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Autore: Admin

LE OPERE D’ARTE HANNO UN’AURA. E’ COME SE TI GUARDASSERO



“Tra fine Settecento e inizio Ottocento gli artisti più coraggiosi cominciano ad esprimere che c’è un mostro dentro di noi, che c’è qualcosa di sconosciuto e di inconoscibile: è lì che comincia l’Arte moderna” Dal momento che si è appena conclusa Arte Fiera, la più grande mostra mercato italiana dedicata all’Arte contemporanea, la puntata si apre con un’intervista alla professoressa Silvia Evangelisti, docente di Storia dell’Arte contemporanea all’Università di Bologna, che è stata anche direttrice di Arte Fiera per 10 anni. L’intervista affronta diversi  temi, a partire dal mutamento fondamentale che l’arte ha subito tra fine Settecento e primi Ottocento, entrando nella modernità. Dalla tendenza alla mimesi, alla fine dell’Ottocento, si passa a qualcosa di ancor differente: “Cosa distingue l’Arte dalla realtà? Questa diventa la domanda fondamentale della contemporaneità.” La professoressa Evangelisti racconta come l’ingresso definitivo della realtà nell’opera d’arte abbia sancito la fine della Storia dell’arte come era conosciuta in passato entrando in un’epoca  in cui è la collettività a decidere se un’opera d’ arte è tale: un fatto che però ha regalato un grande potere al mercato, che ha creato un ulteriore metro basato sul valore economico.   PSICOSANREMO

 

 

 

Anche quest’anno Psicoradio seguirà il festival di Sanremo, che andrà in onda su Rai 1 il prossimo 9 febbraio. Chi segue Sanremo? C’è ancora qualcuno che è appassionato del celebre festival della canzone italiana? La redazione è uscita per le strade di Bologna chiedendo ai passanti: guardi Sanremo e perché? Le risposte sono state molto diverse tra loro: c’è chi ancora lo guarda perché ricorda quando era bambino e lo seguiva a casa con i genitori, c’è, invece, chi si annoia e cambia canale e chi lo guarda soltanto perché la presentatrice è una sua compatriota. Psicoradio ha creato una sua mini-fenomenologia di Sanremo partendo da esperienze e ricordi dei redattori e raccogliendo le emozioni e le opinioni che gli intervistati hanno su Sanremo.

I LAGER DI OGGI

Anche quest’anno Psicoradio si occupa di memoria nella settimana in cui viene celebrato il giorno della memoria dell’olocausto perpetrato dal nazismo. La redazione affronta il tema della memoria legando gli avvenimenti passati a quelli presenti, perché nel mondo esistono ancora diversi lager. La puntata si articola in 4 parti.

 

La prima è dedicata a un’inchiesta di Psicoradio su Aktion T4, che ha offerto dati, testi di ordinanze naziste, musiche d’epoca e l’intervista allo psichiatra Luigi Benevelli, autore del libro “I medici che uccisero i loro pazienti. Gli psichiatri tedeschi e il nazismo”. Il libro racconta della famigerata Aktion T4, che tra il 1934 e il 1944 programmò ed eseguì l’eliminazione di 72.000 pazienti psichiatrici con la sconvolgente e poco raccontata collaborazione dei loro medici.

 

La seconda parte riguarda la denuncia dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) sulla situazione di emarginazione e maltrattamenti in cui versano ancora in diverse parti del pianeta le persone che soffrono di disturbi mentali. Ad esempio la grave situazione degli ospedali psichiatrici in America Latina denunciata dalla commissione interamericana sui diritti umani e l’inchiesta di un giornalista della BBC sull’ospedale Federico Mora in Guatemala. Verrà riproposta anche parte dell’intervista all’allora senatore Ignazio Marino che girò per tutti gli Ospedali psichiatrici giudiziari italiani (OPG) assieme ad una commissione parlamentare avviando il lavoro che ha portato alla legge di chiusura degli OPG.

 

Di stretta attualità è la discriminazione cromatica verso i rifugiati in Gran Bretagna. A Middlesbrough un’azienda che lavora per conto del governo inglese ha assegnato ai rifugiati, per lo più provenienti da Siria, Afghanistan e Iran, abitazioni con le porte colorate appositamente di rosso. Questo ha determinato episodi di intolleranza proprio perché le case sono facilmente identificabili. A Cardiff, in Galles, braccialetti rossi sono stati fatti mettere al polso dei rifugiati da un’altra azienda che eroga servizi di assistenza per poter accedere alla mensa.

