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Autore: Psicoradio

Sempre connessi, e soli

Continuiamo l’intervista a Maria Luisa Iavarone, pedagogista e docente all’Università di Napoli Parthenope. Nella puntata precedente abbiamo parlato con lei degli effetti – e dei mutamenti a livello cerebrale –  provocati negli adolescenti da una continua esposizione a dispositivi come lo smartphone, che li tiene continuamente connessi online. 

In questa seconda parte dell’intervista facciamo alla dottoressa una domanda cruciale: perché le famiglie sembrano impotenti? Perché non sono più capaci di porre limiti, in questo caso all’uso continuo degli smartphone? E come si può intervenire per contrastare questa deriva molto pericolosa? 

Troppo spesso infatti i genitori oggi sembrano loro stessi infantili, tanto da non riuscire a tollerare di essere la causa di rabbia o delusione del figlio davanti a un no. 
“Non è vero che i ragazzi non vogliono  i limiti – dice  Maria Luisa Iavarone – ma li vogliono giusti, nel senso che vogliono capire il senso della regola. Però quando dici loro che una  cosa non va bene, significa che tu nella relazione ci sei. Se io non ti dico mai niente, significa che non ci sto. Il problema è questo, non mettere la password al cellulare, ma creare una password relazionale con i ragazzini”.

La generazione “struca el boton” (schiaccia il bottone)

Siamo tutti consapevoli del fatto che i computer, e ancora di più i cellulari “smart”, continuamente connessi a internet, hanno occupato le nostre vite con una presenza pervasiva. Oggi però la preoccupazione comincia a spostarsi soprattutto sull’impatto che questo nuovo mondo ha sui giovanissimi, e sugli effetti neurologici per cervelli ancora in fase di sviluppo.

Proprio di questo ci parla la professoressa Maria Luisa Iavarone: di una ricerca, Adolescents Brain Cognitive Development, “ABCD”, (Lo sviluppo cognitivo del cervello degli adolescenti), promossa dal National Institute of Health di Baltimora.
Si tratta di uno studio decennale in corso (i primi 5 anni sono già passati) che coinvolge quasi dodicimila ragazzini per indagare gli effetti provocati nelle aree cerebrali dei giovanissimi esposti per ore ed ore a schermi e connessioni.

Le risonanze magnetiche alle quali i ragazzi vengono periodicamente sottoposti (due ogni anno) danno risultati impressionanti: evidenziano infatti un mutamento di alcuni lobi cerebrali, in particolare un’iperstimolazione della corteccia frontale, segno di un’abitudine consolidata a decifrare immagini; il risultato è un maggiore sviluppo dei lobi preposti al “cervello visivo”. Però, ci dice Iavarone, siccome il cervello è un sistema, a questa iperstimolazione visiva corrisponde una minor stimolazione della corteccia pre-frontale, “che è deputata alla formulazione dei giudizi, alla inibizione degli istinti, all’elaborazione delle scelte e all’autoregolazione e controllo della rabbia”. Una riduzione, dunque, di tempo/spazio dedicati all’autocontrollo, alla riflessione, al pensiero critico.

Il paradosso – secondo la docente – è che i ragazzi sono “iperconnessi-scollegati, hanno un’attività iperconnettiva ma in presenza hanno una modesta socialità. E’ come se l’attività, l’esposizione agli schermi li ipersaturasse, come se li soddisfacesse con un’attività sociale digitale che va a sostituire la socialità reale”. E, ci ricorda che “Il Global Risk Report (del World Economic Forum) descrive gli adolescenti come “sempre più soli, arrabbiati, dipendenti e anaffettivi”.
In questa puntata ci siamo occupati soprattutto dell’aspetto fisiologico, delle tecnologie; la seconda parte dell’intervista, nella prossima puntata, risponde soprattutto ad una domanda: ma la famiglia, che ruolo ha in tutto questo?

Immagine creative common

Il counseling, che cos’è?

