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Autore: Admin

Psicosi: conoscerla e riconoscerla

Una storia verosimile, ma non vera, costruita partendo da dati reali. Avete mai sentito parlare di persone che si possono credere coinvolte in situazioni che vedono in televisione? Oppure di chi si sente minacciato o perseguitato come se fosse la vittima di un complotto o di un attentato?
“Con il termine psicosi – racconta la psichiatra Angela Tomelli del Dipartimento di Salute Mentale di Bologna – si fa riferimento a una serie di malattie psichiche caratterizzate da alcuni elementi comuni. Uno di questi, forse il più importante, è l’alterazione dell’esame di realtà”.
Molti sono i sintomi e i segnali da osservare, per sospettare il nascere di un disturbo psicotico: eccessivo ritiro sociale, sensazioni di panico, scene di mutismo, insonnia, ansia molto forte. “È importante essere pronti all’ascolto di chi comincia ad avere segnali di disturbo psicotico – sostiene la dottoressa Tomelli – e chiedere un aiuto, anche solo al medico di base”. Infatti, a differenza di quanto si pensa, guarire da un disturbo psicotico è possibile: servono cure farmacologiche che possono alleviare i sintomi, ma sono necessarie anche cure relazionali, per cercare di fare emergere quelle capacità emozionali e affettive che la malattia ha momentaneamente nascosto.

Aiutami Freud!

Come ricorderete, nel primo governo Conte c’era un ministero per la famiglia e la disabilità che era presieduto dal leghista Lorenzo Fontana. Adesso, nel nuovo governo Draghi è stato istituito un nuovo ministero ad hoc per le disabilità, che è stato affidato ad Erika Stefani, anche lei della Lega. Alla notizia dell’istituzione del nuovo ministero, le reazioni delle associazioni e delle persone che a vario titolo si occupano di disabilità sono state diverse. La FAND, la Federazione tra le Associazioni Nazionali delle persone con Disabilità ha già avviato un dialogo con il nuovo ministro ma chiede miglioramenti rispetto a quanto fatto da Fontana. Il presidente Nazaro Pagano ha dichiarato a ilfattoquotidiano.it che “rispetto alla prima esperienza bisogna sicuramente fare meglio, con il potenziamento delle risorse da destinare alle politiche sociali, di cura e assistenza, di sostegno attivo alle persone disabili e le loro famiglie”. Altri, come Fortunato Nicoletti, presidente del Comitato famiglie disabili lombarde, invece, sono critici sia nei confronti della nomina della ministra Stefani, perché non si è mai occupata di disabilità, sia perché la disabilità non dovrebbe avere un ministero ad hoc ma dovrebbe “entrare in ogni ministero con le sue tante sfumature e particolari bisogni.” Rincara ancor più la dose il consigliere regionale PD della Toscana Iacopo Melio, lui stesso disabile, che in una lettera a Repubblica scrive che “basterebbe sfruttare ciò che già esiste e funziona benissimo in un’ottica di uguaglianza: il ministero per le Pari Opportunità, ad esempio, perché di questo stiamo parlando, di persone che chiedono stessi diritti e non di specie in via d’estinzione da salvaguardare. Siamo persone e non dei panda.” Insomma, il dibattito sull’argomento è molto acceso e sfaccettato, e Psicoradio continuerà a rifletterci nelle prossime settimane.

La puntata continua con episodi dello Psicodizioradio, il dizionario per parlare in modo corretto di salute mentale, che ogni settimana realizziamo per l’agenzia di stampa Redattore Sociale. Ne abbiamo scelti tre di carattere psicanalitico, come omaggio al nume tutelare della nostra testata Sigmund Freud: dalla A di atto mancato (dimenticanze, lapsus, “errori” di memoria che sono alla base dei quotidiani piccoli slittamenti della ragione) alla I di invidia del pene, che secondo Freud sarebbe un elemento determinante, ineliminabile, della vita psichica della donna, teoria che che a partire dagli anni Sessanta del Novecento è stata duramente contestata da alcune psicanaliste e dal movimento femminista, fino alla N di negazione, il meccanismo di difesa – inconscio – con il quale una persona gestisce propri atti, pensieri, idee disturbanti o angosciose.

