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Autore: Admin

Storia della mia cura

Una trasmissione prodotta da Psicoradio, per raccontare in tre puntate una lunga cura, non ancora terminata, che è riuscita (anche) a far tacere cattive voci interiori. Una storia che può aiutare molte ascoltatrici e ascoltatori.

A cura di
Lorenzo Albini
M. Cristina Lasagni
Mariangela Pierantozzi

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Ad un certo punto della sua vita, a Lorenzo viene a mancare la terra sotto i piedi. Quando comincia a sentire voci cattive e minacciose, tutto quello che prima era normale diventa difficile, impossibile: studiare, lavorare, avere una vita sociale… Finché il padre si rende conto della sua sofferenza e gli propone di incontrare una dottoressa, la psichiatra e psicanalista Mariangela Pierantozzi. Inizia così un percorso che dura da venti anni e prosegue ancora oggi, con Lorenzo redattore a Psicoradio. Questa è, insomma, la storia di una cura.

È una storia un po’ speciale. Sono infatti molti i testi in cui uno psicoterapeuta racconta un caso clinico, ma sono davvero rare le storie che, come in questa trasmissione, sono raccontate a due voci: la voce di chi cura e quella di chi è curato. 
Questa è anche la storia di una straordinaria alleanza terapeutica: Lorenzo non si è mai arreso al suo male, ha cercato di capirne le radici e combatterlo, ha voluto con forza “guarire” e non ha mai mancato una seduta; la sua dottoressa non ha mai smesso di credere nella possibilità che Lorenzo potesse cambiare e stare meglio. 

In questo programma, Lorenzo e la dottoressa Pierantozzi indagano i passaggi più importanti di una lotta non ancora terminata. Tra questi, nove anni fa, l’ingresso di Lorenzo a Psicoradio proprio su suggerimento della sua terapeuta, che cercava di ampliare la vita sociale e culturale del suo paziente. Ed è a Psicoradio che finalmente Lorenzo smette di sentire le voci, anche se la sua battaglia per una vita migliore non è ancora terminata.
La dottoressa Pierantozzi ci fa entrare nel mondo difficile e straordinario della cura psichica, e spiega come una persona e la sua famiglia possano riconoscere i primi campanelli di allarme, in modo da intervenire subito. Perché, nei disturbi psichici, diagnosi e cura precoce sono importantissimi e possono evitare anni di sofferenza. Per questo è molto importante parlarne.

Questa storia fa riflettere su cosa significhi oggi curare ed essere curati, soprattutto quando si tratta di un disturbo psichico: misterioso, invisibile, inquietante. 
Per i romani la parola latina “cura” indicava sollecitudine, preoccupazione per qualcuno. Oggi, invece, anziché momento di vicinanza e attenzione, la cura si è trasformata sempre più spesso in prescrizione di farmaci fatta guardando un monitor; invece di accogliere, troppo spesso rischia di respingere o far paura.

Per questo sono tantissime le persone che fingono di non accorgersi che qualcosa non va nel loro equilibrio psichico, o in quello dei loro familiari. Persone che, pur stando male, hanno una paura ancora più grande: cosa succederà se entreranno nel circuito della psichiatria? Rimarranno in balia di psicofarmaci che rischiano di cambiare il corpo e la mente? E se si tratta di una psicoterapia, vedranno smantellate una dopo l’altra le difese faticosamente costruite per mantenere un equilibrio e resteranno nude, esposte nella propria sofferenza?
Però, una cura vera non assomiglia a niente di tutto questo, anzi, è piuttosto il contrario. Una cura vera è un incontro, e non bastano i farmaci, ha bisogno di molto di più: ci vogliono tempo, attenzione, generosità, coraggio e un mondo intorno fatto anche di lavoro, amicizie, cultura… 

Ed è allora che può davvero cambiare la vita.

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Il “blob” della Befana

Le prime parole dei redattori di Psicoradio quando entrarono, tanti anni fa, nella nuova sede. Lo straordinario rap “old school” di Luca ovvero tutto (ma proprio tutto) quello che avreste voluto chiedere a Babbo Natale. Lo sapevate che nel 2012 il mondo secondo una profezia doveva finire? Ma siamo nel 2024 e, a quanto pare, siamo ancora qui… E i parroci ci vanno dallo psichiatra? E poi ancora sesso (e astinenza), esorcismi e molto molto altro ancora in questa speciale puntata “blob” che vuole strapparvi un sorriso ma, al contempo, farvi anche riflettere.

Dal carcere a Shakespeare

In alcune puntate precedenti Psicoradio ha trattato il tema del teatro e del ruolo che può svolgere anche in campi che di solito non sono ricordati per la cultura: la salute mentale e il carcere.

Invece, a conferma della potenza della cultura, abbiamo pensato di riproporre una intervista realizzata a Salvatore Striano alcuni anni fa.  L’incontro con Shakespeare e il teatro per lui ha significato un cambiamento definitivo della sua vita. L’ avevamo intervistato in occasione dell’uscita del suo libro “La tempesta di Sasà”, e poi invitato a chiudere il convegno “Pericoloso chi?” organizzato da Psicoradio.

Salvatore Striano classe 1972, è cresciuto nei “quartieri spagnoli” a Napoli, una delle zone più controllate dalla criminalità A 7 anni vendeva sigarette nei vicoli, a 9 rubava rossetti e mascara nei centri commerciali per rivenderli alle prostitute. A 14 anni spacciava cocaina e diventava figura carismatica delle Teste Matte.
Poteva essere un destino già segnato, una strada senza ritorno. Quando è finito in carcere, la condanna a 10 anni sembrava la conferma della sua escalation nel mondo criminale.