“La figura del counselor è una figura amica, accogliente, con cui si instaura da subito un clima di fiducia, questo è molto importante”. La frase è della dottoressa Anna Cannoni, laureata in psicologia, che ora sta completando il suo percorso per diventare counselor. L’abbiamo intervistata per farci spiegare in cosa consiste questa figura professionale. Ci ha parlato  tra l’altro delle differenze, ad esempio, con lo psicologo; uno dei “compiti” del counselor, ci ha spiegato la dottoressa Cannoni, è far emergere dalle persone le qualità innate, che può capitare di non riuscire più a riconoscere.

Il counselor non prescrive farmaci (solo i medici possono farlo), e nel momento in cui riconosce una patologia nella persona che incontra lo reindirizza verso altri professionisti, come lo psicoterapeuta, lo psicologo, o nel caso lo ritenga necessario, lo psichiatra. Di questo e altro abbiamo parlato in questa puntata. Buon ascolto!

Foto di @DennisJacobsen

Videogiocare in compagnia a Forteen

In questa puntata Psicoradio continua a raccontare il progetto Forteen, inaugurato nel 2022 a Bologna, nel cuore della Cirenaica, dedicato agli adolescenti con fragilità e gestito dalla cooperativa sociale CADIAI.

Nella prima parte di questo doppio episodio (link alla prima puntata quì) abbiamo descritto lo spazio e alcune delle principali attività educative, come musica e ceramica; mentre in questa seconda puntata ci dedichiamo principalmente al laboratorio di videogame. In una sala con tre postazioni pc, i ragazzi possono giocare a vari giochi, sia cooperativi che “tutti contro tutti” e ognuno è libero di proporre nuovi videogiochi.

A coordinare questo laboratorio è l’edugamer Enea, che lo descrive come un “ponte” per utenti con problemi di ritiro o ansia sociale. Lui stesso, spiega, in passato ha affrontato problematiche di questo tipo: “Ci son stati in particolare due anni in cui ero totalmente chiuso in casa, non uscivo mai, giocavo tutto il giorno. Sono riuscito a uscirne anche attraverso i servizi e da lì la passione è continuata ma secondariamente alla vita. Questo mi rende un esperto per esperienza”.

Oltre a Enea, si racconta ai nostri microfoni anche Francesco, un ragazzo appassionato di videogiochi che partecipa al laboratorio: “Sto cercando di uscire da uno spazio che ho creato in camera mia e da cui non riesco a uscire facilmente. Venendo qua sto riuscendo a liberarmi dalle catene di casa”.

Dalla sua apertura, sono già decine i ragazzi e le ragazze che sono passati per Forteen e che hanno affrontato il complesso passaggio dalla neuropsichiatria infantile all’età adulta. L’accesso avviene infatti su indicazione del servizio di neuropsichiatria infantile e adolescenza e della psichiatria adulti (il CSM) dell’Ausl di Bologna.

Imparare a convivere, o in alcuni casi superare, le difficoltà significa per loro riacquistare indipendenza, obiettivo finale di Forteen.

 

Canzoni Psi compilation Volume 1

Per augurarvi una buona Pasqua in musica abbiamo preparato il Volume 1 della serie di compilation a tema “psi” di Psicoradio. Ecco la scaletta delle canzoni che ascolterete in questa puntata. Buona Pasqua e buon ascolto!

“Depresso” – Renato Zero

“Panico!” – Baustelle

“Depre” – Subsonica

“Pastiglie” – Prozac +

“Lithium” – Nirvana

“Litio” – Massimo Volume

“Mother” – John Lennon/Plastic Ono Band

Spazio alle giovani passioni

Psicoradio è andata a trovare Forteen, uno spazio situato a Bologna, nel cuore della Cirenaica, dedicato agli adolescenti con fragilità gestito dalla Cooperativa sociale CADIAI. Uno spazio di cura e ascolto, in un’ottica di prevenzione e reinserimento.