 

Infine segnaleremo due mostre la prima si svolge nei locali dell’ex manicomio Roncati di Bologna, dove si trova anche la nostra redazione, e ritrae i pazienti dell’ospedale psichiatrico di Lahore in Pakistan. La chiave di lettura è però soprendente perchè, per una volta, un luogo simile non è ritratto come luogo della sofferenza ma della cura e della tolleranza. L’altra mostra si svolgerà nell’ ambito della kermesse di Arte Fiera a cura del Collettivo artisti irregolari bolognesi: dal 29 gennaio al 1 febbraio le opere del collettivo si potranno vedere nel centralissimo mercato di mezzo bolognese.

 

 

RAGAZZI IO LA FACCIO FINITA. NON CE LA FACCIO PIÙ

“Ragazzi io la faccio finita non ce la faccio più” “Cosa? Ma dai smettila!”
“Dico sul serio vedrete io non ce la faccio più, adesso basta” “Smettila di dire stronzate”
“E’ vero, vedrete”.

Purtroppo è stato vero.
Chiara, una ragazza di 12 anni di Pordenone, scambiava questi messaggi con delle amiche su Whatsapp.

Qualche giorno fa Chiara ha tentato il suicidio buttandosi dalla finestra della sua camera e solo una persiana aperta ne ha attutito la caduta. Il motivo di questo gesto sembra sia la sofferenza per casi di bullismo (diciamo “sembra” perché la magistratura sta indagando).

La redazione di Psicoradio torna a parlare di bullismo con la testimonianza di alcuni redattori che ne sono stati vittime: “Avevo talmente tanta vergogna che che pensavo di essere sbagliata io, di non avere il diritto di chiedere aiuto a qualcuno, perchè sei tu che stai facendo qualcosa di sbagliato, ti devi solo vergognare”.

 

I redattori raccontano come il ripetersi degli episodi trasformi una semplice derisione in bullismo; e il male di questo fenomeno è la solitudine. Sono molti i motivi che possono rendere qualcuno vittima di bullismo. E’ sufficiente una difficoltà di pronuncia o qualcosa di più evidente, come un difetto fisico o psichico, comunque tutto ciò che è “diverso” o “ti fa apparire debole”. W qualcuno confida a Psicoradio che, quando si è soli perchè nessuno vede o preferisce non intervenire (insegnanti, familiari o coetanei), può capitare che l’unica difesa sia fare qualcosa a se stessi, farsi de male.

 

… E TU SLEGALO SUBITO

“La contenzione non è una pratica medica; (…) abbiamo deciso di disciplinarla con una direttiva dalla Regione Emilia Romagna, per ridurre sempre di più i casi di contenzione negli SPDC (servizi psichiatrici di diagnosi e cura).”

Sono parole di Mila Ferri, responsabile per la salute mentale della Regione Emilia Romagna che parla a Psicoradio delle strategie per ridurre la contenzione, ovvero la pratica di legare persone in modo coercitivo.

Questa settimana infatti Psicoradio segnala una iniziativa del Forum della Salute Mentale: “….E TU SLEGALO SUBITO”, una campagna nazionale per l’abolizione della contenzione che sarà presentata a Roma il 21 gennaio 2016.

I promotori della campagna sostengono che la contenzione non solo impaurisce e umilia chi la subisce, ma anche gli operatori sanitari che la praticano; inoltre il Forum denuncia il fatto che durante la contenzione si sono verificati diversi “incidenti” che sono costati la vita ai pazienti.

 

Per superare questa pratica incivile e indegna, sostengono i promotori della campagna, c’è bisogno di operatori competenti in grado di opporsi e disubbidire: la contenzione in Italia è molto diffusa, ma ci sono anche luoghi in cui è stata abbandonata.

E’possibile sottoscrivere l’appello scrivendo a: etuslegalosubito@gmail.com.

 

 

La puntata prosegue raccontandovi di “LOVE GIVER”, un progetto che prevederebbe la formazione di Assistenti Sessuali per disabili: “ l’assistente sessuale accompagna la persona disabile alla scoperta delle emozioni della propria sessualità, per farle comprendere quanto il corpo possa essere fonte di piacere e non solo di dolore” spiega Max Ulivieri, promotore e portavoce dell’iniziativa, web designer e lui stesso persona con disabilità.