E invece, una volta tanto, non è andata così, e il carcere non è stata scuola di delinquenza, ma la sua salvezza. In carcere ha incontrato la cultura: Shakespeare, letteratura, teatro, che gli hanno cambiato la vita. Ha iniziato leggendo, poi ha recitato in alcuni spettacoli in carcere, e da lì in film importanti, come “Cesare deve morire” dei fratelli Taviani e “Gomorra” di Matteo Garrone.
Ora lavora a pieno ritmo nel mondo del cinema, delle serie televisive, del teatro, e va nelle scuole a raccontare perché non è una pistola in tasca a 14 anni che ti rende forte, e a spiegare perché la cultura è importante.

La sua fortuna, ci ha detto, è stato l’incontro con un’idea di carcere, a Rebibbia, che non significa condanna per sempre.

Gli uomini quando vivono commettono un sacco di danni; quando scrivono difficilmente, perché correggono, cancellano… Io parlo dei grandi scrittori, che a me hanno aiutato tanto”.

Il teatro che rende liberi dalle mura dei pregiudizi e da quelle del carcere

Cosa possono avere in comune attività teatrali che coinvolgono persone con disturbi psichici e quelle che coinvolgono persone rinchiuse nelle carceri?

La più evidente è che entrambe, quando funzionano bene, possono trasformare esperienze difficili, dolorose, in arte, che a sua volta raggiunge le persone che assistono agli spettacoli, e poco a poco comincia a intaccare i pregiudizi, a far sì che le persone sul palco vengano viste per ciò che sono: persone, ciascuna con una sua storia, spesso intrisa di dolore, ma che l’arte può aiutare a cambiare.

Il teatro per e nella salute mentale è un teatro del presente, si attiva sul qui ed ora, contribuisce alla formazione degli spettatori, adulti e bambini, genera un coinvolgimento nelle esperienze teatrali e una nuova cultura, fonte di crescita e di consapevolezza.

È il primo punto del “Manifesto di un teatro per e nella salute mentale” presentato in occasione dell’evento che l’11 dicembre ha radunato all’Arena del Sole di Bologna le compagnie teatrali della salute mentale, facendo fare un passo avanti al progetto di una Rete Nazionale dei Teatri della salute mentale. Un’altra tappa di un lavoro che ha coinvolto gli assessorati alla cultura e alla salute della regione Emilia Romagna insieme all’ Istituzione Gian Franco Minguzzi e ad Arte e Salute APS.

I numeri sono importanti: sono i 41 dipartimenti coinvolti, ci dice Cinzia Migani, direttrice di VOLABO (centro servizi per il volontariato della città metropolitana di Bologna) che ha presentato la mappatura delle esperienze nazionali di teatro e salute mentale, partendo da una considerazione: il teatro è, per le persone che vivono la sofferenza psichica, fonte di benessere, di crescita personale, di realizzazione, di sviluppo di relazioni.

Nella puntata potrete ascoltare alcune voci che abbiamo raccolto nella giornata dell’11: Elisabetta Felicetti, attrice della Compagnia del Mare di Taranto, il racconto di un progetto che arriva da Magenta, in Lombardia, nell’intervista alla psicologa Alessia Repossi e un frammento della performance di Alessandro Bergonzoni, artista e autore da sempre vicino alle realtà impegnate nel sociale.
Se volete saperne di più potete visitare il sito Teatralmente.it

Continuiamo a parlare di come fare teatro possa dare nuovo senso alla vita delle persone. E trasferiamoci in carcere.

“Non chiedo mai il reato per cui sono chiuse in galera (…) Io lavoro in quel momento con la persona che ho davanti, e costruisco un rapporto creativo e formativo con quella persona, non con quello che quella persona ha dietro le sue spalle”. A parlare è Paolo Billi, regista e drammaturgo che da anni tiene laboratori di teatro carcere a Bologna. La compagnia parte sempre da testi teatrali o storie preesistenti, mai da biografie dei partecipanti e da temi legati strettamente al carcere, perché il desiderio è quello di sconfinare dalle contingenze.

Abbiamo intervistato il regista in occasione della terza edizione del Festival Trasparenze di Teatro carcere, terminato il 23 dicembre 2023. Il Festival ha portato gli spettacoli del “Coordinamento teatro carcere”, che raggruppa le esperienze professionali in Regione Emilia-Romagna di chi opera nelle carceri.

Paolo Billi lavora all’interno del carcere da 25 anni con i minori, da 12 con gli adulti. “È stata una scelta positiva” ci dice Billi, e continua spiegandoci che qui le persone trovano una necessità, un coinvolgimento, che sostanziano il fare teatro, e che non è mai intrattenimento. Lavorano in gruppo, si mettono in gioco, esattamente l’opposto di ciò che avviene in carcere.

Perché il carcere, conclude Billi, tende a rendere dipendenti le persone e a infantilizzarle. Così comprendiamo anche noi l’importanza della scena, contro le mura del pregiudizio e quelle fisiche delle carceri.

Lavorare stanca

883 Lavorare stanca

Una intervista al prof. Francesco Pace, presidente di Siplo (Società italiana di psicologia del lavoro e delle organizzazioni) e docente di questa materia presso l’Università di Palermo, e qualche domanda a persone molto diverse tra loro, chiedendo che cosa li fa star male sul posto di lavoro. Questa puntata prosegue l’indagine sul mondo del lavoro, iniziata con l’intervista alla giornalista Alice Facchini che ha presentato la sua inchiesta “Come ti senti?” sui giornalisti freelance in Italia, (online sul sito di Irpimedia).

