emotività, l’affettività e la sessualità. Lui oggi ha una moglie e una bambina piccola ma, come racconta ai nostri microfoni, avrebbe potuto stare fermo, prigioniero del suo corpo, piegato da una rara forma di disabilità che gli impedisce moltissimi movimenti. Invece quel corpo, così diverso dai corpi che siamo abituati a vedere, è diventato strumento di rinascita continua e di conoscenza, alla ricerca della gioia e della vitalità.
Del suo lavoro ha raccontato il documentario “Because of my body” di Francesco Cannavà. Il film segue il percorso di Claudia, una ragazza con una disabilità motoria, alla scoperta del suo corpo e del piacere che può darle. In questo cammino durato un anno è accompagnata da Marco, un OEAS, operatore all’emotività, affettività, sessualità.
“La mia vita è questo: sapere che i momenti di buio ci sono stati, che molto probabilmente ci risaranno ma che sono solo momenti e che forse, in questo gioco delle parti, possono diventare delle ottime occasioni per rinascere”
Continuiamo anche in questa puntata ad ascoltare il poeta e scrittore Daniele Mencarelli, vincitore del Premio Strega Giovani 2020 con il suo secondo romanzo “Tutto chiede salvezza”, nel quale racconta la sua esperienza di Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO) avvenuta a Roma 26 anni fa e le amicizie che nacquero durante il ricovero. Nel 1994, in seguito a una crisi di rabbia Daniele fu ricoverato in un reparto psichiatrico, un luogo nel quale l’ostilità e l’indifferenza di medici e infermieri era la prassi. Non potendo fare altro che sostenersi a vicenda con i suoi cinque compagni di stanza, personaggi inizialmente inquietanti ma altrettanto sofferenti e pieni d’umanità quanto lui, Daniele riuscì a trasformare un’esperienza spaventosa come quella del TSO in un fondamentale momento di svolta per sé stesso. Alla domanda di Michela se è riuscito a tenere viva l’amicizia con quelle persone risponde: “Per tutta una serie di ragioni queste amicizie a volte si riescono a mantenere, altre volte invece non ci si riesce. Molti dei protagonisti del mio libro non ho più avuto modo di vederli, ma rimane la fondamentale importanza che hanno avuto nella mia vita, perché nel momento in cui stringi un’amicizia e nel momento in cui un’altra persona ti cura, ti accoglie, ti aiuta, quella cosa rimane.”
Daniele Mencarelli oggi ha sicuramente una vita migliore rispetto a 26 anni fa ed è riuscito a guadagnarsi il meritato successo letterario, ma rimane consapevole di un grande insegnamento imparato durante le vicende di “Tutto chiede salvezza”: i momenti di buio possono diventare occasioni di rinascita.
“Quando scrivo sono finalmente libero, anche di sbagliare”Cosa fanno cinque scrittori esordienti – tra le altre cose utenti dei CSM, Centri Salute Mentale di Bologna e Casalecchio di Reno – con lo scrittore Wu Ming 2, ovvero Giovanni Cattabriga, membro del collettivo di scrittori Wu Ming** Parlano di scrittura, di se stessi, della fatica e bellezza di vivere, nell’incontro – “A nostro agio fra le righe” – ideato da Federico Mascagni e Concetta Pietrobattista, del sito Sogni e Bisogni, sito realizzato dal Dipartimento di Salute Mentale di Bologna e dalle tante Associazioni di utenti e familiari che con la salute mentale lavorano (e anche da Psicoradio!).
Luca Gioacchino De Sandoli, Simone Piscitelli, Fabio Tolomelli, Francesco Valgimigli e Paolo Veronesi si sono raccontati, hanno descritto la loro esperienza di pazienti, persone con una sofferenza psichica, che però non li definisce, perché ci sono anche molte altre cose nella loro vita, anche la scrittura; e hanno chiesto consigli ad uno scrittore professionista come Wu Ming 2. Durante l’incontro gli attori della compagnia teatrale Arte e Salute ragazzi, diretti dalla regista Daniela Micioni, hanno letto racconti, brani di libri e poesie dei cinque scrittori. Per esempio, il bizzarro caso del Dottor Gechi, una rivisitazione del Dottor Jekill e Mister Hyde ideata da Fabio Tolomelli, ex redattore e amico di Psicoradio: “Il mio nome è Enrico Gechi, sono un bravo medico. Cerco sempre di essere premuroso, attento, preparato e aggiornato, in due parole perfettamente empatico. Ma tra impegno e realtà c’è molta differenza.” Racconta Fabio: “Quando mi sono ammalato era come se nel cervello, anziché le strutture nervose, ci fosse acqua. Era molto difficile per me contenere questi pensieri liquidi. La fase acuta è terribile; fino all’episodio clou grossi problemi non ne avevo, ma dopo che mi sono ammalato non riuscivo più a capire chi ero io.”
