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Autore: Admin

BASAGLIA SI È FERMATO A EBOLI?

E’ la denuncia dalla SIEP (Società Italiana di Epidemiologia Psichiatrica), che parla anche di psicofarmaci, contenzione, e delle paure di pazienti e familiari. Nella trasmissione le interviste al dottor Fabrizio Starace, presidente della Siep, e a Teresa di Fiandra, tecnico del Ministero della Salute. Una persona con un disturbo psichico potrà stare meglio o peggio, essere curata più o meno bene, anche a seconda del luogo in cui vive.
Lo suggeriscono i dati presentati nella 14° riunione scientifica della SIEP (Società Italiana di Epidemiologia Psichiatrica) che si è tenuta a Bologna il 18 e 19 maggio. La Siep ha rielaborato i dati del Rapporto salute Mentale del Ministero, analizzando la situazione del personale dei Dipartimenti di salute mentale. La fotografia che emerge è davvero allarmante perché evidenzia enormi differenze di condizioni tra le Regioni, e descrive un Sud che spesso non raggiunge gli standard minimi di un servizio efficiente.

I Dipartimenti di Salute Mentale della Val d’Aosta, per esempio, hanno a disposizione quasi 19 medici ogni 100.000 abitanti; in Umbria per lo stesso numero di abitanti i medici sono solo 5. E siccome la psichiatria è un lavoro che dovrebbe basarsi principalmente sulla relazione, è un campo in cui le persone non possono essere sostituiti dalle tecnologie.
Quindi, se non ci sono psichiatri in numero sufficiente, sostanzialmente viene a mancare la possibilità di una cura adeguata. In nove regioni italiane i DSM non garantiscono uno psichiatra ogni 10.000 abitanti, e solo Emilia Romagna, Liguria e Sicilia riescono a soddisfare gli standard di personale. “Psichiatria, KO in mezza Italia” titolava un articolo del Sole 24ore degli inizi di marzo, a cura del dott. Fabrizio Starace, commentando i dati del Ministero.
In questa mappa del personale della salute mentale che vede il Sud così sfavorito, la Sicilia costituisce una eccezione: essendo anch’essa una Regione Autonoma gode di una condizione economica speciale e si colloca tra le Regioni con più personale. Una situazione così disomogenea non riguarda solo i medici, ma tutto il personale psichiatrico: in Val d’Aosta le persone impegnate nei DSM sono 109,3 ogni 100.000 abitanti, 94,6 nella  provincia autonoma di Bolzano, ma nel Molise sono percentualmente solo 20,6, e in Umbria 33,6. Tutte le altre regioni del Sud Italia hanno a disposizione circa la metà del personale ogni 100.000 abitanti che opera  in Val d’Aosta.  Regioni come la Campania o il Molise non riescono a garantire la presenza di uno psicologo ogni 50.000 abitanti. Un altro dato interessante è quello del carico di pazienti per ciascuna persona, il cosiddetto “impegno assistenziale teorico”. Viene calcolato dividendo il numero dei pazienti presenti in un DSM per il numero dei medici (ma si può fare per ogni funzione: psicologi, infermieri, ecc.) in servizio; fornisce un risultato necessariamente teorico e impreciso ma comunque indicativo delle tendenze. Risaltano di nuovo i dati di Umbria e Molise, dove rispettivamente uno psichiatra dovrebbe assistere 319 e 245 pazienti; il minimo è costituito dai 109 pazienti della Toscana, mentre il valore medio in Italia è di 157 pazienti ogni psichiatra.
Anche per gli psicologi l’impegno (teorico) è molto variabile, e va dai 146 pazienti  per ciascun psicologo della p.a. di Trento, ai 1.036 pazienti che ogni psicologo dovrebbe trattare nelle Marche, con il clamoroso record dei 1.470 pazienti a testa che toccherebbero ad ogni psicologo del Molise!
E’ evidente che il termine “teorico” in questo caso sta a significare che ci sono migliaia di pazienti che non riusciranno mai a parlare con uno psicologo, e che vedranno i loro psichiatri solo molto molto raramente, per pochi minuti, il tempo di uno psicofarmaco somministrato in fretta, mentre una lunga coda di pazienti aspetta il suo turno.
Psicoradio ha intervistato il dottor Fabrizio Starace, presidente della Siep, e a Teresa di Fiandra, tecnico del Ministero della Salute.