I locali sono molto grandi: c’è un biliardino, un grande divano per riposare e un murales molto colorato fatto da Roberto, responsabile del settore arte. Ci sono spazi separati per le aree videogiochi, musica, ceramica e c’è anche una piccola cucina.
L’accesso a Forteen avviene su indicazione del servizio di Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza e del Centro di Salute Mentale – Area Psichiatria Adulti.
Ad accoglierci c’è Milena Fugazzaro, educatrice e coordinatrice del progetto. Ci spiega che al centro si rivolgono ragazzi minorenni, ma anche ragazzi vicini alla maggiore età e le operatrici e gli operatori hanno sviluppato una rete e delle sinergie per assicurare un ponte tra i servizi per i minori e i servizi per gli adulti, un passaggio delicato.
“I giovani maggiorenni da poco possono venire qui dove trovano la cura e l’ascolto che hanno conosciuto quando erano più piccoli”, ci spiega Milena Fugazzaro, “questa cura e questo ascolto per altro si estendono anche a chi viene da altri servizi. E’ un luogo protetto, dove fare
esperienze di relazioni e dove trovare l’ascolto che serve ai ragazzi”.
Grazie all’aiuto di alcuni giovani tirocinanti, i ragazzi e le ragazze possono giocare con i video giochi, esercitarsi nella ceramica e suonare seguendo le proprie passioni.

Nella puntata potrete sentire le voci dei frequentatori, oltre a quella di Milena. Che spiega: “in un mondo ideale, se hai tre aree di funzionamento e sei arrivato qui perché non ne funzionano due, magari non le recuperi tutte, ma ritrovi un nuovo equilibrio con la consapevolezza che tutto cambia. Nessuno di noi è perfetto”.
Psicoradio in una prossima puntata tornerà a parlare di Forteen affrontando il tema dei videogames.

Ho visto un bellissimo film, ho pianto tutto il tempo. Psicoradio al Triste Film Festival

Qualcuno di voi ricorderà di aver sentito dire, almeno una volta da una nonna o una zia: “Ho visto un film bellissimo, era così triste! Ho pianto tutto il tempo!”.

Ecco, Psicoradio sabato 16 marzo è stata invitata, a Bologna, alla proiezione  (e poi discussione) di un film che faceva parte di un evento (alla sua seconda edizione) davvero insolito: il  Triste Film Festival.  Questa edizione appena terminata, ha “pianto in tante lingue diverse”, come scrive la locandina, a partire dal film  inaugurale al Cinema Odeon, una proiezione rara: Funeral Parade of Roses di Toshio Matsumoto (1969), una perla della new wave giapponese con protagonista Eddie e altre donne transgender della Tokyo degli anni ‘60.

Il film che eravamo invitati a commentare noi, invece, è una graphic novel con anche qualche ripresa dal vero, soprattutto di acqua e alberi.  It’s Such a Beautiful Day di Don Hertzfeldt è  davvero tristissimo, visivamente bello, con molti stimoli che ciascuno di noi ha interpretato in modo diverso. E con una insolita attenzione a particolari, a quei frammenti che nessuno guarda, come una pozzanghera, o un uccellino a terra divorato dalle formiche… facevano venire in mente quello che diceva il fotografo Luigi Ghirri o lo scrittore Gianni Celati (erano cari amici, e spesso le loro considerazioni si fondevano una nell’altra). Insomma, parlavano del fatto che ormai tutti vedono solo ciò che è predisposto per essere guardato, e invece non ci si accorge più di nessun particolare che non sia messo lì apposta.

Per notare – e filmare – particolari, come quelli che il film inquadra, bisogna che ci sia silenzio, e magari serve essere anche un po’malinconici. Un po’ tristi, come il film che abbiamo visto, It’s Such a Beautiful Day con quel titolo, E’ una giornata così bella che se uno è un po’ malinconico lo diventa ancora di più, perché tutto quello splendore sembra inutile, uno spreco.

Ovviamente – altrimenti gli organizzatori non avrebbero invitato Psicoradio! – il film era spesso in bilico tra sentimenti, emozioni che ciascuno di noi può provare, e veri e propri episodi di sofferenza psichica: disastrose perdite di memoria, confusione, intrecci tra  invenzioni dell’immaginazione e realtà diventati indistinguibili… e dunque a tratti il fantasma  della sofferenza psichica accompagna i passi del protagonista, Bill, omino triste disegnato con un tratto secco della penna, che  però quando sta per morire sembra andare incontro ad un trionfo di luci e sensazioni brillanti.

