Ora che orribili immagini di un’altra guerra giungono da Israele e dalla Striscia di Gaza, abbiamo deciso di riproporvi una puntata che avevamo preparato e mandato in onda un anno e mezzo fa, quando l’esercito russo invase l’Ucraina: parla un linguaggio universale, quello della poesia, che purtroppo è tragicamente adatto ad ogni guerra, in ogni epoca e luogo.
La guerra che verrà / Non è la prima / Prima ci sono state altre guerre. / Alla fine dell’ultima c’erano vincitori e vinti. / Fra i vinti la povera gente faceva la fame. / Fra i vincitori faceva la fame la povera gente egualmente.” (Bertolt Brecht – La guerra che verrà)
Psicoradio parla di guerra ma tralasciando per un po’ la rincorsa frenetica della cronaca, con le parole profonde della poesia. Iniziamo con quelle antichissime e rabbiose di Enheduanna, una sacerdotessa di Sumer, la terra che oggi è l’Iraq, che qualche migliaio di anni prima di Cristo racconta la guerra senza nessun fascino epico, eroico: Sei sangue che scorre giù da una montagna / Spirito di odio, avidità e rabbia
Anche Omero non nasconde gli aspetti più reali e dolorosi, quando nell’Iliade scrive di una guerra che distrugge “le anime dei grandi combattente” e “trasformò i loro corpi in carogne / feste per cani e uccelli”. E tante altre poesie. Da quelle note di Ungaretti, che sa bene di cosa scrive, perché, soldato semplice, ha tremato nelle trincee della prima guerra mondiale, a Ingeborg Bachmann, che racconta l’orrore quotidiano: “La guerra non viene più dichiarata, / prosegue. L’inaudito / è divenuto quotidiano”.”
Wislawa Szymborska, invece, con la sua “La fine e l’inizio” ricorda che le guerre, in realtà, non finiscono con la fine dei combattimenti- anche se ferite, perdite, lutti strazianti, distruzioni non sono più sotto gli occhi di tutti, perché, scrive “Tutte le telecamere sono già partite / per un’altra guerra.”. Perché, possiamo dire, quel dolore ha già smesso di far notizia. Tra una poesia e l’altra, le canzoni che hanno cercato modi diversi per parlarci dell’orrore, dell’assurdità della guerra.
Sono venuti a trovarci Placide Konan, Poetra Asantewa, Le duo Zeinixx & Sall Ngaary, Xabiso Vili Poetry, a Bologna per la seconda tappa del tour “Parole in folle”, organizzato da Voci Globali.
874: Nulla, 16 storie vere. Intervista a Marcello Fois
Puntata a cura di Claudio Nappi e Cristina Lasagni Montaggio di Roberta Cristofori
Abbiamo intervistato lo scrittore Marcello Fois che molti anni fa, nel 1998, in uno dei suoi primi libri ha raccontato le storie di 16 persone, diverse per età, sesso, situazione sociale. Hanno però una cosa in comune: si sono tutte tolte la vita. Il libro è intitolato “Nulla”, e per quanto trattate letterariamente, le storie sono vere, si basano su eventi realmente accaduti a persone che lo scrittore ha conosciuto; molte erano anche sue amiche. Anche il titolo, “Nulla”, ha a che fare con il suicidio: Fois ha ricorda la discussione con un’amica, che cercava di spiegargli perché era così tentata dall’idea di togliersi la vita, tanto da non averne nessuna paura: “Una volta lei mi disse: ‘Io non ricordo nulla della mia pre-nascita, quindi non posso avere nessuna paura della morte. Del resto chi se ne ricorda? Tu ce l’hai un ricordo di quel periodo?’, mi chiese. Io le risposi di no e lei concluse: ‘Perché non c’era nulla prima. Quindi, male che vada, si ritornerà al nulla’. La scelta di togliersi la vita non è però accettata nella nostra cultura: Fois sostiene che le persone più vicine spesso ricorrono ad alibi che giustifichino l’accaduto, quasi a voler difendere l’immagine della famiglia. C’è chi cerca di nascondere il suicidio dietro alla possibilità di un incidente “non stava bene, magari è caduta”; altri tentano di far apparire la vittima come “molto esaurita”.
