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Autore: Admin

Dovevamo fermarci

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Giovanni, un redattore di Psicoradio, ha scritto una poesia intitolata “Fermo” molto prima che iniziasse l’emergenza Coronavirus. Eppure la necessità di fermarsi, di stare fermi, accomuna e lega come un filo rosso la sua poesia a quella di Mariangela Guialtieri, intititolata significativamente “9 marzo 2020” ovvero il giorno in cui il governo italiano ha decretato l’isolamento in casa delle persone su tutto il territorio nazionale.

Giovanni parla dello stare fermi come di “una dimensione di mente, anima e corpo che permette il distacco dai problemi non essenziali dell’individuo” e “di accettazione nei confronti di tutto quello che non possiamo fare e di chiarezza di quello che invece possiamo”.

La poesia di Mariangela Gualtieri è perentoria: “Questo ti voglio dire, ci dovevamo fermare, lo sapevamo, lo sentivamo tutti ch’era troppo furioso il nostro fare”. Vincenzo, redattore, commenta questa strofa spiegando che inizialmente questo aspetto del doversi fermare gli sembrava “un luogo comune” ma poi l’ha apprezzata perché l’ha messa in relazione con i propri problemi di gestione del tempo come ad esempio “non mettere un tempo fra pensiero e azione oppure mettere un tempo troppo lungo, procastinare la decisione ed infine non agire.”

Anche Michela e Lorenzo hanno commentato alcuni passi della poesia. Michela si sofferma sul valore delle piccole cose quotidiane come il bere un caffè in compagnia mentre Lorenzo ha una predilezione per la parte finale della poesia (“adesso lo sappiamo come è triste stare lontani un metro”) perché a suo parere “contiene molta speranza per il futuro”.

 

Depressione: l’ascolto è la medicina migliore

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Psicoradio cerca di fare un po’ di chiarezza su termini usati spesso nel linguaggio comune – anche senza conoscerne esattamente il significato

“La depressione è un’alterazione del tono dell’umore verso forme di tristezza profonda, con riduzione dell’autostima e bisogno di autopunizione. Esistono due tipi di depressione: endogena, che nasce dal di dentro senza cause esterne e depressione reattiva, che diventa patologica solo quando ad avvenimenti luttuosi o tristi si ha una reazione eccessiva”.

E’ la definizione usata da Umberto Galimberti nel suo Dizionario di Psicologia,  alla voce depressione.

Ma chi ne soffre, come la vive e come la affronta?

Una giovane donna spiega così la sua esperienza a Psicoradio : “io sono sempre stata un carattere allegro; poi con la depressione mi sono chiusa in me stessa. (…) i farmaci mi hanno aiutato a non avere dei picchi, ma quello che mi ha aiutato di più è stato poterne parlare con qualcuno; ad esempio il mio fidanzato (…) che mi ha saputo ascoltare, e non è una cosa da poco, una cosa negativa della depressione è l’egoismo, parlare sempre di se stessi: tu sei al centro di tutto.”

Quando le chiediamo quale consiglio darebbe a chi ha paura di essere depresso, risponde “la paura è normale ma l’importante, è prenderne coscienza. E’ molto utile avere anche vicino figure come lo psichiatra o lo psicologo, senza però diventarne dipendenti”

Un abbraccio al telefono

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“Parla con noi” è un servizio telefonico attivato per gli utenti della salute mentale dal Dsm di Bologna al quale rispondono anche i volontari delle associazioni del CUFO (comitato utenti familiari e operatori della salute mentale) di cui vi abbiamo parlato nella puntata “Ti senti solo? Parla con noi”. Questa volta abbiamo intervistato due operatrici volontarie della linea di ascolto psicologico, Maria Parracino dell’associazione Cristina Gavioli e Lucia Luminasi del Ventaglio di Orav, per conoscere le storie di chi sta dall’altra parte della cornetta.

Maria ci racconta del suo rapporto telefonico con una signora che “soffre di depressione data dalla solitudine e con una fobia del contagio che la porta a chiudersi in casa”. Per fortuna dopo tre settimane di chiamate, racconta soddisfatta Maria: “La signora è riuscita a uscire e a fare piccole commissioni”.

Lucia invece ha risposto alla telefonata di un ragazzo con problemi di solitudine che, consigliato dalla sua psichiatra, ha chiesto aiuto al telefono “Parla con Noi”. I due sono diventati amici e i benefici per il giovane si son sentiti grazie alla telefonata mattutina che, racconta Lucia: “lo mette in moto”. La speranza di Lucia è che il servizio offerto da “Parla con noi” continui anche dopo l’epidemia perché dice: “c’è bisogno di psicologi per parlare, presto verranno fuori altre sofferenze”.

