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Autore: Admin

Passioni come medicina

845 Passioni come medicina

“La musica mi cattura l’anima (…) in quel momento i problemi sono superati, tutto va bene”. Luigi è uno dei redattori di Psicoradio che in questa puntata raccontano le loro passioni artistiche e la funzione che hanno nella loro vita: c’è chi suona il piano e chi canta accompagnato dalla chitarra, chi scrive poesie, chi disegna. In questi momenti si esprimono emozioni e ci si consola. È possibile credere che esistano altri modi per affrontare i momenti difficili, i farmaci a volte non sono l’unica via possibile.

Continua Luigi: “Suonare un pezzo brasiliano ti fa credere che la vita almeno per quel momento è un po’ diversa da quella che in realtà è“. Ascoltiamo altri psicoredattori e psicoredattrici, come Andrea: “Suono perché mi riempie di felicità, un po’ come mangiare e bere”. Brenda invece: “Prendo il foglio come un dialogo fra me e l’altro, nei miei disegni ci sono le mie paure, le mie debolezze, le mie fragilità. Disegno sempre, ma quando sto male i lavori mi vengono meglio”. Una redattrice ci racconta: “Scrivo molto della durezza della vita (…) scrivo sempre con disperazione e rileggendo ho capito delle cose che non avrei capito, è come vedermi dall’esterno”;

Luca: “Scrivo per sentirmi bene, per distrarmi, ogni giorno scrivo una poesia”. Eccone una:
La paura
Il villano sparì nell’ombra
Era appena sorta la notte
Gli animali nascosti iniziarono a stridere
Il silenzio incombeva inquietante.

A volte sembrano poesie anche le parole contenute nel libro “Ci chiamavano matti, voci dal manicomio”, che raccoglie interviste a persone chiuse nei manicomi di Gorizia e nell’ospedale neuropsichiatrico di Arezzo tra il 1968 e il 1977. Come quelle di Milvia, al suo secondo ricovero: “L’uomo in un caos diventa un caos: l’uomo, fatto vivere come una bestia, diventa bestia.” L’autrice del libro è Anna Maria Bruzzone, ricercatrice, morta nel 2015. Il testo, aggiornato da Marica Setaro e Silvia Calamai e ripubblicato oggi dalla casa editrice il Saggiatore, viene presentato all’istituto Minguzzi di Bologna il 29 marzo.

Il libro è una straordinaria raccolta delle interviste che la ricercatrice aveva fatto e pubblicato poi in appendice alla sua tesi di laurea di specializzazione. “Per la prima volta sono i pazienti, i matti, come venivano chiamati allora, a prendere la parola e raccontare il loro passato, le loro riflessioni, le paure…” C’è Michela che teme di essere abbandonata dai genitori, che si vergognano di lei. C’è Onorina, con alle spalle dieci elettroshock, che cuce per cercare di stare meglio ed essere pronta quando tornerà a casa. 
Alla presentazione sono presenti le due curatrici del libro, Marica Setaro e Silvia Calamai, con le quali dialoga la Presidente dell’Istituzione Minguzzi, Bruna Zani, e la direttrice di Psicoradio Cristina Lasagni.

Abbassa il cielo e scendi

844 Abbassa il cielo e scendi

Le ultime settimane di vita mio fratello le ha passate legato a un letto. Mi gridava ‘prendi le forbici e liberami! Perché non lo fai? Sei un coniglio!’
E io mi vergogno di non essere andato lì ogni giorno a chiedere ai responsabili: ‘Ma è proprio necessario fare questo?

Nel suo ultimo libro “Abbassa il cielo e scendi” Giorgio Boatti, giornalista e scrittore, racconta il rapporto col fratello Bruno, a cui era stata diagnosticata una schizofrenia. 
In questa puntata lo scrittore racconta a Psicoradio con grande sincerità molti momenti di questa lunga relazione, anche quelli forse per lui più difficili da ricordare e raccontare. Per esempio, la sua incapacità di intervenire per cercare di evitare al fratello lunghi periodi di contenzione
Attraverso questa narrazione Boatti vuole restituire senso alla vita di Bruno: “Pur essendo costruita su un’esperienza che è fatta di molto dolore, di molte ferite, di molte sventure, non vuol essere una storia che si arrende, non vuol essere solo una storia di una malattia; è una storia di una vita
che nonostante tutto è stata piena”.
“Non sapevo, non immaginavo cosa significasse davvero essere fratelli. Lo eravamo per l’anagrafe, lo eravamo perché eravamo figli degli stessi genitori, ma diventare fratelli è stato un cammino estremamente lungo e secondo me lo siamo diventati solamente nell’ultimissima fase della vita di Bruno”.

