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Autore: Admin

Psicoradio ha già 15 anni… e non li dimostra!

Ricordo bene come è iniziata la prima puntata di Psicoradio 15 anni fa: con i versi magnifici di Alda Merini: “Io come voi/sono stata sorpresa mentre rubavo la vita, / buttata fuori / dal mio desiderio d’amore…”. Ricordo invece pochissimo cosa ci siamo detti nella prima riunione con le persone che sarebbero diventate la (prima) redazione di Psicoradio. Più che altro ci guardavamo, cercando indizi. E stranamente ricordo bene i pensieri che mi hanno agitato qualche ora dopo, mentre camminavo verso casa. Soprattutto un grande, improvviso timore, mai comparso nei mesi passati a sognare e discutere in Arte e Salute, l’associazione di cui faccio parte e che, dopo il teatro, stava credendo in questa nuova avventura.

Camminavo immersa in domande e paure; vedere uno per uno intorno al tavolo i volti di redattori e redattrici mi aveva messo di fronte alle responsabilità. Pensavo: ce la faremo? Le radio ci manderanno in onda? Riusciremo a fare informazione e cultura sulla salute mentale senza che i redattori siano troppo esposti? Non aggiungerà sofferenza occuparsi giorno dopo giorno di argomenti interessantissimi, ma che spesso evocano anche la parte più dolorosa della propria storia? Quanto andremo avanti? Ce la faremo? Beh, almeno per 750 puntate e più di mille ore di trasmissione ce l’abbiamo fatta. Uno dei motivi è il fatto che il lavoro delle redattrici e dei redattori ha dimostrato, senza possibiltà di dubbio, che la sofferenza riguarda tutta la condizione umana, non solo una parte. Perché “da vicino nessuno è normale”; come ripeteva Misculin, che si definiva “un attore messo sul palco da Basaglia”.

M. Cristina Lasagni, direttrice di Psicoradio


Ma a voi, cosa manca? Servizi che aiutino le persone a trovare una casa, eliminazione dello stigma, maggiore consapevolezza nella società su cosa sia il disagio psichico, la passione che in passato ha portato a cambiamenti rivoluzionari come la Legge 180, legge di tuttə.In questo elenco ci sono solo alcune delle cose che mancano secondo i redattori e le redattrici di Psicoradio; mancano nella cura, ma non solo. Ci vorrebbe più attenzione agli effetti collaterali degli psicofarmaci, psicoterapia gratuita e percorsi di autonomia, CSM più accoglienti e personale appassionato.

Vogliamo condividere con voi questa riflessione – partita da un foglio sul quale ognunə ha scritto “Io so cosa mi manca” – proprio in occasione del compleanno di Psicoradio! Abbiamo infatti soffiato su 15 candeline, abbiamo riflettuto su come ci sarebbe piaciuto festeggiare e abbiamo capito che serve ancora lottare: vogliamo continuare il nostro lavoro culturale sui temi della salute mentale. Ognuna delle 15 candeline spente può rappresentare le priorità di questi anni: dietro il microfono abbiamo imparato a prendere e pretendere uno spazio di parola e, per ogni tema affrontato, sappiamo che ce ne sono altrettanti da approfondire ancora. La salute mentale riguarda tutti. Ma a voi, cosa manca? 

La città del disordine

Il musicista Nicola Manzan è noto soprattutto per il progetto Bologna Violenta; adesso, nel suo ultimo album La città del disordine racconta in musica le storie di otto persone che furono ricoverate nell’ex-manicomio San Lazzaro di Reggio Emilia. Isabella, ossessionata dalla scrittura e convinta di essersi sposata di nascosto con un medico; Arcangelo, venditore di cappelli con intense crisi mistiche; Adele, tredicenne, certa di aver visto la madonna in un ginepro; Arturo, caduto in depressione in seguito a un brutto scherzo dei suoi “amici”… Sono alcune delle tragiche vite scelte da Manzan per il disco, nato dalla collaborazione con il Museo della Storia della Psichiatria di Reggio Emilia.

