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Autore: Admin

Storia della mia cura (prima parte)

857 Storia della mia cura (prima parte)

Una trasmissione prodotta da Psicoradio, per raccontare in tre puntate una lunga cura, non ancora terminata, che è riuscita (anche) a far tacere cattive voci interiori. Una storia che può aiutare molte ascoltatrici e ascoltatori.

A cura di
Lorenzo Albini
M. Cristina Lasagni
Mariangela Pierantozzi

Ad un certo punto della sua vita, a Lorenzo viene a mancare la terra sotto i piedi. Quando comincia a sentire voci cattive e minacciose, tutto quello che prima era normale diventa difficile, impossibile: studiare, lavorare, avere una vita sociale… Finché il padre si rende conto della sua sofferenza e gli propone di incontrare una dottoressa, la psichiatra e psicanalista Mariangela Pierantozzi. Inizia così un percorso che dura da venti anni e prosegue ancora oggi, con Lorenzo redattore a Psicoradio. Questa è, insomma, la storia di una cura.

È una storia un po’ speciale. Sono infatti molti i testi in cui uno psicoterapeuta racconta un caso clinico, ma sono davvero rare le storie che, come in questa trasmissione, sono raccontate a due voci: la voce di chi cura e quella di chi è curato. 
Questa è anche la storia di una straordinaria alleanza terapeutica: Lorenzo non si è mai arreso al suo male, ha cercato di capirne le radici e combatterlo, ha voluto con forza “guarire” e non ha mai mancato una seduta; la sua dottoressa non ha mai smesso di credere nella possibilità che Lorenzo potesse cambiare e stare meglio. 

In questo programma, Lorenzo e la dottoressa Pierantozzi indagano i passaggi più importanti di una lotta non ancora terminata. Tra questi, nove anni fa, l’ingresso di Lorenzo a Psicoradio proprio su suggerimento della sua terapeuta, che cercava di ampliare la vita sociale e culturale del suo paziente. Ed è a Psicoradio che finalmente Lorenzo smette di sentire le voci, anche se la sua battaglia per una vita migliore non è ancora terminata.
La dottoressa Pierantozzi ci fa entrare nel mondo difficile e straordinario della cura psichica, e spiega come una persona e la sua famiglia possano riconoscere i primi campanelli di allarme, in modo da intervenire subito. Perché, nei disturbi psichici, diagnosi e cura precoce sono importantissimi e possono evitare anni di sofferenza. Per questo è molto importante parlarne.

Questa storia fa riflettere su cosa significhi oggi curare ed essere curati, soprattutto quando si tratta di un disturbo psichico: misterioso, invisibile, inquietante. 
Per i romani la parola latina “cura” indicava sollecitudine, preoccupazione per qualcuno. Oggi, invece, anziché momento di vicinanza e attenzione, la cura si è trasformata sempre più spesso in prescrizione di farmaci fatta guardando un monitor; invece di accogliere, troppo spesso rischia di respingere o far paura.

Per questo sono tantissime le persone che fingono di non accorgersi che qualcosa non va nel loro equilibrio psichico, o in quello dei loro familiari. Persone che, pur stando male, hanno una paura ancora più grande: cosa succederà se entreranno nel circuito della psichiatria? Rimarranno in balia di psicofarmaci che rischiano di cambiare il corpo e la mente? E se si tratta di una psicoterapia, vedranno smantellate una dopo l’altra le difese faticosamente costruite per mantenere un equilibrio e resteranno nude, esposte nella propria sofferenza?
Però, una cura vera non assomiglia a niente di tutto questo, anzi, è piuttosto il contrario. Una cura vera è un incontro, e non bastano i farmaci, ha bisogno di molto di più: ci vogliono tempo, attenzione, generosità, coraggio e un mondo intorno fatto anche di lavoro, amicizie, cultura… 
Ed è allora che può davvero cambiare la vita.

