Skip to main content

Autore: Admin

SE TUTTO QUESTO DOLORE NON CI HA RESI PIÙ UMANI

   

 

 

Celebriamo il 27 gennaio, Giornata della Memoria, ricordando due persone, Erno Egri Erbstein ed Arpad Weisz attraverso le parole di due scrittori. Erno Egri Erbstein, ungherese di origini ebraiche, è stato allenatore e poi direttore tecnico del Torino; a causa delle leggi razziali fasciste, fu imprigionato in un campo di lavoro in Ungheria. Per non fare sentire “diverse” le sue figlie, non aveva detto loro che erano di origine ebraica. Sopravvissuto – davvero per un caso del destino – dopo la guerra continuò ad allenare il Torino fino a quando, nel 1949, non morì, insieme a tutta la sua squadra, nell’incidente aereo di Superga.
Arpad Weisz fu allenatore prima dell’Inter e poi del Bologna; morì nel campo di concentramento di Auschwitz. Proprio a lui quest’anno lo stadio Dall’Ara di Bologna ha intitolato la curva sud.
Psicoradio approfondisce le loro storie con le interviste a Matteo Marani, ex-direttore della rivista Guerin Sportivo e autore del libro “Dallo scudetto ad Auschwitz. Vita e morte di Arpad Weisz” e Angelo Amato De Serpis,  autore del libro “Arpad ed Egri”.

Ma il razzismo non si perde nelle pieghe del passato. Ancora oggi canti e gesti fascisti trovano spazio nel mondo del calcio; lo testimonia il ritrovamento in una curva dello Stadio Olimpico di Roma, lo scorso ottobre, di adesivi con la foto di Anna Frank con la maglia della Roma inserita in un fotomontaggio; o, a dicembre a Marzabotto, il saluto fascista di un giocatore del “65 Futa” che ha esibito la maglia della Repubblica Sociale Italiana dopo un gol.
“Per contrastare questi fenomeni ci sono due strade – ci dice De Serpis –  una legale, ovvero identificare gli autori attraverso i filmati delle telecamere presenti negli stadi e punirli, e un’altra più immediata: in caso di episodi razzisti basterebbe interrompere il gioco e dare la partita vinta a tavolino all’altra squadra”.

 

VERSO UNA CURA CHE NON LEGHI

Cosa vuol dire “contenzione”? Letteralmente, “legare”. Con questo termine si fa riferimento ad alcuni provvedimenti restrittivi della libertà personale che i Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura possono adottare in situazioni di emergenza di fronte a pazienti difficili da gestire.  Si tratta di pratiche non mediche che riguardano anche gli anziani ricoverati all’interno di strutture geriatriche: fascette, bracciali ai polsi e alle caviglie cui spesso si ricorre in buona fede, ma che non sono l’unica alternativa possibile.
Lo dimostrano i dati diffusi dalla regione Emilia Romagna che è riuscita, in tre strutture ospedaliere (a San Giovanni in Persiceto, Carpi e Ravenna) a raggiungere in tredici mesi l’obiettivo della contenzione zero ovvero a smettere di legare i pazienti ai letti.

Nella puntata 523 avevamo già affrontato le alternative alla contenzione; in questa abbiamo continuato ad approfondire l’argomento con Mila Ferri, responsabile regionale della Salute Mentale in Emilia Romagna. “In sei anni siamo riusciti a ridurre del 63% gli episodi di contenzione, passando  dai 972 del 2011 ai 365 del 2016”, ha raccontato ai microfoni di Psicoradio.  “E’ diminuito anche il numero dei pazienti sottoposti a misure di contenzione, passando da 383 nel 2011 a 226 nel 2016”.
Nonostante i risultati positivi di queste tre strutture, la contenzione continua ad essere praticata. In Italia, le tipologie di persone più a rischio sono “gli ultranovantenni, i maschi italiani sotto i trent’anni  e gli stranieri tra i 20 e i 30 anni” precisa ancora Mila Ferri. I dati sulla contenzione riportati riguardano solo l’Emilia Romagna, poiché manca ancora un monitoraggio a livello nazionale.

MA L’AMORE C’ENTRA?