PSICOAPPUNTAMENTI
PSICORADIO FA LEZIONE DI GIORNALISMO

Retoriche e contro narrazioni: raccontare la marginalità è il titolo di un seminario organizzato da Piazza Grande, al quale partecipano anche Psicoradio e la giornalista Alice Facchini, riconosciuto dall’Ordine dei Giornalisti come evento di formazione.
La redazione di Psicoradio racconterà la sua esperienza di lavoro culturale, espresso in quasi 900 puntate di lotta contro i pregiudizi, e inviterà a riflettere su come trattare in un modo corretto diverso i temi legati alla salute mentale. 
Sabato 18 marzo dalle 10:00 alle 13:00 in via dello Scalo 23 a Bologna

GUERRA E PACE SECONDO FREUD
A cura di Angela Peduto, psicoanalista, presidente dell’associazione Officina Mentis

Sabato 25 marzo dalle 17 alle 18:30 alla libreria Einaudi di Bologna, via Mascarella 11
La guerra, scriveva Freud nel 1915, distrugge l’illusione che le conquiste della civiltà siano immutabili. 
Freud si è occupato di guerra esplicitamente nel 1915 (Considerazioni attuali) e nel 1932, in uno scambio di lettere con Einstein, ma in realtà tutta la sua opera non può essere dissociata dai tragici eventi che hanno segnato il Novecento. Freud infatti è sfuggito ai i campi di concentramento, ma ha vissuto la carneficina della Prima Guerra Mondiale, la prima guerra di massa della modernità, ha visto l’ascesa di Hitler, ha patito le leggi razziali e i suoi libri sono stati bruciati nel rogo di Opernplatz del 1933. Testimone lucido e disincantato, Freud nega l’illusione di un progresso capace di portare l’umanità verso una pacifica convivenza tra popoli. Sotto gli strati della civiltà si nasconde per lui l’”uomo delle origini”, l’uomo abitato da impulsi primitivi e selvaggi – aggressivi, sessuali, narcisistici – che la civilizzazione reprime ma che restano soltanto sopiti nell’inconscio e pronti a risvegliarsi. Più avanti Freud dirà che la vita umana si svolge nella continua lotta tra Eros e Thanatos, tra una pulsione di vita  e una pulsione di morte. La prima crea legami tra gli uomini; la seconda disunisce e spinge verso l’inerzia e la morte. 

Un’indomita libertà

Iran Protests (riduzione della foto originale). Autore Taymaz Valley (Ottawa, Canada). Licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic.
843 Un’indomita libertà

Sono l’Iran e ho una forte determinazione nella mente.
Sono l’Iran e sono come la tempesta.
Sono l’Iran, sono l’Iran combatterò fino al giorno della libertà
(…).
Il tuo urlo, il tuo urlo è l’urlo dell’Iran, il ruggito del leone.
Dillo al boia che oggi la sua fine è iniziata.

Psicoradio quest’anno dedica la puntata dell’8 marzo non solo alle donne, ma al diritto di ciascuno di essere libera/o di scegliere la vita che desidera. Iniziamo incontrando Virginia Pishbin, appassionata attivista per la libertà del popolo iraniano, che ci recita, anche in farsi, alcuni versi di lotta. La seconda parte della puntata termina con altri bellissimi versi e una storia molto triste: quella di Kenan Shukur, 26 anni, afghano in fuga dal suo paese, in cerca di pace e con il sogno di studiare all’Università, che prima di partire per l’Italia su un fragile barcone scrive e manda allo zio la poesia che vorrebbe per la sua tomba “se le cose vanno male”.

Virginia è nata nel 1982 a Sassari, la madre sarda, il padre iraniano è un oppositore della “rivoluzione khomeinista”, quella contro la monarchia che ha deposto lo Scià Reza Pahlavi e creato un regime teocratico. Dopo la “rivoluzione” il padre di Virginia lascia l’Iran per studiare in Inghilterra e poi in Italia; ma dal 1981, l’ultima volta che era tornato in Iran, non ha mai più potuto rivedere il suo paese, perché erano iniziati i rastrellamenti contro gli oppositori del regime. Non ha potuto neppure tornare per partecipare al funerale del padre. Proprio la famiglia di Virginia è invece la prova di un altro modo di vivere, basato sulla convivenza serena tra culture, credenze, desideri diversi. Nella sua casa, infatti, il padre musulmano, la madre agnostica, Virginia buddista, la nonna cattolica sono convissuti serenamente e con affetto. Quattro convinzioni, tre religioni, tutte praticate liberamente e in maniera molto attiva. Anzi, il padre musulmano era felice che lei fosse buddista, e la appoggiava quando organizzava in casa le riunioni con altri praticanti. Vivere nella libertà le ha insegnato che si paga spesso un prezzo per ciò in cui si crede: anche lei, in quanto attivista e figlia di un oppositore, non ha mai potuto vedere il paese in cui affondano parte delle sue radici.