Continuano gli spettacoli nel più piccolo teatro al mondo 

856 Continuano gli spettacoli nel più piccolo teatro al mondo

L’attività lavorativa, come sappiamo, può essere utile alle persone con disagio psichico e non solo. Ne abbiamo parlato in questa puntata con Ignazio Chessa, attore e fondatore del Teatrì di Alghero.“ Il dolore grande ti annienta ti sfibra fisicamente, ti sfinisce, quindi qualunque salvagente viene apprezzato. Ecco, il teatro non mi fa avere paura di questo” dice Ignazio Chessa “artigiano” del teatro che nel 2018 ha fondato in un garage il teatro più piccolo al mondo, appunto Lo Teatrì.

“Sono scappato dalla Sardegna – racconta – e da ragazzo a Roma ho iniziato a fare teatro professionalmente in questo piccolo teatro a Trastevere che si chiamava “Il Torchio”, un teatro per ragazzi. Per tre mesi ho anche dormito sul palco perché ero senza casa e senza soldi”. Nel 1986 ha iniziato a frequentare la scuola di teatro MTM, teatro studio finanziato dalla regione Lazio. Dopo ha iniziato un periodo di collaborazioni in cui ha imparato a fare tutto. “La versatilità è nata lì: sono un artigiano del teatro”. “Non avevo ancora ben in mente, ma forse non ce l’ho neanche ora, quello che era il lavoro dell’attore, dell’artista. Ma c’è ancora qualcosa che mi spinge a farlo. Forse la maturità e la bellezza di questo lavoro non sono ancora arrivate”.
Dopo aver lavorato nei teatri di buona parte d’Europa, nel 1995 Ignazio è arrivato ad Alghero dove ha continuato a collaborare con diverse compagnie, accumulando materiale scenico sparso in vari garage.

Da qui è nata l’idea del teatro più piccolo al mondo, occupando un locale di 38 mq, allestendolo, con una platea di 16 mq. È questo il Teatrì, forse un grande rischio, visto che non si tratta di un periodo felice per il mondo dell’arte a causa della pandemia alle porte. Ma l’iniziativa ha avuto comunque molto successo. Ignazio sostiene che questi spazi “ricordano un po’ gli scantinati della Roma degli anni 80”, dove lui ha avuto i primi ingaggi e ha imparato ad allestire piccoli spazi. “Volevo trasmettere la facilità di pensare una cosa e farla”. Dalla sua fondazione ad oggi ci sono stati più di 100 spettacoli, nonostante il Covid-19, con eventi replicati anche 8 volte. “Salgo ancora sul palco con un mio repertorio di 10 spettacoli, l’ultimo si chiama “Fucilate l’artista” e parla della dualità della figura dell’attore, che in qualche modo viene giustificata con tematiche pirandelliane”. A differenza di quanto accade nella vita di tutti i giorni, dove invece la dualità è osteggiata.

Parte della redazione racconta poi di aver avuto esperienze nel fare teatro in prima persona. Gian racconta: “Ho fatto per alcuni anni teatro presso il teatro Navile a Bologna. Il teatro c’è sempre stato in casa mia e sì, mi ha aiutato in un certo modo”. A Claudio il teatro non piaceva per niente quando era piccolo, ma più passano gli anni più gli piace. Recentemente ha svolto infatti due laboratori teatrali con la compagnia Cantieri Meticci di Bologna: “Impegnativi – racconta – soprattutto nel mettersi a nudo. Ma l’ho fatto proprio per superare i miei limiti. È stato impegnativo ma mi ha fatto bene”. Gino ricorda invece quando, pochi anni fa, ha fatto teatro a scuola. “Non ricordo molto – dice – ma una cosa che tutti gli spettacoli avevano in comune era il panico da palcoscenico che provavo nel momento in cui iniziavano e il senso d’orgoglio nel momento in cui finivano”.

Ad oggi, nella primavera/estate 2023, “Lo Teatrì” è ancora in attività. E come tutti gli anni, con la bella stagione, si trasferisce temporaneamente all’aperto.