“Oggi un suicidio è diventato una specie di debito della società, in automatico. Non c’e più la responsabilità nemmeno del proprio suicidio” sostiene Fois, che conclude l’intervista riflettendo su uno dei casi più drammatici rievocato nel suo libro. La voce narrante è quella di un padre vedovo, rimasto solo con la figlia tossicodipendente, che diventa quindi la “vittima” di tutte quelle dolorose e odiose vicende che quasi sempre accompagnano la dipendenza. Dopo anni in cui sopporta i furti, serate passate in Questura, continue promesse disattese, il padre decide di farla ricoverare in un centro per tossicodipendenti. Nell’arco di poche ore da questa notizia, la ragazza si suicida, aggiungendo un’ultima enorme sofferenza al padre. “Non vorrei usare parole forti, però è una stronza” commenta Marcello Fois.
Abbiamo chiesto un parere a Claudio, un redattore di Psicoradio che ha esperienze molto vicine al tema del libro “Nulla”. “Sono il fratello di una persona che si è tolta la vita (…). Allora come oggi, mi sento di stare sempre dalla parte di chi si è tolto la vita. In parte immagino, in parte ho provato io stesso forti sensazioni e desiderio di autodistruzione, che mi hanno fatto capire chiaramente come in quei momenti si viva una sensazione di annullamento. (…) Non si ha neanche la forza di pensare a chi resta. L’inevitabile sofferenza che viene provocata nelle persone che restano, non è una mancanza di rispetto di chi si toglie la vita. Capisco quello che dice Marcello Fois, non lo condivido, ma lo capisco, e mi ha fatto anche riflettere. Resto comunque sempre dalla parte di chi si toglie la vita”.
Quando non ci sono più parole, quando sembra di sentire il vuoto, il nulla, Psicoradio si è spesso rivolta alla poesia. In questa puntata sentirete due brani di poesie che parlano di guerra. È un’anticipazione della prossima, interamente dedicata alle atrocità della guerra attraverso poesie e canzoni.
873Recovery: la ricerca mai terminata di ciò che fa stare meglio
Da qualche tempo una misteriosa parola si aggira per stanze e corridoi del Dipartimento di Salute mentale di Bologna: è la “Recovery”. Però siamo sicuri che poche persone potrebbero davvero spiegare cosa significhi questo termine, in particolare quando parliamo di salute mentale. Proprio facendo il punto su questo metodo Bologna celebrerà il 10 ottobre, la Giornata mondiale della salute mentale, con un convegno a cui parteciperanno anche esperti internazionali di Recovery. E allora ne approfittiamo per cercare di capire qualcosa di più insieme a Fabio Lucchi, direttore del Dipartimento di Salute Mentale e Dipendenze Patologiche di Bologna, e ad un gruppetto di redattrici e redattori di Psicoradio, che ci dicono come la immaginano. Anzi, cominciamo proprio da loro.
Di fronte ad una domanda improvvisa, Gino ammette di non avere la più pallida idea di cosa significhi “recovery”; poi però, davanti ad un microfono, osa una bella definizione: il suono della parola gli evoca un “recupero”, un cambiamento che non smette mai. Per Lucia recovery è un cammino di guarigione: si parte da ciò che si è e si va verso quello che si desidera essere. Anche Barbara parla di un processo di guarigione, quando cominci a non essere sempre angosciata, ti viene voglia di uscire, di camminare, e magari anche di cucinare, visto che lei è una artista dei tortellini!
Dario immagina la recovery come una faticosa risalita: come quando in montagna si scivola indietro, e si deve ripartire tutti ammaccati e graffiati, sapendo che si farà molta più fatica di prima.