Poi, a film finito, bella discussione su come viene rappresentato al cinema il disturbo psichico, ricordi del documentario sul lutto di Cecilia Mangini del 1960 (ispirato dalla ricerca di Ernesto de Martino)… e la conferma che senza momenti di solitudine, di tristezza corriamo davvero il rischio di diventare tutti un po’ più sciocchi.

Allora, grazie di cuore agli organizzatori di Triste Film Festival! Così preparati, appassionati e gentili.

Cristina Lasagni

Pericoloso chi?

Nella religione cattolica le stigmate sono un segno di vicinanza alla santità; nella nostra cultura, però, la parola stigma ha una accezione ben diversa.

Il vocabolario Treccani elenca molti significati ma il primo è questo: “marchio, macchia”. Ne seguono tanti altri, per concludere così: “in psicologia sociale è l’attribuzione di qualità negative a una persona o a un gruppo di persone, soprattutto rivolte alla loro condizione sociale e alla loro reputazione. Lo stigma può essere di tipo razziale, religioso, etnico e anche psicofisico.” 

Psicoradio si occupa da sempre di questo “marchio” invisibile ma potentissimo: lo stigma sulla salute mentale, il marchio di pericolosità, inaffidabilità, imprevedibilità…che segna le persone che soffrono di un disturbo psichico.

In questa puntata proponiamo un’intervista al professor Antonio Lasalvia, autore del libro “Lo stigma dei disturbi mentali. Guida agli interventi basati sulle evidenze”, in cui ha esaminato moltissime ricerche “evidence based”, cioè validate dai risultati ottenuti. Sul tema dei pregiudizi sentirete anche qualche parere di redattrici e redattori, che sanno bene di cosa si tratta!. 

Per esempio, potrete scoprire insieme a noi che in Italia non è bastata la legge Basaglia a sconfiggere gli stereotipi sulla salute mentale; ma anche che questi “marchi” sono diffusi negli angoli di tutto il globo. Gli stessi. Uguali,  Antonio Lasalvia è Professore Associato di Psichiatria al Dipartimento di Neuroscienze, Biomedicina e Movimento dell’Università di Verona ed è Responsabilein tutti  medico del Centro di Salute Mentale di Verona Sud; e’ anche autore di numerosi libri e ricerche.

Quando l’abbiamo incontrato e abbiamo letto il suo libro, a Psicoradio siamo stati molto contenti, perché uno dei risultati delle ricerche citate da Lasalvia è che gli interventi più efficaci per combattere lo stigma sono quelli realizzati anche da persone che di questo stigma sono oggetto. Dalle persone con un disturbo psichico, dunque, che con il loro modo di essere, con quello che dimostrano di poter fare, con il loro lavoro, sono efficaci più di ogni discorso.

Combattere lo stigma insieme a chi ne è vittima è esattamente uno degli obiettivi per cui quasi 20 anni fa è nata Psicoradio! E i risultati li abbiamo verificati tante volte. Per esempio, ci  è capitato spesso che qualcuno, ascoltando le nostre trasmissioni chiedesse: “ma quando parlano i pazienti?” Senza pensare che li avevano appena ascoltati, e stupendosi, quando glielo dicevamo “ma erano così ironici!” Oppure “ma ha fatto un discorso così sensibile!”

Insomma, lo stigma è veramente ovunque e bisogna trovare i modi giusti per combatterlo.

Limmagine che vedete in copertina è un manifesto che nel 2017 pubblicizzava un convegno organizzato da Psicoradio per “festeggiare dieci anni di lavoro culturale contro i pregiudizi”. Quell’evento aveva anche validità di formazione per i giornalisti che vi partecipavano.

Voci controcorrente

Peccai un peccato pieno di piacere,
In un abbraccio che era caldo e ardente.
Peccai tra braccia
Che erano roventi, assetate di vendetta e come ferro.

