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Autore: Admin

OVUNQUE PROTEGGIMI


 

Il film di Bonifacio Angius, Ovunque proteggimi, vincitore del premio come miglior film al festival Visioni Italiane di Bologna, racconta la storia di Alessandro e Francesca, che si incontrano durante un avvenimento spiacevole come il TSO (trattamento sanitario obbligatorio) e intraprendono un viaggio fisico e mentale rivelando le loro fragilità ma anche un senso di vicinanza e la possibilità di riscattarsi.
“Il film racconta la storia di due solitudini non volute”, racconta il regista. Lui è un cantante di musica folk sassarese che ha perso la gioia del suo lavoro e, in un momento di crisi, subisce un TSO, lei una madre a cui è stato tolto il figlio e conduce una vita di macerie. Da questo incontro nasce un forte legame, e Alessandro diventa quasi l’angelo custode di Francesca. Inizia così il film e il viaggio dei due verso una ribellione alle regole della società.

 

Abbiamo chiesto al regista per quali motivi ha deciso di raccontare la storia di due personaggi ai margini: “molto spesso non decidi tu le storie da raccontare, sono loro che scelgono te”, aggiungendo che, a suo parere, “in tutti i capolavori del cinema e della letteratura vengono raccontati personaggi cosiddetti marginali”. Angius precisa che non ha voluto fare un film sulla salute mentale: “i personaggi non sono affetti da patologie ma reagiscono a delle cose che gli capitano durante la loro strada. Io penso che molte persone, se messe nella loro posizione, potrebbero reagire nell’identica maniera”. E insiste su questo punto interrogandosi: “Dove sta la patologia? La patologia è qualcosa di veramente sottile, io non ci vedo niente di patologico. Questi personaggi vivono qualcosa di familiare, che molto spesso è tenuto nascosto, per pudore soprattutto. Ci sono tantissime famiglie (a cui viene tolta la capacità genitoriale) che vivono situazioni del genere e che le tengono nascoste, quindi ho sempre pensato  che fosse un argomento che potesse essere compreso da tanti, perché molti l’hanno vissuto direttamente.”

 

PROFUGHI

In sella ai nostri anni migliori

sfidiamo il mare

scrutando rotte

di mille altri destini alla deriva

l’approdo è un azzardo

alle porte di Lampedusa

altre storie verranno a galla

impigliate nelle reti dei pescatori

l’enfasi lasciamola ad altri esodi

noi siamo solo profughi

protagonisti della cronaca

e clandestini alla storia.

Mohamed Malih, Profughi

NEWS! REDATTORI QUOTIDIANI

 

 

Siamo orgogliosi di segnalare che uno dei redattori di Psicoradio, Claudio Nappi, ha scritto un articolo per Il Manifesto. Si tratta di una recensione con intervista sul film Ovunque proteggimi di Bonifacio Angius (il trailer qui). La storia è quella di Alessandro e Francesca che affrontano un viaggio, fisico e mentale, che li porta a confrontarsi con le loro fragilità, una vita che li schiaccia e la sofferenza psichica, fino a trovare una nuova strada, insieme.

La redazione ha intervistato il regista Bonifacio Angius sui temi complessi e sensibili sollevati dal film e Claudio ha trasformato l’incontro e l’intervista in un articolo.

 

Buona lettura!

PAURE, RELAZIONI, SOLITUDINE, LAVORO

Sabato scorso si sono concluse le tre giornate del Welfare dal titolo “Bologna si prende cura”. Psicoradio, che era media partner, ha seguito alcune delle iniziative, dibattiti e progetti. Però i redattori sono anche scesi in piazza chiedendo ai passanti quali sono i loro bisogni, le fragilità, le paure, che esperienze hanno avuto nel mondo del lavoro. In questa puntata vi diamo un piccolo assaggio delle interviste raccolte. Il resto lo sentirete nelle prossime trasmissioni.

Anche il sindaco di Bologna, Virginio Merola, ha risposto alle nostre domande. “Penso che il Welfare debba essere relazione tra le persone…l’importante è combattere la solitudine”. Il sindaco ci ha parlato anche del problema di trovare case in affitto in città e alla fine, ci rivela  una delle sue paure (private) più grandi. Della solitudine parla anche un’artista di strada: dice di non aver paura di restare solo: “Ci sono vari livelli di solitudine, la più scontata è l’emarginazione sociale. Poi c’è la solitudine più bella, l’accettazione di essere veramente soli che non ci fa ancorare agli altri. E io nella mia solitudine sto bene”. A palazzo Re Enzo i responsabili del progetto “Insieme per il Lavoro”, nato nel 2017 dalla collaborazione dell’Arcidiocesi, Comune e Città Metropolitana, ci  raccontano i risultati di questa iniziativa. Siamo poi tornati a intervistare le persone in Piazza Maggiore; un pensionato ci lascia con questo pensiero: “Credo che tutti dovrebbero essere portati a fare ciò che gli piace. Poi è chiaro che quando si è in difficoltà si accetta tutto; ma non credo che sia giusto”.