Simone Piscitelli scrive racconti, ma soprattutto poesie. Simone ora ha una casa, una ragazza, un lavoro. Non è sempre stato così, però. “Fino a diciotto anni ho avuto una vita normale, anche se esageravo con alcool e sostanze stupefacenti. Tutto questo un giorno è scaturito in un’esplosione che viene chiamata psicosi: da un minuto all’altro tutto è cambiato, ho perso il filo della mia vita per circa tre anni. Solo grazie alla scrittura ho capito chi ero: scrivo perché è bello farlo, mi arricchisce culturalmente ed è anche una grandissima valvola di sfogo”.
Giovanni Cattabriga, in arte Wu Ming 2, dopo un lungo dialogo con ciascuno dei cinque scrittori, ha chiuso A nostro agio fra le righe con qualche considerazione: “La scrittura è uno strumento utile proprio per superare lo stigma. L’autore viene conosciuto dietro e attraverso le righe, e la scrittura garantisce quella sorta di anonimato che non è però l’anonimato delle idee; in qualche modo dietro le righe i pregiudizi svaniscono. Questo è un aspetto della scrittura che la rende insostituibile nel creare un rapporto con le persone.” A nostro agio fra le righe è visibile integralmente sul canale YouTube della Casa della Conoscenza di Casalecchio di Reno.
** “Wu Ming” in cinese significa “anonimo”. È lo pseudonimo di un gruppo di autori italiani (nato nel 2000 dal gruppo Luther Blissett) che nella loro attività letteraria e culturale usano nomi d’arte. Wu Ming ha scritto diversi romanzi collettivi, alcuni dei quali sono stati tradotti in molti paesi
La sofferenza e la speranza. Il dramma del trattamento sanitario obbligatorio di chi a vent’anni è “passato dai banchi a questo bianco lettino”, incontrando psichiatri talmente distratti da confondere un paziente con l’altro. Ma anche la consapevolezza che malessere e malattia non sono affatto la stessa cosa e che le persone sono molto più delle diagnosi che, inevitabilmente, quando stanno male, incontrano nella propria storia di cura. Psicoradio propone la prima parte di una conversazione che abbiamo fatto con Daniele Mencarelli, vincitore del Premio Strega Giovani 2020 con il romanzo autobiografico “Tutto chiede salvezza”, edito da Mondadori.
Con sagacia e limpidità insieme, Mencarelli ci racconta: “Nella fase di preparazione di scrittura ero spaventato di poter dare giudizi negativi sugli psichiatri. Di giudizi su di me nella mia vita ne ho avuti moltissimi e non voglio essere proprio io a darne. Ci sono psichiatri ed operatori straordinari, ma che possono sbagliare in buona fede. Sono umani come noi e, come noi, fanno errori, hanno momenti di stanchezza e mal di testa. La maledizione dei medici è che un loro errore coincide spesso con i momenti più drammatici della vita di una persona e questo può far fallire tutto, ‘bruciare’ il lavoro fatto”.
“Quello che mi spaventa – continua Mencarelli – è che mentre la ricerca e la scienza sono ormai concordi a vedere un individuo a 360 gradi e non solo come un ‘depresso’ o un ‘bipolare’, nelle grandi università italiane si privilegia ancora l’approccio biochimico. Lì si formano i medici del futuro e c’è il rischio che un giovane psichiatra fresco di studi possa dirmi che la mia depressione è dovuta soltanto ad una mancanza di serotonina. Ecco, questo ridurre la ricchezza di una persona alla sua diagnosi proprio non lo accetto”.