Già dagli anni ‘20/’30 del secolo scorso si è iniziato a studiare la psicologia del lavoro. Inizialmente con l’obiettivo di migliorare la produttività, poi anche per tutelare il benessere psichico e psicosociale dei lavoratori. Oggi, dopo il covid, “il tema fondamentale è quello dell’equilibrio tra la vita e il lavoro”, ci dice il prof. Pace. Durante il lockdown infatti i lavoratori hanno dovuto ripiegare sul lavoro da remoto, “smart working” che ha consentito di riavvicinarsi ai figli, alla famiglia. Una situazione che ha portato molte persone a chiedersi quanto avesse senso tornare alla vita che si faceva prima; anche la paura esistenziale ha portato molte persone alle dimissioni. (Su questo argomento vi segnaliamo il libro intitolato “Le grandi dimissioni”, di Francesca Coin, sociologa esperta di lavoro e diseguaglianze sociali).

Alcune organizzazioni si sono chieste cosa potrebbero fare per rendere le persone più felici. Il professor Pace ci dice che le risposte sono state: ridurre l’orario di lavoro, e introdurre flessibilità e alcuni altri benefit. Rendere, insomma, il lavoro meno totalizzante, più adeguato alla vita delle persone Purtroppo, però, quasi ogni lavoro ha aspetti di pesantezza: chi lavora di notte ha problemi col ciclo sonno-veglia, gli insegnanti hanno a che fare con stress importanti dovuti al del contatto diretto con gli allievi, che possono essere più o meno aggressivi o maleducati; i medici sono esposti alla sofferenza, al dolore… E quasi tutte le persone lamentano il problema del rapporto con gli altri, il dover mantenere il controllo delle proprie emozioni.

Oggi un altro elemento di forte stress è dovuto all’impatto degli smartphone sulla vita dei lavoratori, soprattutto quando l’iperconnettività e la continua raggiungibilità spinge le persone a guardare il telefono anche nel weekend, senza fare un vero uno stacco utile per evitare l’iper stress. Oggi alcune organizzazioni sperimentano diverse soluzioni proposte in alcuni casi anche dallo psicologo del lavoro: per esempio spingendo i lavoratori a fare vere pause nel fine settimana. Abbiamo chiesto se ci siano sportelli di ascolto psicologico a cui ci si può rivolgere. La a situazione è molto a macchia di leopardo – sostiene il professor Pace – La sanità dovrebbe fornirli per situazioni di mobbing o disagio lavorativo, e negli ultimi anni sono aumentate le esperienze di aziende che offrono un servizio di ascolto e talvolta anche di supporto, perché si sentono in parte responsabili dello stress a cui stanno i lavoratori. Ma sono tante.

Le voci dei lavoratori che chiudono la puntata parlano però di mancanza di collaborazione tra colleghi, di potere non funzionale al lavoro, ma utilizzato solo per rivendicare la sicurezza personale. E cresce la voglia di andare all’estero, la ricerca di un riconoscimento personale, che non sempre arriva.

I lavori cominciano all’alba. Ma noi cominciamo
un po’ prima dell’alba a incontrare noi stessi
nella gente che va per la strada. Ciascuno ricorda
di essere solo e aver sonno, scoprendo i passanti
radi – ognuno trasogna fra sé (…)

La città ci permette di alzare la testa
a pensarci, e sa bene che poi la chiniamo

Cesare Pavese, Disciplina, da Lavorare stanca

Immagine: Attribution Creative Commons licence. Autore: https://www.ciphr.com/

30 anni di battaglie, buon compleanno UNASAM!


882 Trent’anni di battaglie, buon compleanno UNASAM!

“Le associazioni di familiari hanno organizzato centralini di ascolto, costituito cooperative sociali, offrono formazione a familiari, operatori e cittadini, realizzano una marea di progetti …” Gisella Trincas potrebbe continuare nell’elenco all’infinito; il suo sguardo sul mondo della salute mentale, frutto di una grande rete di relazioni, è davvero prezioso. Le associazioni di familiari, ci dice Trincas, svolgono compiti che dovrebbero essere del servizio pubblico, dello Stato: “se lo facesse anche lo Stato, attraverso le sue articolazioni, sarebbe sicuramente meglio, perché le persone hanno bisogno di punti di riferimento di fronte ad un problema, a maggior ragione quando riguarda la salute mentale”.

La domanda di un nostro redattore porta Trincas a parlare dello stereotipo della inguaribilità di chi soffre di un disturbo psichico. “Molti operatori ritengono che la condizione di sofferenza psichica sia data da un guasto del cervello che va affrontato con terapia farmacologica a vita. Non si possono dire queste cose, magari a un giovane che si rivolge per la prima volta ai servizi! E’ inaccettabile. Un bombardamento di farmaci, questo accade” denuncia Trincas, forte della sua lunga esperienza. “Bisogna invece riconoscere la complessità della vita che ognuno di noi vive e riconoscere il fatto che le persone hanno bisogno di sostegni per condurre una vita accettabile”.

Le facciamo una domanda centrale: come influiscono i tagli economici e di personale sulla vita delle associazioni? “I tagli sono iniziati da diverso tempo; questo significa maggiori difficoltà e sofferenze per le persone, significa non garantire i diritti umani, aumentare la conflittualità sociale, portare i giovani in situazioni di criticità, Significa una società in balia di se stessa. E per le associazioni che si occupano di salute mentale tutto questo si traduce in un impegno maggiore, nella necessità di lotta e di opposizione superiore anche alle nostre forze, significa creare alleanze nei territori”.
“Se lasciamo i servizi di salute mentale da soli, la strada è quella della psichiatrizzazione di massa”, insiste Gisella Trincas, “perché la salute mentale riguarda tutta la società nel suo complesso, il lavoro da portare avanti è culturale, c’è bisogno di un cambio complessivo nella società”.