Si tratta, spiega Ulivieri, di una figura professionale presente in tutta Europa da dieci anni, ma che in Italia non è ancora prevista, anzi, il progetto è molto osteggiato. Lo sa bene Caterina, un’educatrice che avrebbe voluto diventare Assistente Sessuale, e che ha portato in scena la sua delusione in uno spettacolo dal titolo “La Rivoluzione” tenutosi all’Oratorio S. Filippo Neri di Bologna.

“Una cosa particolare che accade a noi educatori, è quello di constatare che maschi e femmine ad una certa età devono cambiare operatore- spiega Caterina ai microfoni di Psicoradio – L’utente maschio deve passare da un’educatrice a un educatore: questo perché il fatto che corpo stia cambiando viene vissuto come un problema”.

Il lavoro di MaxUlivieri e il progetto Love Giver hanno dato vita una proposta di legge depositata in parlamento dall’on. Lo Giudice del PD.

LOUISE BOURGEOIS

“… Il mio lavoro riguarda la fragilità del vivere … esorcizzare i demoni che mi inseguono dall’infanzia”.

“Il mio lavoro è l’opera di ricostruzione di me stessa e trova origine nella mia infanzia… il mio lavoro riguarda la fragilità del vivere, la difficoltà di amare ed essere amati… Esorcizzare i demoni che inseguono fin dall’infanzia. Una volta terminata la scultura sento che ha eliminato l’ansia che provavo”.

Psicoradio ha una novità: una rubrica che riguarda l’arte, soprattutto quando incrocia il mondo della psiche (sempre!).

In questa puntata si parla della scultrice Louise Bourgoise e dei temi predominanti delle sue opere: l’infanzia, il rapporto madre e figlia, figlia-padre, la sessualità, la famiglia e la solitudine.
Psicoradio ne parla attraverso alcune riflessioni della scultrice.

 

 

Una Stella con-meta. Recovery star: un metodo d’aiuto per il percorso verso la guarigione

La Recovery star e’ un metodo d’aiuto per il percorso verso la guarigione delle persone che, causa una malattia psichica, un lutto o altro trauma non sono più riusciti a vivere il proprio quotidiano.

Il dottor Michele Filippi, psichiatra, Giuliana e Giovanni, utenti ed esperti per esperienza ne hanno parlato alla redazione. La Recovery star e’ un metodo pratico che usa il disegno di una stella a dieci punte come ” strumento visivo”su cui l’utente deve lavorare. Ogni punta della stella rappresenta un’area della vita: gestione di se, igiene personale, reti sociali, lavoro, ecc…

La persona decide, prima con l’aiuto di un operatore, poi a mano a mano in autonomia, quale obbiettivo e’ più’ importante raggiungere per migliorare la propria esistenza. Per esempio: una persona che vuole migliorare i propri rapporti interpersonali avrà come meta da raggiungere la punta della stella relativa a ” reti sociali”. Partendo dal centro della stella , passo dopo passo andrà a lavorare su quei blocchi che le impediscono di avere buone relazioni, quando raggiungerà la punta avrà raggiunto la meta prefissata. E così per tutte le altre aree della vita.

“La Recovery Star e’ un metodo che può essere insegnato da operatore a utente , ma anche da utente a utente” – ci ricordano Giuliana e Giovanni. Mentre il dottor Filippi sottolinea di come la Recovery star responsabilizzi le persone a lavorare per il proprio cambiamento, perché – conclude lo psichiatra- il giorno che non ci saranno più operatori a seguirti o non ci sarà più il partner, dovrai essere tu a curare te stesso, anche nei piccoli gesti giornalieri.

TACCHI A SPILLO!

In questa puntata Psicoradio propone la sua ricerca sul fetish e sulla scarpa come feticcio sessuale.

Puntata divertente sull’eros dove viene interrogato il sociologo della moda Nello Barile, commentato dalla canzone della ex redattrice di Psicoradio Giovanna Galligani “Sexy Phone”.

Si parla di tacchi a spillo, scarpe rosse, stivali, donna manager dominatrice e di erotismo del piede che sta prendendo “piede” nella seduzione, nella pubblicità, dappertutto.