Il benessere delle mani in pasta

855 Il benessere delle mani in pasta

Abbiamo già dedicato alcune puntate a questa nuova strada verso la salute mentale: attraverso percorsi formativi di gruppo ciascuno di noi può essere “studente del proprio benessere”, e quindi maturare consapevolezza e svolgere in prima persona azioni concrete, utili nei singoli e diversi percorsi di vita di ciascuno. L’obiettivo è la salute del singolo e della comunità, fondata sulla valorizzazione delle opportunità sociali, culturali, relazionali.

Questa volta, dopo una breve rinfrescata al concetto di recovery con le parole del Direttore del Dipartimento Salute Mentale Azienda USL di Bologna Fabio Lucchi, vi proponiamo l’intervista a Gianpaolo Scarsato e Deborah Rancati, curatori dei corsi di Recovery della USL di Brescia, tra le prime in Italia a importare questo metodo da Nottingham.
Sono loro a spiegarci che tramite questi corsi possiamo “studiare quello che può farci stare bene, capire quelli che possono essere i nostri limiti, imparare le strategie che ci fanno stare meglio”.
A Brescia i corsi sono tutti gratuiti, aperti a tutti, utenti dei servizi di salute mentale e semplici cittadini, mentre i docenti sono esperti di professione e/o esperti per competenza.

Scarsato e Rancati l’8 maggio erano responsabili di uno dei workshop organizzati dalla Azienda USL di Bologna nella giornata dedicata al Recovery College, così come Giovanna Bubbico e la cuoca Ross, della cooperativa Eta Beta, che hanno proposto una “ricerca serendipica in cucina per il benessere”. Il laboratorio era descritto come un primo approccio alla preparazione di alimenti in modo ludico e sensoriale. Dalle loro parole abbiamo conosciuto il lavoro della cooperativa sociale che è specializzata in progetti orientati a offrire opportunità di socializzazione e inclusione sociale alle persone più fragili, utilizzando il lavoro come strumento essenziale per la dignità della persona, identificando percorsi socio-riabilitativi, di formazione e avviamento al lavoro.

I lavoratori possono scegliere tra le diverse attività quella che preferiscono, come dice Giovanna Bubbico “tante attività per riuscire ad individuare l’attività giusta per la persona”, vengono prodotti e venduti oggetti in legno, vetro e ceramica, si svolgono mansioni all’aperto, come quella del vivaio e dell’orto, non è da dimenticare però la parte della cucina della cooperativa.
Come ci dice Ross, lei è “quella che cucina”, insegna ai ragazzi a cucinare, dà loro una disciplina, delle basi, “la cucina poi si sa, unisce”. Le redattrici e i redattori di Psicoradio che hanno partecipato al workshop con le mani in pasta si sono sentiti bene e gratificati.

A.M.A. il prossimo tuo come te stesso

854 A.M.A. il prossimo tuo come te stesso

“…Non si può andare al bar a parlare di queste cose, non avrei potuto dire a un amico che durante il servizio militare ho subito questi abusi… non si dice davanti a uno Spritz. C’è bisogno di un luogo, di uno spazio definito, con delle regole definite”.

Così nascono i gruppi di auto mutuo aiuto, per rispondere a questo bisogno di raccontare di sé senza essere giudicati, affrontando un tema e trovando aiuto nella condivisione con persone che hanno vissuto esperienze simili. 
E il fiorire di queste realtà in molte parti d’Italia lascia trasparire la solitudine che oggi è di tante persone. Qualche decennio fa il sostegno del confronto tra pari o tra generazioni lontane era la quotidianità delle famiglie allargate oppure della vita delle piccole comunità, di quartiere o di paese.