L’offerta di tante diverse opportunità, perché chi ha una sofferenza psichica (ma non solo) scelga e sperimenti luoghi, contesti e attività che possono aiutarla/o a stare meglio: Claudio crede fermamente che il miglioramento passi per la scoperta di ciò che ciascuno desidera, e per la possibilità e volontà di raggiungerlo.
Per il direttore del D.S.M. Fabio Lucchi la recovery è un percorso di cambiamento in cui tutti siamo coinvolti. “La prospettiva del cambiamento è connaturata in ognuno di noi. Il movimento della recovery ci propone una scommessa: quella che, nel momento in cui questo processo si attiva e ne siamo più consapevoli, questo si traduce in un miglioramento complessivo della nostra salute indipendentemente dal fatto di avere ancora difficoltà di tipo psicologico, sintomi psichiatrici attivi oppure no. In questo sta il messaggio universale di questa prospettiva del cambiamento chiamata recovery.”
Abbiamo chiesto al dott. Lucchi un esempio concreto di cosa questo significhi per i servizi territoriali: “Nel momento in cui i servizi a Bologna valorizzano il contributo dei singoli utenti nella definizione del loro progetto di cura, già questo è un passo molto importante di un servizio orientato alla recovery”.
E adesso, uno sguardo su alcuni dei tanti eventi che, come ogni anno, in occasione del 10 ottobre vengono organizzati in tutta Italia
A Torino protagonista è la casa, con il convegno “Percorsi di inclusione sociale: residenzialità, semiresidenzialità e sostegno domiciliare”. Gli interventi della giornata indagheranno il ruolo dei percorsi territoriali e dell’inclusione sociale per le persone con disagio psichico.
A Milano si ripeterà per il secondo anno l’iniziativa Milano4mentalhealth, che si svolgerà durante tutto il mese di ottobre. Il Comune chiama a raccolta le realtà associative, istituzionali, sanitarie e imprenditoriali della città per superare lo stigma che ancora colpisce chi vive una condizione di fragilità o di patologia mentale.
L’ASL Roma 2 organizza dal 3 al 10 ottobre RO.MENS, un festival di promozione e di prevenzione della salute mentale. Anche in questo caso l’obiettivo è quello di facilitare i processi di inclusione e di combattere pregiudizi e stigma nei confronti delle persone con grave disagio mentale, anche consentendo di conoscere i servizi pubblici del Dipartimento di Salute Mentale. In questa seconda edizione una particolare attenzione è rivolta alla promozione degli inserimenti al lavoro. Il Festival si concluderà martedì 10 ottobre al Campidoglio con interventi, tavole rotonde, presentazioni da parte di esperti della salute mentale, della comunicazione e diverse altre discipline.
E chiudiamo con Bologna: “Perché ci vuole una città” è un’occasione per chi vuole mettersi in un gioco e cerca una prospettiva di cambiamento: utenti dei servizi, operatori, cittadini. La due giorni è organizzata dal Dipartimento di Salute mentale in collaborazione con l’Alma Mater. Il 10 ottobre alla Casa di Quartiere Katia Bertasici sarà un confronto sulle pratiche comunitarie orientate alla recovery insieme a ospiti internazionali, seguito da workshop aperti a operatori dei servizi, utenti, famigliari, caregivers, cittadini interessati.
L’11 ottobre l’appuntamento è dedicato al benessere e la salute mentale dei giovani, coinvolgendo in laboratori studenti delle scuole medie.
“Le ultime settimane di vita mio fratello le ha passate legato a un letto. Mi gridava ‘prendi le forbici e liberami! Perché non lo fai? Sei un coniglio!’ E io mi vergogno di non essere andato lì ogni giorno a chiedere ai responsabili: ‘Ma è proprio necessario fare questo?“
Nel suo ultimo libro “Abbassa il cielo e scendi” Giorgio Boatti, giornalista e scrittore, racconta il rapporto col fratello Bruno, a cui era stata diagnosticata una schizofrenia. In questa puntata lo scrittore racconta a Psicoradio con grande sincerità molti momenti di questa lunga relazione, anche quelli forse per lui più difficili da ricordare e raccontare. Per esempio, la sua incapacità di intervenire per cercare di evitare al fratello lunghi periodi di contenzione.