 

 

Vivere in una bolla

Può capitare nella vita di vivere un periodo più o meno lungo di depressione o di trovarsi isolati per vari motivi dalla realtà.

Due redattrici ci portano la loro testimonianza: “io nella mia bolla ci sono entrata da piccola per la mia situazione famigliare: me la sono creata io e ci stavo bene. Assomigliava a quelle sfere di vetro natalizie in cui ci sono le case e tutto è in miniatura”.

“Attraverso la bolla sono riuscita a recuperare cose che credevo anche perdute. La bolla può portare anche cose positive”.

BABBO NATALE QUALCHE VOLTA FA MALE

Il Natale nella vita e nei ricordi non è sempre allegro e zuccheroso. Questa puntata è anche un antidoto contro le luminarie e le musichette delle pubblicità. E a proposito di ricordi, cosa c’è di più evocativo dei profumi, degli odori? L’odore di una persona cara , di una situazione collegata all’ adolescenza o anche di un particolare momento che si sta vivendo nella vita di tutti i giorni.

 

odore, l’immenso

 

edificio del ricordo

 

Quando di un antico passato non sussiste

 

niente, dopo la morte degli esseri, dopo la

 

distruzione delle cose, soli, più fragili ma più

 

intensi, più immateriali, più persistenti, più fedeli,

 

l’odore e il sapore restano ancora a lungo, come

 

anime, a ricordare, ad attendere, a sperare, sulla

 

rovina di tutto il resto, a reggere, senza piegarsi,

 

sulla loro gocciolina quasi impalpabile, l’immenso

 

edificio del ricordo. (Marcel Proust)

 

 

La seconda parte della trasmissione è una catena di ricordi di odori che Psicoradio ha raccolto tra i passanti. Partendo dalla famosa descrizione delle sensazioni che l’odore delle madleine (un soffice dolcetto) insieme a quello del the evocavano nello scrittore Marcel Proust, la puntata raccoglie le sensazioni che tornano alla mente di ch si ritrova a pensare al passato o anche al presente. Che sia l’odore delle castagne, del prato dello stadio o di qualche costoso profumo francese gli odori sono una parte fondamentale della nostra vita.

 

”Non portatemi all’ospedale di Vallo perché lì mi ammazzano”

Clicca qui per ascoltare la puntata

Il 28 dicembre 2015 su Rai3 andrà in onda il documentario “87 ore” di Costanza Quatriglio che racconta il calvario di Franco Mastrogiovanni.
Il maestro elementare è morto nell’ospedale di Vallo della Lucania dopo essere stato ricoverato in seguito ad un trattamento sanitario obbligatorio. In quell’ospedale Mastrogiovanni non voleva andare. Alcuni testimoni che erano sul posto nel momento in cui venne prelevato per il TSO hanno riferito che lui disse: “Non portatemi all’ospedale di Vallo perché lì mi ammazzano”.
 
Il titolo del documentario rimanda al filmato shock delle telecamere interne dell’ospedale che hanno ripreso l’agonia di Mastrogiovanni. 87 ore di immagini che documentano come un essere umano, legato al letto di contenzione, possa morire nell’indifferenza del personale sanitario e medico.
 
La redazione di Psicoradio ha intervistato la regista ragionando con lei sull’utilizzo di immagini così forti. “Certo, il rischio che immagini così forti allontanino le persone c’è –spiega Quatriglio – ma l’antidoto in questi casi è la narrazione”. E’ il racconto, quindi, che si affianca alle immagini che “rappresentano la volontà di isolare Mastrogiovanni e di renderlo bidimensionale nel letto sul quale è morto”.
 
 

Odor di carta… e di marciapiede

Nella seconda parte della puntata si parla di libri con un ex redattore di Psicoradio che è venuto a trovare la redazione per parlare della sua decisione di regalare libri alle persone che passano davanti all’edicola che gestisce.
L’iniziativa si intitola: Odor di carta… e di marciapiede. “Volevo sfruttare la mia laurea in marketing – ci ha raccontato Andrea – così ho deciso di regalare libri mettendoli dentro una cesta da fornaio, sul marciapiede davanti la mia edicola”. Il book-crossing, l’iniziativa di scambiare libri è già adottata da locali e biblioteche in varie città d’Italia. In fondo, spiega Andrea, “regalare libri è donare emozioni”.