PSICOFARMACI, STIGMA, CONTENZIONE, PAURE

Oltre ai numeri del personale psichiatrico, il congresso Siep di Bologna ha affrontato molte altre questioni importanti per la vita quotidiana dei pazienti. Sul tema di “trattamenti non coercitivi” – che non leghino i pazienti – gli psichiatri Giovanni Rossi e Alessio Saponaro hanno presentato i risultati di 6 anni di monitoraggio negli SPDC dell’Emilia Romagna ( i luoghi in cui vengono curate le persone con disturbi psichici in situazione di crisi).
La situazione varia molto: a Modena gli standard appaiono ancora elevati, mentre è stato sottolineato il caso di San Giovanni in Persiceto, in provincia di Bologna, dove non è mai stato legato nessun paziente. E mentre viene riaffermato l’obiettivo di giungere a “contenzione zero”,  il monitoraggio mostra come in 6 anni (2011-2016) in Emilia-Romagna la contenzione è diminuita del 41%. “La contenzione è proibita e nessuno viene legato all’interno delle REMS, dove ci sono persone che hanno commesso reati anche molto gravi – sostiene Franco Corleone, (Commissario per il superamento degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari) che ha presentato una relazione dal titolo “Mai più OPG” – non si vede perché non sia possibile smetterla negli SPDC”. Lorenza Magliano, professore di psichiatria dell’Università della Campania, ha presentato una ricerca effettuata sui medici di base di Napoli che si interroga sulle numerose conseguenze dello stigma, dei pregiudizi nei confronti dei pazienti psichiatrici.
La parola “schizofrenia” evoca scenari di pericolosità e fa paura anche a loro:  molti medici infatti considerano pericolosi i loro pazienti, e solo il 27% degli intervistati dichiara che è possibile instaurare con loro relazioni di fiducia. Un aspetto conseguente è che i medici di base tendono a sottovalutare i problemi fisici dei pazienti psichiatrici, attribuendo i disturbi che i pazienti denunciano alla malattia psichica, e non prendendoli in considerazione. Di conseguenza, per i pazienti psichiatrici vengono richieste dai medici di base meno analisi “comuni” (colesterolo, glicemia, ecc.). ed i pazienti psichiatrici rischiano un  50% in più di disturbi non diagnosticati.
Un progetto della Regione Emilia-Romagna presentato dalla dottoressa Antonella Piazza, e realizzato assieme ad alcune associazioni di familiari e utenti, si interroga sull’appropriatezza dell’uso di antipsicotici nei disturbi schizofrenici. Una parte della ricerca ha indagato il tema delle paure. I pazienti temono che una volta che viene prescritto loro uno psicofarmaco, non lo smetteranno mai; altri temono di diventarne dipendenti.
Contemporaneamente, però, c’è anche chi denuncia la paura che gli psicofarmaci possano far perdere una parte importante di se stessi, della propria identità, di cui la sofferenza costituisce una parte rilevante, anche se problematica. “E’ vero.  – conferma Morena, psicoredattrice – Io sento le voci da quando sono bambina, e durante la mia vita le voci mi hanno anche aiutato. All’inizio, quando mi hanno dato dosi massicce di psicofarmaci, forse perché non le sentissi più, ho avuto paura: di perdere una parte di me, di non essere più io. Di sentirmi più sola, più vulnerabile”.
La ricerca ci dice che per i familiari dei pazienti, invece, i timori più presenti sono due: la paura di un decadimento cognitivo, di un intorpidimento della prontezza e dell’intelligenza, e quella del forte ingrassamento provocato dagli antipsicotici, con i conseguenti problemi di salute fisica.
Queste paure, secondo la ricerca, sono aggravate dal fatto che i medici tendono a non ascoltare davvero quello che dicono pazienti e familiari quando esprimono un timore o si lamentano di un effetto secondario.
A proposito dell’uso degli psicofarmaci, secondo la dottoressa Piazza sono gli stessi psichiatri a denunciare la mancanza di una formazione adeguata: nel corso degli studi viene loro insegnato a scegliere e dosare gli psicofarmaci, ma non a diminuirli o a toglierli. Possiamo pensare che questa lacuna nella formazione in psichiatria sia il lascito di una cultura che per troppo tempo ha considerato la malattia psichica una specie di condanna incurabile, e non ha creduto nella possibilità di un miglioramento, di una evoluzione né tantomeno di una recovery.