Abbiamo conosciuto Alice tramite i suoi post su Facebook, l’abbiamo contattata, colpiti dalla sua capacità di analizzare e raccontare la salute mentale, il disagio, le difficoltà della cura e la gioia di raggiungere dei risultati. La settimana scorsa abbiamo affrontato con lei diversi temi legati alla salute mentale, partendo dalla sua esperienza personale. Ricordiamo infatti che Alice è una UFE (acronimo per Utenti e Familiari Esperti), una sorta di facilitatrice in ambito psichiatrico presso il Centro di Salute Mentale di Trento, dove si è trasferita da poco.
Depressione maggiore, dipendenza affettiva, disturbo bipolare di tipo uno e due: queste sono alcune delle diagnosi che le sono state fatte negli ultimi anni. “Sono stata per un lungo periodo molto confusa sulle mie diagnosi visto che sono cambiate spesso”, dice Alice. “Mi riconoscevo nella depressione maggiore ma nell’ultimo periodo ho sentito il mio disagio mutare e mi sono riconosciuta nel disturbo bipolare di tipo 1 a ciclo rapido, cioè oscillazioni dell’umore che possono variare anche nella stessa giornata”.
Un tema caldo e sempre difficile da affrontare è il rapporto con i medici “Ho trovato solo uno psichiatra nel pubblico, durante i miei 7 anni di ricoveri e psicoterapia, che mi ha aiutato molto e con cui mi sono trovata benissimo, per il resto una vergogna assoluta per competenze, correttezza e legalità soprattutto nel privato”. Secondo Alice uno dei problemi principali è l’approccio che i medici hanno con i pazienti e continua: “Servirebbero degli psichiatri con una forte consapevolezza dei limiti della loro disciplina. (…) Personalmente, avendo vissuto in città molto grandi dove i medici hanno numeri elevati di pazienti, io punterei l’attenzione non sulla quantità ma sull’approccio che gli psichiatri usano nell’ascoltare il paziente”.
Sempre a questo proposito aggiunge “Una cosa che potrebbe funzionare sicuramente è la valorizzazione di figure come gli UFE, esperti per esperienza, figure intermedie selezionate e formate che dovrebbero essere riconosciute e normate”. La chiacchierata con Alice è stata lunga e articolata, come può essere il dialogo tra persone che condividono dei percorsi e che su alcuni temi riflettono da molto tempo. In trasmissione abbiamo inserito il punto di vista di Alice anche su una delle battaglie che in questo momento smuovono tutta la psichiatria e che anche noi di Psicoradio stiamo approfondendo da tempo: la contenzione. Per lei: “è scioccante vedere persone legate. Quando una persona sta molto male è normale che sia sedata per alcune ore, ma non può essere lasciata per giorni a dormire”.
Abbiamo visitato la bottega di Mackenzie, luogo di lavoro e di vita, e ci siamo immersi nel suo mondo, discutendo di arte irregolare e un po’ di tutto. Tra le più disparate opere abbiamo riconosciuto gli “scarabattoli”, sculture con le ruote che spesso si vedono in giro per la città. Mackenzie, anzi Mackenzie 102% Junk Dealer, ci ha raccontato di aver scelto di chiamarsi così in onore di un antenato, figlio illegittimo di una donna nativa americana e di un avventuriero scozzese, che non ha ricevuto nulla dal padre, se non il nome.
Questo antico parente che in realtà non è mai esistito, di certo ha generato l’artista che abbiamo incontrato. Un artista che vuole essere se stesso oltre il possibile, al 102%. Ai nostri microfoni Mackenzie ha raccontato il suo essere artista e il suo innato amore per la creazione; e che fin dai tempi della scuola si rifiutava di imparare la matematica, ritenendola molto meno utile della sua passione: disegnare, dipingere, creare. Crescendo, ha curato sempre più l’arte, è riuscito a realizzare l’atelier di via Fondazza e ha animato, insieme ad altri artisti, rassegne di street art. Lui, che fin dalla fondazione fa parte del Collettivo Artisti Irregolari bolognesi, dice di seguire la patafisica, la “nonna del surrealismo”, avere come unica musa ispiratrice la libertà e trovare il suo spazio di creazione tra la denuncia sociale e la provocazione. Insomma, senza dover dare conto a nessuno, non si preoccupa se quello che fa “piacerà o non piacerà”, perché ha “qualcosa dentro che come la lava di un vulcano deve uscire”.