Oltre al tema dell’abbattimento dello stigma, Trincas cita l’importanza del coinvolgimento dei servizi sociali, per offrire non assistenza ma percorsi che portino la persona con sofferenza mentale “a non cronicizzarsi, percorsi che coinvolgano la società, le associazioni di familiari ma anche per esempio i sindacati, i partiti, la chiesa, le associazioni di volontariato… tutti quanti dobbiamo andare verso un modello di società che include tutti, che non esclude nessuno e che sta attento ai bisogni di tutti”.

Quello che diamo per scontato

881 Quello che diamo per scontato

“Io sono un vecchio bipolare della prima ora, però nei momenti in cui recito mi dimentico della malattia, peccato che duri solo un’ora”, “quello che mi fa pensare di più è come io cambi quando sono sul palcoscenico, nello spettacolo parte il 100% dell’attrice che è in me”, “la cosa più bella è sentirsi normale, nel senso che quando ho cominciato è cambiato tutto intorno a me, mi sono sentito più integrato nella società e accettato dagli altri, fuori da tutti i pregiudizi che tutti dicono di non avere. Qui ho avuto la possibilità di sentirmi nuovamente normale, una cosa semplice ma bellissima.”

Sono alcune delle voci delle attrici e degli attori di Arte e Salute, che potete ascoltare in questa puntata. Ci introducono all’appuntamento di lunedì 11 dicembre, all’Arena del Sole di Bologna: “To Be – Il teatro offre Bellezza e Emancipazione”. Il convegno è una ulteriore tappa del lavoro cominciato nel 2016, quando gli assessorati alla cultura e alla salute della Regione Emilia-Romagna hanno deciso di sottoscrivere insieme all’Istituzione Gianfranco Minguzzi e all’associazione Arte e Salute un protocollo di intesa per la promozione delle attività teatrali che nascono all’interno dei Dipartimenti di salute mentale. Questo ha portato alla costituzione di una rete regionale che si è ulteriormente consolidata dando vita a un manifesto dei teatri per e nella salute mentale che è stato presentato durante il convegno. Yvonne Donegani, rappresentante della rete delle compagnie teatrali dei dipartimenti di salute mentale della Regione Emilia-Romagna e componente del Direttivo di Arte e Salute, ci spiega che: “Il manifesto che presentiamo è la sintesi della sintesi della mappatura dei gruppi teatrali presenti in Italia e dei focus group che ci hanno permesso di cogliere i punti comuni e trasversali a tutte le esperienze di teatro per e nella salute mentale”. “Il teatro può davvero produrre benessere, costruire un nuovo senso di comunità, permettere l’emancipazione delle persone, sia del singolo che della comunità”.
Potete trovare informazioni e approfondimenti sul sito: www.teatralmente.it
La puntata chiude questa prima pagina con la voce di Claudio Misculin, salito sul palcoscenico grazie a Franco Basaglia, fondatore dell’Accademia della Follia di Trieste. Ve ne consigliamo caldamente l’ascolto…

A volte diamo per scontato che in Italia le persone con sofferenze psichiche recitino in teatro, producano trasmissioni radiofoniche e molto altro, e soprattutto non siano rinchiuse in manicomio. Non dovremmo farlo. Ce lo hanno ricordato gli operatori del sociale in formazione venuti a trovarci dalla Francia per studiare il nostro sistema sanitario e di welfare.

Odrette ci ha detto: “Gli ospedali psichiatrici in Francia esistono ancora e sono ancora luoghi di cura chiusi, da tempo è in corso un grande dibattito e una forte tensione al cambiamento. Quella che voi vivete in Italia è una situazione molto avanzata verso la quale noi siamo in cammino”. Odrette ci ha spiegato come si stia cominciando solo ora a rovesciare il percorso delle persone con sofferenze psichiche: si cerca infatti di non partire più da un ricovero in una struttura chiusa per poi portare la persona all’esterno, ma di avviare direttamente il progetto.

Ad accompagnare il gruppo, formato da circa una ventina di giovani uomini e donne, è Dominique, che è stato direttore di un istituto di terapia, educazione e riabilitazione per persone con disabilità in Francia, che dal 2013 viene a Bologna per queste formazioni, su richiesta della Commissione europea. “Per noi l’Italia è un paese avanzato sotto questo profilo, esistono esperienze che vogliamo conoscere per poi riprodurle nel nostro paese. La cosa più bella che ho incontrato in Italia è la messa in campo in maniera concreta di un ambiente accogliente, all’interno di una classe, per tutti i bambini, fin dalla scuola primaria, dopodiché tutti i percorsi che io vedo da quando i bambini sono piccoli a quando diventano adulti mi sembrano bellissimi…” Così Dominique ci fa ricordare che in Italia le classi differenziali non ci sono più dal 1977, un’altra delle conquiste E sullo stesso tema torna una collega di Dominique: “Vedere insieme in una stessa classe, anche persone con deficit cognitivi, è per me una cosa nuova”. Poi la puntata vi propone una carrellata di voci di giovani operatori e operatrici francesi, educatori e educatrici professionali, attenti a cogliere quello che offre l’Italia di innovativo rispetto alle loro esperienze. “La cosa più difficile sarà portare nel nostro paese il cambio di mentalità necessario, qui siete molto più avanti dal punto di vista dell’inclusione e dell’integrazione”.
Ci sono stereotipi ancora molto forti legati alla malattia mentale, in Francia, ci ha spiegato Odrette, ma c’è anche una grande volontà di azione, grazie ad associazioni, e le riflessioni percorrono anche le catene di potere. Si stanno compiendo piccoli passi decisivi, e così, anche se ancora esistono le strutture chiuse, i manicomi insomma, il percorso per privilegiare le strutture aperte è cominciato.
Ringraziamo gli amici francesi, abbiamo imparato molte cose e li attendiamo il prossimo anno, a Psicoradio!

