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Mia. Davvero solo una mamma cattiva, che non sopporta il pianto dei bambini?

Parliamo inoltre delle sofferenze psicologiche dei giornalisti precari attraverso una ricerca

🔊 Puntata 878


Mia. Davvero solo una mamma cattiva, che non sopporta il pianto dei bambini?

La puntata di Psicoradio oggi racconta principalmente un lato poco noto di un mestiere spesso invidiato: le sofferenze psicologiche vissute dai giornalisti precari, e rilevate da una ricerca realizzata da Alice Facchini, una giovane giornalista free-lance.

Prima, però, riportiamo l’attenzione su una tragedia che per qualche giorno ha occupato i mezzi di comunicazione, e poi, come accade spesso, è scomparsa dai media. Alice ha 4 mesi quando muore, il 15 novembre 2021. Dopo un anno muore anche il fratellino Mattia, che non ha ancora due mesi. La madre Monia, che la famiglia chiama Mia, è una giovane donna di 27 anni. Gli inquirenti ritengono che sia lei l’autrice delle uccisioni o comunque che ci siano gravi indizi di colpevolezza. Psicoradio riflette su questo terribile caso di cronaca per trovare un modo di affrontarlo che non si limiti al punto di vista giudiziario, per usare uno sguardo diverso, per non accontentarsi di una eventuale condanna che trasformi i colpevoli in mostri.

Per farlo, dovremo avvicinarci alle vite e alle sofferenze delle persone ritenute colpevoli. Ovviamente non si tratta di cercare “giustificazioni”, ma di rintracciare nella storia dolorosa di una persona qualche segno che forse avrebbe potuto essere intercettato, prima che tutto precipitasse.
E forse, se riuscissimo a vedere in tempo la sofferenza delle persone, il loro disagio, qualcosa si potrebbe fare per evitare tragedie come queste ( ancora da accertare definitivamente dal punto di vista giuridico).
Un titolo di giornale ci colpisce: “Uccide i figli perché infastidita dal loro pianto”.
Non può essere tutto qui E se verrà accertato che Mia ha ucciso i suoi due bambini, non può essere solo lo sguardo giudiziario a raccontare con una condanna l’ultimo atto, il più tragico di una vita complicata.

Chi è Monia, detta Mia? Sappiamo che Mia è nata in India nel 1996 (un giornale l’ha definita l’indiana!) e che, piccolissima, a un anno, è stata accolta nell’orfanotrofio di Madre Teresa di Calcutta, in India. Ce la possiamo immaginare. Grazie ad una ex redattrice di Psicoradio, alla quale vogliamo molto bene, abbiamo imparato a conoscere la durezza della vita in orfanotrofio, di come possa essere triste e di quanto ci si possa sentire soli.

Monia viene adottata da una famiglia italiana in provincia di Bergamo. Sappiamo che i rapporti con la madre adottiva non sono stati buoni. Monia scrive su Facebook: “ Perché sono stata adottata da una madre anaffettiva e nociva?”.
Ma Monia perde anche questa madre adottiva, perché i genitori si separano; lei vive con il padre e la sua nuova compagna. In seguito, andrà a vivere con il compagno, con cui farà i due figli. La prima, Alice, muore improvvisamente a quattro mesi; sembra la classica “morte in culla” o morte improvvisa, la Sids, ( sudden infant death syndrome ) che colpisce misteriosamanete i neonati nei primi mesi di vita. Tra i fattori di rischio, far dormire il bambino sulla pancia, o su cuscini troppo soffici e avvolgenti.
Dopo pochissimo Monia è ancora incinta, e nasce Mattia, che dopo neanche un mese deve subire un lungo ricovero in ospedale, assistito notte e giorno dalla madre. Qui i medici che hanno avuto modo di vederli insieme, la fanno visitare da uno specialista. Non emergono patologie psichiatriche, ma alla famiglia viene consigliato di non lasciare mai sola la madre con il bambino.
Il 25 ottobre 2022 muore anche Mattia; ha due mesi.
«Sono mamma di due splendidi bimbi, Alice e Mattia, forse troppo perfetti per rimanere sulla Terra, sicuramente divenuti stelline troppo presto» scrive Monia sui social il 1°febbraio.

Cos’altro sappiamo di Monia, detta Mia, che non rusciva a sopportare il pianto dei suoi bambini? Sappiamo che studiato psicologia, la disciplina che indaga le pulsioni, gli abissi delle nostre menti e dei nostri sentimenti. Chissà cosa cercava, e cosa ha tratto, da quegli studi.
Forse anche a Monia è successo di piangere a lungo, quando era molto piccola; e non c’era nessuno che la cullava. Chissà se poi ne ha potuto parlare con qualcuno.
Forse quello che lei non tollera è il suo pianto di bambina, quando minuscola era all’orfanotrofio, o dopo, non vista da una madre adottiva che lei descrive aggressiva, nociva, anaffettiva.

Psicoradio vi promette di non fermarsi qui; cercheremo informazioni per continuare a parlare di Mia, bambina rimasta sola, che non sopporta di sentir piangere.

 

Quando il giornalismo fa male a chi lo fa
Una ricerca di Alice Facchini sulla situazione dei giornalisti precari

Spesso chi fa il giornalista viene invidiato e considerato un privilegiato, per tanti motivi, che vanno dalla visibilità alla possibilità di conoscere persone note all’interesse dei contenuti…  Ma è davvero tutto così anche per i giornalisti precari o freelance?  Ricordiamo che in Italia ci sono 35.000 giornalisti attivi, dei quali il 40% è freelance.

Alice Facchini, da parecchio tempo giornalista freelance, si è chiesta se alcune situazioni di disagio che lei aveva vissuto erano condivise da colleghe e colleghi, e si è interrogata sui motivi di una crescente richiesta di aiuto su temi legati alla salute mentale da parte di giornalisti  precari. Da questi interrogativi nasce una ricerca che la giornalista ha realizzato spedendo alcune centinaia di questionari.
Stress, ansia, insonnia, insicurezza sono alcuni tra i segni di malessere emersi dalle prime analisi, accompagnati dalla richiesta di essere sempre reperibili e i ritmi frenetici. In realtà, si tratta di situazioni che non  caratterizzano solo i giornalisti, ma molti tipi di lavoro precario. Però, a quanto dicono gli intervistati, non è per nulla facile far emergere questa situazione. I giornalisti precari – viene detto – se cercano di denunciare le prevaricazioni che subiscono trovano un muro di silenzio.

Facchini cita una caso emblematico: una giornalista freelance, mentre stava per firmare il contratto, si è sentita dire dal “capo”: “guarda che se rimani incinta, mica ti teniamo!”. Sono proprio i giornalisti più “vessati” quelli più invisibili, perché dovrebbero essere gli stessi giornali per i quali scrivono a dover denunciare il loro sfruttamento.
La giornalista ci racconta di un freelance che durante un servizio sui braccianti agricoli, che venivano pagati 3 euro l’ora, si accorge di non riuscire a provare empatia: “Ho capito di avere un problema di rabbia perché io, che ho anche  studiato, non venivo pagato di più, e non posso neanche  denunciare la mia situazione”.
Ci sono altri paesi, dice Alice, nei quali i giornalisti hanno a disposizione un supporto psicologico. “Lo scopo di questa indagine è proprio quello di denunciare una situazione nascosta, perché si arrivi ad aiuti psicologici per i precari” spera Alice.

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