Chiude la puntata un invito a sostenere economicamente la prima radio che ha creduto nel progetto di Psicoradio: Radio Città del Capo e ad acquistare la maglietta preparata dall’emittente. “Date voce alla radio che trasmette Psicoradio. Abbonatevi a Radio Città del Capo!”

‘’LA VIOLENZA SUGLI ANIMALI È L’ANTICAMERA DELLA VIOLENZA SULL’UOMO’’ (OVIDIO)

Le Polizie Internazionali considerano il maltrattamento di animali un potente indicatore di pericolosità sociale; e la malavita organizzata obbliga i nuovi adepti a torturare ed uccidere animali a loro cari, come efficace tirocinio per la vita delinquenziale. Ciononostante, in Italia la tortura sugli animali è considerato un reato minore. In questa puntata parliamo di un legame sanguinoso, quel collegamento che, secoli or sono aveva già individuato il poeta Ovidio: la linea tanto sottile quanto forte che lega la violenza perpetrata sugli animali a quella perpetrata sugli umani. La redazione intervista Francesca Sorcinelli, educatrice per minori, che è anche fondatrice e responsabile dell’associazione LINK-Italia. Si tratta di una associazione che dal 2009 si è assunta il carico di compensare le mancanze (scientifiche, culturali e sociali) del nostro paese, sulla correlazione (LINK) fra maltrattamento di animali e violenza tra le persone. Sorcinelli racconta un episodio avvenuto all’interno di una scuola, una violenza compiuta da alcuni ragazzini ai danni di gatti e galline, e sottolinea quanto sia difficile educare i bambini al rispetto degli animali in una società che ha istituzionalizzato l’uso e l’abuso di questi ultimi…

Paura del terrorismo? “Paragono questa paura a un’ombra che ci segue e che a volte non vediamo perché il sole la copre, ma c’è sempre”. Dopo i recenti attentati di Parigi alcuni redattori di Psicoradio hanno chiesto ai passanti, nel centro di Bologna, se in questo clima che si è venuto a creare hanno paura, se questo cambia le loro abitudini o se hanno notato cambiamenti nel comportamento delle altre persone. Un ragazzo, per esempio, ci dice: “non ho paura perché per lavoro devo viaggiare molto e non posso a trent’anni permettermi di stare a casa”. Un’altra persona, invece: “sì, un po’ ho paura ma l’importante è informarsi, perchè l’ignoranza è proprio quello che vogliono loro. Paragono questa paura a un’ombra che ci segue e che a volte non vediamo perché il sole la copre, ma c’è sempre”.

 

 

LINCIATI CINQUE ITALIANI IMMIGRATI IN UN PAESINO VICINO NEW ORLEANS

Clicca qui per ascoltare la puntata

 

Apparentemente tutto è nato per una capra abbandonata per strada, che aveva infastidito un dottore e provocato una sparatoria. In realtà, la storia è molto più complicata e più orrenda, se possibile.

“Stiamo parlando di un paese piccolissimo, di una contea e della parrocchia di Madison che aveva 12000 neri privati ancora, nonostante la fine della schiavitù, di ogni diritto e 300 bianchi che votavano e amministravano”

E’ la storia di quando ad emigrare erano gli italiani, in questo caso dal sud Italia, a sostituire la manodopera degli schiavi che erano stati liberata da poco. E’ la storia raccontata in Storia vera e terribile tra Sicilia e America, di Enrico Deaglio.

C’era bisogno di loro, ma erano considerati come pericolosi stranierei. Anche ufficialmente, nei testi giuridici, non erano neanche “bianchi”, ma “dagos”, una via di mezzo, frutto degli incroci tra i nordafricani venuti con Annibale e gli italiani del sud.

“Nel sud degli Stati Uniti se i 4 milioni di neri avessero avuto il diritto di voto subito dopo la guerra civile quando vennero liberati, avrebbero semplicemente preso il potere politico perché erano praticamente la maggioranza della popolazione…i neri ebbero il diritto di voto 100 anni dopo”.

Quando viene chiesto a Deaglio la differenza tra immigrazione di ieri e oggi ci spiega: “C’era un atteggiamento ugualmente allora come adesso negativo…all’epoca si sapeva benissimo che venivano per lavorare, che era un paese che aveva bisogno di manodopera…fornita dall’immigrazione che veniva dall’Europa e quindi dall’Italia. Stupiva che queste persone potessero anche loro richiedere dei diritti e considerarsi diciamo uguali agli altri”. “Le differenze con oggi ci sono naturalmente, perché per esempio oggi si dice degli immigrati stanno venendo a prendere il nostro lavoro”.