   

 

 

“Come mai la mia violenza si esprime nei confronti delle persone a cui voglio più bene?”. Inizia così il trailer di “Ma l’amore, c’entra?”, il documentario di Elisabetta Lodoli che racconta la violenza sulle donne attraverso le voci di chi la compie. Paolo, Luca e Giorgio (nomi di fantasia) sono tre uomini, diversi per carattere, età, estrazione sociale, alla ricerca di un cambiamento.

Si sono incontrati al centro “Liberiamoci Dalla Violenza” dell’Azienda USL di Modena: ci sono arrivati spontaneamente, talvolta spinti dalle loro compagne, e hanno intrapreso un cammino fatto di sedute individuali e di gruppo per capire il perché dei loro comportamenti e trovare una soluzione. Ed è li, nella prima struttura pubblica che ha offerto in Italia percorsi di recupero per uomini maltrattanti, che la regista ha raccolto per due anni le loro storie (interpretate nel documentario da tre attori per ragioni di privacy).
“Chi arriva al centro non è un mostro, né un malato, né un assassino”, racconta Lodoli ai microfoni di Psicoradio. “La violenza non fa distinzioni di classe, è una questione culturale”. Ma soprattutto “è sempre una scelta. Al centro si insegna che i sintomi si possono riconoscere, la rabbia dominare. E si può anche cambiare”.

 

CUCINE POPOLARI

Psicoradio in questi giorni di freddo è andata alla ricerca di un luogo dove rifugiarsi, dove poter incontrare le altre persone, combattere la malinconia e l’isolamento e ricevere un pasto caldo. E il pensiero non poteva non andare all’esperienza bolognese delle Cucine Popolari, nate “dal basso”, dalla volontà di un gruppo di cittadini che hanno deciso di impegnarsi in prima persona per dare un aiuto alle tante persone che oggi si trovano ad affrontare situazioni di difficoltà di disagio e di emarginazione sociale.

“Se le persone si mettono insieme molte cose sono possibili. Se vogliamo pensare che un altro mondo è possibile dobbiamo cominciare da noi”, con queste parole Roberto Morgantini, ex sindacalista e ideatore del progetto, racconta ai microfoni della redazione questa particolare realtà. All’inizio della sperimentazione la sede era una sola, in via del Battiferro nel quartiere San Donato, oggi le cucine popolari sono tre in zone diverse della città.

“L’idea non è solo quella di una classica mensa dei poveri, ma un angolo di casa comune. Le cucine sono aperte a tutti. Sono un luogo di incontro, un ambiente in cui al cibo si aggiunge la solidarietà e la possibilità di comunicare e incontrarsi per allontanare la solitudine e l’emarginazione”, spiega Morgantini.

L’iniziativa è portata avanti insieme all’associazione CiviBo e un folto gruppo di volontari, sono aperte a pranzo per quattro giorni a settimana e la sera a volte fanno pasti da asporto o per consegna a domicilio e anche aperture straordinarie. Le cucine popolari hanno avuto anche ospiti di eccezione, come il cantante Gianni Morandi, lo scrittore Stefano Benni e il sindaco di Bologna Virginio Merola.

L’ANNO CHE VERRÀ

Il 2017 è agli sgoccioli e noi di Psicoradio ci siamo chiesti quali sono i nostri “buoni  propositi” per il nuovo anno e quali passioni ci sostengono nei momenti difficili. Molte le idee dei redattori e delle redattrici per arricchire il palinsesto dell’anno che sta arrivando: si va da una rubrica musicale per viaggi sonori a una sulle serie tv, dagli approfondimenti sul tema dei disturbi alimentari al rapporto tra medico e paziente.

“Vorrei che Psicoradio indagasse tutti quei comportamenti che sono legati all’uso di internet e dei media digitali, perché sempre più spesso si associa il disagio psichico all’uso di queste tecnologie”, spiega uno dei tutor di Psicoradio. E’ il cinema però ad essere una delle passioni che accomuna tutta la redazione: “Vogliamo creare una rubrica dedicata al grande schermo e parlare dei film da un punto di vista psi”. Poi c’è il sogno di Claudio: “Il mio proposito per il 2018 è trasferirmi ai tropici”. Come rimedio alla malinconia e per superare “le giornate no” c’è chi preferisce sfogarsi in un campo da tennis, chi fare del volontariato e chi invece ama ascoltare musica per ore. E c’è chi, come Morena, si propone di “Amare, amare, amare”.