Femminicidi: oltre la cultura, la morsa narcisistica

880 Femminicidi: oltre la cultura, la morsa narcisistica

Abbiamo discusso molto in redazione sul tema del femminicidio e della morte di Giulia Cicchettin, e abbiamo deciso di parlarne nel modo che ci sembra più coerente con il nostro approccio: vogliamo cercare le parole per indagare la psiche di una persona che uccide la sua compagna, magari dopo averle poco prima detto che la amava. Che cosa succede di così grave, di così stravolgente da fare saltare ogni meccanismo di protezione nei confronti di questa giovane donna?

Per fare questo ci servono esperti degli abissi del mondo psichico; ci dobbiamo rivolgere a psicanalisti, psichiatri che ci abbiano lavorato. Non perché la cultura non c’entri, la cultura maschilista c’entra moltissimo, ma forse c’è qualcosa in più che dà fuoco alla miccia, a tutta questa rabbia. In questa puntata vi diamo solo un primo frammento, attraverso la voce di Vittorio Lingiardi, psichiatra e psicanalista, che qualche tempo fa ha pubblicato “Arcipelago N”, un libro che si occupa di narcisismo. Le sue parole sono andate in onda all’interno di “Tutta la città ne parla”, su Rai Radio 3.
“Come clinico, come psicoanalista, devo guardare alle storie personali, in quali specifici contesti interpersonali si sviluppano certe vicende, ma questo non mi impedisce di cogliere delle atmosfere e delle situazioni più generali. Non parliamo di follia, ma di personalità disturbata. Un disturbo della personalità più o meno esplicito è presente sempre in chi commette una azione di sopraffazione e di violenza”.

Ma cosa c’entra il narcisismo con il femminicidio? “Parliamo di una deriva estrema del narcisismo, tecnicamente si parla di narcisismo maligno – risponde Lingiardi – Mette insieme una idea grandiosa di sé, che non può essere contraddetta: sei l’oggetto di cui mi devo servire per alimentare la mia autostima e anche il mio senso di potere sull’oggetto, quindi di dominio, di conferma del mio valore. E questa è una posizione narcisistica. Diventa una posizione psicopatica e paranoide nel momento in cui l’allontanamento dell’oggetto del mio controllo non è gestibile attraverso un conflitto, attraverso una elaborazione e una presa d’atto, ma purtroppo è gestibile solo con l’eliminazione dell’oggetto che in quel momento sta disturbando la costruzione della mia grandiosità. E così viene eliminato, come estrema conferma che io ho potere su di te e tu non te ne puoi andare.
C’è un’altra posizione narcisistica, più nascosta, che ha a che fare con un profondissimo senso di inferiorità, con una assoluta intolleranza dell’altra, che può avere una vita migliore della nostra affrancandosi da noi. Questo viene a rigettare l’individuo nella sua forma fragile di pseudo identità e di dipendenza non accettata. L’altro elemento della morsa narcisistica, tra fragilità e dominio, costruisce poi a soluzione estrema, come quella che purtroppo abbiamo visto.”

“SE SI VUOLE SI PUO’, SE SI PUO’ SI DEVE”
Anche la seconda parte della puntata si occupa di salute mentale, in questo caso di obiettivi non ancora pienamente raggiunti e di diritti dei pazienti, ascoltando i pareri di due esperti amici di Psicoradio: Gisella Trincas e Fabrizio Starace.
Trincas, presidente di UNASAM ( Unione Nazionale Associazioni della Salute Mentale) festeggia i 30 anni di lavoro di associazioni di famigliari, utenti e operatori di tutta Italia. Lo ha fatto nel suo stile, con un convegno dal titolo combattivo e molto bello: “Se si vuole si può, se si può si deve” il 22 e 23 novembre a Roma. “Da quando siamo nati, la conquista più importante, che per noi non era scontata, – spiega Gisella Trincas – è stata la chiusura di tutti gli ospedali psichiatrici in Italia, il superamento dell’internamento delle persone che vivono la condizione della sofferenza mentale.” E poi l’altra conquista è stata il superamento degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari (OPG); l’Italia è l’unico paese in Europa che vanta questi obiettivi, anche se il sistema che ha sostituito i manicomi giudiziari, quello delle Rems, ha ancora sicuramente delle falle.

E rispetto alla salute mentale più in generale, che cosa manca? “Servizi aperti 24 ore su 24” – afferma Trincas. Anche per questo, secondo lei la piena realizzazione della tutela della salute mentale di tutta la comunità è, per ora, un mancato obiettivo. “l’obbiettivo a lungo termine è allargare il fronte della mobilitazione: pretendere dal Governo una tutela della salute mentale per tutti.”
Un altro tema importante e poco esplorato è quello della casa, dei luoghi dove le persone con disagio psichico possono abitare. Anche recentemente alcune di queste residenze sono balzate dal buio alla luce della cronaca, quando sono stati scoperti maltrattamenti sui pazienti da parte di chi le gestiva.