Aggiungi i tortellini a tavola

Lorenzo Casarini è un Tortellante: fa infatti parte di una associazione, il Tortellante, attiva a Modena dal 2016 e formata da persone con autismo e familiari. Il nome viene dal laboratorio di cucina ideato dall’associazione, dove si prepara e vende la pasta ripiena più famosa dell’Emilia- Romagna. Il Tortellante è una palestra di autonomia per i 25 ragazzi con autismo che ci lavorano. I più piccoli hanno 16 anni e partecipano con progetti di alternanza scuola-lavoro, i più grandi oggi hanno 25 anni ma, come ci ha detto la presidentessa dell’Associazione Erica Coppelli, “l’età crescerà perchè non c’è un limite in uscita”.

I Tortellanti hanno già preparato la loro pasta per il Papa, per il presidente della Repubblica Mattarella e per l’ex Presidente del Consiglio Conte, ma la loro forza è nell’attività quotidiana.La psicologa Martina Rossetti ci racconta che all’inizio le nonne dei ragazzi partecipavano al progetto, ma la passione per la pasta ha ampliato i confini, e oggi (Covid permettendo) tante donne di tutta la zona fanno i turni per aiutare in laboratorio, in un continuo incontro tra generazioni e sensibilità diverse.L’idea di conoscere i Tortellanti è nata da una redattrice di Psicoradio, Barbara, che, da vera appassionata di cucina, ha sempre sostenuto che tenere le mani in pasta la fa stare bene. Forse per questo, e per i consigli culinari che ci siamo scambiati, il dialogo tra Lorenzo Casarini, suo padre Gianluca, Erica Coppelli, Martina Rossetti e la redazione di Psicoradio si è svolto a distanza, ma sembrava di essere in una cucina, in attesa che il brodo fosse pronto per mangiare finalmente i tortellini di cui tanto abbiamo parlato.

Tutto il progetto è sostenuto da una salda equipe scientifica, formata da Martina Rossetti e Alessandro Rebuttini e guidata dal neuropsichiatra Franco Nardocci, che studia per ogni ragazzo i progetti di autonomia più indicati. Questo, per Erica Coppelli, il punto forte dell’associazione, che sostiene da un punto di vista psicologico anche i genitori che sono parte integrante del processo di autonomia dei propri figli. Il cibo ha anche il grande pregio di far respirare aria di famiglia. Come spiega Gianluca Casarini, i genitori sanno di affidare i loro figli a una famiglia allargata in cui la chef, che non ha figli propri, si trasforma ogni giovedi, giorno di laboratorio, in madre di 25 giovani cuochi. I Tortellanti nascono dall’associazione Aut aut, nell’ambito dei progetti “dopo di Noi”.

Sleghiamoli subito (anche gli anziani)

Sabato 13 febbraio, l’evento “Città libere da contenzione – per non dimenticare”, ha ricordato la morte di Elena Casetto, avvenuta un anno e mezzo fa mentre Elena era legata nel reparto di psichiatria dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo. Psicoradio ha intervistato Giovanna Del Giudice, portavoce della campagna nazionale per l’abolizione della contenzione nei luoghi di cura “… e tu Slegalo Subito”.

La discussione prende spunto da una riflessione della redazione di Psicoradio sulla contenzione in ambito geriatrico; la prima domanda a Del Giudice riguarda il termine: cosa si intende nello specifico per contenzione? “Quando parliamo di contenzione, e in particolare di contenzione meccanica, ci riferiamo all’impedimento al libero movimento della persona in cura”, spiega Del Giudice, sostenendo che questo impedimento configuri una vera e propria “violazione dell’articolo 13 della Costituzione, che dice che la libertà personale è inviolabile e che non può essere tolta se non per disposizione di legge.” Legare le persone è la forma di contenzione meccanica più utilizzata, ma per limitare i movimenti si usano anche bandine, spondine, tavolini, tende a rete intorno al letto… Inoltre esiste anche la contenzione ambientale, per esempio quando le porte e le finestre sono sbarrate.