Attraverso questa narrazione Boatti vuole restituire senso alla vita di Bruno: “Pur essendo costruita su un’esperienza che è fatta di molto dolore, di molte ferite, di molte sventure, non vuol essere una storia che si arrende, non vuol essere solo una storia di una malattia; è una storia di una vita che nonostante tutto è stata piena”.
“Non sapevo, non immaginavo cosa significasse davvero essere fratelli. Lo eravamo per l’anagrafe, lo eravamo perché eravamo figli degli stessi genitori, ma diventare fratelli è stato un cammino estremamente lungo e secondo me lo siamo diventati solamente nell’ultimissima fase della vita di Bruno”.
In carcere c’è solitudine, sofferenza, ma anche storie e a volte poesia. A Bologna, nel carcere della Dozza , da alcuni anni un progetto di comunicazione attraverso la radio e i video vuole costruire e mantenere aperto un ponte tra chi vive dentro e chi vive fuori. In questa puntata Antonella Cortese, caporedattrice di Eduradio&TV, ci spiega il percorso con le persone detenute e ci invita all’evento che si terrà a Bologna il 26 settembre in Piazza Lucio Dalla: “Un ponte tra carcere e città”. Sarà una giornata di confronto e di festa che ha lo scopo di incrementare ulteriormente la cooperazione tra città e istituzioni penitenziarie. Ci saranno ospiti speciali, un aperitivo con la brigata del Pratello, teatro e musica.
Nel corso della puntata torniamo su un argomento caro a Psicoradio, il pregiudizio nei confronti delle persone che vivono sofferenze psichiche. Ma ci sono pregiudizi anche tra gli operatori del settore? Annalisa, educatrice che lavora all’interno del Dipartimento di salute mentale di Bologna e da molti anni anche a Psicoradio, riflette spesso sul pregiudizio soprattutto personale. “Avevo dei pregiudizi all’inizio della mia carriera, quando lavoravo in un centro Diagnosi e cura.” Anche lei si è confrontata con la sua paura, frutto di stereotipi ancora diffusi.
Molteplici i temi e gli argomenti delle puntate dell’estate 2023 di Psicoradio. Continuate a seguirci e ad ascoltarci anche nei mesi più caldi! Questa pagina verrà aggiornata costantemente con le nuove puntate… buon ascolto!
862Tom Harrell: un grande trombettista863 Il corpo rimosso: alimentazione e salute mentale864Una mente inquieta: il disturbo bipolare nel testo di Kay Redfield Jamison865 In viaggio con Alice: un ricordo di Valeria Frabetti866Il carnevale degli animali867Dreamscapes: i paesaggi sonori da sogno di Emiliano Battistini868 Abbassa il cielo e scendi: intervista a Giorgio Boatti869Arte, un lavoro sulla fragilità del vivere870In barca a vela
Lo scrittoreMarcello Fois è venuto a trovarci. Lo abbiamo invitato a confrontarsi con noi su un testo che scrisse molti anni fa: Nulla. Tra le sue prime parole, il motivo per cui al centro dei sedici racconti di cui si compone il libro c’è sempre un tema: il suicidio. Ci parla di un argomento così doloroso, così difficile da spiegare che spesso si tende a nascondere, per vergogna, per la sofferenza che si porta dietro, ma di cui è importante parlare. Vi proponiamo in questa puntata un passaggio dell’intera intervista che potrete ascoltare prossimamente.
Continuiamo poi con le proposte culturali dei redattori e delle redattrici di Psicoradio. Beatrice ci parla del suo rapper preferito: Murubutu. Un artista un po’ atipico, visto il genere: è un professore di storia e filosofia di un liceo di Reggio Emilia. La sua musica viene definita “rap di ispirazione letteraria” perché mette in musica fatti storico-letterari: Divina Commedia, mitologia greca, poesia ma anche storie di vita… Beatrice ci porta come esempi “Dafne sa contare”, “Mara e il Maestrale” e… “Beatrice” di ispirazione dantesca. Il suo stile poliedrico secondo Beatrice lo differenzia dagli altri rapper italiani e lo rende fruibile a persone di tutte le età, a patto che si vada oltre alcuni stereotipi e pregiudizi contro il rap.
