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Autore: Admin

ILARIA CHE IMPARA A VIVERE CON LE SUE VOCI

Un giorno è venuta a trovarci in redazione e ci ha parlato della sua esperienza del “sentire le voci”. Ilaria è una ragazza giovanissima che negli ultimi tre anni ha cominciato ad avere, sempre più spesso, allucinazioni auditive. Questo l’ha portata a sentirsi sempre più sola. Delle voci, lei dice: “Mi insultavano. Adesso sono cambiate perché sono cambiata anche io e ho imparato anche ad ascoltarle. A volte mi piacerebbe però sentire il silenzio”. Con Ilaria è arrivato in redazione anche il padre che ci ha parlato del loro rapporto, delle difficoltà e dei passi che fanno ogni giorno.

“Io non mi vergogno mai di Ilaria, – sottolinea  – mi rendo conto che viviamo in un mondo dove più che sforzarsi di comprendere, spesso si cercano solo definizioni”. Lo sforzo che sta facendo Ilaria è di consapevolezza nei confronti di quello che le sta accadendo. Parlare al microfono di Psicoradio per lei è stata un’occasione per aprirsi e confrontarsi su un tema che spesso la spinge a chiudersi in se stessa. “Sto imparando che non sono sola e ci sono tanti altri come me”.

HIKIKOMORI

“Penso che molte persone Hikikomori hanno voglia di comunicare  con gli altri. Probabilmente  questi ragazzi stanno cercando modi per comunicare con gli altri.” (Hiroaki Hambo).

Avete mai desiderato rinchiudervi nella vostra cameretta e non uscirne mai più? Agli Hikikomori è successo. Ma cosa vuol dire essere un Hikikomori?
Sono per la maggior parte giovani che in seguito a una cocente delusione o di fronte ad aspettative troppo alte della società che li circonda decidono autonomamente di ritirarsi nella propria stanza per un lungo periodo di tempo. Il termine deriva da un’auto-definizione che i ragazzi che si sono isolati danno del proprio disagio e della loro impossibilità di uscire da casa o addirittura dalla propria stanza.

In Giappone si definisce il fenomeno Hikikomori come “problema del 2030”, ovvero l’anno in cui questa generazione di Hikikomori avrà circa 50 anni e si ritroverà senza i genitori che adesso sono l’unico appiglio reale con il mondo. 
In Italia, intanto, sono stati censiti circa 30.000 casi di Hikikomori e a Bologna è nato il primo laboratorio di artigianato digitale per giovani che si sono isolati dal mondo: si tratta di “Fare Tag – Maestri d’Arte”, progetto della cooperativa Eta Beta.
Yuri Iwasaki,  una studentessa universitaria giapponese ed ex Hikikomori,  in visita alla redazione di Psicoradio, ci ha raccontato la sua esperienza. “Non so spiegare perché sono diventata Hikikomori. Il mio medico diceva che avevo una grande rabbia dentro e non sapevo come esprimerla,  però il motivo preciso sul perché sono diventata Hikikomori non lo conosco”, racconta Iwasaki, che però ricorda di essere uscita dalla sua camera : “quando ho capito ed accettato questa condizione.”

Ma non sentirete solo lei in questa puntata;  anche l’infermiere e assistente sociale  Hiroaki Hambo descrive  la situazione giapponese, dove quella dei “ragazzi rinchiusi” è una vera e propria emergenza sociale, che il Governo sta cercando di affrontare con numeri di telefono dedicati, informazioni alla popolazione e specialisti che possano aiutare i ragazzi e le loro famiglie.

NEWS! UN NUOVO PROGETTO DI LEGGE MODIFICA IL TSO

A fine settembre è stato pubblicato sul sito del Senato, il testo del disegno di legge, firmato dai senatori della Lega, di modifica del Trattamento Sanitario Obbligatorio.

La senatrice Raffaella Fiormaria Marin, prima firmataria, lo aveva presentato in una conferenza stampa durante il mese di luglio. 

In redazione lo stiamo leggendo e studiando. Presto in una puntata cercheremo di raccontare quali sono i cambiamenti più importanti rispetto alla legge attuale.Nel frattempo potete seguire l‘iter del disegno di legge qui.