I gruppi di auto mutuo aiuto nascono dal bisogno di superare insieme all’altro le difficoltà più diverse: un lutto, una disabilità, la dipendenza da alcol o da una relazione tossica, le difficoltà con il gioco d’azzardo o quelle di essere genitori. 
Psicoradio ne ha parlato con Cinzia Lenzi, responsabile del Coordinamento Rete dei Gruppi di Auto Muto Aiuto, Azienda USL di Bologna. Grazie al suo aiuto, abbiamo capito cosa sono e come si svolgono i gruppi, superando l’immagine un po’ stereotipata che ci è arrivata soprattutto dal cinema americano: “Ciao sono Jon, non bevo da 30 giorni”. 
In alcuni casi gli incontri sono stati molto importanti per le vite delle persone, e confrontandosi con estranei ma vicini per esperienza, i partecipanti si sentono liberi di essere se stessi e di “togliersi macigni dalle spalle”. 
Ascoltando la puntata, troverete anche i riferimenti per i gruppi A.M.A. in giro per l’Italia.

Ci saremo anche noi di Psicoradio tra gli ospiti dell’incontro di presentazione del libro di Antonio Lasalvia, il 30 maggio, “Lo stigma dei disturbi mentali. Guida agli interventi basati sulle evidenze”, un tema a cui teniamo molto e su cui riflettiamo molto. Il libro vuole mettere al centro la lotta allo stigma partendo dalle evidenze, perché siano queste ad orientare l’azione.
Lasalvia è professore associato di psichiatria all’Università di Verona, ma conosce bene anche i servizi, come Responsabile Medico del Centro di Salute Mentale di Verona Sud, Unità Operativa Complessa di Psichiatria, Azienda Ospedaliera Universitaria Integrata (AOUI) Verona. 
A confrontarsi con Lasalvia saranno Marco Menchetti, Professore associato di Psichiatria – UniBo; Cinzia Albanesi, Professoressa ordinaria di Psicologia di comunità, Dipartimento di Psicologia – UniBo; Marie-Françoise Delatour, Presidente Associazione Cercare Oltre aps e, come vi dicevamo, la redazione di Psicoradio.
L’appuntamento è martedì 30 maggio alle ore 17, nella Biblioteca della salute mentale e delle scienze umane “G.F.Minguzzi – C.Gentili”, via Sant’Isaia, 90 a Bologna.

Cosa si può fare?

Riserva Biogenetica di Campigna (riduzione). Autore: Nevio Agostini.
Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported
853 Cosa si può fare?

Questo ragazzo, che esprimeva la sua furia verso Barbara Capovani, era ben noto ai servizi. Si poteva evitare? Non lo so. Si poteva intervenire? Penso di sì.” È il parere di  Gisella Trincas, presidente di UNASAM, che riunisce oltre 70 associazioni di familiari e utenti della salute mentale.

Prima di tutto, secondo Gisella Trincas, bisogna cercare di conoscere le persone che entrano nei servizi di salute mentale: il loro contesto, la loro vita, i loro bisogni, ancor prima dei loro sintomi. E per conoscere una persona, i farmaci servono a ben poco; ci vuole invece una pluralità di professionisti adeguatamente formati, che abbiamo a disposizione tempo, tempo per avvicinare la persona, per sostenerla nei primi, duri momenti di consapevolezza di quello che gli sta capitando. “E’ questo che serve all’inizio – afferma Trincas – e se salti questo passaggio è difficile che recuperi la persona, rischi di perderla, anche per sempre”. Poi, quello che servirebbe, sono servizi di salute mentale territoriali ben organizzati, senza coercizione, luoghi di cura e di ripresa fatti anche di case normali, o piccoli gruppi di coabitazione, poi socialità, lavoro… “quello che serve a tutti noi” spiega Gisella Trincas. “Altro che cambiare la legge 180! Applicarla. La strada per migliorare i luoghi di cura è stata indicata da lungo tempo, da quando si cominciava a immaginare la legge 180 .”