Forùgh Farrokhzàd, «Peccato»

In occasione della Giornata internazionale dei diritti delle donne 2024, apriamo questa puntata con le voci e le musiche di donne provenienti da diverse parti del mondo e che ben rappresentano la forza delle lotte femministe:

Forugh Farrokhzad, influente scrittrice e regista iraniana femminista, fortemente osteggiata proprio per aver dato voce alla prospettiva delle donne nelle sue poesie.

Le parole del brano cileno Gracias A La Vida, interpretato da Mercedes Sosa, la “cantora popular”, attivista per la pace e i diritti civili in Argentina.

L’estratto di un brano di una delle più famose (se non la più famosa) cantante popolare egiziana della storia, Umm Kulthum.

La versione live de La montagna, scritta e cantata da Antonietta Laterza nel 1975 con l’accompagnamento della chitarrista Nadia Gabi, pubblicato poi nell’album di canzoni femministe Alle sorelle ritrovate.

Infine, Fatoumata Diawara, cantautrice e autrice maliana, che insieme a Amine Bouhafa ha curato la colonna sonora di Timbuktu, film del 2014 che racconta la coraggiosa resistenza del popolo malese alla repressione armata jihādista.

Sur l’Adamant torna nelle sale

Vincitore dell’Orso d’oro a Berlino 2023, il documentario Sur l’Adamant – Dove l’impossibile diventa possibile, torna nelle sale italiane dall’11 al 13 marzo 2024. Racconta un caso che va in direzione “ostinata e contraria”: quello del battello Adamant, ancorato sulle rive della Senna, a Parigi, che ospita un centro diurno per persone con un disagio psichico, una comunità dove ognuno può esprimere la propria individualità perché al centro del progetto ci sono le singole persone e l’ascolto. Mentre gli operatori dell’Adamant non cercano di “uniformare” le persone che lo frequentano a una cosiddetta (e poco definibile) “normalità“, il mondo della psichiatria in Francia va nella direzione opposta, come ci ha raccontato in un’intervista il regista Nicholas Philibert.

Foto di Stella Giardino da Pixabay

Il futuro fa paura ma studiare psicologia aiuta ad affrontare le fragilità

Psicoradio ha ospitato due classi dell’Istituto  Pietro Giordani di Parma, con indirizzo “Servizi per la sanità e l’assistenza sociale”, una scuola che forma i ragazzi e le ragazze a diventare operatori  socio sanitari.

L’incontro è stato organizzato grazie a due  professoresse del Giordani che su internet hanno conosciuto il nostro sito e le nostre trasmissioni e hanno deciso che sarebbe stata una esperienza interessante per i  ragazzi venirci a trovare. Gli studenti  sono stati curiosi del  nostro lavoro e hanno fatto molte domande.

Ma anche noi li abbiamo intervistati: nella puntata che abbiamo dedicato alla visita potete sentire le voci di AstridMarikaAishaGiovanni, JoanaMichelaAnna e Sonia.
Abbiamo chiesto loro perché avevano scelto quel percorso  scolastico. Le risposte sono state molto varie.

Questa scuola ha cambiato il mio modo di pensare” ci ha detto  Aisha, “mi ha fatto conoscere una materia, la psicologia, che mi ha dato modo di comprendere meglio come una persona si comporta”. Molti tra loro hanno risposto che la scelta era nata dal desiderio di voler aiutare le persone in difficoltà, bambini con problemi  o anziani soli, accompagnando questi ultimi negli ultimi giorni, anche se questo compito è particolarmente difficile, perché chi resta soffre comunque.

Abbiamo parlato anche della sofferenza psi tra i giovani:  “ fra amici si  parla sempre di più di fragilità  e non è più un tabù chiedere aiuto”. Grazie agli strumenti di cui si stanno impadronendo a scuola, ci hanno spiegato che possono essere d’aiuto ai coetanei di cui intercettano i segnali di malessere.