EMOZIONARSI CON ”INSIDE OUT”

“Ottimo, oggi non siamo morti! Lo considero un successo senza paragoni!”

(La Paura)

Volevo parlare di quel momento difficile in cui l’innocenza dell’infanzia finisce e ci si ritrova nel mondo degli adulti senza ancora sapere bene come funziona. Quando l’infanzia finisce si prova una sensazione dolce e amara al tempo stesso. È questa l’atmosfera del film” , il regista Pete Docter.

I redattori di Psicoradio hanno visto “Inside Out”, il film d’animazione della Disney Pixar che in poco più di tre settimane ha incassato oltre 22 milioni di euro solo nel nostro paese. Inside out ci conduce in uno straordinario viaggio nel luogo più sorprendente di tutti: la mente umana. Nel film vengono prese in considerazione cinque emozioni, personaggi colorati che guidano una bambina, Reley: La Gioia (gialla), La Tristezza (blu), Il Disgusto (verde), La Paura (viola) e La Rabbia(rosso).

Queste emozioni guideranno come in un videogioco Reley lungo l’arco della sua adolescenza. Nella discussione dopo il film, i redattori sono rimasti soprattutto colpiti dal fatto che all’inizio del film La Tristezza giochi un ruolo secondario, emarginata dalle altre emozioni: La Gioia, per esempio, chiude Tristezza in un cerchio che non dovrà oltrepassare.

Per Brenda la tristezza è un’emozione che non doveva essere messa in disparte, perché e sempre presente, anche da piccoli; secondo Lorenzo invece il ruolo della tristezza in questo film è lo specchio della società che ti vuole sempre allegro ed è pronta ad emarginarti se non lo sei.

Ma sarà proprio la tristezza a prendersi la sua rivincita nel finale, facendo ricordare a Reley un momento difficile, e aiutandola a superarlo proprio attraverso la malinconia. Una scelta degli autori che secondo Katia è il senso profondo del film: “Nella vita non ci sono dei bei momenti se prima non se ne passano dei brutti e li si supera”.

Un’emozione, la paura, in particolare rispetto alla pericolosità delle persone che soffrono di un disturbo psichico, è anche il tema di un approfondimento di Psicoradio, con interventi tra gli altri di Angelo Fioritti (direttore sanitario Ausl Bologna) e Julian Leff (professore dell’Institute of Psychiatry of London)

PAROLE SBAGLIATE CON RADICI ANTICHE

IL 25 NOVEMBRE- GIORNATA NAZIONALE CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE

Piccolo elenco di errori, lapsus e stereotipi quando si parla di violenze sulle donne
di M. Cristina Lasagni

RAPTUS
Raptus di gelosia, raptus di follia… usati quando, per esempio, un uomo butta dalla finestra la fidanzata o la massacra di botte. Se si approfondisce un po’, si scoprirà che non è stato un evento improvviso ma l’esito di una escalation di violenza che non è stata intercettata e fermata prima. Ma c’è un altro motivo per cui in questi casi non è giusto usare il termine raptus: perché evoca l’ambito della psichiatria, e fa pensare che chi compie questi delitti sia sempre una persona con disturbi psichici. Non è così, lo dimostrano tutti i dati, ed è pericoloso creare o confermare questa convinzione.

Innanzitutto è sbagliata, e alimenta la paura nei confronti di chi soffre di un disturbo psichico. Poi, legare la violenza sulle donne all’ambito del disturbo mentale è pericoloso perché fa sì che gli uomini e le donne possano pensare “siccome io non ho una malattia, una diagnosi psichiatrica, sono temi che non mi riguardano, a me non può succedere”.

La presenza di un disturbo psichico o meno nel fidanzato o marito non costituisce un’assicurazione così come non lo sono l’istruzione o lo status sociale: uno dei primi centri in aiuto alle donne in Italia è stata fondata dalla moglie di un importante medico, che la maltrattava. I casi di violenza nella quasi totalità dei casi non sono frutto di un raptus improvviso, e la follia non c’entra – se non definiamo follia tutte le uccisioni in quanto tali, ma questo è un altro discorso.