Infine, come regalo di fine anno e viatico per l’anno nuovo, vi lasciamo con alcuni versi di una poesia scritta da Pier Paolo Pasolini nel ’62 e letta da Toni Servillo, “Profezia“:  “Alì dagli Occhi Azzurri, uno dei tanti figli di figli, scenderà da Algeri, su navi a vela e a remi. Saranno con lui migliaia di uomini coi corpicini e gli occhi di poveri cani dei padri sulle barche varate nei Regni della Fame. Porteranno con sé i bambini, e il pane e il formaggio, nelle carte gialle del Lunedì di Pasqua. Porteranno le nonne e gli asini, sulle triremi rubate ai porti coloniali”.

AUGURI, REGALI E PSICOLETTERE

Come ogni anno Psicoradio festeggia con una puntata speciale per portare vento di festa nelle case degli ascoltatori. Musica, poesie e qualche riflessione per raccontare la magia e anche la malinconia del Natale. “Facciamo una puntata su Babbo Natale!”, propone Rama e continua, “non ci credo, ma sarebbe bello se esistesse davvero.” A Margherita non piace molto il Natale, ma ha un dono speciale: una celebre colonna sonora dello spot della Coca Cola, che a lei ricorda natali felici. Marco regala una sua performance canora, intonando un vecchio canto degli alpini, Lucia invece la famosa canzone del cartone “Il libro della giungla”.

A cornice degli auguri “il Rap di Luca”, domande curiose sul personaggio di Babbo Natale. E per chiudere non poteva mancare la classica letterina, naturalmente “psicoradiosa”: “Caro Babbo Natale, per questo nuovo anno vogliamo più spazio sulle radio perché abbiamo molto da dire; una stanza per i massaggi in redazione e quattro computer nuovi; vogliamo meno pregiudizi, perché ne abbiamo già visti abbastanza e anche nuove generazioni di ascoltatori. E poi un pappagallino che impari tutte le nostre trasmissioni a memoria e ci tenga compagnia quando Psicoradio non c’è!”.

SI SCRIVE CONTENZIONE E SI LEGGE LEGARE

“La contenzione non è un atto medico, è una pratica che si appella allo stato di necessità quando non si riesce a fare nient’altro per la persona che sta male”.
Nella puntata di questa settimana la redazione di Psicoradio affronta il tema della contenzione perché è da poco uscita la notizia che tre strutture ospedaliere dell’Emilia Romagna (a Carpi, a Ravenna e a San Giovanni in Persiceto) hanno raggiunto l’obiettivo della contenzione zero cioè non legano più i pazienti ai letti.

Esistono delle alternative alla contenzione? Ne abbiamo parlato con Mila Ferri Responsabile per la Salute Mentale dell’Emilia Romagna.
“Esistono diverse strategie per evitare di legare una persona: non si va troppo vicino, non si alza la voce, si mantiene la calma e si propongono delle  alternative. Bisogna investire nella formazione del personale. So che non è facile, ma la contenzione è solo la strada più veloce, ma l’approccio migliore è quello della relazione”.

Ai microfoni della redazione, Mila Ferri sottolinea l’importanza del monitoraggio che la regione Emilia Romagna ha fatto negli ultimi sei anni sui casi di contenzione negli ospedali e soprattutto l’adozione di procedure condivise da dover rispettare e questo “ha portato ad un abbassamento generale dei numeri di persone legate e in alcuni casi all’abbandono della pratica della contenzione”.
Non tutte le regioni però hanno adottato delle procedure generali da seguire: “la situazione in Italia varia da regione a regione e poi non bisogna dimenticare che esistono anche delle differenze tra piccoli centri urbani e le grandi città”. Alcuni Dipartimenti di Salute Mentale hanno adottato in maniera autonoma dei regolamenti in modo da tutelare il paziente che viene sottoposto ad una pratica così violenta.

LE PAROLE SONO IMPORTANTI:
Mamma killer il folle pomeriggio
Mamma killer ombre nella mente

Questi sono due titoli di un recente articolo de “Il Resto del Carlino” che raccontava del terribile caso di cronaca di una madre che ha ucciso i suoi figli. Nel testo si sottolineava la sofferenza della donna descrivendola come uditrice di voci, depressa e appena dimessa da un reparto psichiatrico.