Rosanna ci fa conoscere David LaChapelle, un fotografo di cui ha visitato di recente una mostra a Milano. La nostra redattrice ci guida lungo le opere esposte, video installazioni e foto, modificate dallo stesso artista, di paesaggi e nature morte. Non potendo mostrare via radio le opere di LaChapelle, Rosanna ha deciso di leggere una poesia dell’artista che secondo lei ne racchiude il pensiero.
Lorenzo ci parla del film Rapito di Marco Bellocchio, uscito a maggio nelle sale italiane. Racconta la storia vera di una famiglia ebrea della Bologna del XIX secolo a cui viene sequestrato il figlio dopo essere stato battezzato di nascosto da una domestica cristiana. Il piccolo viene affidato al papa, contro la volontà dei genitori. Il bambino vivrà tutto ciò come un trauma che creerà una faglia tra il suo essere cristiano o essere e vivere da ebreo e il caso avrà risonanza sin dall’altro lato dell’oceano. Bellocchio affronta questi temi delicati con uno sguardo laico, cosa molto apprezzata da Lorenzo che si rivede un po’ in quel bambino: come tanti altri in Italia gli è stata imposta la religione cattolica senza poter scegliere.
Qui potete ascoltare una decina di minuti di contenuti extra che non hanno trovato spazio nelle tre puntate di Storia della mia cura, una trasmissione prodotta da Psicoradio, a cura di Lorenzo Albini, M. Cristina Lasagni e Mariangela Pierantozzi, per raccontare una lunga cura, non ancora terminata, che è riuscita (anche) a far tacere cattive voci interiori. Una storia che può aiutare molte ascoltatrici e ascoltatori.
Ad un certo punto della sua vita, a Lorenzo viene a mancare la terra sotto i piedi. Quando comincia a sentire voci cattive e minacciose, tutto quello che prima era normale diventa difficile, impossibile: studiare, lavorare, avere una vita sociale… Finché il padre si rende conto della sua sofferenza e gli propone di incontrare una dottoressa, la psichiatra e psicanalista Mariangela Pierantozzi. Inizia così un percorso che dura da venti anni e prosegue ancora oggi, con Lorenzo redattore a Psicoradio. Questa è, insomma, la storia di una cura.
È una storia un po’ speciale. Sono infatti molti i testi in cui uno psicoterapeuta racconta un caso clinico, ma sono davvero rare le storie che, come in questa trasmissione, sono raccontate a due voci: la voce di chi cura e quella di chi è curato. Questa è anche la storia di una straordinaria alleanza terapeutica: Lorenzo non si è mai arreso al suo male, ha cercato di capirne le radici e combatterlo, ha voluto con forza “guarire” e non ha mai mancato una seduta; la sua dottoressa non ha mai smesso di credere nella possibilità che Lorenzo potesse cambiare e stare meglio.
In questo programma, Lorenzo e la dottoressa Pierantozzi indagano i passaggi più importanti di una lotta non ancora terminata. Tra questi, nove anni fa, l’ingresso di Lorenzo a Psicoradio proprio su suggerimento della sua terapeuta, che cercava di ampliare la vita sociale e culturale del suo paziente. Ed è a Psicoradio che finalmente Lorenzo smette di sentire le voci, anche se la sua battaglia per una vita migliore non è ancora terminata. La dottoressa Pierantozzi ci fa entrare nel mondo difficile e straordinario della cura psichica, e spiega come una persona e la sua famiglia possano riconoscere i primi campanelli di allarme, in modo da intervenire subito. Perché, nei disturbi psichici, diagnosi e cura precoce sono importantissimi e possono evitare anni di sofferenza. Per questo è molto importante parlarne.