Ma allora cosa si deve fare per curare una persona agitata, o scarsamente cosciente, senza legarla o contenerla in altri modi? “Fa parte del nostro lavoro di operatori della psichiatria e della salute mentale avere la capacità di confrontarci con una persona che sta male” sostiene Giovanna Del Giudice, che continua: “Certamente non possiamo rispondere al dolore con una violenza come quella del legare. Dobbiamo invece mettere in moto capacità relazionali, per impedire che la persona si faccia del male o che faccia del male agli altri. E questo è alla portata di qualsiasi operatore che vede nell’altro una persona e non un corpo da domare. Noi dobbiamo rassicurare le persone e farci riconoscere come portatori di aiuto.”

E rispetto agli anziani la portavoce di “… e tu Slegalo Subito” spiega che “vengono legati quando sono in un’istituzione totale, nelle case di riposo, nelle RSA. Questa è una condizione che dipende da come si lavora in quei luoghi, e in particolare da quanti operatori devono seguire un certo numero di pazienti.”In prospettiva, il post Covid offre opportunità di cambiamento, “per non tornare alla normalità: la casa di riposo non può essere l’unica risposta, è possibile dare appoggi domiciliari, forme di cohousing, fornendo badanti di condominio, lavorando su una assistenza domiciliare integrata. Se la contenzione nasce in psichiatria, le persone che oggi hanno più bisogno di essere slegate sono gli anziani.” conclude Giovanna Del Giudice.

Che faccia ha il Covid?

Se doveste girare un film sul Covid come lo rappresentereste? Nel film intitolato “L’ospite” il regista Paolo Muran ha attribuito al Coronavirus le sembianze di un ometto grassoccio e barbuto che un giorno si presenta suonando il campanello. E a casa di Paolo Muran, che è anche uno dei due protagonisti del film, questo ometto beffardo impersonato dall’attore Orfeo Orlando si installa per un lungo periodo, vivendoci notte e giorno, discutendo e condividendo ogni cosa con lui.

“Durante la quarantena sono rimasto in casa da solo per due mesi e dunque questo film, tra scriverlo, idearlo e girarlo, mi ha fatto compagnia.” racconta il regista a Psicoradio. In uno dei momenti più significativi il Coronavirus dice a Paolo Muran di stare tranquillo, che “andrà tutto bene”, la frase non troppo rassicurante che abbiamo sentito pronunciare mille volte durante il lockdown. Lui gli risponde per le rime: “Non la sopporto quella frase lì. Hai visto quei film americani dove c’è il soldato che si rivolge al moribondo con le budella in mano e gli dice di stare tranquillo, che andrà tutto bene?”

Le immagini di Bologna deserta sono molto belle, ma anche molto inquietanti. Perché allora il documentarista ha scelto di rappresentare il virus in modo grottesco, quasi comico? “Mettermi a fare un film sul Coronavirus credo sia stato una specie di effetto collaterale” spiega, “quando mi è arrivata questa idea, parlandone con il giornalista Emilio Marrese, con cui ho fatto anche altri film, ci è balzato agli occhi che nel periodo orribile del lockdown c’erano anche aspetti grotteschi, se pensate che il Papa citava Fabio Fazio!”. “Io volevo fare una fotografia: tu sei in questa situazione irreale che non ti è mai successa, ragioni su questo momento e poi, pensandoci, viene fuori che l’essere umano è causa di tante rovine.” Infatti il virus nel film dice candidamente che lui, semplicemente, “fa il suo mestiere”. “L’essere piùtemuto e odiato al mondo è lì seduto sulla mia poltrona che mangia a sbafo e parla come un post su facebook. Non ci si crede.”, chiosa il regista.

Paolo Muran è autore di molti lavori, tra cui ricordiamo “La vita come viaggio aziendale” (con la sceneggiatura di Gianni Celati e Ermanno Cavazzoni); e “Felix Pedro – Se solo si potesse immaginare”, del 2018, in cui narra la straordinaria vicenda dell’emigrato italiano Felice Pedroni in Alaska, nella terra dei cercatori d’oro, tra fine Ottocento e i primi anni del Novecento.