La cura nel bosco  
Chi va in cura dalla psicologa Annarita Piazza, specializzata in psicoterapia nell’indirizzo corporeo, non frequenta il suo studio, ma i boschi. Non deve parlare, ma stare in silenzio, mentre ci si immerge nella magia antica della natura 
“Si tratta di andare in una foresta e fare alcune attività che aiutano ad amplificare i vantaggi che già lo stare in un bosco produce di suo”. E’ la Terapia forestale, dove è importante il silenzio e la piena immersione in una esperienza, godersi in pieno l’immersione nella natura, utilizzando tutti i nostri sensi. 
E, continua la dottoressa Piazza, “si è visto che diminuiscono alcuni parametri fisiologici dovuti alla stress, come ipertensione, pressione sanguigna e frequenza cardiaca. Questa terapia è particolarmente consigliata per i disturbi depressivi e ansiosi, ma funziona molto bene per tanti altri disturbi, ed ha effetti benefici sul sistema immunitario. (…)”. 

Questi risultati sono confermati da una recente ricerca condotta dal CNR e dal Club alpino italiano, che ha provato come alcune componenti dei profumati oli essenziali emessi dalle piante abbiano l’effetto di ridurre i sintomi dell’ansia. La ricerca è stata condotta in 39 siti italiani tra montagna, collina e parchi urbani, e ha coinvolto centinaia di partecipanti e luoghi di tutta Italia. «Combinando sessioni di terapia forestale condotte da psicologi professionisti con tecniche avanzate di statistica abbiamo potuto dimostrare che, in certe condizioni, l’aria della foresta è davvero terapeutica: un traguardo importante per la progressiva adozione di pratiche sanitarie verdi», afferma Federica Zabini responsabile CNR del progetto, e supervisore della ricerca. Lo studio è pubblicato sull’International Journal of Environmental Research and Public Health.

C’è bisogno di un incontro

852 C’è bisogno di un incontro

Con lo psichiatra Peppe dell’Acqua, che negli anni 70 lavorava a Trieste con Basaglia, continuiamo a riflettere sull’omicidio della psichiatra Barbara Capovani e sulla possibilità di ridurre il rischio di situazioni così tragiche.

Le prime parole di Peppe Dell’Acqua testimoniano il suo sgomento e dolore per la morte della psichiatra, ma anche la sua vicinanza a chi oggi lavora nei centri di salute mentale, dove, dice, è così difficile trovare “spazio per l’incontro con l’altro”
“La morte di Barbara mi ha fatto pensare a quali sono le passioni, le fatiche, le sopportazioni dei giovani colleghi nell’affrontare questo lavoro. Un lavoro meraviglioso, che ricompenserebbe molto il nostro impegno ma che nel corso degli ultimi 20 anni rende faticoso l’esserci, rende faticoso lo stare in qualsiasi luogo insieme all’altro. L’esserci e il comprendere l’altro diventa sempre più difficile.

Come si fa a evitare quello che è successo? “Il rischio può essere ridotto al massimo, sempre che le amministrazioni regionali, le accademie, le risorse vengano ripensate. Ci sono servizi che potrebbero funzionare bene con 10 persone ma riescono a stare appena appena in piedi, e quindi male, con 3 o 4 persone”.
Dell’Acqua continua a ragionare sullo stato dei servizi di salute mentale oggi. “Ci sono giovani che, appena formati dalle accademie, vengono catapultati nei servizi di Diagnosi e Cura, con una formazione solo teorica; non hanno mai avuto la possibilità di cogliere il senso del rapporto e dell’incontro con l’altro, del lavoro nel territorio, nei centri di salute mentale”.

Dopo la nostra lunga chiacchierata con Peppe dell’Acqua, vogliamo darvi un consiglio di lettura ricordando uno dei suoi libri, che è stato molto letto dai famigliari di persone con disturbi psichici, e che vale la pena di tornare a leggere: “Fuori come va? Famiglia e persone con schizofrenia – Manuale per un uso ottimistico delle cure e dei sevizi”. Si tratta di un libro prezioso, perché evita le astrazioni e offre aiuto, per mezzo di consigli, alle famiglie in cui c’è una persona che sta male. 