Da oltre cento anni – racconta Virginia – l’ Iran è teatro di proteste e combattimenti per la democrazia e la libertà; lo raccontano anche numerose, bellissime poesie che dimostrano il carattere indomito delle donne e degli uomini di questo paese. Le ultime proteste, iniziate a settembre 2022, si sono scatenate per la morte della studentessa curda Mahsa (Jina) Amini, mentre era in custodia della polizia morale di Teheran. Nei mesi successivi si sono poi estese in tutto il paese contro il regime di Khomeini. Secondo Virginia, in questa rivoluzione le donne hanno un ruolo molto importante: “la loro leadership è sempre stata fortissima, riconosciuta in pieno nelle manifestazioni del popolo iraniano con le giovani in testa”. ‘No teocrazia, no monarchia, sì democrazia e parità’ è lo slogan delle manifestazioni”, urlato dalle giovani donne e ripetute dagli uomini, e particolarmente odiato dal regime. “Non ho mai visto donne più libere di quelle iraniane, un’indomita libertà” racconta Virginia.
In chiusura legge una canzone, “Giovane ragazza”, di Gissoo Shakeri, un canto di ribellione delle donne che ascoltiamo anche in farsi, la lingua dell’Iran che ha imparato dal padre.

Anche la seconda parte della trasmissione ha al centro una poesia, ed una storia molto triste, che ci fa vergognare del nostro paese.
“La terra della mia anima è così dura,
c’è un sasso pesante sul mio petto,
da questo barcone ho capito
che chi vede la realtà deve essere realista,
che sei il luogo in cui arrivi
e quella è la tua ultima destinazione”.

Non dovessi farcela, scrivete questo sulla mia tomba“.

Kenan Shukur, 26 anni, afghano in fuga dal suo paese, lo aveva chiesto allo zio, che lo aspettava in Svizzera. Lo zio invece ha dovuto venire a cercarlo in Italia, a Cutro, vicino a Crotone, tra i tanti corpi che il mare butta sulla spiaggia, dopo l’orribile naufragio di un barcone a pochi metri dalla riva; quando i migranti si sentivano già in salvo. Il padre di Kenan era stato un guerriero, aveva combattuto contro i talebani come braccio destro del mitico comandante Massud, il “Leone afghano”. Per tutta la sua breve vita, invece, Kenan ha cercato solo un luogo sicuro dove studiare e crescere.

Era nato nel Panshir, e quando il regime dei talebani è caduto si era trasferito a Kabul, dove ha fatto il liceo, ma poi non trovava il percorso di studi che voleva, e neanche un lavoro.  Allora ha preso il visto e raggiunto i cugini in Turchia, ha studiato per anni la lingua e finalmente si potuto iscrivere all’università. Ancora una volta però ha dovuto interrompere il suo sogno di studiare, perché con il ritorno dei talebani al potere il padre, ricercato dal regime, e tutta la famiglia sono stati costretto a fuggire in Iran. La loro zona d’origine, infatti, il Panshir, è l’unica provincia che ancora resiste ai talebani, e chi viene da lì è visto dal regime come un nemico. Kenan non ha voluto raggiungerli in Iran, voleva solo continuare a studiare, sognava la libertà in Europa. In un articolo di Repubblica lo zio ricorda una frase di Kenan: “La vita è corta come la chiamata del mullah per la preghiera“, diceva un anno fa in un video “Bisogna approfittare di ogni attimo.” “È partito da Smirne, durante il viaggio mi mandava dei video” -racconta lo zio – “L’ultimo è di sabato. Erano felici. ‘Siamo arrivati in Italia’, esultavano “. Domenica però Kenan non ha dato notizie. E quando sui media internazionali ha iniziato a circolare la notizia del naufragio, lo zio ha capito.  Adesso, nessuno sa cosa sarà di questa povera salma: in Iran erano solo rifugiati sgraditi. “Fanno problemi ai vivi – commenta amaro lo zio – non accoglieranno mai il corpo un rifugiato senza documenti”. Morto a 26 anni, per cercare pace, a pochi metri dalla riva. 

Dreamscapes, i paesaggi sonori onirici di Emiliano Battistini

842 Dreamscapes: i paesaggi sonori onirici di Emiliano Battistini

“La musica artistica appartiene al mondo della luce mentre la realtà del suono appartiene al mondo del sogno”. A partire da questa significativa citazione dell’etnologo e musicologo Marius Schneider, l’artista Emiliano Battistini ha raccontato ai microfoni di Psicoradio ciò che l’ha spinto a realizzare tracce sonore basandosi sulla teoria della psicoanalisi di Freud.

