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Autore: Psicoradio

“Fame d’aria”, l’ultimo romanzo di Daniele Mencarelli

 

“Anche mentre cammina, non si può non notare il leggero dondolamento (…) le dita della mano sinistra non smettono mai di passare e ripassare sulla coscia (…) un gesto meccanico, una stereotipia. Così dissero a Pietro e Bianca i dottori, ormai tanti anni fa”. Questo brano è tratto dall’ultimo romanzo di Daniele Mencarelli “Fame d’aria, pubblicato nel 2023 da Mondadori. Due redattori di Psicoradio, Claudio e Rosanna, la scorsa estate hanno letto il libro, e poi si sono incontrati per discuterne. Nella parte finale della puntata sentirete le loro riflessioni.

Daniele Mencarelli ha conosciuto il disagio psichico, nei suoi libri precedenti ha raccontato alcuni momenti della sua vita legati a questa sofferenza. Tra i suoi libri ricordiamo “Tutto chiede salvezza”, che nel 2020 ha vinto il Premio Strega Giovani, da cui è stata tratta l’omonima serie Netflix. In “Fame d’aria” Mencarelli cambia registro e scrive un romanzo non più legato alla sua vita personale, ma ci parla dell’enorme difficoltà di chi deve crescere un figlio che rientra nello spettro autistico, dell’abbandono da parte dello Stato che non fornisce il sostegno economico per far fronte alle costose cure specialistiche necessarie. Il romanzo è quasi una discesa agli inferi di Pietro, padre di Jacopo, che vive la disperazione di questa drammatica situazione, che si concluderà con due importanti colpi di scena.

Ecco una delle considerazioni di Claudio e Rosanna: “Ogni libro che ho letto credo abbia lasciato come una scia nella mia vita, più o meno visibile. Questo libro cosa ti ha lasciato, Rosanna?” – “Una grande consapevolezza del fatto che ci sono milioni di persone che attraversano momenti veramente difficili, ma per contro c’è la possibilità di dare una svolta, anche in situazioni molto dure”.

Foto di Pexels

 

Storie di genitori coraggiosi: Antonio e la sua voglia di indipendenza

“Per me Antonio non è morto, è andato via per un viaggio molto lontano e lo sento ancora presente” ci confida nello studio di  Psicoradio Marie Francoise Delatour, la madre di Antonio. “Ho veramente l’impressione di aver sofferto assieme a lui, e non ho percepito il distacco”. Questa è la seconda parte dell’intervista a Marie Françoise Delatour, che ha scritto un libro dedicato al figlio, morto ancora giovane dopo più di venti anni di convivenza con la sofferenza psichica.
Per ascoltare la prima parte: puntata 903

Marie Francoise Delatour è  presidente di “Cercare oltre”, un’associazione che, come dice il nome, studia e percorre tante strade diverse alla ricerca di qualche possibile miglioramento delle condizioni di chi soffre; è stata a lungo anche presidente del CUFO, Comitato Utenti Famigliari e Operatori della salute mentale.

Nella vita di Antonio si sono succeduti psichiatri e psicoterapeuti, però secondo Marie Francoise “Antonio cercava un maestro di vita, aveva bisogno di un interlocutore forte, gli è mancato un amico sincero che gli facesse da fratello maggiore.” Ha trovato, invece, una signora, “una curandera con cui aveva un rapporto straordinario”, continua Marie Francoise, “e poi un altro elemento fondamentale della sua vita è stato il suo cane, un  pastore tedesco: è stato la sua guida,  il suo terapeuta, e anche il dover esserci per aiutare qualcun altro.” Un simbolo perfetto di amore incondizionato.

Secondo Delatour “quando in famiglia c’è un figlio che sta male, il ruolo della madre è fondamentale; altrimenti la famiglia si sfascia”. E’ lei che deve trovare un equilibrio tra la malattia e la cura del figlio malato, e il resto della famiglia. Spesso, poi, i genitori non reggono il peso della fragilità del figlio, per paura e perché non accettano la “disgrazia di avere un figlio “bacato”. ‘Perché è successo proprio a noi?’, si chiedono.”

Delatour riflette sulla “tremenda differenza tra disabilità visibile, per esempio un ragazzo down, che tutti riconoscono, e la disabilità mentale, che non ha un reale referto di laboratorio, non si vede e che viene discriminata.” “Non ci si deve vergognare della malattia,” conclude Marie Francoise “perché non c’è colpa. Invece esiste ancora una forte disinformazione, e molta ignoranza.”