Voi l’avete già letto? Cosa ne pensate? Inviateci osservazioni e commenti apsicoradio@gmail.com

LA BACCHETTA MAGICA DI MORENA

   

 

 

“Il primo giorno che sono entrata in Psicoradio io ero semplicemente Gregor lo scarafaggio, pensavo di non valere nulla. Piano piano, col tempo, grazie a questo giardino delle piante spezzate, questo giardino magico, io ho acquisito la posizione eretta e ora guardo verso il cielo, ora sono un essere umano, ora sono Morena.”
In questa puntata salutiamo Morena, storica redattrice di Psicoradio, che dopo dieci anni di attività radiofonica è pronta a concludere questa esperienza ed intraprenderne un’altra.

 

 

Incalzata dalle domande e dai commenti della redazione, Morena ripercorre le tappe del suo percorso di crescita personale. Ciò che emerge è che spesso ha saputo trovare occasioni di arricchimento nell’incontro/scontro con le proprie difficoltà e sofferenze – per utilizzare il linguaggio di Morena, i suoi “demoni” – nel momento in cui è riuscita ad elaborarle ed accettarle come parte di sé: “per quanto male facciano sono un punto di forza e di luce, perché attraverso di loro conosci te stesso”.
“A Psicoradio, essendo proprio come una famiglia, l’altro fa da specchio e quindi attraverso l’altro tu cresci, però l’altro ti può dare anche sensazioni, emozioni negative, può ricordarti il padre, la madre, la sorella, il fratello, magari persone che ti hanno fatto del male, ma nello stesso tempo se tu riesci a lavorare su te stesso riesci a evolvere, a capire, e riesci ad accettare l’altro, ad amarlo per come è, perché qui a Psicoradio si è amati per come si è.”
Una parte di sé che Morena ha imparato ad accettare è il suo esibizionismo, inteso non soltanto in termini negativi ma come mezzo di condivisione e conoscenza di sé: all’inizio della sua esperienza lo reprimeva ma poi, compiuta la sua “metamorfosi”, è diventato un elemento che le ha permesso di mettersi in gioco e contribuire moltissimo al programma.
“Alla Morena del passato dico: ti perdono. Alla Morena del presente dico: ti amo. Alla Morena del futuro dico: vivi.”
Come psicoappuntamento segnaliamo il Festival dell’outsider art e dell’arte irregolare, che giunge quest’anno alla terza edizione. Tema della manifestazione è “Prendersi cura dell’arte. Prendersi cura di sé” e si terrà il 5,6,7 ottobre presso la Libera Università di Alcatraz, a Santa Cristina di Gubbio (PG). Saranno esposte molte opere di artisti irregolari, una selezione di disegni di Dario Fo e vi sarà un convegno a cura del Dipartimento di Salute Mentale dell’AUSL di Bologna nel quale interverranno lo psichiatra e docente Giorgio Bedoni e la docente e curatrice Daniela Rosi.

 

HO DECISO: STASERA MI UBRIACO

   

 

 

Alcool non è un errore: è una ricerca europea in tre paesi, Italia, Spagna e Portogallo sul rapporto tra i giovani e l’alcol tra i giovani appartenenti a settori svantaggiati. Il dott. Raimondo Pavarin, dell’Osservatorio sulle dipendenze Patologiche della Asl di Bologna, che era uno dei partner del progetto, sottolinea come l’abuso di sostanze, soprattutto di alcol, aumenti maggiormente nei settori sociali svantaggiati. 
“La nostra ricerca interessa  persone  che già usavano alcolici, e tra questi abbiamo trovato che l’83% ha avuto episodi di Heavy episodic drinking nell’ultimo anno; ad  almeno il 50% è capitato più di due volte la settimana”.

Il comportamento protettivo più usato è quello di uscire di casa con pochi soldi, con 10 o 15 euro, per cui una volta finiti i soldi si deve smettere di bere.  L’Heavy episodic drinking  non è un fenomeno legato a particolari motivazioni o particolari occasioni; bere per ubriacarsi è lo scopo della serata.
Alcuni  studenti di scuole medie superiori di Bologna, che erano in stage a Psicoradio, hanno commentato l’intervista. Che cosa cerca una persona che programma l’ubriacatura? Secondo una studentessa “Una persona che decide di ubriacarsi cerca forse di uscire da qualche problema, divertirsi senza pensare”
E uno studente, alla domande se gli è capitato di decidere di ubriacarsi ha risposto: “ No,  più che la paura di rimanere per terra, per  la paura delle mazzate di mio padre” Gli fa eco un collega:  “Io non oso neanche immaginare cosa succederebbe”

 

QUALE FUTURO PER LA PSICHIATRIA?