Abbiamo parlato del tema della residenzialità – come si dice tecnicamente – con lo psichiatra Fabrizio Starace, presidente della SIEP -Società Italiana di Epidemiologia Psichiatrica, che ha promosso a fine novembre un congresso proprio su questo argomento.
Si tratta di strutture – pubbliche e anche private – molto diverse tra loro, che variano molto di come qualità e condizioni di vita anche da regione a regione. Anche i tariffari possono essere molto diversi, a volte anche offrendo lo stesso servizio, tanto che un report dell’Istituto Superiore di Sanità ha messo in evidenza le contraddizioni di questo sistema.
Una domanda diventa urgente: chi controlla cosa succede in queste strutture? Parlandone, Starace usa il condizionale, e ricorda quanto, anche su questo aspetto della salute mentale, pesi in modo drastico la mancanza di personale.

Ciò che fa stare meglio: dal Myanmar a casa nostra


879 Ciò che fa stare meglio: dal Myanmar a casa nostra

Psicoradio ha sempre voglia di conoscere cosa accade nel mondo della salute mentale; questa volta la nostra curiosità si è spinta molto lontano, fino a al Myanmar, come si chiama oggi la favolosa Birmania. Abbiamo infatti approfittato della presenza a Bologna di una psichiatra di Rangoon, la dottoressa San San Oo per farle qualche domanda su un paese che ancora oggi fa ci sognare farle. L’occasione era la sua partecipazione al convegno del 10 ottobre, giornata mondiale della salute mentale, organizzato l’Azienda USL di Bologna e l’Università di Bologna.

San San Oo lavora presso la clinica Aung Min Clinic, a Rangoon dove – come nella maggior parte dei paesi – esistono ancora i manicomi.
Però, a differenza delle altre strutture, in questa dove lavora la dottoressa San San Oo le persone con sofferenze psichiche possono lavorare e vivere in comunità, con spazi indipendenti: è una struttura psichiatrica comunitaria di deistituzionalizzazione.
E a differenza dei molti manicomi dove le persone vegetano, qui sono tante le attività nelle quali le persone sono occupate: quelle legate all’arte, come il disegno, la scrittura, lo storytelling, il cinema, il teatro, e quelle che assicurano il benessere, come la cucina comune dove si prepara il cibo e lo si mangia tutti assieme.
Il centro inoltre espone al pubblico le opere che prodotte nei diversi laboratori artistici; questa apertura favorisce la connessione sociale tra utenti e cittadini. Purtroppo però questo è l’unico modello di clinica comunitaria presente in Myanmar.

Alla Aung Min Clinic si cercano strade creative perché le persone stiano meglio. E ognuno di noi le cerca anche dentro di sé. Abbiamo lasciato la parola a due redattori di Psicoradio, molto diversi per età e genere, che si sono confrontati sulle loro grandi passioni: per Gino il videogioco, in particolare Mega man Zero, per Barbara i libri fantasy come “Will delle pietre magiche di Shannara” di Terry Brooks.
Gino ci ha raccontato che, quando era più piccolo, si è coinvolto talmente tanto nel gioco che la fine della saga lo ha portato alle lacrime; ma i videogiochi non sono solo un passatempo: insieme alla psicoterapia lo hanno aiutato riducendo la rabbia repressa. I videogiochi lo hanno anche arricchito di nuove relazioni: “Sono riuscito a conoscere persone in tutto il mondo, che adesso sono diventati miei amici.”
Barbara invece ci spiega che il suo personaggio preferito è Will, perché supera la dualità tra umano e elfo: una dualità, e quindi una lotta interiore, che coesiste in molte persone. “Rileggere il libro ti porta sempre qualcosa in più e i sacrifici dei personaggi ti aiutano a migliorare”.
Nella puntata troverete anche suggerimenti per nuovi giochi e libri che vale la pena conoscere!

Mia. Davvero solo una mamma cattiva, che non sopporta il pianto dei bambini?

La puntata di Psicoradio oggi racconta principalmente un lato poco noto di un mestiere spesso invidiato: le sofferenze psicologiche vissute dai giornalisti precari, e rilevate da una ricerca realizzata da Alice Facchini, una giovane giornalista free-lance.

Prima, però, riportiamo l’attenzione su una tragedia che per qualche giorno ha occupato i mezzi di comunicazione, e poi, come accade spesso, è scomparsa dai media. Alice ha 4 mesi quando muore, il 15 novembre 2021. Dopo un anno muore anche il fratellino Mattia, che non ha ancora due mesi. La madre Monia, che la famiglia chiama Mia, è una giovane donna di 27 anni. Gli inquirenti ritengono che sia lei l’autrice delle uccisioni o comunque che ci siano gravi indizi di colpevolezza. Psicoradio riflette su questo terribile caso di cronaca per trovare un modo di affrontarlo che non si limiti al punto di vista giudiziario, per usare uno sguardo diverso, per non accontentarsi di una eventuale condanna che trasformi i colpevoli in mostri.

Per farlo, dovremo avvicinarci alle vite e alle sofferenze delle persone ritenute colpevoli. Ovviamente non si tratta di cercare “giustificazioni”, ma di rintracciare nella storia dolorosa di una persona qualche segno che forse avrebbe potuto essere intercettato, prima che tutto precipitasse.
E forse, se riuscissimo a vedere in tempo la sofferenza delle persone, il loro disagio, qualcosa si potrebbe fare per evitare tragedie come queste ( ancora da accertare definitivamente dal punto di vista giuridico).
Un titolo di giornale ci colpisce: “Uccide i figli perché infastidita dal loro pianto”.
Non può essere tutto qui E se verrà accertato che Mia ha ucciso i suoi due bambini, non può essere solo lo sguardo giudiziario a raccontare con una condanna l’ultimo atto, il più tragico di una vita complicata.