Per fortuna, molte realtà stanno dimostrando con i fatti che queste concezioni del disturbo psichico sono antiche, sbagliate e ignoranti. 

 
 

CHI È FUORI È FUORI

La miseria, la disperazione, l’inattività, il vuoto morale e materiale della vita di ogni giorno in un istituto psichiatrico del passato. E’ questo il contenuto del documentario ”Chi è fuori è fuori“ realizzato nel 2003, nell’ex istituto psichiatrico di Budrio da Cristina Lasagni, direttrice di Psicoradio.
Candido, Silvano e Marta hanno vissuto una gran parte della propria vita dentro gli istituti e grazie alla legge Basaglia sono tornati alla vita, hanno imparato un mestiere e hanno iniziato a vivere in autonomia in appartamenti. Con Cristina Lasagni sono tornati tra le mura dell’ultimo istituto, ormai abbandonato e in rovina, che li ha ospitati. Lì dentro hanno ricordato e raccontato la loro vita prima della riforma, rivedendosi in immagini di repertorio.

Proprio partendo dalla visione di questo film la nostra redazione ha raccontato le proprie sensazioni di fronte alle immagini di una istituzione di provincia dove non accadeva niente di estremamente tragico, non c’erano torture, ma si viveva la terribile e logorante quotidianità di tutte le istituzioni totali, che svuotano e tolgono vita. 
Come sottolinea Luca, colpisce: “la nullafacenza di queste persone ricoverate in maniera eterna in manicomio, vederle tutte ammassate come animali pronti per il macello”.

CHI NON HA NON È

“Conosco almeno due tipi di psichiatria: la psichiatria dei poveri e quella per i ricchi. C’è un proverbio calabrese che dice chi non ha non è.  E questa contraddizione – che esprime nella sua totalità le contraddizioni della nostra società – si mostra proprio nella maniera più chiara proprio negli ospedali psichiatrici. Effettivamente chi non ha non è, perché quando una persona disturba, malato o meno che sia, va a finire o in manicomio o in carcere.”

39 anni fa, il 13 maggio 1978, è stata approvata la legge 180, la cosiddetta “Legge Basaglia”.
Per la prima volta nel mondo il governo italiano dichiarò che nessun altro manicomio poteva essere costruito. Quelli in funzione dovevano venire progressivamente chiusi, e sostituiti da strutture in cui le persone venissero curate senza essere  rinchiuse. Psicoradio ricorda la legge 180 e le persone che hanno lottato per cambiare la psichiatria con una serie di trasmissioni.

Questa prima puntata racconta la prima volta che Franco Basaglia diventa direttore di un manicomio; quando, nel 1961, giovane psichiatra,  ha l’incarico di dirigere l’ospedale psichiatrico di Gorizia. Ce ne parla Mario Colucci, psichiatra e psicoanalista, docente all’università di Trieste e autore del libro “Franco Basaglia” (2001). E sentiremo anche la voce di Franco Basaglia e della moglie Franca tratte dai pochi filmati che le hanno raccolte; ascolteremo poesie di Alda Merini e commenti di redattori e redattrici di Psicoradio.

 

Ore perdute invano
nei giardini del manicomio,
su e giù per quelle barriere,
inferocite dai fiori,
persi tutti in un sogno
di realtà che fuggiva […]

 

Alda Merini

CRESCERE E CAMBIARE

“Un momento significativo di cambiamento per me è stato quando mia madre si è sposata e io non avendo un papà ho deciso che questa persona mi avrebbe adottato,” racconta Viola. “Quando mio fratello maggiore  si è trasferito a Milano con la sua fidanzata, io l’ho vissuta molto male perché  per me lui era un secondo padre, dice Giorgia. Quattro  studenti dell’ istituto Psico-pedagogico Laura Bassi sono stati in redazione per un stage formativo, e insieme ai redattori hanno discusso dei cambiamenti significativi nella propria vita e come li hanno affrontati.

Ma a proposito di cambiamenti, come si vedono gli studenti tra 10 anni? Viola e Anna vogliono fare la psicologa e avere una famiglia, mentre Giorgia vuole essere una donna indipendente, in carriera e senza famiglia, infine Alberto vuole diventare tatuatore.