   

 

 

A quarant’anni dalla legge Basaglia, c’è ancora da lottare? Cosa può migliorare nell’applicazione di una riforma che tutto il mondo ci invidia? Lo abbiamo chiesto ad esperti e redattori che hanno raccontato la loro esperienza.
“Bisogna continuare a lottare per i diritti fondamentali della persona umana – dice Gisella Trincas, presidentessa dell’Unasam, unione nazionale delle associazioni per la salute mentale – che significa servizi di salute mentale di comunità di altissimo livello per costruire percorsi orientati alla guarigione”.

Gli psicoredattori Gigi, Claudio e Lorenzo raccontano luci ed ombre delle loro vicende nel mondo della salute mentale di Bologna. Brenda, ex-redattrice, pone invece l’accento sul tema del lavoro: “Nella mia esperienza il passaggio da un percorso professionale “protetto” come Psicoradio ad un mercato del lavoro libero è stato molto difficile è mancata una via di mezzo”.
Il dottor Angelo Fioritti, direttore del dipartimento di salute mentale di Bologna, si pone invece due obiettivi ambiziosi: “Il primo è dare molta più attenzione e risposte dignitose ai giovanissimi, ovvero alle persone tra i quindici ed i venticinque anni. La seconda è scongiurare il pericolo che la psichiatria diventi uno strumento di controllo sociale e non di cura”.

 

COSA MI ASPETTO DA CHI MI CURA?

   

Fare il terapeuta è solo un lavoro, che si conclude quando è finito il tempo del colloquio o della prescrizione di farmaci, o invece possiamo incontrare persone che provano empatia, trasmettono calore, diventano punti di riferimento nei momenti di difficoltà?
Questo interrogativo ha animato una discussione tra redattori/redattrici, e da qui è nata una nostra inchiesta.
Quali sono gli atteggiamenti di chi ci cura che rendono più difficile il rapporto, o  le cose che danno proprio fastidio? Quali sono invece i comportamenti che ci avvicinano alle persone ai quali ci affidiamo?

 

 

“La psichiatra che ho adesso secondo me è molto brava e mi fido molto di lei, ma ha una massa di pazienti, e per questo si attiva solo in caso di emergenza” – sostiene V.
Altri si affidano sia a uno psichiatra che a uno psicologo, per avere meno paura di trovarsi soli in caso di emergenza.
Qualcuno denuncia di aver ricevuto la prescrizione di molti farmaci: “mi è capitato anni fa, al primo appuntamento, con una psichiatra”. – racconta C. – “Io mi aspettavo di poterle parlare di più e avevo una certa avversione verso le medicine. Cercai di spiegarglielo ma lei mi rispose: allora non vuole guarire”.
V. ricorda “Ho avuto uno psicologo che aveva sempre un’espressione fredda e imperturbabile. Si infervorava solo quando sbagliavo i pagamenti”.
“La pastiglia aiuta, ma aiuta molto anche un buon colloquio”
sostiene B.
E’ importante sentirsi accolti da una persona; poi, attraverso questa accoglienza si accetta più facilmente l’uso degli psicofarmaci. Ma se si ha la sensazione che l’accoglienza cominci ad essere sostituita dall’uso dei farmaci, la fiducia stenta a instaurarsi.

 

L’ARTE CHE LIBERA L’INCONSCIO

   

In questa puntata Psicoradio – attraverso stralci di biografie, brani di diari, citazioni – indaga la capacità e la necessità degli artisti di affondare negli abissi dell’inconscio, proprio e collettivo.
“Tutti noi siamo influenzati da Freud, mi pare… La pittura è una scoperta del sé. Ogni buon artista dipinge ciò che è.(…)  L’inconscio è un elemento molto importante dell’arte moderna; e penso che le pulsioni dell’inconscio abbiano grande significato per chi oggi guarda un quadro.”

Jackson Pollock

 

UN BAULE PIENO DI MUSICA E PAROLE

I redattori di Psicoradio hanno confezionato per gli ascoltatori un’intera puntata piena di regali estivi: una carrellata di presentazioni di canzoni che per loro hanno un significato particolare, film che li hanno appassionati e numerose poesie che hanno lasciato il segno nel loro cuore. Da Californication dei Red Hot Chili Peppers a The End dei Doors, passando per mille suggestioni musicali, letterarie, culturali, questa puntata rappresenta un vero e proprio viaggio.