Battistini è musicista, artista sonoro e ricercatore. Laureato in semiotica all’Università di Bologna, dal 2011 lavora nel campo del paesaggio sonoro. Durante l’intervista, ci ha spiegato il metodo utilizzato e le motivazioni che lo hanno portato a comporre i suoi Dreamscapes, che potremmo tradurre come “paesaggi sonori da sogno”, una serie di brani prodotti basandosi sull’archivio di registrazioni sonore ambientali che lui stesso effettua ed ottiene sul campo, i cosiddetti “field recordings”. Il nostro ospite ci ha raccontato come trasforma i paesaggi sonori del suo archivio in paesaggi onirici partendo dalle teorie di Sigmund Freud sul sogno, visto come una manifestazione di un desiderio latente inesprimibile, attraverso processi di condensazione, ovvero l’unione delle immagini personali del passato più antiche con immagini più recenti, e di traslazione, cioè di “spostamento” della carica emotiva da un oggetto ad un altro.

Per fare ciò utilizza microfoni un po’ “particolari”: ad esempio l’idrofono, un microfono costruito per raccogliere il suono direttamente dentro l’acqua, che pone sotto la battigia rendendo possibile l’ascolto delle onde del mare che attraversano i granelli di sabbia o un microfono a contatto che viene applicato al guardrail di una strada e così via. “Tutti i suoni che ho sentito nei tuoi brani li riconoscevo come suoni che ho già sentito nel mio passato però non riuscivo mai con precisione ad individuarli e quando il mio cervello non riusciva a riconoscere il suono lo inventava, creava un immaginario”, racconta un redattore di Psicoradio a Battistini dopo aver ascoltato alcune tracce di Dreamscapes. L’intento dell’autore è proprio quello di sottoporre dei suoni agli ascoltatori per farne apprezzare la musicalità e stimolare nuove interpretazioni.

L’artista ci ha parlato del suo lavoro sul paesaggio sonoro e di come si possano scoprire moltissime cose sull’ambiente che ci circonda. Ad esempio, registrando i rumori di una foresta, come fanno i bioacustici, se ne può verificare il livello di biodiversità in base alla quantità di richiami e versi degli animali che la popolano. Questa intervista ci invita ad ascoltare con maggiore attenzione l’ambiente circostante, i cui suoni, così come i colori e le forme, vanno a popolare i nostri sogni e danno forma ai nostri desideri. 

Abbassa il cielo e scendi. La parola e l’ascolto

841 Abbassa il cielo e scendi. La parola e l’ascolto.

“Forse è stato lì che ho capito che non si trattava di dar conto di una malattia, la schizofrenia di mio fratello. Serviva ben altro. Restituire senso a una vita come quella di Bruno. Piuttosto speciale, certo, fatta di mezzo secolo a tu per tu con la schizofrenia”. 

È un estratto di Abbassa il cielo e scendi (Mondadori) l’ultimo libro dello scrittore e giornalista Giorgio Boatti, che ha raccontato per molti anni, in oltre 14 saggi, aspetti della storia d’Italia, dallo stragismo alla vita nei conventi. Oggi per la prima volta scrive invece un intenso romanzo ispirato al suo privato. Protagonista è il fratello Bruno e il suo attraversamento della sofferenza psichica, tra elettroshock, istituti psichiatrici prima della rivoluzione basagliana e della legge 180, e le tante soluzioni tentate poi.  
Boatti ce ne parla in questa puntata: “Mio fratello ha passato le ultime settimane della sua vita legato a un letto, e io mi vergogno di non essere andato lì ogni giorno a chiedere ‘Ma è proprio necessario tutto questo?’ […] La contenzione deriva dall’incapacità di gestire una situazione di emergenza transitoria.” 

Abbassa il cielo è anche un libro pieno di sfaccettature e sorprese, perché ci racconta con particolari quasi pittorici anche molti momenti della storia di un’Italia che stava cambiando velocemente, si allontanava dall’agricoltura per rincorrere il boom economico. Insomma, non è affatto facile leggere un racconto sul mistero della malattia mentale con tanti registri; è un libro bello, a tratti commovente, altre volte ironico; uno scavo  alla ricerca di verità non addomesticate dalla vergogna, che è una parola spesso presente nel romanzo: vergogna per una vita molto diversa da quella del fratello, per non aver combattuto abbastanza per lui, anzi, per essere stato in alcuni momenti “un coniglio”, come gli gridava Bruno, legato ancora una volta al letto di contenzione. È invece un libro molto coraggioso, perché ci vuole coraggio a raccontarsi senza trovare scuse. 

Giorgio Boatti presenterà “Abbassa il cielo e scendi” assieme alla direttrice di Psicoradio, Cristina Lasagni e al giornalista Mauro Sarti il’1 marzo alle 18.00, nella Libreria.coop Zanichelli di Piazza Galvani a Bologna. Parteciperanno anche alcune redattrici e redattori di Psicoradio.