Questa storia fa riflettere su cosa significhi oggi curare ed essere curati, soprattutto quando si tratta di un disturbo psichico: misterioso, invisibile, inquietante. Per i romani la parola latina “cura” indicava sollecitudine, preoccupazione per qualcuno. Oggi, invece, anziché momento di vicinanza e attenzione, la cura si è trasformata sempre più spesso in prescrizione di farmaci fatta guardando un monitor; invece di accogliere, troppo spesso rischia di respingere o far paura.
Per questo sono tantissime le persone che fingono di non accorgersi che qualcosa non va nel loro equilibrio psichico, o in quello dei loro familiari. Persone che, pur stando male, hanno una paura ancora più grande: cosa succederà se entreranno nel circuito della psichiatria? Rimarranno in balia di psicofarmaci che rischiano di cambiare il corpo e la mente? E se si tratta di una psicoterapia, vedranno smantellate una dopo l’altra le difese faticosamente costruite per mantenere un equilibrio e resteranno nude, esposte nella propria sofferenza? Però, una cura vera non assomiglia a niente di tutto questo, anzi, è piuttosto il contrario. Una cura vera è un incontro, e non bastano i farmaci, ha bisogno di molto di più: ci vogliono tempo, attenzione, generosità, coraggio e un mondo intorno fatto anche di lavoro, amicizie, cultura…
Questa settimana due redattori di Psicoradio, Dario e Claudio, consigliano agli psicoascoltatori un film, Paprika – Sognando un sogno, e un libro, Il gabbiano Jonathan Livingston, da recuperare magari nelle calde serate estive.
Dario presenta il film “Paprika – Sognando un sogno” di Satoshi Kon, con le musiche di Susumu Hirasawa. Il film, che si dice abbia ispirato Christopher Nolan per il suo Inception, racconta come in un futuro prossimo vengano inventate le DC mini, macchine tramite le quali si può entrare nei sogni altrui. Le macchine dovrebbero essere usate come dispositivi medici da parte degli psichiatri, ma alcuni malintenzionati se ne appropriano e seminano il caos: disturbano i sogni altrui, fanno sognare persone sveglie, provocando così stati allucinatori. Gli antagonisti si spingono fino a far convergere tutti i sogni dei cittadini in una enorme parata onirica. Ce la faranno la rigida dottoressa Chiba e il suo alter ego Paprika a fermare la parata e svegliare tutti?
E per chi preferisce leggere un bel libro sotto l’ombrellone? Claudio presenta il libro “Il gabbiano Jonathan Livingston” scritto da Richard Bach. Il libro racconta la vita del gabbiano e della sua immensa passione per il volo. Mentre gli altri uccelli volano solo per procurarsi il cibo e raggiungere un luogo sicuro, Jonathan lo fa solo per il piacere di librarsi nel cielo compiendo acrobazie. Ma questa sua passione viene malvista dai gabbiani del suo stormo, che lo cacciano, esiliandolo. Jonathan incontra altri gabbiani come lui che gli insegnano tecniche sempre più avanzate. Poi diventa a sua volta un maestro e raccoglie intorno a sè giovani allievi. Quando Jonathan dovrà lasciarli per raggiungere un piano superiore, saranno loro a portare avanti i suoi insegnamenti. Così il ciclo continuerà a ripetersi.
L’immagine che ci ha accompagnato in tutte le puntate rappresenta una tazza da tè giapponese riparata secondo l’arte antica del Kintsukuroi, con lacca e oro, che trasforma le crepe in un prezioso disegno. Così, una ferita riparata con sapere e cura rende unico e irriproducibile l’oggetto.