Chi è Monia, detta Mia? Sappiamo che Mia è nata in India nel 1996 (un giornale l’ha definita l’indiana!) e che, piccolissima, a un anno, è stata accolta nell’orfanotrofio di Madre Teresa di Calcutta, in India. Ce la possiamo immaginare. Grazie ad una ex redattrice di Psicoradio, alla quale vogliamo molto bene, abbiamo imparato a conoscere la durezza della vita in orfanotrofio, di come possa essere triste e di quanto ci si possa sentire soli.

Monia viene adottata da una famiglia italiana in provincia di Bergamo. Sappiamo che i rapporti con la madre adottiva non sono stati buoni. Monia scrive su Facebook: “ Perché sono stata adottata da una madre anaffettiva e nociva?”.
Ma Monia perde anche questa madre adottiva, perché i genitori si separano; lei vive con il padre e la sua nuova compagna. In seguito, andrà a vivere con il compagno, con cui farà i due figli. La prima, Alice, muore improvvisamente a quattro mesi; sembra la classica “morte in culla” o morte improvvisa, la Sids, ( sudden infant death syndrome ) che colpisce misteriosamanete i neonati nei primi mesi di vita. Tra i fattori di rischio, far dormire il bambino sulla pancia, o su cuscini troppo soffici e avvolgenti.
Dopo pochissimo Monia è ancora incinta, e nasce Mattia, che dopo neanche un mese deve subire un lungo ricovero in ospedale, assistito notte e giorno dalla madre. Qui i medici che hanno avuto modo di vederli insieme, la fanno visitare da uno specialista. Non emergono patologie psichiatriche, ma alla famiglia viene consigliato di non lasciare mai sola la madre con il bambino.
Il 25 ottobre 2022 muore anche Mattia; ha due mesi.
«Sono mamma di due splendidi bimbi, Alice e Mattia, forse troppo perfetti per rimanere sulla Terra, sicuramente divenuti stelline troppo presto» scrive Monia sui social il 1°febbraio.

Cos’altro sappiamo di Monia, detta Mia, che non rusciva a sopportare il pianto dei suoi bambini? Sappiamo che studiato psicologia, la disciplina che indaga le pulsioni, gli abissi delle nostre menti e dei nostri sentimenti. Chissà cosa cercava, e cosa ha tratto, da quegli studi.
Forse anche a Monia è successo di piangere a lungo, quando era molto piccola; e non c’era nessuno che la cullava. Chissà se poi ne ha potuto parlare con qualcuno.
Forse quello che lei non tollera è il suo pianto di bambina, quando minuscola era all’orfanotrofio, o dopo, non vista da una madre adottiva che lei descrive aggressiva, nociva, anaffettiva.

Psicoradio vi promette di non fermarsi qui; cercheremo informazioni per continuare a parlare di Mia, bambina rimasta sola, che non sopporta di sentir piangere.

 

Quando il giornalismo fa male a chi lo fa
Una ricerca di Alice Facchini sulla situazione dei giornalisti precari

Spesso chi fa il giornalista viene invidiato e considerato un privilegiato, per tanti motivi, che vanno dalla visibilità alla possibilità di conoscere persone note all’interesse dei contenuti…  Ma è davvero tutto così anche per i giornalisti precari o freelance?  Ricordiamo che in Italia ci sono 35.000 giornalisti attivi, dei quali il 40% è freelance.

Alice Facchini, da parecchio tempo giornalista freelance, si è chiesta se alcune situazioni di disagio che lei aveva vissuto erano condivise da colleghe e colleghi, e si è interrogata sui motivi di una crescente richiesta di aiuto su temi legati alla salute mentale da parte di giornalisti  precari. Da questi interrogativi nasce una ricerca che la giornalista ha realizzato spedendo alcune centinaia di questionari.
Stress, ansia, insonnia, insicurezza sono alcuni tra i segni di malessere emersi dalle prime analisi, accompagnati dalla richiesta di essere sempre reperibili e i ritmi frenetici. In realtà, si tratta di situazioni che non  caratterizzano solo i giornalisti, ma molti tipi di lavoro precario. Però, a quanto dicono gli intervistati, non è per nulla facile far emergere questa situazione. I giornalisti precari – viene detto – se cercano di denunciare le prevaricazioni che subiscono trovano un muro di silenzio.

Facchini cita una caso emblematico: una giornalista freelance, mentre stava per firmare il contratto, si è sentita dire dal “capo”: “guarda che se rimani incinta, mica ti teniamo!”. Sono proprio i giornalisti più “vessati” quelli più invisibili, perché dovrebbero essere gli stessi giornali per i quali scrivono a dover denunciare il loro sfruttamento.
La giornalista ci racconta di un freelance che durante un servizio sui braccianti agricoli, che venivano pagati 3 euro l’ora, si accorge di non riuscire a provare empatia: “Ho capito di avere un problema di rabbia perché io, che ho anche  studiato, non venivo pagato di più, e non posso neanche  denunciare la mia situazione”.
Ci sono altri paesi, dice Alice, nei quali i giornalisti hanno a disposizione un supporto psicologico. “Lo scopo di questa indagine è proprio quello di denunciare una situazione nascosta, perché si arrivi ad aiuti psicologici per i precari” spera Alice.