 

AMORE CRIMINALE
Non si dovrebbe mai collegare la violenza con concetti come amore o passione: amore malato, troppo amore, amore criminale, delitto passionale.
Un esempio efficace è quello di una trasmissione della Rai, “Amore criminale” che già nel titolo compie un’associazione che è una contraddizione: l’amore è il contrario della violenza.

In quel programma ascoltiamo molte volte una condanna della violenza, ed è espressa solidarietà alle vittime. Però poi assieme a questi contenuti, troviamo anche parole e immagini che continuano ad essere frutto di stereotipi culturali molto difficili da combattere: l’idea che le violenze furono dettate dalla passione amorosa; la spiegazione delle violenze come effetto di un momento di perdita di controllo o di follia, il raptus, appunto. L’interpretazione di questa perdita di controllo o questa follia come innescati da qualche comportamento della vittima.

Si tratta di stereotipi basati su una cultura che attraversa, tutta la nostra società, donne e uomini, anche chi lavora nell’informazione, nella psicologia, nella legge…

 

DELITTO PASSIONALE

È così vero che non solo nei mezzi di informazione, ma anche in ambito scientifico si parla ancora di “delitto passionale”.
Un testo di qualche anno fa, che serviva per un corso di formazione in psicodiagnostica forense – per formare le persone che fanno le perizie – tenuto da una associazione di psicologia giuridica e firmato da una psicologa, si intitolava: “Il delitto passionale”.

Il testo inizia: “Il lavoro vuole indagare cosa c’è dietro alle passioni amorose che hanno come epilogo l’omicidio del proprio partner “ e continua scrivendo che è innegabile che i delitti passionali maturino all’interno di un disagio relazionale “inespresso, ma crescente, aspetti di esagerata rabbia, di gelosia incontrollata, il non rassegnarsi all’abbandono del proprio partner, o il disagio psichico sottostante” ma aggiunge subito che “in quasi in tutti i delitti passionali, il motivo conduttore più vistoso è però di solito l’amore”.

A questo punto bisognerebbe davvero chiedersi quale concetto di amore abbia chi scrive; d’altra parte la letteratura popolare, la musica, il cinema sono pieni di descrizioni dell’amore costituito da gelosi e comportamenti esageratamente possessivi.

E’ indicativo anche il fatto che solo nelle ultime pagine si accenna – ma non si approfondisce – il fatto che questi omicidi sono commessi da un genere sull’altro, dagli uomini sulle donne; è come se il tema del genere – e quindi della cultura – non c’entrasse molto con questi delitti. Invece, di nuovo, leggiamo che “Il delitto passionale ha come movente principale l’amore verso un’altra persona, caratterizzato da una passione e da una lunga serie di pensieri a volte accompagnati da una preparazione che potrebbe farlo sembrare premeditato “ e che l’amore è una passione che normalmente non porta ad uccidere “ma, quando diventa troppo intensa ed incontrollata, si trasforma in un vero e proprio assillo che può assumere connotati patologici”.

C’è un altro indizio del fatto che chi scrive non pensa che in questo tema della violenza sulle donne la cultura abbia un ruolo importante: il fatto che vengono usati autori che hanno scritto all’inizio del novecento, senza pensare che nelle questioni che riguardano il genere maschile e femminile il contesto sociale e culturale fosse molto diverso.

E così possiamo leggere: “Valenti sostiene che un delitto è costantemente determinato dall’odio, tranne che in un caso, quando si uccide la persona amata. Dal momento in cui lo sguardo si posa sulla vittima, fino all’uccisione, l’unico sentimento che trapela è l’amore. Un amore che è stato respinto, tradito o sciupato dai continui litigi ed incomprensioni, ma che si può continuare a controllare e conservare solo attraverso la sua morte” (Valenti, 1922).

Di nuovo, cosa significa “amore” in questo contesto? In realtà, è proprio rimanendo in ambito giuridico che possiamo renderci conto di come la cultura attuale abbia radici molto profonde.

 

STUPRO
La parola attuale “stupro” viene dal latino stuprum: violenza sessuale, stupro, qualunque relazione sessuale illecita, incesto. Ma ha anche un altro significato in senso figurato: disonore, onta, vergogna.