A cura di Lorenzo Albini M. Cristina Lasagni Mariangela Pierantozzi
Con “Storia della mia cura” vi abbiamo raccontato in tre puntate (+ 1) come è stato affrontato, durante molti anni, un disturbo psichico difficile e invadente. La vera novità è che a parlarne non c’è solo una persona esperta: in dialogo con la nostra direttrice Cristina Lasagni ci sono entrambi i protagonisti: Lorenzo, il “paziente” impaziente di guarire, e la sua dottoressa, Mariangela Pierantozzi, psichiatra e psicanalista – con molta pazienza! Ma “Storia della mia cura” non è proprio finita qui! Gli ascoltatori e le ascoltatrici più appassionate potranno ascoltare anche una mini puntata extra, disponibile sul sito di Psicoradio a partire dalla prima settimana di luglio, che raccoglierà le risposte di Lorenzo e della dottoressa Pierantozzi a due domande che ci vengono fatte molto spesso.
“La dottoressa Pierantozzi mi ha fatto ascoltare qualche puntata. Non sapevo nulla di Psicoradio; però mi piacevano molto le tavole rotonde tra redattori. Mi sono detto ‘proviamo’. E mi ricordo ancora la prima riunione di redazione: affollata, un gran mal di testa”. Così è iniziato il percorso di Lorenzo dentro la redazione di Psicoradio, un percorso che prosegue ancora dopo 9 anni (senza più mal di testa!). Nella terza puntata di “Storia della mia cura”, Lorenzo racconta come la lunga psicoterapia, ma anche Psicoradio, siano state molto importanti nel suo percorso di cura; la prima gli ha permesso di vedere le cose in maniera “reale” e non avere paura, la seconda invece gli ha dato la possibilità di sperimentarsi con un lavoro creativo, di appassionarsi a temi culturali, di frequentare molte persone e di riflettere su argomenti legati alla salutre mentale. Di vivere e crescere, insomma.
Secondo la dottoressa Pierantozzi, infatti, nella cura di patologie simili a quella di Lorenzo, l’aspetto sociale e la presenza costante della/del terapeuta divengono fondamentali. “Devi dedicare alla persona il tuo pensiero curante ” ci dice. E spiega come lei stessa abbia messo tutto questo in pratica con Lorenzo. Come? Ad esempio, condividendo momenti al di fuori delle sedute: bevendo qualche caffè al bar, e, in un’occasione, facendosi accompagnare in una città di mare dove avrebbe dovuto recarsi per lavoro.
A cura di Lorenzo Albini M. Cristina Lasagni Mariangela Pierantozzi
“Storia della mia cura” racconta in tre puntate come è stato affrontato, durante molti anni, un disturbo psichico difficile e invadente. Una vera novità è che a parlarne non sentirete solo la voce di un esperta/o: in dialogo con la nostra direttrice Cristina Lasagni ci sono entrambi i protagonisti: Lorenzo, il “paziente” impaziente di guarire, e la sua dottoressa, Mariangela Pierantozzi, psichiatra e psicanalista – con molta pazienza!
Nella seconda parte Lorenzo ricorda i primi segnali del suo malessere, quando forse ancora nessuno se ne era accorto. La dottoressa Pierantozzi, tra le tante osservazioni, ipotizza che le voci minacciose che perseguitavano e impaurivano Lorenzo fossero frutto della sua solitudine emotiva. Una difesa che lo porta a rinchiudersi in se stesso, a non parlare e reprimere le emozioni, proiettando fuori di sé quelle che non gli piacevano o non poteva esprimere. In particolare la rabbia, l’aggressività che nascevano dalla frustrazione, dal suo bisogno di essere preso in considerazione, ascoltato, non trascurato. E non riuscendo a sfogarsi con le persone che ha intorno, saranno le voci ad appropriarsi della sua rabbia rivoltandogliela contro. Lorenzo è riuscito a smettere di sentire le voci grazie alla lunga psicoterapia, e in parte grazie anche al percorso con Psicoradio.
Si tratta di un risultato importante ma purtroppo abbastanza raro. La dottoressa spiega come Lorenzo ci sia riuscito e come invece sia sempre più difficile replicare questo risultato, per motivi culturali ed economici, tra i quali i continui tagli alla psichiatria.