Psicoradio, ancora una volta, vuole sottolineare l’importanza di alcune parole, soprattutto quando sono usate per descrivere atti così violenti. I dati statistici dimostrano che le persone che soffrono di un disagio psichico non sono dei potenziali assassini o per lo meno non lo sono di più rispetto a chi non lo ha (In Italia una persona su 4 soffre di depressione). Bisogna fare attenzione alle parole che si scelgono e che si usano, perchè si rischia di spaventare le persone che avrebbero bisogno di un supporto psicologico, ma pur di non essere etichettate si allontanano dalle cure.

QUESTIONI DI SPECIE

Ci sarebbero meno bambini martiri se ci fossero meno animali torturati, meno vagoni piombati che trasportano alla morte le vittime di qualsiasi dittatura, se non avessimo fatto l’abitudine ai furgoni dove gli animali agonizzano senza cibo e senz’acqua diretti al macello.”
MARGUERITE YOURCENAR

“Questioni di specie” non è solo l’argomento della nuova psicopuntata ma anche il titolo dell’ultimo libro (edizioni Eleuthera) del dottor Massimo Filippi. Ospite della radio della mente bolognese il dottor Filippi analizza il delicato tema del rapporto tra esseri, sia umani che animali, che per lui si traduce in una errata relazione tra potere e oppressione.

“Infinite schiere di esseri umani sono state animalizzate per essere sfruttate, oppresse e uccise in modo sistematico”, come accaduto, ad esempio agli ebrei caricati sui vagoni bestiame – sostiene il dottor Filippi e prosegue- “Non esistono corpi umani o animali, esistono corpi. Esseri mortali che provano piacere, dolore, sentimenti. Che  vogliono vivere e cercano di fuggire davanti alla sofferenza e alla morte. “
Il discorso del dottor Filippi nasce da una forte convinzione antispecista: la posizione di “chi si oppone all’ideologia che differenzia i corpi che contano e vanno quindi protetti, e quelli che hanno meno valore e che, quindi possono essere macellati impunemente.”
Ascoltare Filippi ci dice, insomma, che un mondo che rispetta ogni vita, aldilà della specie, dai maiali ai “gattini”, sarà un mondo che non tutela solo i diritti di alcuni esseri umani, negandoli agli altri.

LA MAPPA DELLA CURA

Quali sono le zone, in Italia, che offrono la migliore assistenza psichiatrica?
E quali invece sono più scarse?
Una ricerca della Società Italiana di Epidemiologia psichiatrica ha cercato di rispondere a queste domande, utilizzando i dati del Ministero della Salute. E’ la prima volta in Italia che si realizza una ricerca comparata sull’assistenza psichiatrica nelle diverse regioni d’Italia, dalla chiusura dei manicomi.
La redazione di Psicoradio si è fatta “portavoce interessato” di questo studio, perché a quasi quarant’anni dalla Legge Basaglia siamo convinti che ci sia ancora molta strada da fare affinché la legge venga applicata ovunque al meglio. Per analizzare i dati della ricerca, la redazione ha intervistato Fabrizio Starace, presidente della SIEP e direttore del Dipartimento di Salute Mentale di Modena.

Da questa indagine emerge che ci sono regioni che restano ancorate ad un’assistenza più ospedaliera, legata al posto letto e al ricovero in strutture sanitarie; altre invece cercano di organizzare la cura sul territorio. “Uno degli indicatori usati è l’accesso al pronto soccorso per patologie psichiatriche. Ciò significa che il bisogno di cura viene intercettato troppo tardi, solo nel momento di crisi e la Lombardia è la regione con la percentuale più alta”, commenta il dott. Starace.
Anche il TSO (trattamento sanitario obbligatorio) è tra gli indicatori usati per misurare la qualità della cura. Per il dottor Starace dovrebbe essere “una possibilità remota”, ma per altri è uno strumento utile quando la persona sta molto male. Questi diversi punti di vista hanno creato molto dibattito nella SIEP e anche a Psicoradio, i redattori si sono interrogati su come giudicare questa pratica.
I. non saprebbe come valutare questo indice: “Se una persona deve ricorrere al Tso non è detto che qualcosa sia andato male nella cura”, ma C. ribatte sostenendo che la ricerca guarda ai grandi numeri e quindi “il TSO può essere un parametro che indica che i problemi non sono stati affrontati nei tempi giusti”.