Chiude la puntata lo Psicodizionario trattando i temi delle voci e degli atti mancati.

La poesia della settimana è…

GIROTONDO DI TUTTO IL MONDO

“Filastrocca per tutti i bambini,
per gli italiani e gli abissini
per i russi e per gli inglesi
gli americani ed i francesi,
per quelli neri come il carbone,
per quelli rossi come il mattone,
per quelli gialli che stanno in Cina,
dove è sera se qui è mattina […] ”


Gianni Rodari, “ Filastrocche in cielo e in terra”

RAPPANDO IL MIO TSO

 
PROFEZIA
Alì dagli Occhi Azzurri
uno dei tanti figli di figli,
scenderà da Algeri, su navi
a vela e a remi. Saranno
con lui migliaia di uomini
coi corpicini e gli occhi
di poveri cani dei padri
sulle barche varate nei Regni della Fame. Porteranno con sé i bambini,
e il pane e il formaggio, nelle carte gialle del Lunedì di Pasqua.
Porteranno le nonne e gli asini, sulle triremi rubate ai porti coloniali.
Sbarcheranno a Crotone o a Palmi,
a milioni, vestiti di stracci,
asiatici, e di camice americane

P. Paolo Pasolini, Profezia (1962)
 
“Ho cominciato a scrivere i miei brani perchè avevo ed ho un disagio psichico, il disturbo bipolare. Avevo perso il lavoro e nel 2008 ho subito un trattamento sanitario obbligatorio; con il rap ho iniziato a parlare di come mi sentivo”.

Alberto “Il Belga” vive a Brescia ed è un ascoltatore di Psicoradio. Qualche tempo fa ci ha scritto: voleva raccontare come la musica è stata importante nella sua vita e nell’affrontare la sua malattia. “Nei mie Rap racconto come vivo l’insonnia, il disagio fisico e psicologico che ti da la malattia – ci racconta il Belga – Prima consideravo la mia malattia come una condanna che riguardava  solo me stesso; invece mi ha aiutato moltissimo  viverla in comunità, con persone che avevano problemi anche più gravi dei miei, e li vivevano meglio”.

Anche il TSO che Alberto ha subito è diventato un rap. Il titolo “Dal 10 al 23” ricorda le date in cui è stato rinchiuso. “Non è possibile stare senza fare niente 24 ore al giorno come se fossimo nei manicomi, o peggio in centri di concentramento – ci dice – Sono entrato il dieci di dicembre e sono uscito il 23 che nevicava, ho dovuto pregare il medico di farmi rientrare almeno per Natale. Me lo ricordo come se fosse ieri.  Mi ha aiutato scrivere la musica; e poi il rap mi ha aiutato a comunicare agli altri quello che mi stava succedendo, e che è ancora uno stigma (…) E’ stato un modo per farmi conoscere alle persone che non sapevano che cosa avessi”

La musica mi ha aiutato profondamente anche  in momenti in cui pensavo non dico di farla finita, ma ero giù di tono. anche Quando mi chiudevo in casa e non uscivo per settimane, mi attaccavo al microfono, alla scheda audio a un computer a una tastiera. La musica è la mia anima, la mia ragione di vita. Io sono figlio d’arte, mio padre è un jazzista autodidatta. Non è un mistero che sia malato di Alzhaimer, però suona ancora come se avesse 16 anni. E’ impressionante. Quando mi alleno al piano per una o due ore ci sono cose che non riesco a fare, e che lui fa ancora adesso a 76 anni, e questo rappresenta la potenza della musica. Ogni volta che lo sento suonare mi commuovo.”

 
HIKIKOMORI A BOLOGNA

“Non so spiegare perché sono diventata Hikikomori. Il mio medico diceva che avevo una grande rabbia dentro e non sapevo come esprimerla, però il motivo preciso per cui sono diventata Hikikomori non lo so, lo sto ancora cercando. Non avevo fiducia in me stessa e neppure negli altri”.
Yuri Iwasaki, studentessa giapponese, ai microfoni di Psicoradio ricorda di essere uscita dalla sua camera quando ha capito ed accettato questa condizione. 