L’idea di Maschile Plurale – racconta Stefano Ciccone – mi è nata da ragazzo. A Roma, dalle parti di Piazza Navona, ci fu uno stupro nei confronti di una ragazza da parte di un gruppo di studenti come me, che non potevo dire essere dei mostri diversi da me. Allora iniziai a interrogarmi e cominciai a dirmi che la violenza sulle donne mi riguardava ed era dentro quella miseria maschile.”
L’Associazione nazionale Maschile Plurale nasce a Roma nel 2007. E’ una rete di uomini, un insieme di gruppi che si confrontano per mettere in discussione i modelli patriarcali e gli stereotipi sul maschile e femminile. Una attenzione particolare è dedicata al problema della violenza degli uomini sulle donne.
“I motivi della violenza sono tanti – sostiene Ciccone – ma tutti riconducibili ana visione, un immaginario culturalmente molto radicato; è quello che porta ad esempio l’uomo a confondere la passione per la propria compagna con il possesso e il controllo. Noi tendiamo a semplificare la distinzione tra psicologico e culturale; in realtà, nelle relazioni tra i sessi gli stereotipi, le rappresentazioni del corpo e della sessualità strutturano in modo profondo la costruzione psichica dell’individuo. Quindi non c’è una dimensione psichica che io posso distinguere dalla costruzione sociale e culturale.”
Stefano Ciccone cita un concetto del sociologo Carmine Ventimiglia “la violenza maschile non è una forma di trasgressione ma una conferma esasperata di un ordine”.
Cosa significa? Che la violenza maschile, il famigerato raptus di follia non è una pulsione improvvisa, (come abbiamo detto tante volte anche noi a Psicoradio) ma è “l’esasperazione del “modello di uomo virile, è gerarchia anche simbolica tra maschile e femminile”.
E quali sono gli stereotipi più comuni che sono rimasti nella vita di tutti i giorni? “Nel campo della paternità e della genitorialità ci sono ancora stereotipi molto forti. Ancora oggi i padri che si occupano dei figli vengono chiamati “mammi”. Oggi molti uomini cercano di conquistare uno spazio nella cura dei figli ,ma non disponiamo ancora delle risorse culturali. Dovremmo disporre delle parole per dare conto di un mutamento già avvenuto nelle relazioni.”
Da anni alcuni gruppi di “autocoscienza maschile” riflettono su temi e stereotipi legati all’identità e ai rapporti fra generi Federico Battistutta, insegnate di lettere, fa parte del “Cerchio degli uomini” di Milano. Un gruppo di uomini di diverse età, storie e origini che dal 1999, ogni 15 giorni si riunisce per riflettere su se stessi e sull’identità maschile, con uno sguardo critico verso la società patriarcale “imperante” .
“Gli incontri durano circa due ore – spiega Battistutta – Iniziamo con un momento di rilassamento molto informale: chi chiude gli occhi, chi si concentra sul respiro… Poi ognuno racconterà qualcosa che gli è successo. Da li’ si deciderà l’argomento della giornata: si va dai problemi dovuti all’invecchiamento, ai rapporti con figli, amici, colleghi, partner… anche cose molto intime. Cerchiamo di teorizzare il meno possibile, l’invito è di partire da una propria esperienza e raccontare soprattutto come la viviamo a livello emotivo; ci interessa molto meno fare discorsi generali o teorizzare.”
“Il nostro gruppo – continua – si colloca all’interno di Maschile Plurale, un movimento presente a livello nazionale, nato nel maggio 2007, dall’ esigenza di una riflessione critica sull’identità maschile da parte di uomini che non si riconoscono più in certi modelli dominanti”. Anche la prossima puntata di Psicoradio sarà dedicata ad un gruppo di confronto fra uomini: ascolteremo da Roma, Stefano Ciccone, uno dei fondatori di Maschile Plurale, associazione che oggi è presente in numerose regioni italiane: Piemonte, Liguria, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Toscana, Lazio, Campania, Puglia, Sicilia.
