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Torniamo a parlare di psicofarmaci in particolare di antidepressivi. Tra le tante voci attorno a questo tipo di farmaco c’è anche quella che afferma che non servirebbero a molto che verrebbero usate più per il loro effetto placebo.
“Questo si è notato soprattutto in pazienti con sintomi molto lievi, in questi casi i farmaci hanno un effetto placebo, gli antidepressivi invece sono molto efficaci nei casi di depressione moderato-severa” spiega il dottor Marco Menchetti, psichiatra del Dipartimento di salute mentale di Bologna.
“Tuttavia anche nei casi di depressione medio gravi c’è il problema di pazienti che non rispondono al primo trattamento, circa un terzo, in questi casi si attende un periodo dalle 4 alle 8 settimane per vedere se il paziente risponde altrimenti si cambia farmaco e per fortuna ce ne sono tanti” prosegue la dottoressa Antonella Piazza, psichiatra del Dipartimento di salute mentale di Bologna. Esistono tanti tipi di antidepressivi e ognuno reagisce ad essi in modo diverso in periodi diversi.
Il consiglio dei medici è quindi quello di non smettere mai autonomamente di prenderli e rivolgersi ad uno specialista. Si tratta di cure che è bene associare a interventi di tipo psicologico oppure una psicoterapia.
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Molti sono i modi di concepire la malattia e la cura nel mondo. Cosa può fare uno psichiatra o uno psicoterapeuta occidentale quando si trova di fronte a persone che stanno male ma che provengono da culture molto diverse?
L’etnopsichiatria studia i disturbi psichici tenendo conto del gruppo etnico e del contesto culturale in cui si manifestano. Tracciamo una breve introduzione a questa disciplina servendoci delle parole del neuropsichiatra Piero Coppo e a seguire approfondiamo il tema dell’etnopsichiatria e della psichiatria transculturale con un’intervista a due psichiatri che hanno una lunga esperienza di cura in questo ambito, Roberto Maisto e Maria Nolet del Dipartimento di Salute Mentale di Bologna.
Nella seconda parte della trasmissione cambiamo completamente argomento e vi facciamo ascoltare “I quattro psicopatici”, una storia ideata, scritta e interpretata dalla redazione di Psicoradio.
Rosaria vive con la figlia Maria in una città del Sud Italia, le due hanno un rapporto fatto di piccole liti tipiche dell’età adolescenziale e anche il fatto che Maria “facesse fatica a mangiare” inizialmente non viene considerato un vero e proprio disturbo dalla madre. Dopo un po’ di anni si accorge che sua figlia è anoressica ma non riesce a parlarne con nessuno: “All’epoca parlarne in paese era come dire che mia figlia era una squilibrata, era un vero tabù”. Solo qualche anno dopo un incidente in macchina in cui rimane coinvolta Maria le cose iniziano a cambiare. La figlia prende coscienza della sua malattia in ospedale ed inizia un percorso terapeutico fatto di momenti di rabbia, di incomprensione. “Vedevo che il suo era un comportamento che aveva contro di me e suo padre. Se non ci vedeva qualcosa smangiucchiava, ma appena ci incontrava smetteva subito” racconta ancora Rosaria. Solo dopo un lungo percorso la madre di Maria capisce qual è stata la causa scatenante della malattia di sua figlia: la sua assenza dovuta al lavoro e ad una cura che doveva seguire. Certo, conclude Rosaria: “Mia figlia sta meglio, però penso che l’anoressia è una malattia che non ti scrolli mai di dosso, bisogna lottare sempre perché al minimo contraccolpo si rischia di ricaderci”.
Durante uno stage a Psicoradio, alcuni studenti del liceo socio-psico-pedagogico Laura Bassi di Bologna ci hanno raccontato le loro paure di adolescenti, tanto legate alla scuola quanto alla vita in generale. Tra le tante paure e incertezze di questi ragazzi sono emerse quella di rimanere senza i propri cari, il timore di non riuscire a trovare persone simili a sé oppure quello di non riuscire ad affrontare la loro vita. In particolare emerge la paura di non credere abbastanza in sé stessi, come racconta una ragazza: “Penso che dipenda dai genitori, sono loro quelli che dovrebbero credere in te per primi. Quando non hai un buon rapporto con i tuoi genitori ti sembra che tu non possa avere un buon rapporto con nessuno, perché influenzano molto la visione che hai delle persone e del mondo”.