Lo stupro è un reato che, nella scelta del suo trattamento, ha risentito – e tuttora risente molto – di una componente culturale, ideologica. Nel diritto antico – romano – la violenza sessuale era concepita non tanto come un’aggressione alla donna che l’aveva subita, ma soprattutto come un affronto al suo onore, alla sua verginità o castità – e un affronto alla famiglia, al marito.

La violenza sessuale era dunque un delitto in cui il valore dell’onore metteva in secondo piano il principio dell’autonomia. In sostanza, più che delle offese fatte alle donne, il diritto si preoccupava degli oltraggi arrecati all’onore di quegli uomini, padri, mariti, fratelli, ecc., che delle donne erano considerati i titolari . Di conseguenza la donna che avesse la dubbia fama di essere “libera”, cioè non soggetta ad alcun maschio che esercitasse la tutela su di lei, e che potesse sentirsi offeso nel suo onore, non aveva diritto alle stesse protezioni di quella, appunto, soggetta.

Sempre nel diritto romano, perché lo stuprum potesse essere considerato violento, era necessario che la donna avesse opposto una resistenza fisica attiva e riconoscibile prima, durante e dopo la violenza; per esempio, avrebbe dovuto gridare talmente tanto forte da farsi sentire. E c’era anche chi sosteneva che lo stupro violento della prostituta non dovesse essere punito, o che al massimo ci si potesse limitare ad infliggere una pena più mite, perché non c’era nessun onore da tutelare. Questo sguardo al passato ci fa capire le radici del nostro presente.

La nostra cultura viene da qui, da questa cultura delle relazione tra uomini e donne. Ne sono derivate leggi che a fatica sono state corrette come la legge sul cosiddetto “delitto d’onore” per cui un uomo che scopriva in flagrante l’adulterio della moglie e l’uccideva poteva cavarsela con appena tre anni di condanna, perché si diceva che la sua mente era stata ottenebrata a causa della lesione del suo onore. Questa legge è stata cancellata solo nel 1981.Oppure la legge sulla violenza sessuale, che definiva lo stupro un delitto contro l’onore, e non contro la persona – la donna che l’aveva subito. Solo alla fine degli anni ’90, dopo molte lotte, questa norma è stata modificata, e oggi la violenza è definita un reato contro la persona che la subisce.

Il risultato di queste radici culturali lo si è potuto verificare in tantissimi processi per stupro: l’onere della prova spostato sulla vittima, che spesso viene sospettata di mentire; gli accusati che rivendicano il loro essere persone oneste, mentre i loro avvocati di difesa delegittimano la vittima con insinuazioni sul suo “onore”. Ma soprattutto, il disonore non è di chi compie il crimine ma di chi subisce: ricordiamo l’etimologia di stupro anche come “vergogna”.

E così capiamo meglio perché si sono visti tanti accusati (ed i loro avvocati) strafottenti nei tribunali, perché in tanti processi gli avvocati difensori indagavano (o dobbiamo scrivere al presente, indagano?) con morbosa, offensiva minuziosità la vita sessuale della vittima di stupro, come se una sua eventuale libertà – anche sessuale – fosse una attenuante alla violenza subita.

Ancora oggi si suppone che il numero di violenze e maltrattamenti non denunciati sia la maggioranza, soprattutto quando l’autore delle violenze è vicino alla vittima: marito, fidanzato, padre… Migliaia di violenze continuano a non essere denunciate anche per tutto questo, per un misto di paura e vergogna, paura del processo che si ha ragione di temere diventerà un giudizio sulla propria vita, e un senso confuso di vergogna, come se l’atto di violenza sporcasse chi lo subisce e non chi lo compie. E’ chiaro però che i cambiamenti in sede giuridica non sono sufficienti, perché a volte la cultura diffusa non sta al passo con l’evoluzione della legge.

E allora una degli ambiti che deve evolvere è quello della comunicazione, dei mass media, che devono assumersi molta responsabilità perchè hanno molto potere sull’opinione pubblica.

Innanzitutto, è necessario che i giornali, le televisioni, le radio, considerino i temi legati al genere come una questione importante che richiede un sapere: perché si possono fare tanti errori parlando di genere, ma per scrivere/parlare di calcio, o di economia, si richiede al (alla) giornalista una competenza specifica? I diritti delle donne – compreso il diritto a una vita libera dalla violenza maschile – devono essere affrontatati come si affronta un argomento specifico, difficile e importante, sul quale non possono improvvisare persone impreparate.