Dal Cantafavole alla musica dei ricordi

“Mi trovo bene con le persone che hanno difficoltà perché se ne rendono conto, mentre tutti gli altri non le vedono” racconta il cantautore marchigiano Gianluca Lalli ai microfoni di Psicoradio. Chi è Gianluca Lalli? Un appassionato di musica e letteratura – dalle distopie di Aldous Huxley e George Orwell sino alle favole di Gianni Rodari – che nelle sue canzoni e nei suoi progetti ama coniugare queste due forme d’arte. Ora sta preparando un nuovo disco intitolato “Letteratura in musica”, ispirandosi anche a “La nave dei folli”, un’opera di Sebastian Brant della fine del Quattrocento che è stata messa su tela da Hyeronimus Bosch e rielaborata da un grande intellettuale del Novecento come Michel Foucault. Lalli, che ha cantato per noi a cappella, senza l’accompagnamento degli strumenti, “La nave dei folli”, racconta che “la follia è sempre stata vista in Occidente come una cosa da scansare e dunque i folli trovavano allegoricamente collocazione su una nave che non andava da nessuna parte e che li faceva rimanere come in una specie di purgatorio.”

Nel corso del 2020 Lalli ha prodotto il disco “Le favole al telefono” in cui ha messo in musica alcune favole di Gianni Rodari. L’album è nato dal “Cantafavole”, il laboratorio di scrittura creativa che da diversi anni porta avanti con classi di alunni delle scuole elementari e medie. Ci ha spiegato cosa accade praticamente nel corso di questi laboratori : “Leggo le favole di Rodari e faccio ascoltare agli studenti le canzoni che ho tratto da queste favole. Poi andiamo in classe e ci dividiamo in gruppi: si sceglie una favola e ogni gruppo deve scrivere due quartine. Prendo queste quartine, le aggiusto un pochino e le musico. Alla fine della mattinata cantiamo insieme quello che abbiamo prodotto. I ragazzi in poche ore scrivono storie fantastiche e lavorano con la fantasia.”

Il cantautore un paio d’anni fa ha anche portato un progetto denominato “La musica dei ricordi” in una clinica per persone affette da Alzheimer: “mi è venuto in mente questo progetto di musicoterapia, da provare in una clinica per malati d’Alzheimer, stando cinque ore al giorno, proponendo film ma soprattutto musica e canzoni dei loro ricordi, tutte quelle canzoni che li avevano emozionati durante la loro vita cosciente. Mi sono accorto che funziona, cioè che la musica ha un potere così forte, che va a fondo e che riesce a smuovere sentimenti anche in condizioni così terribili come quelle in cui può essere un malato di Alzheimer. Li ho visti cantare, ballare insieme a me”

Come Giulietta e Romeo: alla casa degli artisti ci si parla dal balcone

“Per cercare di mantenere le relazioni con le persone care anche durante la pandemia, le abbiamo pensate tutte. Ad esempio, finchè il tempo lo ha permesso abbiamo usato spesso quella che chiamiamo “tecnica Romeo e Giulietta”: un parente sta giù in cortile, l’anziano dalla finestra lo vede e parla con lui attraverso il cellulare”. Silvia Bartolini, direttrice della Casa di Riposo per artisti Lyda Borrelli ci racconta idee, tecnologie ed arti messe in campo per superare la solitudine del Lockdown e mantenere le relazioni con il mondo esterno.

Casa Lyda Borrelli è una struttura privata gestita da un ente no profit, nata per accogliere (a costi accessibili) persone del mondo dello spettacolo che si ritrovavano a fine carriera indigenti e senza sostegni familiari. Oggi la casa ospita 35 camere singole o doppie su richiesta. Le persone che hanno sofferto di più per la chiusura imposta dal Covid sono quelle con maggiori capacità fisiche e intellettive. La struttura infatti è sempre stata a porte aperte: fino allo scorso febbraio gli ospiti in condizioni di farlo potevano andare da soli o con amici e parenti a teatro, al cinema o a cena fuori. “In questo periodo ci sono stati momenti molto emozionanti. Ad esempio quando la decana tra i nostri ospiti, una signora di 104 anni, ha finalmente parlato con i suoi nipoti via Skype; loro si schiacciavano alla telecamera e sul nostro televisore grandissimo sembravano giganti”.