Concludiamo con una osservazione di Barbara, redattrice di Psicoradio, che ha collaborato a questa puntata: “Quando il figlio diventa maggiorenne i genitori devono rispettare le sue scelte e non cercare di forzare la cura, visto che non possono entrare nelle sedute psichiatriche. Lo dico secondo il mio parere di redattrice di Psicoradio e di persona con un problema psichico.”

Il libro “Antonio cosa ci ha insegnato” è scaricabile gratuitamente dal sito Sogni e Bisogni.

“Antonio che cosa ci ha insegnato”

Oggi ho un’ altra visione del mondo, della salute mentale, dello stigma, della speranza ….. e di tanti altri temi”. 

Marie Francois Delatour racconta gli anni passati con il figlio Antonio, una persona con una sofferenza psichica, morto a soli 48 anni.
Alle tante esperienze vissute accanto a lui ha dedicato il libro “Antonio che cosa ci ha insegnato”; ne abbiamo parlato a lungo con l’autrice, nella redazione di Psicoradio.

Marie Francois Delatour è presidente dell’associazione “Cercare oltre” ed è stata a lungo presidente  del CUFO Comitato Utenti Famigliari e Operatori della salute mentale.

“Antonio era un bel ragazzo simpatico gioioso;  quando stava bene aveva il suo carattere e le sue pretese e si aspettava molto dalla vita. Uno come tutti noi.”
Alla domanda “cosa le ha insegnato Antonio?” Marie Françoise risponde: “Io credo che alla fine di questo percorso, che è stato lungo e anche travagliato,  personalmente ho imparato molto sull’amore incondizionato. Che significa amare le persone così come sono, accettare se stessi e gli altri per quello che sono e non per quello che uno si aspetta o vorrebbe. Più  in generale, ho imparato molte cose sul dare e ricevere.”

La cosa più difficile e più importante è accettare le scelte di un figlio, che è un  adulto, anche se con problemi mentali: “quando Antonio ha cominciato a stare male il mio sentirmi madre è cresciuto e mi ha fatto sentire responsabile di quello che succedeva a lui; ed è cresciuto il mio bisogno di poter fare qualcosa per farlo stare meglio.

Nell’ultima parte della vita di Antonio ho imparato però che era sbagliato fare così, era quasi una mancanza di rispetto nei suoi confronti; abbiamo imparato  a fare un passo indietro pensando che il figlio non ci appartiene. Un genitore deve rispettare le  sue volontà e il suo desiderio, deve anche rispettare il suo star male, anche fino alla decisione estrema del suicidio.”

Nell’intervista, Marie Françoise ricorda anche quello che definisce un errore che avrebbe voluto non ripetere mai: e cioè chiamare il 118 e attivare un TSO, il trattamento sanitario obbligatorio. Le lezioni più dure, per lei, sono state l’odio e lo stigma manifestati nei confronti di Antonio (e di moltissime persone con una diagnosi psichiatrica) da parte della società ma soprattutto di alcuni  membri della famiglia.

Finiremo di conoscere gli insegnamenti che Marie Françoise ha imparato dalla vita con Antonio nella prossima puntata di Psicoradio.

Intanto, per chi volesse approfondire ricordiamo che il libro “Antonio che cosa ci ha insegnato” è scaricabile gratuitamente sul sito “ Sogni e Bisogni”.

Sempre connessi, e soli

Continuiamo l’intervista a Maria Luisa Iavarone, pedagogista e docente all’Università di Napoli Parthenope. Nella puntata precedente abbiamo parlato con lei degli effetti – e dei mutamenti a livello cerebrale –  provocati negli adolescenti da una continua esposizione a dispositivi come lo smartphone, che li tiene continuamente connessi online. 

In questa seconda parte dell’intervista facciamo alla dottoressa una domanda cruciale: perché le famiglie sembrano impotenti? Perché non sono più capaci di porre limiti, in questo caso all’uso continuo degli smartphone? E come si può intervenire per contrastare questa deriva molto pericolosa? 