“Inizialmente la necessità era quella di fare un’audioguida per il museo”, ci racconta Manzan. “L’idea di Giorgia Cantoni, Responsabile della Comunicazione, è stata quella di ampliare il progetto e fare un disco partendo dalle cartelle cliniche che mi sarebbero state fornite e poi da questo ricavare un’ audioguida”. Di solito la sua musica molto è molto più estrema e sperimentale; le sonorità con le quali ha composto La città del disordine sono invece più vicine a quelle dei suoi studi classici. In accordo con la direzione del Museo della Psichiatria ha scelto infatti di esprimere soprattutto il lato umano di questi internati, rispetto alla violenza della reclusione forzata. Per riuscirci, ha dovuto approfondire lo studio di ciascun caso: “Ho cercato di capire la storia che c’era dietro a ogni personaggio e di raccontarla in musica, anche attraverso dettagli che magari conosco solo io. Nella storia di Adele, per esempio, ho usato un pianoforte giocattolo per dare il senso dell’infanzia, oppure ho cercato di sottolineare lei che corre per i prati con l’amica mentre il padre le sgrida. Quindi, da un lato c’è stato il tentativo di caratterizzare ogni persona creando un tema apposito, dall’altro la mia intenzione era quella di creare ambienti sonori che potessero rendere giustizia alle loro storie”.

Manzan ci racconta che non aveva mai avuto esperienza diretta con i temi della salute mentale; dover studiare le cartelle cliniche gli ha fornito un’idea molto più reale dei malati e della vita nei manicomi, trasformando quella sicuramente più superficiale che aveva in precedenza. “Certe storie vanno raccontate perché altrimenti vengono dimenticate o insabbiate, come per la vicenda della Uno Bianca; mi piace pensare che con la mia musica possa raccontare a chi viene ai miei concerti o compra i miei dischi storie che altrimenti non avrebbe conosciuto. Avere l’opportunità di fare un disco che racconta com’erano gli ospedali psichiatrici è stato importante: sono testimonianze che fanno riflettere e che possono cambiare anche la visione che si ha della propria vita”.

Dare voce agli uditori di voci!

Daniele ha iniziato a sentire le voci quando aveva 12 anni, dopo che la mamma è venuta a mancare. All’inizio erano voci cattive, di ragazze che gli dicevano di uccidere. Poi le cose sono cambiate molto. Oggi Daniele Natali è il presidente dell’Associazione di promozione sociale “Rete italiana Noi e le Voci”. Quando si parla di “sentire le voci”, ci si riferisce a qualcuno che sente (e a volte anche vede o percepisce) qualcosa che altri attorno a lui/lei le altre persoe non sentono/vedono/percepiscono. Le voci possono essere amichevoli o minacciose, possono diventare interlocutrici con cui dialogare, o invece parlare di continuo, disturbando e rendendo difficile se non impossibile dedicare attenzione ad altre cose. Una premessa importante: mentre per la psichiatria tradizionale occidentale, sentire le voci è considerato una allucinazione, il segno di una perdita di contatto con la realtà, un episodio psicotico, la “Rete italiana Noi e le voci” considera “l’udire le voci” come una “esperienza umana” e non come un sintomo di una grave malattia mentale.

Qualche tempo fa la “Rete italiana Noi e le Voci” aveva chiesto a Psicoradio di poter fare nei nostri studi, a Bologna, la loro assemblea per eleggere il presidente. Ed è stato eletto Daniele Natali, che avevamo già conosciuto. Potevamo quindi non intervistarlo? Daniele racconta che la gente spesso lo considera “un matto”. Anche con suo padre non è stato facile: “Non è stato facile dire certe cose a mio padre, cose di cui mi vergognavo”. Per questo si ritiene fortunato ad aver trovato una grande famiglia nel Centro di Salute Mentale. Con il tempo Daniele e suo padre sono riusciti ad andati avanti, “l’importante è farlo insieme ad altri, non soli, e crederci”.

Dopo aver iniziato un percorso di “affrontamento delle voci” con una psicologa e con una psichiatra, Daniele è entrato a far parte del gruppo di uditori di voci. Poco a poco le voci sono diventate sempre meno cattive. “Già al secondo mese le sentivo meno arrabbiate e anche io ero meno arrabbiato”, ci racconta. La musica è stata molto importante: con quella poteva “convocare” le voci: “Pian piano mi son reso conto che venivano in me… ascoltavo musica circa 4-5 ore al giorno”. All’inizio le voci erano cattive perché lui stesso si odiava, per non aver potuto passare più tempo con la madre. Per questo, dice, “volevo uccidere. Perché volevo morire io e non mia madre”. Daniele ha continuato ad ascoltare musica come metodo per far fronte alle voci, e spiega così come siano diventate voci buone: “Secondo me le voci che sento adesso son quelle di mia madre”. Per Daniele la madre “è scesa dal cielo sotto forma di voci e visioni”, per aiutarlo. “Devo dire la verità, con loro sto meglio che con una persona vivente, e sono molto felice”.