Altri episodi invece hanno fatto sorridere con tenerezza: come quando una vecchietta che parlando per la prima volta con la figlia via Skype attraverso un grande schermo, le ha chiesto come mai fosse TV ! E poi canti in gruppo, musica, letture e molto tempo a chiacchierare, per superare insieme questo periodo che, dicono gli anziani che hanno già vissuto tanti periodi difficili “non potrà essere peggio della spagnola”.

Ritrovare l’affetto in RSA

C’era una signora molto apprensiva che spesso videochiamava la madre con skype. Alla madre appariva sul monitor il volto della figlia e tutte le volte guardando lo schermo commentava soddisfatta: “ma come sono bella oggi, son tutta bella pettinata!”. E tutte le volte la figlia replicava: “no, mamma. Sono io, tua figlia”. È successo anche questo durante gli incontri virtuali tra gli ospiti di Villa Rusconi, casa protetta di Minerbio (Bo), e i loro parenti. Gli ospiti sono 49 anziani, molti dei quali gravemente non autosufficienti; e ci sono anche persone con difficoltà cognitive.

Massimo Savigno è il coordinatore della struttura, Susanna è un’animatrice e cura anche il rapporto con i parenti. Ci hanno raccontato come hanno vissuto e stanno vivendo questo periodo di pandemia. Susanna racconta che all’inizio gli incontri con i parenti avvenivano solo attraverso le vetrate; poi si è passati agli incontri in presenza, e poi nuovamente attraverso le vetrate; ogni incontro dura 30 minuti. Gli ospiti comunque si sono adeguati bene alle videochiamate con skype, e grazie alla disponibilità del parroco seguono via skype anche la messa.

Prima dell’emergenza le attività di laboratorio erano tante: micro-nido, corso di ceramica, pittura, teatro, e poi feste e visite all’esterno. Dopo l’inizio della pandemia è stato possibile mantenere solo corso di teatro, non in presenza. Però si sono organizzati viaggi virtuali con Google Earth, iniziando a visitare le vie di Bologna e spingendosi fino alle case di origine di alcuni ospiti; poi la voglia di viaggiare è aumentata, e sempre grazie alla tecnologia, i degenti sono volati a Parigi e Las Vegas. Insomma, per star bene è fondamentale l’affetto, la cura e la normalità, ma anche la fantasia è necessaria!

Un viaggio a Capo Nord può cambiare il mondo

Nonostante le restrizioni di questo periodo, che spesso non ci permettono di spostarci nemmeno da un comune all’altro, vogliamo viaggiare, e lo facciamo attraverso un libro. Qualche tempo fa abbiamo intervistato Valeria Alpi, giornalista disabile di Bandiera Gialla, che presenta il suo libro “A Capo nord bisogna andare due volte”. 

Racconta Valeria: “E’ il limite che ci rende tutti uguali (…) Spesso non si pensa che tutte le persone hanno limiti, non solo i disabili, e in viaggio queste difficoltà emergono tantissimo (…) In macchina, ad esempio, posso guidare anche 10/15 ore al giorno. Magari una persona senza disabilità non riesce a guidare per tanto tempo. In questo caso, io non ho un limite e l’altra persona si”.

Ricorda poi quanto sia stato importante avere avuto una persona in famiglia che ha sempre creduto in lei e le ha insegnato ad arrangiarsi da sola. Nel suo caso è stato il nonno, che la spronava, ad esempio, a salire le scale trovando una sua strategia, anche usando le mani quando non riusciva a utilizzare le gambe. Ed è stato altrettanto importante allentare la stretta di sua madre, che riteneva di essere l’unica persona che poteva aiutarla, perché nessuno poteva conoscerla a fondo come lei. Per Valeria, questo atteggiamento può portarti a non avere fiducia nelle altre persone: “Gli altri imparano a conoscerti e aiutarti, ma tu devi saper spiegare in che modo possono esserti utili. Nei miei viaggi incontro sempre persone che possono darmi una mano e hanno voglia di farlo. Non bisogna sempre pensare di essere un peso per gli altri”.