Troppo spesso infatti i genitori oggi sembrano loro stessi infantili, tanto da non riuscire a tollerare di essere la causa di rabbia o delusione del figlio davanti a un no. 
“Non è vero che i ragazzi non vogliono  i limiti – dice  Maria Luisa Iavarone – ma li vogliono giusti, nel senso che vogliono capire il senso della regola. Però quando dici loro che una  cosa non va bene, significa che tu nella relazione ci sei. Se io non ti dico mai niente, significa che non ci sto. Il problema è questo, non mettere la password al cellulare, ma creare una password relazionale con i ragazzini”.

La generazione “struca el boton” (schiaccia il bottone)

Siamo tutti consapevoli del fatto che i computer, e ancora di più i cellulari “smart”, continuamente connessi a internet, hanno occupato le nostre vite con una presenza pervasiva. Oggi però la preoccupazione comincia a spostarsi soprattutto sull’impatto che questo nuovo mondo ha sui giovanissimi, e sugli effetti neurologici per cervelli ancora in fase di sviluppo.

Proprio di questo ci parla la professoressa Maria Luisa Iavarone: di una ricerca, Adolescents Brain Cognitive Development, “ABCD”, (Lo sviluppo cognitivo del cervello degli adolescenti), promossa dal National Institute of Health di Baltimora.
Si tratta di uno studio decennale in corso (i primi 5 anni sono già passati) che coinvolge quasi dodicimila ragazzini per indagare gli effetti provocati nelle aree cerebrali dei giovanissimi esposti per ore ed ore a schermi e connessioni.

Le risonanze magnetiche alle quali i ragazzi vengono periodicamente sottoposti (due ogni anno) danno risultati impressionanti: evidenziano infatti un mutamento di alcuni lobi cerebrali, in particolare un’iperstimolazione della corteccia frontale, segno di un’abitudine consolidata a decifrare immagini; il risultato è un maggiore sviluppo dei lobi preposti al “cervello visivo”. Però, ci dice Iavarone, siccome il cervello è un sistema, a questa iperstimolazione visiva corrisponde una minor stimolazione della corteccia pre-frontale, “che è deputata alla formulazione dei giudizi, alla inibizione degli istinti, all’elaborazione delle scelte e all’autoregolazione e controllo della rabbia”. Una riduzione, dunque, di tempo/spazio dedicati all’autocontrollo, alla riflessione, al pensiero critico.

Il paradosso – secondo la docente – è che i ragazzi sono “iperconnessi-scollegati, hanno un’attività iperconnettiva ma in presenza hanno una modesta socialità. E’ come se l’attività, l’esposizione agli schermi li ipersaturasse, come se li soddisfacesse con un’attività sociale digitale che va a sostituire la socialità reale”. E, ci ricorda che “Il Global Risk Report (del World Economic Forum) descrive gli adolescenti come “sempre più soli, arrabbiati, dipendenti e anaffettivi”.
In questa puntata ci siamo occupati soprattutto dell’aspetto fisiologico, delle tecnologie; la seconda parte dell’intervista, nella prossima puntata, risponde soprattutto ad una domanda: ma la famiglia, che ruolo ha in tutto questo?

Immagine creative common

Il counseling, che cos’è?

“La figura del counselor è una figura amica, accogliente, con cui si instaura da subito un clima di fiducia, questo è molto importante”. La frase è della dottoressa Anna Cannoni, laureata in psicologia, che ora sta completando il suo percorso per diventare counselor. L’abbiamo intervistata per farci spiegare in cosa consiste questa figura professionale. Ci ha parlato  tra l’altro delle differenze, ad esempio, con lo psicologo; uno dei “compiti” del counselor, ci ha spiegato la dottoressa Cannoni, è far emergere dalle persone le qualità innate, che può capitare di non riuscire più a riconoscere.

Il counselor non prescrive farmaci (solo i medici possono farlo), e nel momento in cui riconosce una patologia nella persona che incontra lo reindirizza verso altri professionisti, come lo psicoterapeuta, lo psicologo, o nel caso lo ritenga necessario, lo psichiatra. Di questo e altro abbiamo parlato in questa puntata. Buon ascolto!

Foto di @DennisJacobsen

Videogiocare in compagnia a Forteen

In questa puntata Psicoradio continua a raccontare il progetto Forteen, inaugurato nel 2022 a Bologna, nel cuore della Cirenaica, dedicato agli adolescenti con fragilità e gestito dalla cooperativa sociale CADIAI.