“Vincenzo, io mi uccido. Meglio un giorno da leone che cento giorni da pecora”. Con queste parole Lello Arena si rivolge all’amico Massimo Troisi, che gli risponde: “Fai cinquanta giorni da orsacchiotto, almeno stai in mezzo e non fai la figura di merda della pecora e nemmeno il leone, che però vive solo un giorno”. Con l’arrivo dell’estate vogliamo parlarvi di stereotipi legati alla salute mentale, al disagio psichico e tutto ciò che vi gravita intorno ma, come avrete capito, lo facciamo con il sorriso sulle labbra, in modo ironico e leggero, attraverso la cinematografia dell’attore e regista Massimo Troisi. Negli spezzoni di film selezionati da Claudio, redattore di Psicoradio, sentirete come il compianto artista partenopeo descrive un luogo di cura ad un amico per non farlo spaventare. E come la fine di una storia d’amore può portare il finto aspirante suicida Lello Arena quasi a farla finita.
In questa piscomusic alcuni vecchi redattori di psicoradio si confrontano liberamente scambiandosi le loro opinioni sulla canzone “ Un Matto” di Fabrizio De Andrè. A Giovanna per esempio è piaciuta molto perchè parla di una “persona che non riesce ad esprimere il mondo che ha dentro e che viene reputata matta” rimpiangendo la luce del sole. Questo trova d’accordo un altro redattore che riferendosi anche a storia vissuta la trova molto toccante la prima parte e ritiene che nell’ambito al massimo della depressione, “ Il non comunicare sia la cosa più angosciosa che una persona ha dentro” aggiungendo come sia difficilissimo per un depresso curato con psicofarmaci riuscire a fare un ragionamento continuato”. Il nodo della questione è l’incapacità di comunicare qualcosa agli altri i quali più che non riuscire ad intendere, “ non vogliono intendere” poiché come ci dice il nostro redattore “intendono tutti” e così viene a mancare a monte, il legame affettivo anche da parte anche di parenti stretti come padri madri e sorelle i quali lasciano questi cosidetti “malati” lontano da casa pur non essendo pericolosi. In seguito i redattori recitano alcuni frasi della poesia “ Frank Drummer” tratta dall’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Master dalla quale Fabrizio De Andrè si è ispirato per scrivere la canzone “un Matto”. Per buona conoscenza è giusto precisare come De Andrè prese ispirazione da diverse poesie dall’Antologia di Spoon River facendone nascere uno dei suoi migliori dischi “Non al denaro, non all’amore né al cielo”.
Perché gli psicofarmaci fanno paura? Creano davvero dipendenza? “E’ vero, alcuni di questi farmaci, soprattutto le benzodiazepine, creano dipendenza. E’ vero però anche che si diventa più facilmente dipendenti da un farmaco se si ha già una personalità predisposta alla dipedenza”. La dottoressa Livia Franchini, psichiatra del Dipartimento di Salute Mentale di Bologna risponde alle domande dei psicoredattori. Uno degli effetti più comuni di alcuni psicofarmaci – e tra i più indesiderati – è l’aumento di peso, cosa si può fare per contenerlo? “Bisognerebbe diffondere una educazione alimentare e motoria tra i pazienti. Non vuol dire mettersi a dieta, ma modificare la propria alimentazione quando si assume un farmaco che rischia di fare ingrassare o porta ad avere attacchi di fame incontrollata”.