Van Gogh, psicofarmaci e cinque lune

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L’artista maledetto, l’arte che si nutre della follia sono immagini ricorrenti, tanto da diventare quasi stereotipate. In realtà, la storia è popolata da artisti capaci di creare opere straordinarie, ma con sofferenze psichiche che li rendeva incapaci di vivere. Ne ricordiamo solo qualcuno: Goya, affetto da un’encefalopatia, dovuta ad una intossicazione da piombo che gli provoca sordità e alterazione della personalità, la causa principale della sua depressione. Caravaggio tormentato dall’infelicità, dalla depressione e in preda ad ire tanto furiose da commettere un omicidio. Edvard Munch, anche lui affetto da una depressione così radicata da scrivere di aver avuto la morte come ancella accanto al letto di nascita. Adolf Wölfli, che aveva allucinazioni, Van Gogh che disperatamente scrive di se “sono un pazzo epilettico”, finendo per suicidarsi. “Se Van Gogh fosse stato curato con psicofarmaci, sarebbe stato ancora Van Gogh?” chiede una redattrice di Psicoradio a Silvia Evangelisti, esperta d’arte, che è stata docente all’Accademia e poi all’Università di Bologna.

“No. Io dico di no – risponde Evangelisti – La mia è un’opinione da studiosa dell’arte, del punto di vista medico non capisco nulla. Se gli psicofarmaci gli avessero spento gli incubi, la febbre negli occhi, Van Gogh avrebbe visto il mondo come lo vediamo noi, e avrebbe dipinto una sola luna, non cinque”.

Ricominciamo

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Lavoro, casa, vita sociale sono bisogni comuni a tutti, pazienti e non.
In troppe parti d’Italia, invece, i centri di salute mentale sono solo degli ambulatori dove si va per avere un farmaco, e non luoghi dove si pianifica il ritorno alla vita delle persone, pur con tutte le difficoltà che un disturbo psichico comporta. Il rilancio del sistema salute mentale nel nostro paese è l’obiettivo della “Conferenza nazionale per la salute mentale” dal titolo “Ricominciamo: salute mentale e servizi di comunità Problemi e proposte” che si è riunita sabato 30 maggio in video assemblea.
“Il rilancio deve partire dai bisogni” ci dice Gisella Trincas, presidente dell’associazione di familiari e utenti UNASAM (Unione nazionale delle associazioni per la salute mentale). Che continua: “la necessità più importante è aiutare le persone a stare nelle relazioni umane, a poter accedere ad un lavoro, a una casa e ad una vita indipendente”. Questa conferenza servirà per preparare un successivo confronto con il ministro della salute Speranza, e con il presidente della conferenza delle regioni,  che hanno l’autorità per effettuare gli interventi necessari.

Abbiamo tanta pazienza

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Matto, pazzo, fuori di testa, psicopatico... Psicoradio ne discute da molti anni: per chi soffre di un disagio psichico anche l’ apparentemente più neutro paziente psichiatrico, in alcuni contesti, può essere una definizione difficile da sopportare, discriminante. Persona con una sofferenza psichica è un po’ più accettata, perchè al primo posto c’è la persona, e la condizione di paziente ne è solo una parte.

Ne abbiamo parlato di nuovo in redazione; C. è molto netto nel suo giudizio: “non voglio che gli altri abbiamo di me una visione falsata, io non sono il mio disturbo”. Altri redattori sono meno critici, e non si sentono feriti dalla definizione di paziente psichiatrico, anche perchè, dice G: “mi soffermo sul termine paziente, nel significato antico”.

In molti poi risolvono il problema alla radice: per non essere etichettati, non si espongono e fanno a meno di dire ai conoscenti che sono in cura presso un Centro di Salute Mentale.

Trovare un termine adatto e rispettoso è difficile; la discussione non si è fermata alla nostra riunione, ed  è continuata nella chat di redazione, dove qualcuno ha azzardato, ironicamente, che sarebbe il caso di essere definiti come “geni incompresi”. Lorenzo ha concluso poeticamente “di quello che pensa la gente mi interessa il giusto. La società non ha le chiavi della mia felicità”.

La discussione continuerà, almeno fino a quando non troveremo una definizione che metta tutti d’accordo.

 

Quante notizie! Che confusione…

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Da mesi siamo bombardati da notizie sul coronavirus: dati e informazioni anche in contrasto tra loro che si rincorrono sui mezzi di informazione, sui social e anche dentro le nostre teste.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità descrive questo fenomeno come infodemia” mettendo in guardia sulle informazioni scientifiche e parascientifiche che, senza i necessari controlli e spiegazioni, rischiano di alzare il livello generale di insicurezza e ansia.

Verificare le notizie scientifiche è molto difficile, come vedremo in questa puntata, e spesso anche giornalisti, politici e semplici lettori devono avere la pazienza di attendere la validazione dei nuovi studi che, non ancora verificati, vengono diffusi dalla comunità scientifica per favorire il controllo incrociato dei dati. Quando non si riesce ad attendere, per necessità politiche, editoriali, o per inesperienza, si rischia di editare il radiogiornale pieno di fake news che ci siamo divertiti a creare per voi.

Hieronymus Bosch: la vita è follia, la follia è vita

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L’Estrazione della pietra della follia è un dipinto di Hieronymus Bosch del 1494 conservato nel Museo del Prado di Madrid.

Il soggetto del quadro è tratto da una storia popolare: uno stolto si fa convincere da un ciarlatano a farsi togliere dalla testa la “pietra della follia“, ovvero la stoltezza.

