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Autore: Admin

Il futuro dopo il Covid

Il coronavirus ha attraversato diverse fasi e altrettante ne ha attraversate chi ha vissuto questo periodo di crisi.
I redattori discutono delle paure che hanno affrontato, delle idee che si sono formate nella loro mente e anche delle apsettative sul futuro post-covid.

Alle loro riflessioni si intreccia quella sulla musica come forma di espressione che “arriva molto direttamente all’inconscio, tocca la sensibilità umana in maniera forte ed immediata, più di qualsiasi altra forma artistica”. È quanto sostiene lo psicanalista Angelo Villa nella seconda parte della puntata.

Ti capisco, lo vivo anch’io!

Gruppi Auto Mutuo Aiuto: piccole comunità di persone che si incontrano per confrontarsi e condividere un disagio comune. A volte, quando si vivono situazioni difficili non è facile trovare persone con le quali confrontarsi, che sappiano ascoltare e condividere le sensazioni. Una soluzione sono i gruppi di auto mutuo aiuto, piccole comunità di persone che si incontrano per affrontare un disagio comune.

Chi partecipa riesce a confidarsi e aprirsi più facilmente perché ha di fronte persone che vivono da anni la stessa condizione e sa che “le parole dette dentro al gruppo restano dentro al gruppo”.

Esistono gruppi di ogni tipo, da quelli composti da chi vive a contatto con problemi di inserimento sociale o di dipendenza da droghe, a quelli per le mamme che hanno vissuto un parto traumatico, diverso da come lo avevano immaginato.

Dal 2003 a Bologna è iniziata una collaborazione molto vitale fra le realtà di base e spesso spontanee come i gruppi di Auto Mutuo Aiuto e le istituzioni sanitarie e sociali, come ci racconta Daniela De Maria, responsabile gruppi Ama per l’Ausl di Bologna.

Lucia Luminasi, dell’Associazione il Ventaglio di Orav, che da anni coordina un gruppo di persone con disagio psichico, è abituata all’intimità che si crea dentro i gruppi e si concentra invece su come, in un periodo di distanziamento fisico e sociale, sia difficile rinunciare agli abbracci terapeutici, agli sguardi occhi negli occhi, e di come “anche se tutti al momento cercano di diventare bravi a usare le tecnologie, dobbiamo pensare a questo come periodo transitorio in attesa di tornare presto a parlarci e stringerci”.

Davanti a uno specchio deformante

Anoressia, bulimia e pica sono i tre termini protagonisti dello psicodizionario di questa settimana. Mariangela Pierantozzi, psichiatra e psicanalista, tra i fondatori della associazione psicanalitica Officina Mentis di Bologna,  ci introduce al tema dei disturbi alimentari. È un mondo di persone che hanno difficoltà a riconoscere il proprio corpo, che iniziano spesso a stare male in pubertà, quando gli ormoni fanno scoprire la sessualità e il crescere diventa un processo molto visibile.

Continuiamo ad ascoltare Diamanda

Continuiamo a sentire la voce di Diamanda Galas, cantante americana di origine greca che conosce la sofferenza psichica e ha fatto dell’arte un’arma per combattere gli stereotipi.

E sentiamo Giovanni, un redattore di Psicoradio, colpito nel profondo da questa cantante che non aveva mai conosciuto: “Sentirla cantare mi fa venire in mente il bisogno di liberare le proprie illusioni e i propri sogni, e mi fa pensare che la libertà sia solo quel breve attimo in cui ci si spoglia di tutta la confusione non necessaria ed il risultato di questo gesto non sia altro che arte”.

La voce di Diamanda

Diamanda Galas: artista eclettica, scioccante e dalla luminosa oscurità. Inizia la carriera a metà degli anni 70 all’interno dei manicomi. Americana, di origine greca ha esplorato nella sua arte diversi gradi di sofferenza, raccontando tortura, diversità e repressione.

La voce della cantante, che dialoga con Morena, sua grande fan e redattrice di Psicoradio, riempie le case degli ascoltatori con il racconto di un coraggio che rompe tutti i muri e gli stereotipi.

Difficile, tormentata e scioccante e di rara intensità emotiva, la sua voce, riconoscibile e unica, racconta la sofferenza degli emarginati e la lotta costante per superare la malattia mentale.