Torniamo a parlare di TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio); questa volta però la discussione non riguarda l’ambito psichiatrico ma quello sanitario, in particolare la lotta contro il Covid 19. Il governatore Zaia e i sindaci, nella persona di Antonio Decaro, (presidente dell’Anci e sindaco di Bari), affermano di voler ricorrere al TSO come “strumento molto utile per tenere sotto controllo l’epidemia”, contro “i possibili diffusori che violino le norme di quarantena”, o che non vogliano curarsi se ammalate di Covid. E’ un tema molto delicato, perché da una parte la legge italiana sostiene il diritto delle persone di scegliere se curarsi o meno; esiste inoltre già una norma che punisce chi diffonde consapevolmente una malattia; dall’altra parte, Decaro afferma che è giusto che sia dato ai sindaci, che per legge devono firmare i TSO, il potere di disporre velocemente di un trattamento sanitario obbligatorio per costringere alla cura chi è positivo con sintomi, ma non vuole curarsi. Di conseguenza il ministro alla Sanità Speranza ha incaricato il suo ufficio di studiare la questione e verificare come rispondere a questa richiesta. Psicoradio in questa puntata offre agli ascoltatori una panoramica di pareri: il nostro redattore Claudio sostiene che quando sta male il TSO sarebbe “ la mazzata finale”, e che invece ha bisogno di sostegno, ascolto, colloquio. Daniela De Robert, del collegio del Garante nazionale delle persone private di libertà, distingue il TSO con privazione della libertà, come quello effettuato in psichiatria, e invece un trattamento sanitario obbligatorio che non priva della libertà, come sono le vaccinazioni obbligatorie, e ipotizza che si possa trovare una modalità di trattamento obbligatorio ma non coercitivo, magari aumentando le multe e applicando contravvenzioni che finiscono sulla fedina penale. Giuseppe Deleo, medico legale e consigliere dell’Ordine dei medici di Milano sostiene invece che esiste già uno strumento più appropriato, il reato di “diffusione di malattie infettive”, l’art.438 del codice penale, che prevede l’arresto da 1 a 5 anni. La puntata finisce con Annalisa, che dei molti TSO subiti ricorda soprattutto “l’umiliazione e la vergogna che restano dopo” e con il parere di Gisella Trincas, presidente dell’UNASAM, che raccoglie le associazioni italiane di familiari e utenti della salute mentale. Se dovesse essere autorizzato il TSO per chi rifiuta la quarantena, dice: “ se dovesse accadere una simile mostruosità non esiterei a firmare una denuncia collettiva per attentato alle libertà costituzionali” , dato che esistono già strumenti per affrontare casi simili.
“Clicca per aprire la finestra di Psicoradio su Amelie Nothomb
“Nell’anoressia scivoli senza accorgertene, poi quando acquisti coscienza credi che sarà una esperienza ma non è così (…) è una prigione in cui si muore, io mi sono salvata per miracolo grazie alla scrittura”. Così Amelie Nothomb scrittrice belga, autrice di numerosi libri a sfondo psicologico, racconta la sua esperienza con l’anoressia, nel suo libro “Biografia della fame”. In questa puntata vogliamo proporvi una parte dell’ intervista che le abbiamo fatto qualche tempo fa, in cui affrontiamo anche questo tema. “So che sono letta da molte giovani,” risponde Amelie a Psicoradio “alcune dicono che sono guarite leggendomi, ma io penso che non sia così semplice e che ci voglia una forte sforzo personale (…) ma forse alcuni miei libri, possono aiutare una ragazza anoressica a vedere più chiaramente dentro sé stessa” Il rapporto tra corpo e psiche è anche al centro dell’ultimo libro della scrittrice, uscito di recente “Sete”, dove Amelie Nothomb racconta l’ultimo giorno di vita di Gesù, la sua passione, la crocifissione e il suo ultimo bisogno più forte, la sete.
Le principali famiglie di Psicofarmaci sono quattro. In questa prima puntata dedicata a questi strumenti usati per la cura della salute mentale, Antonella Piazza e Marco Menchetti, psichiatria dell’Ausl di Bologna e farmacologi, cominciano a descrivere le diverse caratteristiche di ogni famiglia di psicofarmaci: ansiolitici, antidepressivi, antipsicotici e stabilizzatori dell’umore e a chiarire le idee su alcuni preconcetti. E’ vero, ad esempio, che tutti gli psicofarmaci creano dipendenza? Come ci dicono Menchetti e Piazza, alcuni creano dipendenza fisica e altri no, ma oltre alla dipendenza fisica esiste quella psicologica, meno riconoscibile, ma altrettanto vera. I farmaci sono importanti nella cura della salute mentale ma, come sottolineano entrambi, è molto importante che si associ anche una terapia psicologica e un’attività seria di reinserimento nel mondo sociale.