MATTI PER IL CALCIO

“Quando i calciatori professionisti –  tra loro Francesco Totti, Del Piero,  Paolo Rossi…- hanno visto i nostri calciatori hanno detto “ ma loro sono come noi…  oggi ci rendiamo conto di quanto è importante per l’integrazione sociale lo sport che abbiamo svolto”
Significa semplicemente restituire il diritto allo sport alle persone a cui o viene negato per stigma. 
Ai microfoni di Psicoradio lo psichiatra Santo Rullo, presidente dell’Associazione italiana di Psichiatria Sociale, racconta il suo progetto “Matti per il calcio”, nato anche dalla sua personale passione per lo sport.

Santo Rullo infatti  è fondatore della squadra italiana che ha partecipato al Mondiale di calcio della salute mentale del 2016 in Giappone, protagonista di “Crazy for football”, documentario di Volfango De Biasi che quest’anno ha vinto il David di Donatello in questa categoria quest’anno.
Rullo racconta com’è nata quest’avventura più di 25 anni fa; Matti per il calcio e il documentario che è seguito sono un mezzo per raccontare come lo sport può aiutare tutti nell’accettazione, nella consapevolezza, nella riabilitazione, nel minor impiego di farmaci, e nel combattere lo stigma.

IL VOLTO RACCONTATO

Il viso è l’elemento essenziale per la nostra identità. Basta un colpo d’occhio che riconosciamo immediatamente il volto di qualcuno a noi noto. Quando si tratta di raccontare con la scrittura le singolarità del viso, le parole diventano generiche e non si riesce mai a cogliere appieno quella particolare identità. Quello che noi percepiamo è più difficile restituirlo con le parole“.
 
Ai microfoni di Psicoradio Patrizia Magli, semiologa, docente all’Università di Bologna e Venezia e collaboratrice di Umberto Eco, parla del suo ultimo libro “Il volto raccontato. Ritratto e autoritratto in letteratura”, un’indagine su come il volto è stato raccontato dai grandi scrittori.
 
In che modo le parole fanno vedere la singolarità di un viso? Come si fa a raccontare i sentimenti che si celano dietro un’espressione? Sono queste alcune delle domande a cui Patrizia Magli ha risposto durante l’intervista.
 
“Nel momento in cui il linguaggio comincia a ritrarsi e invece di descrivere evoca, prende forma la nostra interpretazione. Un esempio: pensiamo a quanto sia difficile descrivere un profumo. Un grandissimo scrittore, invece, riesce con pochissimi tratti a farcelo vedere”.

Conosciamo i nostri limiti? E come reagiamo se ci vengono imposti? Come ci regoliamo quando siamo noi a doverli stabilire?

La puntata di Psicoradio continua con una riflessione sul tema dei limiti. Gigi racconta il suo rapporto con la chitarra, uno strumento che ora è parte fondamentale della sua vita: “ non credevo di avere un particolare talento per questo strumento, ma con l’impegno e l’esperienza e il tempo ho superato i miei limiti imparando a suonarla bene”.
Diversa l’esperienza di Morena che ritiene che un suo limite sia “non aver mai finito le cose che ha iniziato, forse non  tanto per mancanza di forza di volontà quanto per il timore di mettersi in gioco e perdere”.  Dalla discussione è emerso quindi che occorre provare ad alzare l’asticella dei propri limiti un po’ alla volta, provare in modo graduale ad affrontare tutte le situazioni che creano difficoltà.
La parola limite evoca però anche altri atteggiamenti: a volte, ad esempio bisogna allontanare un po’ le persone che ci circondano e spesso bisogna anche imparare ad accettare le difficoltà di chi fa parte delle nostre vite: “in questo modo non rimani deluso ed eviti di chiedere cose che l’altro non è in grado di affrontare”.

RITROVARSI CON LA SCRITTURA

Per fare un prato bastano

 

Un trifoglio, un’ape
Un trifoglio, un’ape
E un sogno.
Può bastare il sogno
Se le api sono poche.