Recovery per tutti: diventare “studenti del proprio benessere”

851 Recovery per tutti: diventare “studenti del proprio benessere”

Psicoradio riflette sulla tragedia dell’uccisione della psichiatra Barbara Capovani, parlando con Gisella Trincas, presidente dell’Unasam, che raccoglie più di 70 associazioni di familiari di persone con disturbi psichici. Trincas ci parla della deriva che sta prendendo la psichiatria, e fa l’esempio di un paese sardo dove c’è una sola psichiatra per 2.500 persone.

”Non c’è psichiatria senza incontro con il paziente”: Anche lo psichiatra Eugenio Borgna dichiara la necessità di una cura che non si affidi solo ai farmaci ma possa basarsi sulla conoscenza profonda del paziente e cerchi, “con un tentativo a volte disperato, e che può fallire, di intuire cosa c’è e cosa si muove negli abissi del cuore umano.”
Nelle prossime puntate cercheremo risposte ad una domanda che in questi giorni torna spesso ad occupa le nostre menti: cosa si può fare, cosa è giusto fare, quando una persona non vuole curarsi, ma questo rischia di renderla pericolosa a sé e agli altri?


Psicoradio è stata alla presentazione del progetto “Recovery college: la citta come sistema di opportunità per la salute mentale come bene comune”, tenuta a Bologna il 3 maggio, e voluta in particolare dal dott. Fabio Lucchi, direttore del Dipartimento di Salute Mentale di Bologna
Non è semplice descrivere brevemente il concetto di Recovery, che non si applica solo al persone con disturbi psichici; l’idea di base è che ciascuno di noi può diventare “studente del proprio benessere” , crescere in competenza e consapevolezza, attraverso percorsi formativi di gruppo, “per maturare consapevolezze e azioni concrete , utili nei singoli e diversi percorsi di vita di ciascuno” spiega il dott. Lucchi. Questo progetto di miglioramento della vita delle persone deve coinvolgere tutta la città: le associazioni, le cooperative, i servizi. L’obiettivo è motivare le persone ad attivarsi ed aiutare anche i più fragili ad avere maggiore consapevolezza delle proprie capacità e desideri, e una vita più ricca possibilmente anche attraverso un lavoro. Il processo che porta alla Recovery, sostiene il dott. Lucchi, “deve nascere dal singolo, che può essere stimolato dall’ambiente, da amici, famigliari ma deve partire dall’individuo”. 

Per approfondire il tema della Recovery, l’8 maggio a Bologna si tiene il convegno “La città come sistema di opportunità per la salute mentale” promosso da UniBo, Ausl Bologna, Comune di Bologna e Città Metropolitana, con la partecipazione di esperti nazionali e internazionali, associazioni che si interessano all’ integrazione nel lavoro per i soggetti più fragili, operatori della salute mentale
Il programma sul sito https://site.unibo.it/ci-vuole-una-citta/it/agenda/convegno-benessere-bene-comune

La scuola del futuro come la vorresti?

“Studenti del Liceo linguistico “Leonardo da VInci” di Potenza, impegnati in un’attività formativa su Wikipedia”. Autore: Luigi Catalani. L’immagine è stata ridotta rispetto all’originale. Licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
850 La scuola del futuro come la vorresti?

In apertura la direttrice di Psicoradio fa una breve riflessione sull’uccisione della psichiatra Barbara Capovani da parte di un suo ex paziente, una morte che ha notevolmente colpito l’opinione pubblica e anche la redazione. Psicoradio dedicherà prossimamente una puntata all’accaduto, intervistando psichiatri e psicoanalisti che possono aiutarci a riflettere su una vicenda così complessa.