L’estate non sempre è un periodo facile; lo è stato ancora meno in questo anno così duro e particolare. I redattori di Psicoradio ricordano la loro estate, tra momenti di solitudine, passeggiate in Appennino, e appuntamenti in uffici semideserti.
E Gisella Trincas, presidente di Unasam (Unione Nazionale Associazioni Salute Mentale) ci parla di come si sono organizzati i servizi di salute mentale sul territorio e delle difficoltà incontrate tra lockdown ed estate. “Ci sono persone che anche nel lockdown sono riuscite ad avere un contatto importante e continuativo con il servizio di salute mentale, pur con le difficoltà che abbiamo vissuto tutti quanti noi. Però’ in tanta parte del territorio, dove i servizi sono in maggiore difficoltà, che hanno criticità, che hanno scarsità di personale, non ci sono state certo le condizioni per mantenere un rapporto continuativo con le persone. La sofferenza maggiore c’è stata dove i servizi hanno interrotto le attività riabilitative, i gruppi di automutuo aiuto, le borse lavoro, i tirocinii. Tutto questo è stato sospeso e fatica ancora oggi ad essere ripreso, anche se da molti mesi non siamo più nella fase di lock down.
Gisella Trincas evidenzia i problemi strutturali del sistema di cura dovuti a “scelte politiche istituzionali che hanno danneggiato il sistema sanitario pubblico e il sistema di salute mentale di comunità… noi chiediamo che vengano ovunque garantiti servizi che abbiano prima di tutto le risorse professionali per garantire la multi-disciplinarietà dell’intervento, e anche numericamente adeguati”. Insomma, serve investire molto in salute mentale.
Anche se non è più il 10 ottobre, giornata mondiale della salute mentale, Psicoradio continua a tenere accesa la fiamma del rinnovamento che ha portato alla cosiddetta “legge Basaglia”, più di 40 anni fa.
Lo facciamo commentando un articolo che qualche tempo fa ha fatto molto arrabbiare la redazione. È di Massimo Fini, pubblicato sul Fatto Quotidiano il 29 agosto scorso, e intitolato “La vera follia fu far tornare i folli a casa: vittime due volte – A distanza di 40 anni contiamo solo i disastri”. “Un articolo arrogante e offensivo per i “pazzi”, come li chiama Fini, ironizzando e fingendo di non capire che non è ipocrisia, o un problema di politically correct, chiamarli con correttezza: persone con una sofferenza psichica” dice Cristina Lasagni, direttrice di Psicoradio. E Barbara conferma: “Certo che per me non è la stessa cosa essere chiamata pazza o persona con un disturbo. Pazza fa venire in mente pericolo, e i film dell’orrore.
“Ecco uno stralcio dell’articolo: “È assolutamente vero che in Italia c’erano i manicomi, pardon ospedali psichiatrici, (…) in cui pazzi, pardon “i malati di mente” erano tenuti in condizioni disumane. (…) L’errore sta nel fatto che la legge fu applicata da Basaglia e soprattutto dai suoi discepoli, spesso teorici che un matto vero non l’avevano mai visto in faccia, con una coerenza omicida.” E poi continua elogiando alcuni ospedali psichiatrici del passato ( pardon, manicomi!) ed elencando situazioni critiche di oggi, come la mancanza di strutture. Che però le associazioni di pazienti e familiari denunciano da anni, consapevoli comunque che la soluzione non è certo tornare ai luoghi di segregazione delle persone.“Su questi temi deve scrivere chi vive questi disagi o li conosce bene, non giornalisti in cerca solo di audience” dice Giovanni.
“Mi sembra intellettualmente disonesto” commenta Cristina “sottolineare quello che oggi non funziona perché la legge non è stata applicata, e dire che questo è il motivo per cui la legge non è giusta e va cambiata, o eliminata. Sarebbe come creare un nuovo reparto di maternità, senza dotarlo delle attrezzature che servono, e poi dire: “questo reparto non funziona, lo chiudiamo”. Ma no, dotiamolo di quello che serve per farlo funzionare!”. Ma la vera risposta a Massimo Fini è di Claudio, un redattore di Psicoradio, che a fine puntata racconta la sua esperienza di paziente (im)paziente di guarire. Da più di un anno lontano da medicine e medici.