Alla fine abbiamo fatto un gioco di associazioni mentali che ci ha aperto uno squarcio soprattutto sulle loro paure.  Alla parola futuro molti hanno associato le parole ansia, incertezza ma anche  costanza nel  credere nei propri obiettivi. Alla parola paura hanno associato l’idea di incertezza nel  futuro, mentre alla  felicità hanno collegato i ricordi dell’infanzia e la figura materna.
E’ stato un bello scambio, sia nella prima parte dell’incontro, quando abbiamo raccontato il progetto Psicoradio, che nella seconda parte, in cui abbiamo ascoltato i nostri giovani ospiti.

 

 

Psicoradio in visita a ForTeen

A Bologna, nel cuore della Cirenaica, il nuovo spazio ForTeen dedicato agli adolescenti con fragilità importanti, gestito dalla cooperativa sociale CADIAI, che ha lo scopo di creare nuovi contesti in cui trovare spazi adeguati alle necessità di cura e ascolto, con gli obbiettivi di prevenzione e reinserimento. Siamo andati a trovare operatori, ragazze e ragazzi. E abbiamo scattato alcune fotografie.

 

“Sei il luogo in cui arrivi”


«La terra della mia anima è così dura

c’è un sasso pesante sul mio petto

da questo barcone 

ho capito che chi vede la realtà

deve essere realista,

che sei il luogo in cui arrivi

e quella è la tua ultima destinazione».

E’ una poesia di Kenan Shukar, morto nel naufragio di Cutro, in cui nella notte tra il 25 e il 26 febbraio 2023 hanno perso la vita almeno 180 migranti.  Aveva 26 anni, era figlio di un mujahidin del comandante Massoud, il mitico Leone del Panshir che aveva combattuto i sovietici e poi i talebani. Ma lui non voleva seguire questo destino di guerra, che aveva travolto l’Afghanistan. Voleva solo  pace, trovare un luogo dove poter studiare.

Ousmane Sylla aveva 22 anni e stava perdendo la ragione. Stava impazzendo, perché appena è diventato maggiorenne è stato rinchiuso – senza aver commesso reato – in diversi  CPR (Centri di Permanenza per i Rimpatri), con la prospettiva di restarci diciotto mesi.

“Ousmane il cantante”, come gli piaceva essere chiamato, era arrivato in Italia dalla Guinea, dove aveva lasciato tutta la sua famiglia, 6 anni fa, ancora minorenne.

All’alba del 4 febbraio, si impiccato alle sbarre della sua cella, nel Centro per il Rimpatrio di Ponte Galeria, a Roma. Poco prima aveva disegnato sul muro, con un mozzicone di sigaretta, il suo ritratto e le sue ultime, dolorose parole

Vorrei che il mio corpo fosse riportato in Africa, mia madre ne sarebbe contenta.

I militari italiani non capiscono nulla a parte il denaro.

L’Africa mi manca molto, e anche mia madre. Non deve piangere per me.

Pace alla mia anima, che io possa riposare in pace.”  

Zaher Rezai, 17, anni anche lui afghano , è morto a 17 anni, nel 2008, schiacciato dal camion sotto cui si era nascosto  per passare il confine tra Patrasso e Venezia; aveva cominciato a lavorare a 13 anni , in Iran, come saldatore per raggranellare i soldi del viaggio.

In tasca è stato trovato un taccuino con versi di una bellezza dolorosa.

Se un giorno in esilio la morte prenderà il mio corpo/chi si occuperà della sepoltura?/Chi cucirà il mio sudario?/In un luogo alto sia deposta la bara/ché il vento porti alla mia Patria il mio profumo”.

E in un’altra poesia: “Questo corpo assetato e stanco/forse non arriverà al mare./Non so cos’ha per me il destino/ma promettimi, Dio,/non lascerai che finisca la primavera”.

A Kenan, a Zaher e a Ousmane Psicoradio ha dedicato due puntate, entrambe si concludono con una intervista a Gianfranco Schiavone, presidente di ICS- Consorzio Italiano di Solidarietà, realtà che tutela le persone richiedenti asilo e rifugiate. A lui abbiamo fatto domande sulle condizioni di vita nei Cpr, a partire dallo stato della salute mentale di chi vi è rinchiuso. La prima metà dell’intervista è nella puntata 892, la seconda metà nella puntata 893.

Puntata 892

Puntata 893

Foto di Sandor Csudai