Emily Dickinson

L’attore Alessandro Bergonzoni, racconta come le parole che traboccano dalla sua mente, prendono corpo e riescono ad esprimere le sue emozioni. Ma creativi si nasce o si diventa? Si può insegnare la creatività?
Psicoradio lo domanda a Marinette Pendola, insegnante di scrittura creativa e scrittrice, che da poco ha pubblicato “L’erba di vento” ed. Arkadia.
“Quali sono gli esercizi usati affinché le persone incomincino a scrivere? Fallo vedere ai nostri ascoltatori”- scherza la direttrice di Psicoradio, Cristina Lasagni nel corso dell’intervista.
La scrittrice svela alla redazione la ragione per cui ha sentito, ad un tratto della sua vita il bisogno di scrivere: “Sono un’ italiana nata in Tunisia dove ho vissuto fino ai tredici anni di età. Era la mia terra. Quando i miei genitori decisero di ritornare in Sicilia ebbi una grossa crisi. Mi sentivo frammentata. Scrivere mi ha aiutata a ritrovarmi e ricompormi“.
 
La puntata si conclude con una presentazione musicale di Gigi che, tornando a casa la sera dopo la radio, vede in autobus i volti sereni delle persone, sapendo però che ognuno ha dentro un proprio dolore da custodire, proprio come canta Fabio Concato nella sua “Ritornando a casa”.

 

PSICODIZIONARIO



In questa puntata Psicoradio prova ad approfondire e a fare un po’ di chiarezza, presentando una serie di termini dello “Psicodizionario”, a partire da atto mancato: ci riconosceremo nella descrizione di errori e lapsus, quella piccola (o grande) rivincita dell’inconscio che succede tutte le volte che sbagliamo un nome, imbocchiamo l’autostrada in un verso invece che in un altro, perdiamo un oggetto (che ci ricorda troppe cose).
Secondo  la direttrice di Psicoradio Cristina Lasagni “ l’atto mancato ridà dignità ai piccoli incidenti della vita, agli inciampi, agli errori”.
Si prosegue parlando di voci. Stefano Canini, psichiatra esperto nel campo delle voci, spiega che “sentire le voci è un’alterazione della percezione che non sempre ha un’accezione negativa. In fondo,” continua Canini, “anche Giovanna d’Arco sentiva delle voci” .

Psicoradio approfondisce questo fenomeno, più volte affrontato nel corso degli anni, provando ad inquadrarlo in una dimensione il più possibile corretta.
Autolesionismo. Si possono identificare grossomodo tre forme di autolesionismo: automutilazione grave, leggera e latente. Quest’ultima si nasconde in diverse forme talvolta meno evidenti ma molto insidiose. La violenza è sempre e solo rivolta verso di sé, mai verso gli altri. I comportamenti autolesivi si configurano come una richiesta di aiuto. L’ultima parte della trasmissione esplora un termine che spesso viene usato impropriamente, la depressione. Prima di tutto viene enunciata la definizione della patologia data dal noto filosofo Umberto Galimberti nel suo Dizionario di Psicologia.
A seguire il racconto di una giovane donna testimonia invece come convive e lotta con la propria depressione e come la depressione della madre abbia influito sulla propria vita e sul loro rapporto. Racconta anche di come si possa stare meglio: prima di tutto attraverso la condivisione e le relazioni con gli altri e con chi sa ascoltare poiché “una cosa negativa della depressione è l’egoismo, parlare sempre di se stessi: tu sei al centro di tutto.”

 

MATTI DA PREMIARE

La pazza gioia di Paolo Virzì ha vinto il David di Donatello come miglior film del 2017. Il film si è aggiudicato anche il premio per la migliore regia,  per la miglior attrice, Valeria Bruni Tedeschi, per la miglior sceneggiatura ed un altro per la miglior scenografia.
Il tema della sanità mentale si rivela doppiamente vincente nell’ambito del più importante premio del cinema italiano: con questa tragicommedia, che racconta la storia di due amiche che reclamano il loro diritto ad un pezzo di felicità, e con un documentario, Crazy For Football, di Volfango De Biasi, vincitore nella categoria dedicata. Il film racconta il reinserimento sociale di un gruppo di pazienti psichiatrici attraverso il gioco del calcio, e la loro squadra,  nel 2016 è andata in Giappone a giocare i mondiali di calcio a 5 riservati a pazienti psichiatrici.