Gender Bender: la libertà di essere sé stessi


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Gender Bender: la libertà di essere sé stessi

Fino all’ 11 novembre a Bologna la XXI edizione del festival Gender Bender. Con Daniele Del Pozzo, co-direttore creativo del Festival, parliamo di un evento che da più di 20 anni a Bologna “intercetta gli immaginari culturali e artistici legati al corpo e al genere. (…) Ha un respiro internazionale e una vocazione interdisciplinare, e ogni anno ospita artiste e artisti da tutto il mondo”, come scrive orgogliosamente il sito.
Non è affatto facile tradurre lo storico titolo “Gender Bender”, rivoluzionario 20 anni fa; ci proviamo con l’aiuto di Del Pozzo. Il termine (inglese) Gender indica l’identità di genere (uomo o donna); un concetto che non fa riferimento al dato fisiologico, sessuale, quanto alla complessa costruzione culturale, continuamente mutevole, che in ogni società, epoca e cultura decide cosa significhi e comporti essere donna o uomo. E già questa prima definizione è stata messa in discussione da chi critica una concezione dualista, binaria (maschile/femminile) del genere.
Bender si traduce letteralmente come “piegatore”o “curvatura” e le due parole insieme vogliono indicare quelle persone che “piegano” i generi per renderli più personali e vicini alla propria definizione di sé.

Il Festival Gender Bender si caratterizza per il clima di festa e libertà che lo connota. I media infatti parlano di persone LGBT+ soprattutto in quanto vittime: di fatti di cronaca violenti, di contesti repressivi, di episodi tragici. Gender Bender invece vuole celebrare anche i traguardi raggiunti. Daniele Del Pozzo ci fa un esempio: “Gaya de Medeiros, insieme al danzatore Ary Zara, porta in scena Atlas da Boca, rappresentazione della loro esperienza di performer transgender. E’ una storia di grande felicità e di grande difficoltà, è chiaro che passi attraverso la sofferenza e il dolore, ma la felicità di potersi rappresentare per quello che sei è maggiore. Altrimenti non lo faresti”.
Gender Bender si rivolge a tutti, perché la questione di genere tocca tutti. “Spesso si parla di corpo “normale” – continua Del Pozzo – e per la società normale significa ancora eterosessuale. In un mondo LGBT+ parlare di normalità non ha senso, dato che si viene esclusi dalla “normalità” in quanto “diversi”. Un corpo è un corpo che ha bisogni fisiologici, fame, e sete di ricerca, di piacere. Nel momento in cui dichiaro che ho diritto al piacere, dichiaro di essere una persona”.

Il Festival offre molto spazio alla danza: “Se un uomo fa danza, viene subito etichettato: uno degli scopi dei nostri spettacoli è invece quello di rompere gli stereotipi più diffusi. La danza è “roba da femmine o da gay”, noi invece portiamo sulla scena persone che sulla scena di solito non vedresti, vorremmo che lo spettatore entrasse con i suoi stereotipi e uscisse avendoli incrinati”.
Psicoradio ha chiuso l’intervista con Del Pozzo chiedendo se nelle prossime edizioni. ci sarà spazio per il tema della la salute mentale. Ci ha risposto di sì, “perché la salute mentale fa parte di quel benessere con se stessi di cui il festival si occupa; e oggi ancora manca rendere visibile l’invisibilità delle sofferenze mentali.”

 

 

Un battello carico di merce rara: umanità, diversità

876 Un battello carico di merce rara: umanità, diversità

Mentre i media pubblicano periodicamente notizie di crudeltà orribili contro persone con disturbi psichici e anziani, il documentario “Sur l’Adamant” di Nicholas Philibert ci racconta un caso che va in direzione “ostinata e contraria”. Il film, (che ha chiuso il Festival dei Diritti Umani di Lugano il 29 ottobre e aveva aperto a giugno il Biografilm Festival a Bologna) narra del battello Adamant: ancorato sulle rive della Senna, a Parigi, ospita un centro diurno per persone che hanno un disagio psichico, una comunità dove ognuno può esprimere la propria individualità perché al centro del progetto ci sono le singole persone e l’ascolto.

L’analisi di Nicholas Philibert non vale solo per la Francia: “La situazione del mondo della psichiatria in Francia è abbastanza triste perché mancano soldi, tempo e personale. La psichiatria è un’arte che va esercitata con passione e pazienza, e per ciascuna persona si dovrebbe adottare un percorso specifico. Il sistema sanitario, invece, punta a trattenere il paziente il meno tempo possibile, trovare la “cura giusta”, le pillole giuste e rimandarlo a casa. Gli operatori e i veri psichiatri vorrebbero ricostruire il rapporto con il mondo dei pazienti ma il sistema capitalistico in cui viviamo è invece una realtà in cui bisogna soprattutto produrre, e per il quale non ha senso spendere soldi per persone che forse non “guariranno” mai del tutto”.” Nel film il regista si sofferma sull’approccio che gli operatori dell’Adamant invece dimostrano verso le persone che lo frequentano, che vengono accompagnate nel mondo non cercando di “uniformarle” ad una cosiddetta (e poco definibile) “normalità“, ma aiutando ciascuno a vivere nel mondo con la propria singolarità. Rispettandoli.

Un obiettivo analogo è proposto dal Festival Gender Bender, a Bologna dal 31 ottobre all’11 novembre. “20 anni di immaginari culturali su corpo, genere e identità” scrive con orgoglio la home page del sito. Gender Bender significa proiezioni cinematografiche, performance di danza, mostre fotografiche e soprattutto feste. In questa puntata il condirettore artistico Daniele del Pozzo ci dà una prima anticipazione sull’obiettivo del Festival: “Vogliamo rompere gli stereotipi e i pregiudizi che la società ci impone; ad esempio nelle performance di danza e di teatro vogliamo portare sulla scena deipersonaggi che sulla scena forse non vedresti, e magari di quei personaggi ti innamori e ti piacciono. Se si riesce a fare ciò, si è rotto uno stereotipo e un pregiudizio”. Continueremo a ragionare con Del Pozzo su identità, corpi, individualità nella prossima puntata.