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“Ho cominciato a scrivere i miei brani perchè avevo ed ho un disagio psichico, il disturbo bipolare. Avevo perso il lavoro e nel 2008 ho subito un trattamento sanitario obbligatorio; con il rap ho iniziato a parlare di come mi sentivo”. Alberto “Il Belga” è un ascoltatore di Psicoradio. Qualche tempo fa ci ha scritto: voleva raccontare come la musica è stata importante nella sua vita e nell’affrontare la sua malattia.“Nei miei rap racconto come vivo l’insonnia, il disagio fisico e psicologico che ti da la malattia – ci racconta il Belga – Prima consideravo la mia malattia come una condanna che riguardava solo me stesso; invece mi ha aiutato moltissimo viverla in comunità, con persone che avevano problemi anche più gravi dei miei, e li vivevano meglio”. Durante il periodo di quarantena Alberto ha scritto il brano “Matti in quarantena” che ha scelto di condividere con noi e di cui vi proponiamo un estratto. Tempo fa ci scrisse e lo intervistammo, oggi vi riproponiamo alcune parti della sua intervista. Anche il TSO che Alberto ha subito è diventato un rap. Il titolo “Dal 10 al 23” ricorda le date in cui è stato rinchiuso. “Non è possibile stare senza fare niente 24 ore al giorno come se fossimo nei manicomi, o peggio in centri di concentramento – ci dice – Sono entrato il dieci di dicembre e sono uscito il 23 che nevicava, ho dovuto pregare il medico di farmi rientrare almeno per Natale. Me lo ricordo come se fosse ieri. Mi ha aiutato scrivere la musica; e poi il rap mi ha aiutato a comunicare agli altri quello che mi stava succedendo, e che è ancora uno stigma (…) E’ stato un modo per farmi conoscere alle persone che non sapevano che cosa avessi”. “La musica mi ha aiutato profondamente anche in momenti in cui pensavo non dico di farla finita, ma ero giù di tono. anche Quando mi chiudevo in casa e non uscivo per settimane, mi attaccavo al microfono, alla scheda audio a un computer a una tastiera. La musica è la mia anima, la mia ragione di vita.”
Come si curano le persone che dopo lunghi viaggi e tanti traumi arrivano da noi da altri mondi, altre culture? Psicoradio riprende e approfondisce il tema dell’etnopsichiatria e della psichiatria transculturale con un’intervista a due psichiatri che hanno una lunga esperienza di cura in questo ambito, Roberto Maisto e Maria Nolet del Dipartimento di Salute Mentale di Bologna. “Fondamentalmente cerchiamo di lavorare su una possibile e maggiore accoglienza. Bisogna cercare di capire qual è il problema: se è un ostacolo linguistico, culturale, psicopatologico o sociale”, spiega Roberto Maisto ai nostri microfoni descrivendo i presupposti della loro attività. Come si cura un immigrato con particolari credenze religiose o che aveva altri metodi per curare il proprio disagio psichico nel paese da cui proviene? A questa domanda posta da Lorenzo, redattore di Psicoradio, risponde Maria Nolet: “Si cerca innanzitutto di capire cosa si può fare nel contesto in cui sta perché possa sentirsi meglio e poi con molta prudenza bisogna cercare di conoscere la persona senza aggredirla.” “L’idea dello stigma non riguarda soltanto noi, anche altri popoli hanno un’idea stigmatizzante della malattia mentale. Potremmo fare tanti casi di diverse provenienze”, aggiunge Maisto, raccontando nello specifico un esempio relativo all’Europa dell’Est e spiegando come in ogni area del mondo vi sia una particolare caratterizzazione dovuta al diverso sviluppo politico, storico, culturale. C’è spazio per le credenze di queste persone nella “nostra” psichiatria? “Un conto è rispettare tutto ciò che l’altro porta, un conto è far finta di mimare aspetti che non ci appartengono. Il problema è rispettare la cultura dell’altro.”