Psicoradio prende le mosse proprio da La pazza gioia dove le protagoniste, due persone affette da disturbi psichici, esprimono il loro bisogno di felicità instaurando un’amicizia che le porterà a fuggire insieme dalla clinica nella quale sono ricoverate.

Lorenzo ha visto il film, lo ha raccontato agli altri redattori di Psicoradio,  e ha posto due questioni che secondo lui  sono centrali nel film:  “Sentite mai il bisogno di fuggire dal contesto psichiatrico nel mondo reale, il mondo dei “sani”? E l’amicizia, vi aiuta ad affrontare meglio la vita di tutti i giorni?”.
Filippo ha le idee chiare sull’argomento: “In questi anni, da quando mi sono ammalato, ho avuto tantissime pazze gioie con tanti ricoveri successivi;  ho capito che non accettare la malattia ti porta alla “pazza gioia”. Meglio forse una vita non troppo gioiosa però più consapevole” .

 

Nella seconda parte della puntata ascoltiamo una parte dell’intervista a Santo Rullo, presidente dell’Associazione Italiana di Psichiatria Sociale, che fatto nascere la squadra Crazy For Football e il documentario di Volfango De Biasi “Lo sport è leggermente antidepressivo – ci dice – Abbiamo notato che  con la squadra di calcio da un lato si potevano ridurre i dosaggi dei farmaci, dall’altro gli effetti indesiderati e le eventuali patologie diminuivano.”

PROCESSO SCIENTIFICO ALLE DONNE



“La donna quando venisse private delle sue ovaie diviene un essere non meno infelice dell’uomo castrato, con tutte le conseguenze disastrose che si ripercuoto sul suo corpo e più ancora sulla sua mente.”
Le donne e gli uomini sono diversi tra loro, ma quanto? E soprattutto, c’è un genere superiore ed uno inferiore? A partire da un libro “scientifico” del 1947 – “L’anima della donna e le leggi naturali” di Carlo Ceni, Psicoradio si interroga sugli “eterni dilemmi” che continuano a influenzare la società. E infatti, questo libro, come tanti dell’epoca positivista di inizio novecento, sono la base di tanti luoghi comuni che continuano ad influenzare la convivenza del genere maschile e femminile.

Secondo questo testo, l’istinto che guida l’uomo è sessuale mentre quello femminile è materno.  L’intelligenza è definita debole e paragonata a quella dei primitivi e degli animali; la resistenza al lavoro intellettuale è ritenuta scarsa, e queste deficienze sarebbero giustificate dalla funzione  principale della donna, quella riproduttiva. La menopausa, infatti, provocherebbe un vero e proprio“collasso psichico” e morboso.
“Il lavoro intellettuale della donna può apparire brillante e rapido come quello dell’uomo. Ha tuttavia un limite: che non va oltre la potenzialità della sua mente debole […] Ogni applicazione mentale che richieda l’attenzione continua nell’apprendere cose nuove, ogni orientamento dell’attività diverso da quello acquisito dall’abitudine, ogni suo sforzo  psichico, più o meno presto si ripercuote sulla costituzione psicorganica della donna dando luogo a un collasso, che si manifesta in un senso di stanchezza, di irritabilità […]ed essa fa ritorno alla quiete delle fatiche domestiche.”
La redazione ha commentato questo saggio dell’epoca. Luca, per esempio,  pensa che il pensiero di questo libro sia “razzista”; Margherita fa presente che oggi le donne, oltre alla funzione riproduttiva, si occupano della casa e giungono anche ai vertici di ogni ambito professionale. E Annarosa, con un proverbio del suo paese ricorda che ancora una parte della società la pensa come il libro: le donne devono fare i figli, ma non  sanno resistere allo stress, alla fatica di un lavoro intellettuale e agli “sbalzi” dovuti al ciclo mestruale o alla menopaus