IL ROVENTE RITMO DEL PUNK, DEL METAL E DEL SADOMASO

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Helena Velena, cantante, produttrice discografica, attivista transgender, scrittrice e teorica delle controculture, racconta il sadomasochismo, mondo in cui piacere e dolore, sottomissione e potere diventano giochi, alla ricerca dell’equilibrio tra gli estremi che abitano tutti noi. “Un insieme di pratiche sessuali in cui nella maggior parte dei casi non c’è sesso, inteso come penetrazione: si lavora su altri livelli, psichici e mentali. La soddisfazione è delocalizzata e (…) avviene un processo di rimappatura del corpo”. Nella seconda parte della trasmissione, Steve Sylvester, alias Stefano Silvestri, leader della horror metalband Death SS, si racconta a Psicoradio e descrive il rapporto dissacrante della sua band con l’oscuro e la diversità.

“Ognuno deve lavorare sul proprio lato oscuro, accettarlo e fare in modo che faccia parte della propria personalità. Non una maschera che metti per aderire ad uno stereotipo di diversità preconfezionata o di eccentricità parte di un trend o di una moda. Il lato oscuro deve essere un lato della tua personalità che tu fai tuo e, con intelligenza, fai diventare un punto di forza.”

 

DOLORI CHE VENGONO DA LONTANO

 

“Curare persone di altre culture ci insegna a relativizzare le nostre conoscenze, ad uscire dall’onnipotenza del pensiero occidentale. Non siamo soli al mondo, l’etnocentrismo è un atto di superbia” riflette l’etnopsichiatra Roberto Maisto. La cura del disagio psichico di persone che vengono da altre culture è al centro della puntata estiva di Psicoradio durante la quale intervengono anche l’esperto di comunicazione camerunense Fausten Akafack, lo psichiatra Eric Jarvis che racconta il suo modo di curare le persone partendo dalla loro cultura di origine e Maria Nolet psichiatra dell’AUSL di Bologna che da tempo si occupa delle cure psichiche dei migranti che arrivano in Italia “Noi psichiatri dobbiamo riuscire a rispettare sempre pienamente la cultura dell’altro”.

 

 

 

 

UN TSO NON PUÒ TRASFORMARSI IN TRAGEDIA

   

 

 

“Ieri sera ho avuto un problema con mio figlio (…) adesso ha un coltello, voglio un aiuto perché si sta facendo tanto male, si vuole ammazzate”.
Con queste parole la madre di Jefferson Garcia Tomala, nato in Equador 20 anni fa, chiede l’aiuto di un medico e chiama il 112. Dopo l’ultimo litigio con la fidanzata,  che il giorno prima aveva lasciato la casa, Jefferson aveva bevuto molto e minacciava di suicidarsi se la fidanzata non tornava con lui.  Arrivano due volanti della polizia; dopo un’ora gli agenti spruzzano del peperoncino, il ragazzo ferisce con un coltello un agente, il suo collega spara 5 colpi che uccidono Jefferson. Abbiamo parlato di questa vicenda tragica con Catia Nicoli, psichiatra e responsabile della formazione dell’SPDC di San Giovanni in Persiceto, (il luogo in cui vengono portate le persone per eseguire il Trattamento Sanitario Obbligatorio) e con Giovanni Rossi membro del Forum sulla Salute Mentale e di Stop Opg.

 

 

Alla psichiatria si chiede sempre più spesso di svolgere funzioni di controllo sociale: ci dice il dott. Nicoli “Ormai in generale si dice TSO per richiedere un intervento violento di custodia di uno che viene ritenuto matto; questo non corrisponde per niente a quello che dovrebbe essere un intervento sanitario obbligatorio (…) purtroppo nell’opinione pubblica si ricorre a questo termine per dire “mettetelo via, pensateci voi, è matto”, ma è sbagliatissimo”. Continua la dott.ssa Nicoli spiegandoci che il TSO deve essere effettuato dai vigili urbani e dagli operatori del servizio di salute mentale, lavorando assieme, una disponibilità di presa in carico sanitaria non può diventare un’operazione di polizia. Ma  cosa si deve fare (e cosa non si deve fare)  nell’avvicinarsi a una persona molto agitata?  “Sicuramente non bisogna farla sentire blocca, braccata,  – dice la dott.ssa Nicoli  – non ci deve essere un atteggiamento di uguale reattività. Invece,  gli si deve chiedere cosa si può fare per farlo stare meglio”
Per evitare che il TSO si trasformi in tragedia, continua la dottoressa, la strada da seguire è la formazione: sia del personale sanitario, che di vigili, polizia, carabinieri, come si sta cercando di fare a Bologna