LA PAROLA E L’ASCOLTO

“A quarantaquattro anni dalla legge 180 (…) è il momento più basso delle capacità terapeutiche dei servizi psichiatrici pubblici” È l’allarme lanciato da un altro convegno sulla salute – e la sofferenza – mentale “La parola e l’ascolto – La psichiatria come ricerca di terapie per la complessità dell’individuo”, organizzato dall’associazione Officina Mentis di Bologna. Interverranno Mariangela Pierantozzi, psichiatra e psicoanalista Antonio Correale, psichiatra e psicoanalista, e Giovanni Stanghellini, psichiatra direttore della scuola di psicoterapia fenomenologica-dinamica di Firenze. Sabato 4 marzo, dalle ore 9 alle ore 13 presso la biblioteca dell’Istituzione Minguzzi-Gentili, in via Sant’Isaia a Bologna.  È possibile seguire l’evento anche in streaming su Zoom a questo link:https://bit.ly/parola-ascolto

Psicoradio ha intervistato Mariangela Pierantozzi, fondatrice e vicepresidente di Officina Mentis, che dal 1973 ha lavorato nei servizi di psichiatria pubblica a Bologna, e oggi guida seminari di supervisione psicoanalitica. Potrete ascoltare l’intervista completa in una delle prossime puntate; intanto vi anticipiamo il nodo principale dell’allarme lanciato dalla dottoressa Pierantozzi, che definisce l’attuale momento storico come “il più basso delle capacità terapeutiche dei servizi psichiatrici pubblici”. Le cause che vengono denunciate per questa situazione spesso si limitano a ricordare i problemi finanziari, e quindi di personale, che ci sono e sono gravi: “Mancano progetti di spesa, il personale sanitario è insufficiente. Gli psichiatri che ci sono, sono sempre più indaffarati, mentre la domanda è aumentata del 20-30%. Perciò non c’è il tempo e il modo di rispondere ad ogni individuo e la soluzione più veloce diventa il farmaco” denuncia la dottoressa Pierantozzi. 

Però le carenze economiche non sono che un aspetto, e forse neppure il più grave: “(…) si sono persi i saperi essenziali alla comprensione dell’uomo. Sono i limiti interni alla disciplina a dover essere messi in discussione: la formazione degli operatori limitata al biologico, le prassi semplificate, ristrette, ridotte ad un ripetitivo e abitudinario uso del farmaco per controllare i sintomi e, di conseguenza, le persone (…) Ciò che si è perduto in questi anni è l’attenzione all’incontro con l’altro. La psichiatria fenomenologica e la psicoanalisi, (…) si sono occupate da sempre dei problemi che l’incontro con l’altro e l’ascolto della parola dell’altro comportano. I progressi delle neuroscienze non possono essere l’unico bagaglio culturale della psichiatria ma vanno inseriti nella ‘cura con la parola’, per una ricerca di nuove prassi psichiatriche.”

Nessuno si salva da solo

840 Nessuno si salva da solo

Prosegue la nostra intervista a Daniele Mencarelli sulla serie Netflix “Tutto chiede salvezza”, basata sul suo omonimo romanzo autobiografico e per la quale ha collaborato in fase di sceneggiatura. In questa seconda parte Mencarelli ci racconta il suo impegno affinché alcuni nuclei fondamentali del libro non venissero semplificati eccessivamente all’interno della sceneggiatura fino a diventare degli stereotipi: “Siamo riusciti a non banalizzare proprio perché siamo rimasti sui dati umani che portano al disturbo”, racconta ai nostri microfoni.

La serie viene confrontata anche con il vissuto personale dei redattori di Psicoradio, le cui voci si aggiungono a quella di Mencarelli nel riportare considerazioni e impressioni. La storia dell’autore però non è solo quella raccontata nel suo libro: nel corso dell’intervista lo scrittore spiega infatti come la letteratura lo abbia aiutato nella ricerca di una “linea di galleggiamento” cioè nel raggiungimento di una situazione di equilibrio e convivenza con il proprio disagio psichico. A questa ricerca di un equilibrio si somma poi la necessità di non lasciare a una sola lingua la descrizione della fragilità mentale, che sia quella della scienza, della religione o del farmaco. “E’ bello quando l’uomo galleggia e sopravvive unendo le lingue e unendo le forze, perché sennò è molto difficile.”

Daniele Mencarelli riflette sulla predominanza del farmaco nel percorso di salute mentale, sui rischi e le semplificazioni che ciò porta con sé: “Ma lo sapete quanti psichiatri mi hanno preso da parte sotto braccio e mi hanno detto: ‘Io mi ritrovo a fare niente di più e niente di meno di quello che farebbe un farmacista. Proviamo questa molecola e se non è questa, tra un paio di settimane ne proviamo un’altra…’ ?”