MEGLIO IL MANICOMIO DEL FRONTE



“Una delle possibilità che avevano i militari della prima guerra mondiale era di fingere la pazzia per evitare di andare in guerra. Il  manicomio era considerato il male minore in quel momento.”Psicoradio ha intervistato Elisa Montanari, ricercatrice presso la cattedra di Storia della Psicologia dell’Università di Bologna. Ha raccontato la condizione degli internati del manicomio Roncati di Bologna durante il primo conflitto mondiale, analizzando le cartelle cliniche dei soldati e delle altre persone ricoverate. Psicoradio ha scelto le poesie di Giuseppe Ungaretti per punteggiare il racconto di quei tempi drammatici.  “La questione diagnostica era un tema nevralgico”, racconta Montanari  a  Psicoradio La psichiatria dell’epoca aveva infatti ancora un’ impronta ottocentesca e “si basava su due pilastri: l’organicismo e l’ereditarietà.”
Gli psichiatri si trovarono di fronte ad un numero enorme di soldati che presentavano sintomi che non avevano mai visto prima e cominciarono a pensare ad una varietà diagnostica alla cui base c’era la nevrosi traumatica. Tra i disturbi principali che i soldati portavano a casa dalla guerra, il mutismo,  molti altri presentavano allucinazioni. A volte, però, i loro sintomi venivano definiti isterici, forse per sminuirne la portata. Ma manicomi dell’epoca non ospitavano solo soldati: anche “donne che impazzivano per il dolore, per la paura e le preoccupazioni che i propri uomini potessero essere richiamati al fronte a combattere.”


Lo stesso valeva per molti padri travolti dall’angoscia per la sorte dei loro cari lontani. Spesso, poi, il ricovero dei militari e dei loro familiari causava il sovraffollamento degli istituti psichiatrici e per questo i soldati venivano dimessi entro 90 giorni e rispediti al fronte. L’internamento definitivo avrebbe infatti significato la perdita dei diritti civili e politici. Si cercava di evitarlo il più possibile.
La puntata continua con: CRISI: MORIRE PER RINASCERE. “Quello che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo chiama farfalla”. Lao Tzu
Il frastuono destabilizzante, l’uragano distruttivo, l’urlo muto delle viscere lacerate, l’impotenza di un corpo immobilizzato in un bozzolo. Psicoradio parla di CRISI, e lo fa con le testimonianze di due redattrici e una tutor che si raccontano e condividono i loro periodi di CRISI, ” proiettando” nell’etere, con le parole, vere e proprie diapositive di quei loro momenti bui.

 

IL POPOLO DEGLI ANIMA-LI

 

“… Gli animali non sono nostri fratelli né subalterni; sono popoli altri, coinvolti come noi nella trama della vita e del tempo, compagni di prigionia dello splendido e faticoso travaglio della terra”.
Henry Beston, naturalista e scrittore statunitense. (1888 – 1968)
Tutte le forme di emarginazione si basano sul giustificazionismo della schiavitù e dello sfruttamento. Gli animali sono sempre stati l’archetipo di ogni forma di discriminazione, ai microfoni di Psicoradio Roberto Marchesini, etologo, scrittore, presidente SIUA, (scuola interazione uomo/animale), parla di antispecismo, il movimento filosofico, politico e culturale che si oppone allo specismo, ovvero la convinzione che la specie umana sia superiore alle altre specie e che, in nome di questa presunta superiorità possa sfruttarle, abusarle e ucciderle.
L’etologia scopre ogni giorno nuove culture animali”, rivela alla redazione il dottor Marchesini, e continua riportando esempi sui vari modi con cui comunicano tra loro i “nostri compagni di viaggio”.
Di animali tanto diversi da noi, come gli insetti, può dire la stessa cosa?  Gli animali soffrono psicologicamente?
Queste alcune delle domande a cui l’ospite risponderà nel corso della puntata.
“Pensate agli animali rinchiusi negli zoo – conclude il dottor Marchesini – costretti a vivere la prigionia, animali che arrivano a ripetere gli stessi movimenti in modo compulsivo, come l’orso che si dondola…”
“…Come facevano i matti nei manicomi”- ricorda prontamente Psicoradio.
La redazione conclude la puntata con una riflessione sulla fragilità, tema che accomuna essere umani e non.
Quando ti sei sentito più fragile, prima di essere consapevole della malattia o dopo? Questa è una delle domande a cui hanno risposto alcuni redattori raccontando la loro esperienza personale. “Io mi sento fragile nelle relazioni. A volte do tutto quello che posso, il massimo, ma in cambio ricevo poco e questo mi deprime. Poi mi basta ricevere un messaggio da una persona cara che subito il mio umore cambia”, questo uno dei punti di vista emersi durante la tavola rotonda.