Non c’è carcere buono

Intervista a Don Ettore Cannavera, ex cappellano di un carcere minorile in Sardegna  e fondatore de La Collina, una comunità che ospita ragazzi in alternativa al carcere.

Proprio durante il lockdown il problema della condizione delle carceri italiane è tornato ad occupare le prime pagine dei giornali. La paura dell’epidemia in luoghi sovraffollati e non sicuri ha provocato l’inizio di un periodo di tensioni, proteste dei familiari, e rivolte molto dure, con detenuti morti a Modena ed evasioni a Foggia. E allora si torna a parlare della riforma carceraria. Ma c’è anche chi ha iniziato a compiere trasformazioni radicali senza aspettare leggi e riforme.

È la storia di don Ettore Cannavera, ventitré anni trascorsi come cappellano all’interno del carcere minorile di Quartuccio, in provincia di Cagliari, da cui si è dimesso nel 2015 per sottolineare l’inadeguatezza del sistema penitenziario minorile italiano impostato solo sulla custodia dei ragazzi e non su una visione realmente pedagogica e rieducativa.

Don Ettore, contemporaneamente al suo impegno all’interno del carcere, fonda nel 1994 in provincia di Cagliari “La Collina”, un luogo dove i giovani rei possono scontare la pena alternativa.
“La recidiva del carcere è del 70/%, che scende al 4% tra gli ospiti della Comunità” – spiega il sacerdote – “La differenza è che mentre i luoghi di detenzione sono repressivi, “La Collina” ha come fine la riabilitazione e il reinserimento sociale. Qui i ragazzi possono esprimere se stessi nelle relazioni con gli operatori e il contatto con l’esterno”.

Discutendo dell’universo

Cos’è la diversità? E quanta solitudine può portare con sè? Una riflessione su “altri modi di stare al mondo”. L’intervista a Rita Di Sarro che sfata alcuni pregiudizi di lungo corso sull’autismo si intreccia con i commenti dei redattori che discutono a partire da un celebre testo di Mia Martini.
E V. commenta “non mi è mai successo che la mia diversità venisse considerata come un di più”

Mamme non si nasce

Molte donne, subito dopo il parto, provano la sensazione di essere inadeguate a interpretare un ruolo descritto da tutti come “naturale” e nello stesso tempo perdono lo sguardo degli altri che le ha accompagnate e sostenute nei lunghi mesi della gravidanza.

“Dopo il parto mi sono sentita come la carta di un giocattolo scartato la mattina di Natale. Quella carta tanto ammirata nei giorni di attesa che viene buttata perché ormai abbiamo il regalo”.

Silvana Quadrino, pedagogista e psicologa dell’eta evolutiva, in questa seconda puntata dedicata al periodo della gravidanza e del parto, racconta come il post partum sia un periodo di dolore e adattamento fisiologico, che non va soffocato ma accompagnato e supportato, con la collaborazione del compagno e della famiglia che avranno il compito, difficile, di non essere giudicanti verso un rapporto madre-figlio che si sta costruendo.

“Anche l’attaccamento verso il neonato, questo essere invadente, richiedente, difficile da maneggiare, non è necessariamente immediato, ma ha bisogno di tempo” ricorda la Quadrino.

Insomma, quando nasce un bambino nasce anche una mamma, aiutiamoli a crescere insieme.

Fate un po’ piangere la mamma!

Psicoradio affronta spesso il tema della depressione; in questa Finestra ci occupiamo di un aspetto particolare: la depressione post-partum.

A Silvana Quadrino, pedagogista e psicologa dell’età evolutiva, abbiamo chiesto quali sono i sintomi che devono preoccupare, quando si manifestano in maniera costante in una donna che ha appena partorito.

Diventa sintomo tutto quello che è eccesso” risponde Quadrino “Alcuni momenti di nervosismo nei confronti del bambino non sono preoccupanti; se invece diventano la norma nella relazione col bambino, o se ad esempio la mamma non lo vuole allattare, non lo vuole tenere in braccio,  se soffre di un eccesso di insonnia, se si rifiuta di parlare delle sue difficoltà, ecco, questi sono sintomi da non sottovalutare ”.