In definitiva, il consiglio di Daniele per chi sente le voci è di ascoltare ciò che si ha dentro e soprattutto di iniziare un percorso nei gruppi di auto-muto aiuto, fondamentali per andare avanti “perché ci si confronta fra tutti e tutti insieme ci si dà la grande forza.

Il quindicesimo anno e la dodicesima notte

In apertura celebriamo il quindicesimo compleanno della nostra amata Psicoradio mentre a seguire parliamo del ritorno sulla scena della compagnia teatrale Arte e Salute.

Sabbie mobili, una nuvola nera, un quadro surrealista, un fermo immagine, il vulcano sul punto di eruttare, nervosismo, un uomo sdraiato sul divano: un elenco di immagini suscitate dal ricordo di questo ultimo anno di pandemia negli attori e nelle attrici della compagnia teatrale di Arte e Salute. Un anno in cui gli spettacoli sono stati sospesi, così come le attività dal vivo dell’associazione che lavora in collaborazione con il Dipartimento di Salute Mentale di Bologna nel progetto “Teatro e Salute Mentale”. Immagini che – si spera – la compagnia si lascerà alle spalle, perché questo maggio torna finalmente a calpestare il palco dell’Arena del Sole di Bologna portando in scena La dodicesima notte di William Shakespeare. Con la regia di Nanni Garella e la partecipazione di Stefano Bicocchi (in arte Vito), lo spettacolo è basato su una poetica di equivoci e malintesi, travestimento e follia. Dove i cosiddetti “matti” (Feste, un classico buffone di corte, e Malvolio, il puritano che impazzisce perché vilipeso e beffato) alla fine sono le uniche persone a vivere in un mondo reale, privo di finzioni. In programma all’Arena del Sole dal 12 al 16 maggio, La dodicesima notte è la circostanza giusta per gli attori e le attrici di gridare: “Siamo ancora in piedi e ce l’abbiamo fatta!”

Altrimenti ci arrabbiamo…

“Quando i bambini non vengono coinvolti in eventi significativi loro li sentono, li assorbono e si fanno tutta una serie di fantasie a volte anche angoscianti o colpevolizzanti, perché nessuno magari gli ha spiegato che cosa stava succedendo.”

Chiara Borgia, pedagogista e vice-direttrice della rivista Uppa – Un Pediatra Per Amico, torna a parlarci di rabbia e del suo manifestarsi tra infanzia e adolescenza. La rabbia nei bambini è un’emozione che può risultare spiazzante e complicata da gestire. Per alcuni è incontrollabile, per altri invece difficile da esprimere, come poi accade anche agli adulti, che però, con l’esperienza, possono imparare a verbalizzarla. “Il bambino parla tantissimo attraverso il suo corpo, è lì che trattiene, finché non esplodono emozioni negate. A volte avere mal di pancia, mal di testa o fare pipì a letto, sono espressioni che ci dicono che sta succedendo qualcosa. Il corpo del bambino ci racconta la sua emozione perché lui fa fatica a nominarla: imparare a prenderci cura delle nostre emozioni, e quindi avere un lessico emotivo, saperlo usare, saper riconoscere le emozioni dell’altro sono competenze che si imparano durante lo sviluppo.”

Del resto la rabbia, sia la propria che quella altrui, può insegnare molto a un bambino. Proprio per questo quando si manifesta in lui, magari anche con prepotenza, il bimbo ha bisogno di essere rassicurato dalle persone che se ne prendono cura. A queste la dottoressa Borgia consiglia: “Ad un bambino possiamo insegnare che va bene essere arrabbiati, però quando sono arrabbiato posso avere due regole: non faccio male agli altri e non faccio male a me stesso. Già imparare queste cose sicuramente comporta un apprendimento: ma in quel momento gli stiamo anche dicendo ‘la tua rabbia va bene, quindi tu vai bene’, e contribuiamo così alla costruzione di una sana autostima.”