Follia, sorella fragile della poesia

839: Follia, sorella fragile della poesia

Avevamo intervistato lo scrittore Daniele Mencarelli in occasione della pubblicazione del romanzo “Tutto chiede salvezza”, un testo dai tratti autobiografici che parla di salute mentale e che ha ottenuto notevoli riconoscimenti come il premio Strega Giovani 2020. Nel frattempo Netflix ha prodotto una serie televisiva tratta dalla sua opera e alla quale ha egli stesso collaborato nella stesura della sceneggiatura. Allora l’abbiamo intervistato nuovamente.

Questa è la prima di due puntate che abbiamo dedicato alla serie “Tutto chiede salvezza”. Abbiamo chiesto a Mencarelli di parlarci del processo mediante il quale un libro viene tradotto in serie tv e quali problemi si affrontano durante la produzione. C’è il rischio di perdere complessità o temi che vengono sviluppati all’interno del romanzo? L’autore a questo proposito dice: “sono stato fortunato perché a me interessavano, della serie, dei nuclei che non sono stati violati. Il primo è quell’economia umana relazionale che c’è nella stanza [del reparto psichiatrico di Diagnosi e cura] che rimane invariata tra romanzo e serie”. E com’è l’ambientazione rispetto al libro? Mencarelli ribadisce la fedeltà con cui è stata riprodotta: “quando l’ho vista per la prima volta mi sono commosso perché era identica a una stanza a sei letti di qualsiasi ospedale pubblico italiano.”

La serie ha provocato una notevole discussione tra i redattori che l’hanno vista e potrete ascoltare i loro pareri nella seconda puntata. Nelle parole di Mencarelli c’è uno spazio importante riservato anche alla poesia e ascoltando la puntata scoprirete il motivo. Così come alla poesia delle donne nei paesi arabi e mediorientali è dedicato regolarmente, da qualche settimana a questa parte, l’incipit della puntata di Psicoradio.

Evasioni di poesia, cinema e teatro

838 Evasioni di poesia, cinema e teatro

“Se anche un solo film serve a sopportare meglio una condizione di disagio allora l’obiettivo è stato raggiunto”, spiega Filippo Vendemmiati, giornalista e direttore artistico del progetto Cinevasioni, il festival del cinema in carcere di Bologna, che riparte dopo alcuni anni di stop dovuti alla pandemia ribattezzandosi Cinevasioni.edu. L’obiettivo è portare il cinema in luoghi dove normalmente non si potrebbe assistere a una proiezione come il carcere della Dozza e l’Ospedale Maggiore. Vendemmiati ci ha raccontato che i detenuti hanno chiesto di evitare film sul carcere e hanno fortemente voluto qualcosa di divertente come il tragicomico Fantozzi perché rappresenta una metafora per gli stessi detenuti che vivono nella privazione delle propria libertà.

Cecilia Menetti, studentessa del Corso Doc di Bologna crede che sia “una bella opportunità di scambio per tutti perché si può imparare gli uni dagli altri”. Cinevasioni prevede tante iniziative con proiezioni in diversi luoghi fino al mese di maggio per cui vi rimandiamo al sito .

“Dora si rifiutava di rimanere da sola col signor K e raccontò alla madre, perché essa lo riferisse al padre, che durante una passeggiata, dopo una gita sul lago, il signor K si era permesso di farle delle proposte amorose. L’accusato negò nel modo più assoluto.” Lo spettacolo teatrale “Freud e il caso di Dora”, messo in scena cinquant’anni fa dallo scomparso drammaturgo, regista teatrale e fondatore del Teatro delle Moline Luigi Gozzi, ritorna nello storico teatro bolognese. Va in scena fino al 12 febbraio, con la regia di Marinella Manicardi. E così chi va a vederlo saprà cosa è successo a Dora, rimasta sola con il signor K. Non vi riveliamo altro per non spoilerare troppo.

In apertura ricordiamo anche in questa puntata le tante donne che subiscono violenze fisiche e morali in diversi paesi. In Afghanistan esistono tante poetesse anonime, una ribellione poetica portata avanti attraverso i Landay, brevi poesie talvolta di soli due versi che al giorno d’oggi sono strumento clandestino di dissidenza e resistenza.

Psicoradio a fumetti

837 Psicoradio a fumetti

Lo sapevate che Psicoradio è diventata anche una storia a fumetti? Infatti nel numero 3 della Revue Desinée Italia, l’informazione a fumetti, c’è una storia intitolata ”Onde Lunghe” dedicata a Psicoradio. Gli autori sono lo sceneggiatore Paolo Ferrara e il disegnatore Mattia Moro. Il 12 gennaio la redazione di Psicoradio ha partecipato alla presentazione della rivista alla libreria Modo Infoshop di Bologna ma prima i due sono venuti nei nostri studi e li abbiamo intervistati.