Poi torniamo a dare voce a Edoardo, Filippo, Miriam, Ada, Emma, Bianca, Sibilla e Leonardo, studenti liceali che ci sono venuti a trovare a Psicoradio. Nella puntata precedente ci avevano raccontato le loro sofferenze psicologiche, questa volta con loro parliamo della scuola che vorrebbero. “Una scuola che non sia solo studio oppure una scuola che torni ad essere solo una parte della vita”, ad esempio, è il primo desiderio che esprimono. E ancora: “La scuola che vorrei dovrebbe concentrarsi sul nostro futuro, non sul passato. Penso a una formazione su come essere cittadini responsabili, su come agire una volta usciti da scuola, come pagare delle tasse o prendere un prestito in banca. Cose che non ci vengono insegnate.” C’è chi invece esprime un bisogno di informazione su un argomento fondamentale nell’età dell’adolescenza. “Vorrei una scuola che affrontasse il tema della educazione sessuale anche perché questa è l’età in cui i giovani fanno delle scoperte in questo ambito”. 

Chiudiamo la puntata con uno psicoappuntamento dedicato alla Compagnia teatrale di Arte e Salute, diretta da Nanni Garella, in scena dal 18 aprile al 7 maggio all’Arena del Sole di Bologna con “Porcile”, di Pier Paolo Pasolini. 
Un’opera dura, una tragedia, scritta alla fine degli anni 60, che racconta l’impossibilità di dissentire in un mondo ormai dominato dall’omologazione. Ce ne ha parlato Filippo Montorsi, uno degli attori in scena, ex redattore di Psicoradio. La Compagnia è nata nel 2000 ed è formata da persone in cura presso i Servizi di Salute mentale di Bologna.

Mal di scuola

“Student in class” (riduzione). Autore: Tulane Public Relations. Licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic
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Verso la fine di Marzo 2023 gli studenti e le studentesse di alcuni licei hanno dato inizio a una serie di occupazioni. Tra i motivi della protesta, per la prima volta, si è parlato anche di una mancanza di aiuto da parte degli istituti nei confronti della salute mentale degli studenti: “Noi non vogliamo incolpare nessuno ma non ci sentiamo capiti al 100% all’interno dell’ambiente scolastico, né dai professori, né dal contesto”. Nelle classi sono aumentati notevolmente gli attacchi di panico che vengono gestiti sia dai professori che dagli stessi compagni come eventi quotidiani senza che nessuno li aiuti.

“Tutti quanti hanno dei momenti di calo, anche di rabbia, ansia e agitazione, per cui dovrebbero poter uscire a prendere una boccata d’aria senza che vengano criticati dalla classe”. Alcuni giovani studenti provenienti da vari licei bolognesi, il Fermi, il Minghetti, il Laura Bassi e il Sabin, sono venuti personalmente nella redazione di Psicoradio per raccontare come le loro scuole sono organizzate nei confronti della salute mentale, aggiungendo poi alcuni aneddoti che loro o i loro compagni hanno vissuto al riguardo. Una delle ragazze racconta che, quando andava dallo psicologo della sua scuola: “ogni volta che io provavo a parlare di questioni interne a me mi diceva ‘Magari devi cambiare scuola, magari devi cambiare classe’. Non mi ha messo a mio agio nel parlare delle mie cose”.

Nei licei gli psicologi scarseggiano, i tempi di attesa sono molto lunghi, i colloqui molto brevi e senza un vero aiuto preventivo per gli studenti. Chi può permetterselo chiede aiuto all’esterno.

La doppia faccia del bullismo

Autore: Adda Garrido. Licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported
848 La doppia faccia del bullismo

“Ogni caduta erano risate e io quelle risate me le porto ancora dentro e per un periodo della mia vita ne ho fatto l’unico giudizio che gli altri potessero avere di me”. I segni che il bullismo lascia nei ragazzi e nelle ragazze che lo hanno vissuto restano a lungo e si trasformano nel tempo. Possono anche diventare l’oggetto di rielaborazioni complesse. Psicoradio ripropone alcune testimonianze a cui si aggiunge la riflessione di un redattore: “A volte chi riceve umiliazioni, si trasformerà in un aggressore”.

I media in questo periodo raccontano la sofferenza delle giovani generazioni a tutto tondo. Il bullismo resta uno degli aspetti del fenomeno, chi lo subisce perchè “diverso”, perchè non rientra in qualche modo negli standard imposti, si sentirà immerso sempre di più nella solitudine. “Avevo talmente tanta vergogna che pensavo di essere sbagliato io, di non avere il diritto di chiedere aiuto a qualcuno, perché sei tu che stai facendo qualcosa di sbagliato, ti devi solo vergognare”.