Tutti matti tranne Trump

Continua la rubrica dedicata all’uso distorto delle parole della salute mentale. Qualche giorno fa, abbiamo ricevuto la newsletter di una catena di librerie che pubblicizzava il manuale: “Sei circondato da psicopatici, difenditi”. Questo titolo ha fatto indignare i redattori e Psicoradio ha deciso allora di fare una piccola ricerca sui cataloghi di alcune case editrici per capire come viene usata la parola PSICOPATICO.

Ecco alcuni titoli:
“Psicopatici in libertà”,
“Psicopatici al potere: viaggio nel cuore oscuro dell’ambizione”,
Relazioni pericolose. Come riconoscere ed evitare i seduttori psicopatici”,
“Fidanzata psicopatica”

Basta! La parola “psicopatico” è composta da psiche e pathos, sofferenza della psiche.

E tu, come parli? Ricorda, chi parla male, pensa male!

MA L’AMORE C’ENTRA?

Ma l’amore c’entra?” di Elisabetta Lodoli è un documentario che evita i luoghi comuni tanto usati dai media, e invece parla della rabbia come scelta controllabile, volontaria. Come volontario e spontaneo è stato l’accesso dei tre protagonisti del film al primo centro pubblico nato per aiutare chi ha commesso atti di violenza, l’Ldv (Liberiamoci dalla violenza) dell’Ausl di Modena. Il film – dice Betta Lodoli a Psicoradio – non è però la storia di un trattamento terapeutico, ma cerca di stimolare una riflessione sull’educazione  sentimentale e sugli stereotipi culturali, sulla differenza uomo-donna e sulle gabbie culturali in cui ancora ci chiudiamo.

Paolo, Luca e Giorgio sono nomi di fantasia, ma le loro storie di violenza familiare contro le loro compagne sono reali. Non sono dei ‘mostri’ ma uomini normali, diversi per età, origine e provenienza sociale e culturale. La regista Elisabetta Lodoli,  insieme alla sceneggiatrice Federica Iacobelli ed alla produttrice esecutiva Roberta Barboni ha raccolto le testimonianze dei tre protagonisti nell’arco di due anni.
Accolto con successo alla recente Festa del Cinema di Roma, ‘Ma l’amore c’entra’ verrà proiettato lunedì 11 dicembre alle 20 al Mast di Bologna in collaborazione con la Cineteca di Bologna, e poi in varie altre città d’Italia.

“Io come voi sono stata sorpresa
mentre rubavo la vita,
buttata fuori dal mio desiderio d’amore.
Io come voi non sono stata ascoltata
e ho visto le sbarre del silenzio
crescermi intorno e strapparmi i capelli.”

Questi versi di Alda Merini hanno aperto la prima puntata di Psicoradio, quasi dodici anni fa. Ora la poetessa torna a Psicoradio attraverso le parole di un suo amico: Giovanni Nuti, il cantautore che ha realizzato lo spettacolo “Alda Merini, il concerto”, qualche settimana fa a Bologna, con Monica Guerritore e Roberto Vecchioni.
“Lei riceveva le persone in camera dal letto, sdraiata come l’ultima diva, era meravigliosa” – ci racconta Nuti, che ha musicato molte poesie  della Merini. “Diceva che la poesia, grazie alla musica, arriva anche a coloro che non entrerebbero mai in una libreria”. Nuti ricorda la sua gioia nell’acquistare piccoli oggetti: collane, carillon, bambole… per poi regalarli ad amici e conoscenti. E il suo piacere di essere riconosciuta e fermata per strada, quando iniziò ad arrivare la popolarità televisiva.
L’Alda Merini raccontata da Nuti, piena di passione, tenerezza e dolcezza, ha conosciuto per tanti anni la sofferenza del manicomio e a noi di Psicoradio viene in mente quando, molti anni fa, ci disse “sarete anche matti, ma non avete visto il manicomio, quindi io con voi di queste cose non voglio parlare”.