Nella prima parte di questo doppio episodio (link alla prima puntata quì) abbiamo descritto lo spazio e alcune delle principali attività educative, come musica e ceramica; mentre in questa seconda puntata ci dedichiamo principalmente al laboratorio di videogame. In una sala con tre postazioni pc, i ragazzi possono giocare a vari giochi, sia cooperativi che “tutti contro tutti” e ognuno è libero di proporre nuovi videogiochi.

A coordinare questo laboratorio è l’edugamer Enea, che lo descrive come un “ponte” per utenti con problemi di ritiro o ansia sociale. Lui stesso, spiega, in passato ha affrontato problematiche di questo tipo: “Ci son stati in particolare due anni in cui ero totalmente chiuso in casa, non uscivo mai, giocavo tutto il giorno. Sono riuscito a uscirne anche attraverso i servizi e da lì la passione è continuata ma secondariamente alla vita. Questo mi rende un esperto per esperienza”.

Oltre a Enea, si racconta ai nostri microfoni anche Francesco, un ragazzo appassionato di videogiochi che partecipa al laboratorio: “Sto cercando di uscire da uno spazio che ho creato in camera mia e da cui non riesco a uscire facilmente. Venendo qua sto riuscendo a liberarmi dalle catene di casa”.

Dalla sua apertura, sono già decine i ragazzi e le ragazze che sono passati per Forteen e che hanno affrontato il complesso passaggio dalla neuropsichiatria infantile all’età adulta. L’accesso avviene infatti su indicazione del servizio di neuropsichiatria infantile e adolescenza e della psichiatria adulti (il CSM) dell’Ausl di Bologna.

Imparare a convivere, o in alcuni casi superare, le difficoltà significa per loro riacquistare indipendenza, obiettivo finale di Forteen.

 

Canzoni Psi compilation Volume 1

Per augurarvi una buona Pasqua in musica abbiamo preparato il Volume 1 della serie di compilation a tema “psi” di Psicoradio. Ecco la scaletta delle canzoni che ascolterete in questa puntata. Buona Pasqua e buon ascolto!

“Depresso” – Renato Zero

“Panico!” – Baustelle

“Depre” – Subsonica

“Pastiglie” – Prozac +

“Lithium” – Nirvana

“Litio” – Massimo Volume

“Mother” – John Lennon/Plastic Ono Band

Spazio alle giovani passioni

Psicoradio è andata a trovare Forteen, uno spazio situato a Bologna, nel cuore della Cirenaica, dedicato agli adolescenti con fragilità gestito dalla Cooperativa sociale CADIAI. Uno spazio di cura e ascolto, in un’ottica di prevenzione e reinserimento.

I locali sono molto grandi: c’è un biliardino, un grande divano per riposare e un murales molto colorato fatto da Roberto, responsabile del settore arte. Ci sono spazi separati per le aree videogiochi, musica, ceramica e c’è anche una piccola cucina.
L’accesso a Forteen avviene su indicazione del servizio di Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza e del Centro di Salute Mentale – Area Psichiatria Adulti.
Ad accoglierci c’è Milena Fugazzaro, educatrice e coordinatrice del progetto. Ci spiega che al centro si rivolgono ragazzi minorenni, ma anche ragazzi vicini alla maggiore età e le operatrici e gli operatori hanno sviluppato una rete e delle sinergie per assicurare un ponte tra i servizi per i minori e i servizi per gli adulti, un passaggio delicato.
“I giovani maggiorenni da poco possono venire qui dove trovano la cura e l’ascolto che hanno conosciuto quando erano più piccoli”, ci spiega Milena Fugazzaro, “questa cura e questo ascolto per altro si estendono anche a chi viene da altri servizi. E’ un luogo protetto, dove fare
esperienze di relazioni e dove trovare l’ascolto che serve ai ragazzi”.
Grazie all’aiuto di alcuni giovani tirocinanti, i ragazzi e le ragazze possono giocare con i video giochi, esercitarsi nella ceramica e suonare seguendo le proprie passioni.

Nella puntata potrete sentire le voci dei frequentatori, oltre a quella di Milena. Che spiega: “in un mondo ideale, se hai tre aree di funzionamento e sei arrivato qui perché non ne funzionano due, magari non le recuperi tutte, ma ritrovi un nuovo equilibrio con la consapevolezza che tutto cambia. Nessuno di noi è perfetto”.
Psicoradio in una prossima puntata tornerà a parlare di Forteen affrontando il tema dei videogames.