La depressione post partum spesso non viene riconosciuta, perché la coppia o i familiari si vergognano di guardare in faccia sintomi che sembrano “comportamenti sbagliati”, soprattutto rispetto ad una concezione idealizzata delle gioie della maternità.

La dottoressa Quadrino sostiene però che oggi assistiamo anche “ad un eccesso di diagnosi di post partum dovute a un’ eccessiva preoccupazione, alimentata anche dall’allarmismo dai media e da un drastico calo di tolleranza per situazioni di disagio psichico e fisico

Stanchezza, nervosismo, pianto, sono fisiologici per una neo mamma.  Spesso invece vengono guardati con apprensione e sospetto, ingigantiti dai familiari stanno accanto alla mamma. Può succedere così che si inneschi un meccanismo pericoloso, che rischia di portare a false diagnosi di depressione post partum.

Il telefono che parla con il cuore

“Ho voluto parlare col cuore” è l’aiuto che Maria Parracino, operatrice volontaria della linea telefonica di sostegno psicologico del Dsm di Bologna “Parla con noi”, ha dato a chi ha cercato in lei aiuto e una voce amica.

Psicoradio continua le sue interviste agli operatori telefonici di “Parla con noi” cercando di capire come si lavora a contatto con chi soffre di solitudine, depressione e problemi psichici in tempi di coronavirus.

Maria, volontaria dell’associazione Cristina Gavioli, ci racconta che considera la signora che ha in carico “come un familiare che è in un momento di grande difficoltà”. Per lei la chiave del rapporto sta   “nell’empatia” ed aggiunge che è proprio perché “ascolta con il cuore” chi chiama il servizio che a fine giornata “si sente bene”. Raul Fregni, vicepresidente  dell’associazione  Aitsam che  raggruppa  familiari di persone con problemi di salute mentale invece ci parla del senso di responsabilità che prova per chi si rivolge al telefono in cerca di sostegno.

“Bisogna avere un senso civico personale forte perché siamo spesso le uniche persone con cui parlano” spiega Raul. “Ascolto e empatia innescano la magia” con chi sta dall’altra parte della cornetta, aggiunge Raul, rivelando che chi è parente di una persona con problemi psichici è facilitato nel compito dell’ascolto.

Happy Days

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Un nostro redattore, racconta uno strano sogno, o forse un incubo di quarantena. Con lui veniamo catapultati a casa di Richie Canningham, il protagonista della serie tv degli anni ‘80 Happy days, insieme alla sorella Joanie e ai loro genitori. Si parla di paure e fobie e anche Claudio, il nostro redattore, partecipa al dibattito ricordandosi il terrore che da bambino provava vedendo i ragni. Ci sono anche Potsie e Ralph, che ritroviamo nel locale Harnold’s, mentre cercano di capire, insieme a Richie, come superare alcune loro fobie. E non può mancare il mitico Fonzie, che perde l’autocontrollo precipitando nel suo peggiore incubo, come succede a Superman con la kriptonite. Il sogno, a un certo punto finisce, e non resta che interrogarsi su quali siano oggi, le paure che ci ha portato il Coronavirus.

Cercando un senso

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La domanda circa lo scopo della vita umana è stata posta innumerevoli volte; non ha ancora trovato una risposta soddisfacente, forse non la consente nemmeno”, partendo da questa considerazione di Freud, anche noi di Psicoradio ci siamo divertiti a interrogarci sul senso della vita, volendone dare una nostra interpretazione, anche un po’ scherzosa. Accompagnato dalla canzone di Vasco Rossi “Un senso”, un nostro redattore, spiega il suo punto di vista sul significato della vita. In maniera seria e ironica contemporaneamente, ci suggerisce come non convenga perdere tante ore a per capire che senso essa possa avere e, con tono leggero e grintoso, conclude: “ Proviamo a vivere senza pensare troppo dai”.
La puntata finisce tuttavia con una citazione di Edgar Lee Master, che ci ricorda come : “dare un significato alla vita può produrre follia, ma la vita senza significato è la tortura dell’irrequietezza e del desiderio vago” e paragona la vita a “ Una nave che anela il mare eppure lo teme”.