Abbiamo chiesto loro qual è stata la cosa più difficile nel trasformare l’idea di Psicoradio in un fumetto. Paolo Ferrara spiega che “sicuramente è stato scegliere quali tipi di immagini e abbinamenti volevamo fare” e cioè come far funzionare insieme disegni e parole cercando di essere rispettosi e sintetici, considerando anche che avevano molto sceneggiatura e poche pagine. “Il lavoro piu difficile è stato sicuramente quella della sintesi e scrematura della sceneggiatura anche perché Psicoradio è un progetto complesso lungo e pieno di angoli e di modi di vedere le cose” racconta Mattia Moro. “Da un punto di vista grafico abbiamo cercato di lavorare con delle metafore zoomorfe per arrivare dove la parola non riesce ad arrivare o ad avere più mordente.” E così, ad esempio, per l’ insetto stecco raffigura i disturbi alimentari, il camaleonte il disturbo bipolare e così via.

Iniziamo però la puntata con i versi tratti da “Il diritto di gridare” dell’afghana Nadia Herawi Anjuman, morta massacrata di botte dal marito nel 2005: aveva appena 24 anni e da 6 mesi era diventata madre di una bambina. 

Quando arrivi è tipo un Big Bang

836 Quando arrivi è tipo un Big Bang
836 Quando arrivi è tipo un Big Bang

Cecilia è una ex redattrice di Psicoradio che ha deciso di condividere con noi la sua storia di persona che è stata seguita dai servizi di salute mentale e che ora è finalmente riuscita a trovare una certa stabilità. È un’intervista che vuole lanciare un messaggio di speranza e ad impreziosire ancor più la puntata c’è una serie di brani musicali che Cecilia ha selezionato con cura ed introdotto personalmente.

La direttrice di Psicoradio ricorda quello che spesso ripeteva Cecilia appena arrivata qui: “Non sono capace di fare niente, non ce la farò mai”. Ora, invece, è proprio Cecilia che racconta come sia riuscita ad arrivare ad un punto della sua vita in cui crede di più in se stessa ed ha elaborato, grazie anche all’aiuto di esperti e di un gruppo di supporto tra pari, gli strumenti necessari per tirare fuori ciò che di positivo prima era nascosto in lei. Adesso ha una maggiore stabilità interiore ed anche economica.

Passo dopo passo, anche attraverso l’impegno a Psicoradio, ha trasformato il suo dolore in un motivo per migliorarsi e diventare una donna autonoma, con un contratto lavorativo di parecchi anni, una casa in cui vive da sola e soprattutto con il proprio tempo impegnato e ben speso. Cecilia, parlando dell’esperienza in radio, racconta che inizialmente non è stato facile: la prima impressione è stata di “un caos ordinato; quando arrivi è tipo un Big Bang perché il lavoro redazionale è già tutto in corsa e forse questa è stata un po’ una terapia d’urto”, e allo stesso tempo riflette e riconosce: “a me è servito molto uscire da casa mia, che già quello all’epoca era tanto”.

Ovviamente i problemi ordinari della vita quotidiana ci sono sempre, come per tutti, ma ascoltare questa storia ci fa pensare a quanto ogni percorso psichiatrico di cura sia diverso ed unico a modo suo e che il confronto con gli altri, la condivisione delle preoccupazioni, la stabilità economica e lavorativa, la gestione del tempo ed essere autonomi siano elementi importanti per raggiungere un certo benessere interiore.

Psicostorie

835 Psicostorie

C’è I., che giovanissima inizia a sentire voci che le parlano, ma intorno non c’è nessuno; e allora chiede aiuto al padre. C’è B., che la cosa che ricorda vividamente del suo paese natio è la fame che ha patito. A. invece ha trovato nel rap il modo di elaborare il nero che vedeva intorno a sé. E poi ci sono le storie collettive, per esempio quella di una etnia matriarcale cinese che, caso unico al mondo, sembra non conoscere violenza sulle donne perché non concepisce il possesso in amore. In apertura, però, parliamo della grave situazione dei diritti umani, in particolare proprio di quelli delle donne, in Medio Oriente e nel mondo arabo. Vi proporremo una serie di poesie di donne arabe anche nelle prossime puntate per mantenere viva l’attenzione su questo tema.

Alberto “Il Belga” è un ascoltatore di Psicoradio. Tempo fa ci ha scritto che voleva raccontare come la musica sia stata importante nella sua vita e nell’affrontare la sua malattia. “Nei miei rap racconto come vivo l’insonnia, il disagio fisico e psicologico che ti dà la malattia” racconta il Belga ai microfoni di Psicoradio. “Prima consideravo la mia malattia come una condanna che riguardava solo me stesso; invece mi ha aiutato moltissimo viverla in comunità, con persone che avevano problemi anche più gravi dei miei, e li vivevano meglio”. 