La rabbia dei piccoli non è una piccola rabbia

“Le emozioni di solito sono classificate come negative e positive, ma sarebbe meglio parlare di emozioni piacevoli ed emozioni spiacevoli. Non è giusto dare una connotazione, soprattutto in negativo, che può bloccare una normale manifestazione delle emozioni, può far vivere sentimenti di inadeguatezza ed incomprensione. Tutte le emozioni sono necessarie e hanno una funzione.”

La rabbia nei bambini a volte è spiazzante. A parlarcene è Chiara Borgia, Pedagogista e vice-direttrice della rivista Uppa – Un Pediatra Per Amico. E’ capitato a tutti di vedere un bimbo riverso a terra che piange e urla sbattendo i piedi, e spesso liquidiamo quell’atteggiamento con la frase: “guarda che capricci!”. Ma “dietro quei capricci – continua Borgia – spesso ci sono dei bisogni che il bambino non sa riconoscere, e li esprime in maniera paradossale: può urlare, ad esempio, perchè ha bisogno di affetto, di un abbraccio”.

La rabbia è un’emozione complicata da gestire. Per alcuni è incontrollabile, per altri al contrario difficile da manifestare; anche da adulti, a volte, si ha difficoltà a riconoscere il sentimento di rabbia che cresce dentro di noi. Si tratta di un’emozione innata, presente già nei bambini di 8-10 mesi, che però cominciano ad averne consapevolezza solo negli anni successivi: “il bambino attraverso l’esempio dei genitori e le relazioni sociali comincia a riconoscere la rabbia nell’altro e in se stesso. Verso i 2-3 anni il bambino comincia a dire di essere arrabbiato, dopo aver fatto questi passaggi di riconoscimento. Passaggi complicatissimi, che non si possono dare per scontati”. Continua la pedagogista: “Ci sono tre tipi di rabbia: quella realistica, la più facile da gestire, la più più diretta. Poi c’è la rabbia narcisistica, che tocca il nostro intimo, che tocca il SE’ del bambino o del ragazzo. Una rabbia più violenta e travolgente, ma comunque una rabbia evolutiva, che aiuta a crescere e conoscere i limiti. Poi c’è la rabbia impotente, la più pericolosa: sentirsi impotenti rispetto ad una situazione ci provoca disagio, si arriva ad arrabbiarsi senza sapere con chi o con cosa arrabbiarsi”. L’adulto può essere un ottimo alleato nella scoperta, accettazione e gestione della rabbia; sono importanti attenzione, uno sguardo non giudicante, l’esempio, e anche alcuni strumenti, in particolare la narrazione, la lettura, il teatro, e la capacità di lasciare libertà di espressione attraverso il gioco: “ è nel gioco che il bambino esprime se stesso nella maniera più libera”.

Vite recluse scritte in pochi fogli

Quando Dorina arriva all’ex manicomio San Lazzaro di Reggio Emilia ha 14 anni, il suo rendimento a scuola è scarso, oggi si direbbe che “è una bambina difficile”. Apparentemente viene “corretta” durante il suo primo ricovero, poi però dopo due anni ritorna e solo a quel punto si scopre che il padre la costringeva a prostituirsi.

Storie come questa e come quelle di tutte le persone che hanno vissuto in un manicomio, le incontriamo ogni giorno: sono storie di depressione, di persone con disabilità fisiche che non si riusciva a gestire in casa, di bambini orfani o anziani colpiti dal Parkinson, di coppie omosessuali che manifestavano il loro amore provocando “pubblico scandalo”. Se i manicomi non fossero stati chiusi nel 1978, queste persone oggi sarebbero ancora recluse. Se oggi le possiamo conoscere, è anche grazie al lavoro di documentazione promosso da realtà come la biblioteca scientifica Carlo Livi e dell’archivio dell’ex ospedale psichiatrico San Lazzaro di Reggio-Emilia, uno dei più grandi in Italia. “Dobbiamo immaginarci – dice Chiara Bombardieri, responsabile della biblioteca dell’archivio dal 2009, intervistata dalla redazione – che nella società di cento anni fa era un attimo finire in un ospedale psichiatrico. Guardandole con gli occhi di oggi certe storie ci fanno sorridere, ma chissà poi cosa diranno di noi tra 200 anni”.