Il chirurgo intento all’operazione indossa però un copricapo a forma di imbuto, simbolo di stupidità: è una critica di Bosch contro chi crede di sapere ma che, alla fine, è più ignorante del paziente a cui deve togliere la «follia».

“La vita è pazzia. La pazzia è vita”. Anche questo ci dice Milena Naldi, consulente d’arte, rispondendo ad una domanda di due redattori di Psicoradio sul disagio mentale e la sua rappresentazione nell’arte. Da qui si parlerà di Bosch, autore di deliranti immagini: esseri metà pesce  metà uomo, teste senza corpi, deliri vegetali e animali, mostri antropomorfi…e del suo genio nel dare corpo a qualcosa di astratto, la follia, una sensazione.

Vada piano

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Cosa sta succedendo con la cosiddetta “fase 2”?

Le immagini parlano di un ritorno alla vita delle città, riaperture di negozi, ristoranti e bar e in qualche caso di una movida serale scatenata. Ma c’è chi si sente ancora un leone in gabbia e si ricorda del film di Massimo Troisi “Ricomincio da tre”, quando il protagonista fa l’autostop e finisce in macchina con un aspirante suicida.

Può succedere qualcosa di simile anche a noi?

In redazione ci siamo interrogati su cosa succederà, e su cosa si prova in una fase così delicata. Emergono pareri diversi: “Bisognerà imparare a fidarsi degli altri” dice C., ma c’è chi ha paura di essere visto come un untore se andrà in zone che sono state poco colpite dal Covid 19, chi scalpita per uscire: “voglio riprendere la mia vita”, e chi si interroga sul come spiegare alla figlia di quattro anni che non può ancora abbracciare le sue amichette.

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Farsi male per sentirsi vivi

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Psicoradio fa un po’ di chiarezza su termini che spesso vengono usati nel linguaggio comune anche senza conoscerne esattamente il significato.

L‘autolesionismo è “un danneggiamento che l’individuo procura al proprio corpo”. A partire dalla definizione del Dizionario di psicologia di Umberto Galimberti, Psicoradio esplora questo comportamento, molto più frequente di quanto si immagini..

Si possono identificare tre forme di autolesionismo: l’automutilazione grave  produce un danno irreversibile ad una parte del proprio corpo, ad esempio uno sfregio permanente; quella leggera, la più diffusa, si manifesta col tagliarsi, bruciarsi, strapparsi i capelli… L’automutilazione latente è la più subdola perché si nasconde in forme di dipendenza come la tossicodipendenza, la bulimia eccetera.

Molte persone autolesioniste sono perfezioniste, non si piacciono, odiano il proprio corpo e spesso subiscono grandi sbalzi d’umore. La violenza è sempre e solo rivolta verso di sé, mai verso gli altri; i comportamenti autolesivi si configurano come una richiesta di aiuto. E ad infliggersi ferite sono soprattutto donne.

A volte ci si sente talmente apatici da ricercare nella sofferenza fisica qualcosa che dimostri che si è ancora vivi, come racconta una testimone anonima ai microfoni di Psicoradio: “Perché l’ansia e la paura ti portano ad avere rabbia verso te stesso, perché non riesci a dominarle. A volte mi è capitato di tagliarmi per vedere che c’ero ancora.

Reagire con disgusto, colpevolizzare, liquidare questi comportamenti non serve a nulla. Non bisogna giudicare, ma offrire sostegno convincere la persona a rivolgersi ad un esperto.

Memorie di un materasso

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Un diario di bordo della traversata della quarantena registrato da Giovanni che, a suon di musica, racconta come si possa “resistere, esistere e riesistere” con alti e bassi. Potremmo scommettere che tutte le persone che hanno vissuto il periodo di reclusione stretta potranno ripercorrere insieme a noi e a lui almeno un pezzo della strada che lui descrive.

Lasciatemi almeno la borsa!

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Nel momento in cui un persona seguita dai Centri di Salute Mentale si reca al Pronto Soccorso, per qualsiasi motivo di salute, riceve un trattamento e un’accoglienza piuttosto diversa da quella di un “normale paziente” che ha bisogno di cure.

Elena, ci racconta la sua esperienza all’interno di un SPDC, servizio psichiatrico di diagnosi e cura, per le persone che necessitano ricovero ospedaliero, spiegando come la sua dignità di persona, sia stata messa a dura prova, solo per il fatto di essere seguita dai servizi psichiatrici.

“Spesso chi arriva in SPDC passa per il pronto soccorso e lì, per il paziente psichiatrico è un vero e proprio incubo” racconta Elena  “perchè  anche se la tua presenza in pronto soccorso non era per motivi psichiatrici,  i medici non si prendono la responsabilità di dimetterti (…) Vedi uno psichiatra o vieni mandato al Malpighi o all’Ottonello. (…) E quando arrivi in reparto la borsa ti viene praticamente  “scippata” come se non fosse tua”

La storia di Elena ci ricorda come talvolta, una persona con diagnosi psichiatrica, subisca ulteriori violenze psicologiche, soffrendo ancora di più per un trattamento che nega alcuni principi fondamentali, come la dignità e il rispetto.