IL PADRE EVAPORATO NEL PAESE DELLE MERAVIGLIE

“Noi siamo nel tempo in cui i figli devono poter scrivere il loro futuro e il loro desiderio, e non aspettarsi più che il padre arrivi, come Telemaco che attendeva che il padre Ulisse tornasse vittorioso a riportare la legge”.
Con queste parole il noto psicoanalista Massimo Recalcati, autore di molti libri, conclude l’intervista rilasciata a Psicoradio sul concetto lacaniano di “evaporazione del padre”, tema di questa puntata. Ma cosa si intende quando si dice che un padre è “evaporato”?

Lacan ne parla all’indomani della contestazione del ’68” spiega Massimo Recalcati “che ha messo in primo piano il diritto di parola dei figli, che non sono più disposti a fare orientare la propria vita dai principi di autorità, dalla legge della tradizione, dal padre padrone che orienta la vita individuale e collettiva.”
Sul tema dell’evaporazione del padre e in generale del rapporto con il paterno si sono confrontati alcuni redattori di Psicoradio. “Io mio padre l’ho divorato ma non l’ho metabolizzato” dice Morena, “per me mio padre era ed è ancora nutrimento, carne, sessualità, il potere sadomasochista. Sono molto lontana dalla sua evaporazione!” Paolo racconta un’esperienza diversa: “io non ho aspettato il ritorno del padre, come Telemaco, ma abbiamo fatto due percorsi completamente autonomi.”
Secondo la direttrice di Psicoradio, Cristina Lasagni, “una delle funzioni più importanti dei padri è quella di porre dei limiti perché il limite serve anche ad essere trasgredito, aiuta a definire i propri desideri, la propria identità.”

Nel seguito della puntata Psicoradio entra nel mondo delle meraviglie e intervista Alice. “Come Alice cammino nel mondo della fantasia, non ho avuto il tempo di farlo da piccola. Da piccola mi hanno sempre dato compiti da grande, così recita una frase dello spettacolo ispirata alla mia storia personale. Io sono stata genitore dei miei genitori.” Così esordisce ai microfoni di Psicoradio Elisa che, con la compagnia Arte e Salute Ragazzi, interpreta Alice al Teatro Testoni ragazzi nello spettacolo “In cerca di Alice”. Lo spettacolo nasce da una collaborazione tra l’associazione Arte e Salute ONLUS e La Baracca-Testoni Ragazzi, per la regia di Valeria Frabetti e Daniela Micioni.

MENO FARMACI E PIÙ EMPATIA

In questa seconda puntata dell’inchiesta sul rapporto tra psichiatri e pazienti sentiamo le testimonianze di alcuni redattori di Psicoradio. Qualcuno denuncia un grande ricorso alla prescrizione di farmaci al posto di un rapporto di relazione empatico con il paziente. “Diverse volte mi sono capitate situazioni molto negative. Ad esempio anni fa, al primo appuntamento, una psichiatra che non conoscevo dopo neanche un quarto d’ora mi prescrisse subito tanti farmaci – racconta C. – Io avevo una certa avversione verso le medicine, e cercai di spiegarglielo. Ricordo che mi rispose “Allora lei non vuole guarire”.

V. ricorda “Ho avuto uno psicologo junghiano che aveva sempre un’espressione fredda e imperturbabile. Si infervorava solo quando sbagliavo i pagamenti; e allora mi diceva che avevo un’avversione verso la psicoanalisi o che volevo rendere lui il mio papà”.
“La pastiglia aiuta, ma aiuta molto di più un buon colloquio” sostiene B. Quello che è importante è sentirsi accolti da una persona; poi, attraverso questa accoglienza può passare anche l’uso degli psicofarmaci. Se invece si ha la sensazione che l’accoglienza cominci ad essere sostituita dall’uso degli psicofarmaci, allora non va bene.

Tutti matti tranne Trump?

Per finire: avete mai sentito la storia di quella persona che pensava di essere l’unico sano in un mondo di pazzi? Donald Trump più volte, e anche ultimamente commentando la sparatoria nella chiesa Texana, ha affermato che il problema delle sparatorie nel suo paese non ha a che fare con il facile accesso alle armi ma con i disturbi mentali di chi compie i delitti.  
Psicoradio si chiede: può darsi che chi ha compiuto quest’ultima strage non stia bene. Però, di chi è la responsabilità della facilità con cui ha potuto riempirsi di armi? Di chi sta male o di chi gli rende possibile armarsi?