La preparazione al viaggio è durata 8 mesi di studio, guardando tantissimi video su youtube, leggendo racconti di altri viaggiatori, e cercando di immaginare le tappe migliori per le sue esigenze. Valeria ci ha descritto incontri, i paesaggi e il serio incidente che ha avuto proprio a Capo nord, che l’ha portata a conoscere uno strano medico, totalmente inespressivo e anaffettivo, ma che l’ha curata facendole vivere con leggerezza una situazione che la preoccupava molto. Dopo l’incidente, Valeria ha organizzato un secondo viaggio a Capo Nord, e proprio alla fine, quando si è ritrovata nel luogo in cui aveva avuto l’incidente, si è resa conto di come chiunque, agendo, possa cambiare, nel proprio piccolo, il mondo: il gradino sul quale era inciampata non esisteva più, al suo posto una rampa accessibile. 

Immedesimarsi nell’altro, anche in quarantena

Cosa succede quando una persona che dovrebbe prendersi cura di te, che dovrebbe accoglierti, ti tratta con estrema freddezza? Umberto Galimberti, nel Dizionario di psicologia, descrive l’empatia come la “capacità di immedesimarsi in un’altra persona fino a coglierne i pensieri e gli stati d’animo”. Ma quanto è difficile mettersi nei panni di qualcun altro? Comprenderne il dolore? Alcuni redattori di Psicoradio si son messi intorno a un tavolo virtuale e hanno cominciato a raccontare le loro esperienze, al ritmo della canzone dei Queen “Friends will be friends”, che per GM è la rappresentazione di un rapporto che supera tutti gli ostacoli. Nel rapporto di cura e nella vita quotidiana, per alcune persone l’empatia che hanno creduto di aver trovato era solo illusoria: è successo a Vincenzo, con un suo ex professore di università, e a Gian Maria nel suo rapporto con una psicologa. Barbara, ha invece avuto la fortuna di incontrare un’infermiera empatica e comprensiva, che l’ha aiutata in un momento molto difficile. 

Coltivare l’empatia dovrebbe essere al centro del rapporto tra paziente e curante. Per lo psichiatra e psicanalista Eugenio Borgna, la relazione tra i due non si può trovare nella diagnosi né nella cura in sé, ma nell’atteggiamento di ascolto della sofferenza, un’esperienza che accomuna tutti gli esseri umani. La puntata continua con il racconto, musicale e semiserio, di una quarantena a causa di un  convivente positivo, tra paura di contagiarsi e sogni ad occhi aperti, tra ore di noia sul divano e minuti frenetici ad inseguire un pensiero dentro un libro.

L’albero fallico, ovvero: quando a essere folle è la “cura”
Una ascoltatrice di Psicoradio ci racconta una sua esperienza

Nel marzo del 2016 mi trovavo in una clinica. Un rehab per depressi, persone con disturbi alimentari, tossicodipendenti e poi un sottobosco di umanità varia che stava lì in qualità di “esaurita”, in stile ricca casalinga americana primi anni 90. Signore che si piazzavano in giardino, sgomitando per un angolo di sole, con un cartoncino riflettente sparato sul viso, una fascetta o una cuffia a tenere indietro i capelli, tutine aderenti di ogni taglia, fumando come turche con l’appuntamento fissato con l’estetista. Eh sì, perché in clinica, ovviamente a pagamento, potevi usufruire di estetista e parrucchiere. Stucchevole? Non avete ancora visto niente.

Io mi trovavo lì perché questa clinica dal nome fiorito pareva un fulgido esempio di sanità convenzionata, quindi non pagavo per sperimentare un posto che non fosse un reparto psichiatrico ospedaliero. “Proviamoci”, ci eravamo detti. Stavo molto male e non se ne usciva. Così mi ritrovai in questo luogo che si rivelò ogni giorno più terribile e di cui ho pochi ricordi perché ero talmente foderata di farmaci che passavo il mio tempo a dormire, ingrassare, a essere sgridata perché non facevo ginnastica e a svuotare il sacchetto rosa del cestino del cesso per infilarmelo in testa nella speranza di riuscire a stringere abbastanza.