Ho visto un bellissimo film, ho pianto tutto il tempo. Psicoradio al Triste Film Festival

Qualcuno di voi ricorderà di aver sentito dire, almeno una volta da una nonna o una zia: “Ho visto un film bellissimo, era così triste! Ho pianto tutto il tempo!”.

Ecco, Psicoradio sabato 16 marzo è stata invitata, a Bologna, alla proiezione  (e poi discussione) di un film che faceva parte di un evento (alla sua seconda edizione) davvero insolito: il  Triste Film Festival.  Questa edizione appena terminata, ha “pianto in tante lingue diverse”, come scrive la locandina, a partire dal film  inaugurale al Cinema Odeon, una proiezione rara: Funeral Parade of Roses di Toshio Matsumoto (1969), una perla della new wave giapponese con protagonista Eddie e altre donne transgender della Tokyo degli anni ‘60.

Il film che eravamo invitati a commentare noi, invece, è una graphic novel con anche qualche ripresa dal vero, soprattutto di acqua e alberi.  It’s Such a Beautiful Day di Don Hertzfeldt è  davvero tristissimo, visivamente bello, con molti stimoli che ciascuno di noi ha interpretato in modo diverso. E con una insolita attenzione a particolari, a quei frammenti che nessuno guarda, come una pozzanghera, o un uccellino a terra divorato dalle formiche… facevano venire in mente quello che diceva il fotografo Luigi Ghirri o lo scrittore Gianni Celati (erano cari amici, e spesso le loro considerazioni si fondevano una nell’altra). Insomma, parlavano del fatto che ormai tutti vedono solo ciò che è predisposto per essere guardato, e invece non ci si accorge più di nessun particolare che non sia messo lì apposta.

Per notare – e filmare – particolari, come quelli che il film inquadra, bisogna che ci sia silenzio, e magari serve essere anche un po’malinconici. Un po’ tristi, come il film che abbiamo visto, It’s Such a Beautiful Day con quel titolo, E’ una giornata così bella che se uno è un po’ malinconico lo diventa ancora di più, perché tutto quello splendore sembra inutile, uno spreco.

Ovviamente – altrimenti gli organizzatori non avrebbero invitato Psicoradio! – il film era spesso in bilico tra sentimenti, emozioni che ciascuno di noi può provare, e veri e propri episodi di sofferenza psichica: disastrose perdite di memoria, confusione, intrecci tra  invenzioni dell’immaginazione e realtà diventati indistinguibili… e dunque a tratti il fantasma  della sofferenza psichica accompagna i passi del protagonista, Bill, omino triste disegnato con un tratto secco della penna, che  però quando sta per morire sembra andare incontro ad un trionfo di luci e sensazioni brillanti.

Poi, a film finito, bella discussione su come viene rappresentato al cinema il disturbo psichico, ricordi del documentario sul lutto di Cecilia Mangini del 1960 (ispirato dalla ricerca di Ernesto de Martino)… e la conferma che senza momenti di solitudine, di tristezza corriamo davvero il rischio di diventare tutti un po’ più sciocchi.

Allora, grazie di cuore agli organizzatori di Triste Film Festival! Così preparati, appassionati e gentili.

Cristina Lasagni

Pericoloso chi?

Nella religione cattolica le stigmate sono un segno di vicinanza alla santità; nella nostra cultura, però, la parola stigma ha una accezione ben diversa.

Il vocabolario Treccani elenca molti significati ma il primo è questo: “marchio, macchia”. Ne seguono tanti altri, per concludere così: “in psicologia sociale è l’attribuzione di qualità negative a una persona o a un gruppo di persone, soprattutto rivolte alla loro condizione sociale e alla loro reputazione. Lo stigma può essere di tipo razziale, religioso, etnico e anche psicofisico.” 

Psicoradio si occupa da sempre di questo “marchio” invisibile ma potentissimo: lo stigma sulla salute mentale, il marchio di pericolosità, inaffidabilità, imprevedibilità…che segna le persone che soffrono di un disturbo psichico.

In questa puntata proponiamo un’intervista al professor Antonio Lasalvia, autore del libro “Lo stigma dei disturbi mentali. Guida agli interventi basati sulle evidenze”, in cui ha esaminato moltissime ricerche “evidence based”, cioè validate dai risultati ottenuti. Sul tema dei pregiudizi sentirete anche qualche parere di redattrici e redattori, che sanno bene di cosa si tratta!. 