Il 10 Ottobre è la giornata mondiale della salute mentale. Psicoradio di salute mentale ne parla ogni settimana da ormai una quindicina d’anni! Questa volta analizziamo la canzone dì Fabrizio De André “Un matto (Dietro ogni scemo c’è un villaggio)”, che il cantautore realizzò ispirandosi ai versi dell’“Antologia di Spoon River” di Edgar Lee Masters, ed inserì nello storico album del 1971, “Non al denaro non all’amore né al cielo”.
In redazione è nata una discussione sui significati del testo, ma anche sul ruolo del “matto” all’interno di una comunità e sugli stereotipi che certe narrazioni possono portare con sé.A Vincenzo questa canzone piace perché “non si avverte la differenza tra i cosiddetti matti e i cosiddetti normali” mentre Giovanni sostiene che il brano di De Andrè “fa pensare che al mondo ci siano persone un po’ diverse, che per arrivare a comprendere determinate cose fanno un giro più lungo o un giro diverso rispetto ad altre.”
“Tu basta che fai qualcosa di diverso e la gente ti prende per scemo” commenta Gianmaria, ricordando il sottotitolo della canzone: Dietro ogni scemo c’è un villaggio. De Andrè quindi difende questo “scemo” suggerendo che dietro ad ogni scemo c’è un villaggio che è ancora più scemo e più pazzo di lui, perché è ignorante e non lo comprende”. E aggiunge che ”De André ha sempre difeso chi stava male, perché chi sta male è scomodo da difendere e da aiutare.
Secondo Vincenzo però nella canzone affiora un luogo comune “che la vita del cosiddetto matto sia una vita sprecata. Ma emerge contemporaneamente anche il rimorso per non aver capito, accolto, il cosiddetto scemo del villaggio”. “Ma lo scemo” – chiosa Gianmaria – “da morto non ha bisogno della pietà di chi prima lo prendeva in giro.”
Questa puntata è dedicata al V Festival dell’arte irregolare, l’evento che celebra gli artisti dalla creatività “differente” e che si è svolto a Bologna, dal 2 al 4 ottobre 2020. Il festival è organizzato dal Dipartimento di Salute Mentale di Bologna e dal Comitato Nobel per i Disabili.
A causa del Covid 19 l’edizione di quest’anno è stata interamente online, sul sito www.festivalarteirregolare.it , con film, interventi di critici, esperti d’arte e con la partecipazione di numerosi artisti, atelier e associazioni. Psicoradio è tra i partner promotori dell’evento, con una sezione sul sito del festival dedicata ai tanti programmi sull’arte che negli anni abbiamo realizzato
Nella puntata di questa settimana abbiamo intervistato Cinzia Lenzi, una delle ideatrici e organizzatrici del festival, Concetta Pietrobattista, coordinatrice del Collettivo artisti irregolari bolognesi, e abbiamo incontrato nel suo atelier di Via Fondazza Mackenzie, artista irregolare che con oggetti di recupero, costruisce opere d’arte, “i suoi scarabattoli”, che trasporta su ruote per le strade di Bologna.
“È una soddisfazione impagabile portare in giro per i portici di Bologna i miei scarabattoli, sono loro che mi chiedono di muoversi” dice l’artista e aggiunge: “La libertà è la mia musa ispiratrice (…) e l’arte è un modo per rendere bello qualcosa di diverso”. Le creazioni di Mackenzie sono sempre in continua evoluzione; ha persino ricomprato un’opera che aveva venduto perché “non gli piaceva e voleva risistemarla”. Al festival ha presentato “Lady Covid medico della peste 2.0 2.0”.
Tutti i contenuti del festival sul sito resteranno fruibili sulla piattaforma. Si potrà ammirare la Mostra che non c’è, ascoltare gli interventi di esperti di Outsider Art come Giorgio Bedoni ed Eva Di Stefano; seguire Francesca Renda che ci accompagna nelle vie del Pratello, storico quartiere di Bologna, alla scoperta dell’artista Roberto Mastai; emozionarsi con lo spettacolo del Teatro di Camelot che ripercorre la storia del Primo miracolo di Gesù Bambino del Mistero Buffo di Dario Fo. Gli atelier più famosi mostreranno il loro lavoro.