Ultrablu e l’autismo. Le differenze sono un valore

Torniamo a parlare con Virgilio Mollicone, un amico di Psicoradio, fondatore dell’atelier d’arte e casa editrice “Ultrablu” di Roma. L’atelier è un luogo in cui artisti neurodiversi, in particolare persone nello spettro autistico, realizzano le loro opere in uno spazio di libertà creativa in contatto anche con artisti normotipici. Avevamo incontrato Virgilio Mollicone nel 2019 al Festival dell’Arte Irregolare di Verona; recentemente Ultrablu ha vinto due bandi della Regione Lazio per la realizzazione di Arte Pubblica, nell’ambito di Lazio Street Art.

L’artista Andrea Calcagno – già autore del bellissimo e fantasioso libro “La parata degli animali” – sta realizzando assieme ad altri sei compagni un’opera imponente di 700 metri quadri sui muri di una scuola dell’infanzia a Frascati, un lavoro che si basa sull’integrazione dei linguaggi. Prima era un luogo triste, una colata di cemento che stiamo letteralmente trasformando” ci dice Mollicone. E prosegue: “Speriamo di riuscire a rendere evidente che le differenze sono un valore e non un limite: tutta la nostra missione si basa sul dimostrare questo.” In che modo la neurodiversità può essere una risorsa artistica? “Lo dice la parola stessa: è la diversità che è una ricchezza. tutto ciò che è scontato e prevedibile non fa per niente bene all’arte. Le difficoltà neuropsichiche non impediscono a queste persone di raggiungere delle profondità espressive straordinarie”.

La creatività e i risultati di questi artisti sono sufficienti a mettere in discussione molti stereotipi; con la psichiatra e neurologa Rita Di Sarro cerchiamo dunque una definizione non scontata di cosa sia l’autismo: “L’autismo è un altro modo di stare al mondo. Un modo condizionato da una sensorialità atipica. La persona che ne soffre ha un problema di comunicazione e di socializzazione con un mondo che per lei è abbastanza incomprensibile”. Le persone autistiche hanno un modo di percepire la realtà differente dagli altri, e forse anche per questo sono diffuse molte false credenze su questo fenomeno. La redazione ha tempestato di domande la neurologa, per fare un po’ di chiarezza su temi che vanno dall’amore ai vaccini. Tra le “leggende” da sfatare affidandoci all’esperienza scientifica della neurologa, una molto attuale: è vero che i vaccini antinfluenzali o contro il morbillo possono provocare l’autismo? “Assolutamente no,” sostiene Di Sarro, “i vaccini sono stati per tanti anni demonizzati e c’è ancora gente che pensa che facciano male; ma questo accade perché si verifica una specie di coincidenza tra il periodo delle prime vaccinazioni di un bambino e il periodo in cui compaiono i sintomi dell’autismo.”

Aggrapparsi alle canzoni

Una puntata musicale: un viaggio tra parole e musiche di due artiste che hanno attraversato una vita piena di emozioni: Mia Martini, di cui rimane viva la grande sensibilità interpretativa e la malinconia, e Diamanda Galas, artista che ha conosciuto la sofferenza psichica e il manicomio.

Aggrapparsi alle parole

“Scrivere fa sempre bene, soprattutto in questa fase in cui c’è bisogno di raccogliersi, pensare e sfogarsi. La scrittura è terapia. Ma confesso che adesso faccio molta fatica perché scrivere ha anche bisogno di tranquillità, mentre invece da un anno siamo tutti fissati, quasi come un fermo immagine, in un’attesa che si prolunga indeterminatamente”. Grazia Verasani, scrittrice e sceneggiatrice, si racconta a Psicoradio, in una riflessione che passa dal legame tra letteratura e salute mentale fino all’esperienza personale della depressione.

Autrice di racconti e romanzi noir, tra i quali la serie dedicata alle vicende dell’investigatrice privata Giorgia Cantini, protagonista del celebre Quo vadis, baby? e dell’ultimo lavoro Come la pioggia sul cellofan, Verasani ha affrontato in più occasioni i temi della psiche. Lo ha fatto con il suo spettacolo teatrale From Medea, incentrato sul tema dell’infanticidio, e nei monologhi Accordi minori dedicati ad artisti come Amy Winehouse, Kurt Cobain, Mia Martini o Luigi Tenco, accomunati da un’esistenza tormentata da problemi la depressione.