NEWS! PSICORADIO ALLA TRE GIORNI DEL WELFARE

È “Bologna si prende cura“, una tre giorni di dibatti, laboratori e workshop per riflettere sulle prospettive future dei servizi di welfare, che si terrà a Bologna da giovedì 28 febbraio a sabato 2 marzo 2019. Organizzata dal Comune di Bologna in collaborazione con l’Azienda USL coinvolgerà associazioni, istituzioni e cittadini. Due i luoghi principali dell’evento: Palazzo Re Enzo, la Casa dei Cittadini, dove scoprire i progetti di welfare più innovativi; la Biblioteca Sala Borsa, Casa delle Associazioni, dove il mondo del non profit presenterà le sue attività.

Psicoradio è mediapartner dell’evento e durante la tre giorni potrete trovarci con uno speech corner nel Salone del Podestà di Palazzo Re Enzo. Un programma ricco con seminari scientifici, dibattiti, workshop più 50 momenti di riflessione, proiezioni, spettacoli e sportelli informativi per indagare quali sono i modelli di welfare e le sfide del futuro.  Non solo però momenti di studio, il festival prevede anche eventi specifici e performance: una passeggiata urbana nei diversi quartieri alla scoperta dei luoghi significativi del welfare cittadino (sabato 2 marzo a partire dalle 9.30); proiezioni dedicate nell’ambito del festival Visioni Italiane in programma al Cinema Lumière; lo spettacolo teatrale “Replay, autonarrazione di un soccorso”, un racconto partecipato guidato dall’attore e regista Matteo Belli che porterà in scena, nell’Aula Magna di Santa Lucia, i protagonisti del 6 agosto 2018, quando a Bologna esplose un autocisterna sul raccordo autostradale.

Questo il programma completo di “Bologna si prende cura

NON LEGARE SI PUO’

 

 

“Prima di entrare a Psicoradio, non immaginavo che una persona che sta male corre il rischio di essere legata”
“Anche io. Pensavo che non si facesse più, come  pensavo che non ci fosse più l’elettroshock”  “A me fa molto paura pensarci”

 

Redattori di Psicoradio

 

Quando il 22 giugno del 2006 Giuseppe Casu muore nel Servizio psichiatrico di diagnosi e cura di Cagliari, legato braccia e gambe al letto  per sette giorni di seguito, Giovanna Del Giudice aveva appena preso servizio come direttrice del Dipartimento di salute mentale di Cagliari.  
La psichiatra decise immediatamente che quella morte non andava nascosta, silenziata o giustificata. Bisognava parlarne, invece. Era la prima volta che una morte di questo tipo veniva ammessa pubblicamente, e da lì, dalla Sardegna, è partito un movimento di denuncia che oggi diventa sempre più vasto.   
“E tu slegalo subito” è il titolo del libro che Del Giudice ha scritto nel 2015, ricordando le parole del suo primo direttore, Franco Basaglia, che dirigeva l’ospedale psichiatrico di Trieste dove nel 1971 la psichiatra aveva  iniziato a lavorare. Oggi “E tu slegalo subito” si chiama la Campagna nazionale per l’abolizione della contenzione promossa dal Forum Salute Mentale.

“Oggi sono circa 30 su 300 i servizi psichiatrici ospedalieri che non ricorrono alla contenzione” ci dice Del Giudice – ma se anche sono pochi, sono molto importanti: ci dicono che è possibile affrontare situazioni difficili senza legare le persone.
“Non c’è mai nessuna legge che “permette” la contenzione: E’ una pratica da sempre legata alle persone con disturbo merntale, e da lì si è diffuso agli anziani, ai disabili… “ . Nel 1909 però una legge aveva previsto che venisse usata solo in casi  estremi , con sanzioni molto dure per chi contravveniva. “Anche la Costituzione oggi ci dice che noi non possiamo limitare la libertà dell’altro se non su indicazione del magistrato ci ricorda Del Giudice – Anche la sentenza  di cassazione del caso Mastrogiovanni scrive che l’atto della contenzione meccanica è  illecito, anticostituzionale, antiterapeutico.”
Ma cosa si puo fare, di fronte ad una persona molto agitata, forse potenzialmente pericolosa? “Il problema è quale competenze hanno gli operatori sanitari per sciogliere le situazioni piu difficili – risponde la psichiatra Del Giudice – Dobbiamo innanzitutto ricordare che queste persone quando sono profondamente aggressive  muovono paura,   hanno vissuto esperienze estremamente dolorose. Sapendo che l’altro ha bisogno di aiuto, è aggressivo perché ha paura, perché non sa dove si trova”

 