Rinascere a Pasqua

847 Rinascere a Pasqua

Per augurare buona Pasqua alle psicoascoltatrici e agli psicoascoltatori abbiamo creato un mix di voci, racconti, dediche musicali, pensieri di redattori e redattrici di Psicoradio di diverse epoche. Gli anni passano e le vite cambiano. C’è chi a quel tempo era costretto a trascorrere la Pasqua da solo ed ora invece fortunatamente le passa in ottima compagnia ed anche qualcuno che purtroppo non c’è più ma rimane sempre nei nostri cuori.

In apertura i gustosi suggerimenti culinari di due critici gastronomici: i gamberoni rossi siciliani crudi con olio di Edoardo Raspelli e il brasato al vino rosso suggerito da Allan Bay. Come si fa a resistere a certe ricette?! Molti hanno scelto canzoni particolari che gli ricordano la Pasqua e in generale l’idea di rinascita che la primavera porta con sé in dote: alcune sono romantiche, altre rock ma tutte hanno una motivazione particolare. Alcune sono addirittura comiche: ad esempio un irresistibile Diego Abatantuono nel film “I fichissimi” reinterpreta a modo suo la celebre canzone di Riccardo Cocciante “Cervo a primavera”. Scena divertentissima!

E poi, dulcis in fundo, le associazioni libere di parole di personaggi celebri intervistati da Psicoradio, di cui qui non vi sveliamo il nome… scopriteli da voi, buon ascolto!

Cara famiglia, che effetto ti fa la mia malattia?

Autore: Eric Ward. Licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic
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Quando arriva la malattia, come reagisce la famiglia? E come cambiano i rapporti? Questa domanda è nata ascoltando Giorgio Boatti, autore del libro “Abbassa il cielo e scendi“, a cui abbiamo già dedicato una puntata, che racconta la storia del fratello Bruno, affetto da schizofrenia, e del loro rapporto travagliato.

È un tema centrale nella vita delle persone, anche per i redattori di Psicoradio. Abbiamo voluto mescolare storie delle redazioni di oggi e di ieri, perchè il legame tra malattia e famiglia è sempre stato fonte di riflessione.
“Tra gli insegnanti c’era chi diceva che stavo bene, chi diceva che avevo soltanto un deficit d’attenzione, chi che avevo problemi comportamentali (…) si era creato uno stato di confusione, di tensione talmente grande che erano più le volte che finivamo per discutere, in famiglia (…) mia madre si preoccupava per me, voleva che avessi un futuro “normale”, ma era umana pure lei, non poteva trattenere tutto quello che aveva dentro (…) poi delle persone hanno cominciato a darci delle vere risposte, a prendersi a cuore la mia situazione (…) in famiglia ora c’è più comprensione, comunicazione e speranza”.

Comunicazione e comprensione. Quello che manca nella storia di un altro redattore.
“Prima della malattia, quando studiavo, i miei genitori mi davano tutto ciò che si può avere con i soldi. Da quando ho perso la voglia, il desiderio di studiare, i miei genitori sono cambiati radicalmente. Loro continuano a sostenere che non è stato a causa della mia malattia, ma se chiedo perchè sono cambiati, non rispondono”.

Il tempo che passa può cambiare le cose. “Adesso che ho quasi 50 anni e i miei genitori che ho amato e odiato non ci sono più, per cercare di perdonarli mi sono dovuta specchiare in loro e mi sono detta: se avessi avuto una figlia come me cosa avrei fatto? … Una figlia che si ammala un genitore lo vive come un proprio fallimento. Forse al loro posto non sarei stata molto diversa”.

Le storie che ascoltate nella puntata sono quelle vissute dai redattori, ma sappiamo che ognuno di noi ci si può riconoscere, almeno in qualche parte.