Verasani ci dice di aver affrontato lei stessa in passato “un tracollo” e di averlo superato grazie al supporto psicoterapeutico e farmacologico di uno specialista che l’ha “risollevata da una depressione molto forte”. La scrittrice ricorda il suo timore, quando le sono stati prescritti i farmaci: “ho sempre avuto paura delle dipendenze, ma ho dovuto prendere le misure con un regime terapeutico che insieme a una adeguata psicoterapia, prevedeva anche una dipendenza dal farmaco.” Racconta: “Nel mio caso mi ha proprio salvato la vita. Quando ho cercato un aiuto non avevo più voglia di vivere. Sono stata molto fortunata. Sono stata curata con un uso modico di farmaci, con uno psichiatra che si è preoccupato molto del fatto che mantenessi sempre lucidità, che era fondamentale per la mia creatività”. E proprio in un momento depressivo come quello attuale Verasani consiglia di aggrapparsi alle parole come forma di terapia, anche semplicemente tenendo un diario, se trovare idee per un progetto più strutturato può risultare difficile. Per questo, conclude la scrittrice, è grave che “non si parli mai o quasi mai degli effetti psichici e neurologici di questa prigionia, di questa vita che è una sorta di camicia forzata in cui siamo delimitati e controllati. Sono strategie che alla lunga diventano disumanizzanti. (…) Credo che ci ritroveremo molto acciaccati. Penso anche alle categorie a me più affini, come i musicisti e gli artisti, che non lavorano da un anno. Ma tutti ne usciremo a pezzi; bisognerà saper ri-costruire di nuovo”.

Il manicomio che c’era

Guidati dallo psichiatra Gaddomaria Grassi vi raccontiamo la storia di uno dei più grandi manicomi d’Italia: il manicomio San Lazzaro di Reggio Emilia. Creato al di fuori della città nel 1100 come lebbrosario, già a partire dalla prima metà del 1500 accoglieva anche «invalidi, decrepiti, storpi, epilettici, sordomuti, ciechi, paralitici»; dal 1820 si trasforma in «Stabilimento Generale delle Case de’ Pazzi degli Stati Estensi», un luogo in cui curare (e rinchiudere) solo i malati curabili e “quelli specialmente la cui pazzia riesca più incomoda e dannosa alla società». Negli anni il manicomio di San Lazzaro cresce sempre di più, fino ad accogliere anche 2000 persone; ma questo luogo nato per “curare il cervello” si trasforma: le persone, una volta entrate, si ritrovavano imbrigliate in una istituzione totale dalla quale era molto difficile uscire, e uscirne migliorati.

Il dottor Grassi, presidente del Centro di storia della psichiatria San Lazzaro di Reggio Emilia, studioso appassionato della storia delle istituzioni manicomiali, ci racconta caratteristiche e segreti del San Lazzaro, dall’ organizzazione dei padiglioni, alle cure che si sono succedute negli anni, dalla “trattamento morale” che ricorre anche a villeggiature, visite a teatro, all’edificazione religiosa e all’attività fisica, fino agli psicofarmaci, passando da droghe e terapie di shock. Ma Grassi ha anche una conoscenza diretta di quell’Istituto. Giovane psichiatra negli anni 90, è stato medico di guardia a servizio degli ultimi ricoverati all’interno del manicomio, che, ormai chiuso ai nuovi ingressi dalla legge 180, ospitava ancora pazienti che non avevano trovato altra sistemazione. Di quel periodo Grassi ricorda la quantità dei farmaci che venivano prescritti: “Era impressionante, io ho lavorato nella medicina d’urgenza, nei TSO, so che a volte possono essere date dosi alte di farmaci, ma nel manicomio mi sono ritrovato davanti a persone evidentemente assuefatte da decine di anni di uso massiccio di psicofarmaci. Avevo l’impressione che tutto ciò che sapevo lì fosse messo in discussione”.

Grazie alla cosiddetta “legge Basaglia” del 1978 il manicomio San Lazzaro poi è stato chiuso, come tutti gli altri in Italia, ma la cultura manicomiale non è scomparsa affatto. La si può riconoscere in tante situazioni: tutte le volte che gli psicofarmaci vengono prescritti in quantità eccessive, e “per sempre”; quando la cura rischia di essere funzionale più al controllo che al miglioramento delle condizioni di vita; tutte le volte che la dignità e i diritti di un paziente vengono in qualche modo negati.

L’esodo dall’Africa. Cosa pagheremo?