Per esempio, potrete scoprire insieme a noi che in Italia non è bastata la legge Basaglia a sconfiggere gli stereotipi sulla salute mentale; ma anche che questi “marchi” sono diffusi negli angoli di tutto il globo. Gli stessi. Uguali,  Antonio Lasalvia è Professore Associato di Psichiatria al Dipartimento di Neuroscienze, Biomedicina e Movimento dell’Università di Verona ed è Responsabilein tutti  medico del Centro di Salute Mentale di Verona Sud; e’ anche autore di numerosi libri e ricerche.

Quando l’abbiamo incontrato e abbiamo letto il suo libro, a Psicoradio siamo stati molto contenti, perché uno dei risultati delle ricerche citate da Lasalvia è che gli interventi più efficaci per combattere lo stigma sono quelli realizzati anche da persone che di questo stigma sono oggetto. Dalle persone con un disturbo psichico, dunque, che con il loro modo di essere, con quello che dimostrano di poter fare, con il loro lavoro, sono efficaci più di ogni discorso.

Combattere lo stigma insieme a chi ne è vittima è esattamente uno degli obiettivi per cui quasi 20 anni fa è nata Psicoradio! E i risultati li abbiamo verificati tante volte. Per esempio, ci  è capitato spesso che qualcuno, ascoltando le nostre trasmissioni chiedesse: “ma quando parlano i pazienti?” Senza pensare che li avevano appena ascoltati, e stupendosi, quando glielo dicevamo “ma erano così ironici!” Oppure “ma ha fatto un discorso così sensibile!”

Insomma, lo stigma è veramente ovunque e bisogna trovare i modi giusti per combatterlo.

Limmagine che vedete in copertina è un manifesto che nel 2017 pubblicizzava un convegno organizzato da Psicoradio per “festeggiare dieci anni di lavoro culturale contro i pregiudizi”. Quell’evento aveva anche validità di formazione per i giornalisti che vi partecipavano.

Voci controcorrente

Peccai un peccato pieno di piacere,
In un abbraccio che era caldo e ardente.
Peccai tra braccia
Che erano roventi, assetate di vendetta e come ferro.

Forùgh Farrokhzàd, «Peccato»

In occasione della Giornata internazionale dei diritti delle donne 2024, apriamo questa puntata con le voci e le musiche di donne provenienti da diverse parti del mondo e che ben rappresentano la forza delle lotte femministe:

Forugh Farrokhzad, influente scrittrice e regista iraniana femminista, fortemente osteggiata proprio per aver dato voce alla prospettiva delle donne nelle sue poesie.

Le parole del brano cileno Gracias A La Vida, interpretato da Mercedes Sosa, la “cantora popular”, attivista per la pace e i diritti civili in Argentina.

L’estratto di un brano di una delle più famose (se non la più famosa) cantante popolare egiziana della storia, Umm Kulthum.

La versione live de La montagna, scritta e cantata da Antonietta Laterza nel 1975 con l’accompagnamento della chitarrista Nadia Gabi, pubblicato poi nell’album di canzoni femministe Alle sorelle ritrovate.

Infine, Fatoumata Diawara, cantautrice e autrice maliana, che insieme a Amine Bouhafa ha curato la colonna sonora di Timbuktu, film del 2014 che racconta la coraggiosa resistenza del popolo malese alla repressione armata jihādista.

Sur l’Adamant torna nelle sale

Vincitore dell’Orso d’oro a Berlino 2023, il documentario Sur l’Adamant – Dove l’impossibile diventa possibile, torna nelle sale italiane dall’11 al 13 marzo 2024. Racconta un caso che va in direzione “ostinata e contraria”: quello del battello Adamant, ancorato sulle rive della Senna, a Parigi, che ospita un centro diurno per persone con un disagio psichico, una comunità dove ognuno può esprimere la propria individualità perché al centro del progetto ci sono le singole persone e l’ascolto. Mentre gli operatori dell’Adamant non cercano di “uniformare” le persone che lo frequentano a una cosiddetta (e poco definibile) “normalità“, il mondo della psichiatria in Francia va nella direzione opposta, come ci ha raccontato in un’intervista il regista Nicholas Philibert.

Foto di Stella Giardino da Pixabay