Poi c’è la storia di I, un’altra giovanissima ascoltatrice. “Un po’ di tempo fa ci ha chiamato: avrebbe voluto venire a parlare delle voci che, a 22 anni, hanno cominciato a tormentarla”, raccontano i redattori della radio della mente. Erano voci aggressive, insultanti e l’avevano portata a sentirsi sempre più sola. “Poi sono cambiate perché sono cambiata io, e ho imparato anche ad ascoltarle”, racconta I. Psicoradio le è servita per parlare di un tema che invece la spingeva a chiudersi in se stessa. “Sto imparando che non sono sola e ci sono tanti altri come me”. In redazione I. è venuta con il padre: “Io non mi vergogno mai di lei, perché è mia figlia. Mi rendo conto che viviamo in un mondo dove spesso più che sforzarsi di comprendere si cercano solo definizioni”. 

“La cosa che ricordo meglio è la fame”. Fin dall’inizio la vita di B., una bimba scalza che prende a morsi la vita, è stata difficile: nata in Brasile, ha passato i primi sette anni in un orfanotrofio. Dopo altri tredici anni burrascosi è arrivata a Psicoradio. La sua storia è una storia di cambiamento: era arrabbiata con il mondo ma, dopo otto anni di redazione, quando è andata via aveva preso in mano la sua vita. una casa, un contratto di lavoro a tempo indeterminato e le spalle forti di chi ne ha passate tante e sa guadagnarsi il futuro. 

C’è una piccola minoranza etnica, che è riuscita a realizzare qualcosa di straordinario. Sono i Moso, circa 40 mila persone fra uomini e donne che vivono ai piedi dell’Himalaya, in una società matrilineare: senza stupri, senza violenza e senza femminicidi. In questa società non esiste la violenza, perché si è sempre evitato di legare l’amore al possesso. Tra i Moso non esiste il matrimonio, e le relazioni d’amore e di sesso non concepiscono il concetto d’appartenenza: la gelosia è considerata un sentimento ridicolo e distruttivo. La redazione di Psicoradio aveva intervistato l’antropologa Francesca Rosati Freeman, che ha vissuto per un periodo nei villaggi Moso. A loro ha dedicato un documentario dal titolo “Nel nome della Madre”, che illustra come siano riusciti a creare una cultura senza violenza sulle donne e dove l’amore, senza possesso e matrimonio, è un sentimento puro, slegato da classe sociale e situazione economica.

Onde lunghe

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Nel numero 3 della Revue Dessinée Italia, rivista di informazione a fumetti, c’è nientepopodimeno che un reportage a fumetti, intitolato “Onde lunghe”, dedicato alla storia di Psicoradio e al lavoro che svolgiamo da tanti anni. Gli autori, Paolo Ferrara e Mattia Moro, sono venuti a trovarci in redazione e li abbiamo intervistati. Nella prima parte della puntata sentirete un’anticipazione ma il consiglio, se giovedì 12 gennaio siete a Bologna, è quello di venire alla libreria Modo Infoshop di via Mascarella alle 18:30: la direttrice Cristina Lasagni e la redazione di Psicoradio saranno lì insieme a Pietro Scarnera, Paolo Ferrara e Mattia Moro per parlare del nuovo numero della Revue Dessinée. 

Nella seconda parte della puntata vogliamo invece riproporvi una storia bella, di cui avevamo parlato qualche anno fa, perché ha un valore universale: “Non so se è stato perché avevo problemi mentali che ho iniziato a prendere droghe oppure se è stato il fatto che abusavo di droghe la causa dei miei disturbi mentali. Quando sono uscito dal ricovero sono andato in una casa appartamento dove ho incontrato una persona e mi sono innamorato. È stata la prima volta nella quale ho sentito di essere considerato non come un pazzo o un senzatetto ma come un essere umano…” La storia intensa e dolorosa di Waldo Roeg per certi versi potrebbe essere una favola: da produttore cinematografico di successo a tossicodipendente senzatetto ad esperto per esperienza. È stato un cammino faticoso quello di Waldo Roeg: dai ricoveri psichiatrici ai centri di salute mentale. Poi la lenta rinascita che lo porterà, grazie al progetto ImRoc (migliorare la Recovery attraverso il cambiamento organizzativo), ad essere un esperto per esperienza cioè una persona che dalla propria esperienza di dolore ha tratto un punto di forza ed è in grado di fornire una diversa prospettiva con cui aiutare altre persone ad affrontare il proprio percorso terapeutico.