Pochi ricordi, dicevo. Però. Però certe cose non si dimenticano. Ve ne racconto una fantastica. Mi assegnarono una psicologa e uno psichiatra. Entrai dallo psichiatra con un filo di speranza che venne reciso nei primi 5 minuti. Prima di qualsiasi domanda, prima di qualsiasi altro tipo di comunicazione, mi disse che era necessario che io disegnassi un albero. Mi porse un foglio bianco e ricordo che disegnai il tronco, i rami spogli, era un albero invernale, come li disegnava mia madre sui cartelloni di scuola per le stagioni. Lui lo guardò velocemente e disse: “Quest’albero ha una connotazione chiaramente fallica. Come prima cosa dobbiamo risolvere il problema della tua personalità dominante e manipolatoria”. Non ci potevo credere. Non stava succedendo davvero, giusto?

Indovinate la risposta. Credo sia stato uno dei momenti peggiori della mia vita anche se può sembrare quasi esilarante. Mi sono infuriata guadagnandomi da subito un posto nel raccoglitore “un calcio in culo e fuori di qui appena possibile”. Sono rimasta lì dentro dei MESI, ma alla fine il momento propizio è arrivato.

Agli incontri con la psicologa, seduta con le braccia penzoloni ripetevo la stessa cosa: voglio-solo-morire. Un bel giorno mi convocò la direttrice del mio piano e mi fece un cazziatone isterico. “Se ripeti un’altra volta che ti vuoi suicidare ti mando via da questa clinica. Nel mio reparto la gente non si suicida. Qui nessuno si suicida”. “Ma è la verità, io mi sento così, se vuole posso mentire, ma questa è la verità”. “Bene, allora raccogli le tue cose che chiamo un’ambulanza per portarti in psichiatria”. Ho ficcato le cose di due mesi e oltre in sacchetti della spazzatura gentilmente offerti dal personale e in men che non si dica ero su una barella in ambulanza diretta al solito reparto. In psichiatria sono stata 24 ore. “Come va?”, mi chiese il solito psichiatra a colloquio. “Bene, mi sento bene”. Mi dimise.

Poco dopo ero a Milano. Contro il parere di tutti ovviamente. E, a posteriori, fu la scelta migliore che potessi fare, ovviamente.

Sono passati circa quattro anni da questi avvenimenti, non venti. Forse sarebbe il caso di ricordarselo ogni tanto.

Alice Cavicchioli

Ortoressia drunkoressia vigoressia

“Obesità, bulimia e anoressia nervosa sono in grandissimo aumento, l’età di esordio è sempre più giovane”. Psicoradio approfondisce le questioni legate ai disturbi dell’alimentazione con un’intervista realizzata qualche tempo fa, prima dell’emergenza Coronavirus, alla dottoressa Anna Rita Atti, psichiatra specializzata nei disturbi del comportamento alimentare e docente all’Università di Bologna. In quest’anno così difficile, segnato dal Covid-19 e da lockdown che ci hanno isolato nelle nostre case, il trend dei disturbi del comportamento alimentare è in crescita. E queste feste di fine anno in zona rossa potrebbero accentuare ancor di più il cosiddetto emotional eating ovvero l’alimentazione compulsiva, le abbuffate da stress ed altri disturbi.

Così in questa puntata abbiamo fatto il punto anche su forme patologiche “non ancora codificate nei libri sacri della psichiatria, ma sempre più frequenti”. Ad esempio l’ortoressia, “caratterizzata da un’attenzione ossessiva al mangiare corretto che porta chi ne è affetto a non consumare nulla che sia fuori dal suo diario alimentare”; la vigoressia, molto comune tra gli uomini,”in cui il soggetto spera di raggiungere una massa muscolare significativa a discapito di una forma fisica più corretta basata su un equilibrio tra parte grassa e parta magra”; la drunkoressia: chi ne soffre sceglie di non mangiare “per non aumentare l’introito calorico e potersi concedere, al posto del cibo, drink e alcolici”. “Confrontatevi e non isolatevi – è il consiglio della dottoressa Atti – Rivolgetevi a un’equipe specialistica dei disturbi dell’alimentazione. Non importa dove, ma che sia una ‘squadra’ e che tenga anche voi in squadra a giocare contro la malattia”.