Cosa pagheremo per non voler vedere il dolore delle persone che fuggono dall’Africa, dalla fame, dalle guerre, dalla mancanza di un futuro? Cosa pagheremo per non renderci conto pienamente del fatto che chiudiamo gli occhi, ignorando immense tragedie a pochi chilometri dalle nostre coste? “Loro e noi: intorno all’esodo e all’accoglienza” è un corso di tre incontri, dal 18 marzo al 3 aprile, per riflettere sull’esodo dei migranti dall’Africa incrociando sguardi insoliti e competenze diverse. A parlarne Nicola Valcarenghi Scognamiglio, ricercatore con lunga esperienza in Africa, e la psicoanalista junghiana Marina Valcarenghi. L’evento è organizzato in collaborazione con le associazioni: Tao, crescita interiore di Udine; Ayini, di Brescia, Il Canto della terra di Treviso e l’Oceano del KI, presente in Toscana. Il corso riflette sui modi con cui il tema delle migrazioni viene affrontato sia a livello pubblico che individuale, e mette a fuoco i problemi psichici e le reazioni – consce e inconsce – che questa situazione traumatica causa sia chi viene ma anche a chi vive nei paesi di accoglienza.

Marina Valcarenghi ha parlato a Psicoradio dello sradicamento, del senso di impotenza, dei sogni dei migranti, e Nicola si chiede “come sia possibile questa inconsapevolezza” nei confronti delle situazioni da cui fugge chi giunge in Europa; e ricorda di aver visto spesso, negli occhi dei migranti, “l’incredulità rispetto al fatto che loro sono approdati in un posto che sembra non sapere che al di là del mare, a pochi centinaia di metri dalla nostre coste avvengono eventi drammatici”. E continua domandandosi “E’ possibile davvero che le persone non sappiano? Davvero non c’è una parte di noi che invece lo sa perfettamente e che confligge?” Marina Valcarenghi aggiunge che anche in chi si occupa della psiche questo tema sembra non interessare. “Ma come si fa a pensare che non ci siano conseguenze psichiche gravi per noi e per loro, da questo incontro forzato e mal condotto?” E il ricordo va alla Germania dei campi di concentramento, ai figli che hanno chiesto conto ai genitori dell’orrore inflitto, e al rischio che domani, in Europa, in Italia, i figli chiedano ai genitori: davvero non sapevate? Come avete fatto ad ignorare? Anche a chi governa oggi il problema dell’esodo sembra porre un solo problema: chi li prende? Dove li mettiamo? Marina Valcarenghi ipotizza che il rifiuto diffuso ed i problemi psicologici “nascano anche da questo completo disordine e incertezza della situazione, per noi e per loro..”

Un redattore, Gian Maria, chiede alla psicoanalista quali sono i problemi psichici prodotti dall’immigrazione su di noi, su chi vive in una nazione in cui i migranti approdano. “Faccio solo qualche esempio, perchè il discorso sarebbe molto complesso. – risponde la psicoanalista – La diffidenza; l’ostilità; la paura della diversità. La diversità fa paura – di orientamenti sessuali, di etnia, religione, abitudini… e la diversità immediata di un africano fa ancora più paura, invece originare curiosità , interesse, attrazione, come è per loro, perché se si va in Africa si avvicinano in tanti per sapere chi sei, cosa fai , da dove vieni…” Secondo Marina Valcarenghi il problema è che la gente pensa che questa diffidenza sia un atteggiamento normale, mentre “la paura del diverso è un problema psichico, e con i pazienti italiani che la mostrano io affronto il problema come se fosse una patologia, un sintomo.” Gian Maria domanda se per facilitare l’integrazione, e visto che lingua “è il mezzo di trasmissione culturale più importante”, non sarebbe utile fare come in Germania, ed istituire corsi di italiano gratuiti e obbligatori per i migranti. Ma Nicola Valcarenghi non è assolutamente d’accordo: “ il concetto di integrazione non mi appartiene, integrazione significa facciamoli diventare come noi! E lo studio obbligatorio mi sembra un percorso d’integrazione forzato e controproducente!”. E Marina Valcarenghi ricorda: “ la cosa che più preoccupa i migranti è la paura di dimenticare: il proprio paese, la paura di non ritornare più, di non vedere più quei paesi, quegli alberi, quelle persone… uno dei nostri compiti è aiutarli a non dimenticare.”