MUSICA STONATA DAL BRASILE

Comunità psichiatriche che curano con il lavoro forzato e ritorno alle strutture private. Il Brasile di Bolsonaro visto da Suricato,  una cooperativa che lotta contro i manicomi.
Psicoradio è da tempo in contatto con l’ONG brasiliana Suricato, attiva nella lotta contro il manicomio e nel supporto dei pazienti psichiatrici. Qualche tempo fa abbiamo ricevuto una loro delegazione, formata da operatori e persone in cura, e a loro abbiamo fatto molte domande sulla salute mentale in Brasile e sulla delicata situazione politica. Con il colpo di stato, ci dicono, c’è stato un blocco dei fondi per educazione, salute e politiche sociali, dal 2016 al 2036. Anche se la popolazione, come è prevedibile, aumenterà, non ci saranno nuovi finanziamenti. Ma a Suricato preoccupa anche la questione umanitaria: il presidente Bolsonaro ha dichiarato che “i difensori dei diritti umani e coloro che lavorano nelle politiche sociali sono per lui un bersaglio. È contro le minoranze, le donne, i bambini e la popolazione LGBT” denuncia uno dei partecipanti.

Un aspetto del programma di governo di Bolsonaro rischioso per la popolazione brasiliana è la svolta verso la privatizzazione della sanità, poiché “va a minare il diritto alla salute per tutti”. Le cliniche private e le comunità psichiatriche – afferma Suricato – sono gestite in gran parte dalla Chiesa Pentecostale, che le ha trasformate in luoghi di internamento. Esiste un documento – dicono- che denuncia la violazione dei diritti umani. I pazienti ricoverati sono costretti a lavori forzati, definiti  strumento di cura, e non hanno invece  l’aiuto di psichiatri, che non sono presenti nelle comunità. In controtendenza alle politiche di privatizzazione della sanità è invece la realtà di Belo Horizonte, la città dove opera la Suricato. Qui “ci sono duecento letti destinati a pazienti psichiatrici in un ospedale e duecento in un altro, destinati agli abitanti di quei piccoli villaggi e paesi che non hanno le strutture psichiatriche adatte”. Anche li però è stato però riaperto un manicomio, quello di  Barbacena, che era stato visitato da Basaglia, e che nel tempo era stato svuotato.

“Vorrei fare lavori utili per la società, non solo socialmente utili”

La seconda parte della puntata è dedicata al reportage di un “inviato speciale”, un nostro ascoltatore. Simone Bargiotti, si offerto di fare  qualche intervista presso la cooperativa sociale “Il Martin Pescatore” di Casalecchio di Reno (Bologna). Simone ha raccolto in forma anonima la voce dei lavoratori chiedendo “cosa hanno apprezzato e cosa ci sarebbe da cambiare secondo loro” nei servizi di salute mentale e nel lavoro che svolgono per la cooperativa. Uno dei ragazzi vorrebbe “trovare dei lavori che siano utili per la società, non solo socialmente utili”, mentre un altro riflette sul concetto di malattia mentale poiché “quando si sente in giro sembra chissà che cosa, mentre invece è una malattia come le altre”.

BORDERLINE

Conoscete qualcuno che ha dei comportamenti che vi irritano o vi causano preoccupazioni perché li trovate incomprensibili? Qualcuno che si arrabbia, si mette in pericolo o si fa del male  e voi non riuscite a comprenderne i motivi? Forse avete a che fare con una persona con disturbo borderline.
Di questo disturbo si sente sempre più spesso parlare. “E’ caratterizzato da relazioni instabili, da tentativi di evitare l’abbandono reale o immaginario, da sentimenti di vuoto, da un’instabilità affettiva, da crisi di rabbia o perdita di controllo, da una grande impulsività, da gesti autolesivi, da alto rischio di suicidio e da ideazioni paranoiche”.
La  psichiatra Maria Grazia Beltrami, che psicoradio ha intervistato per parlare di questo disturbo, coordina per la Dipartimento di salute mentale un progetto sui disturbi di personalità, in collaborazione con la regione Emilia Romagna.

Proprio perché si tratta di un disturbo di non facile definizione, perché molti di questi comportamenti possono essere presenti, saltuariamente  anche in persone senza diagnosi, la dottoressa precisa che nonostante la definizione sia così ampia “si devono presentare in modo stabile almeno 5 criteri, tra quelli che ho elencato” per poter parlare di disturbo borderline in un adulto.
Come ci si deve comportare con una persona che ha un disturbo borderline, e  manifesta uno comportamenti? Secondo Beltrami “sono persone che vanno ascoltate, poiché la manifestazione di uno dei criteri è un segnale di disagio, che ha il significato di una richiesta d’aiuto”.
La puntata prosegue con  l’intervista a Luca Sasdelli, genitore di una ragazza borderline, che è venuto in redazione a raccontare la sua esperienza personale, spiegando come, una volta saputa la diagnosi “eliminato completamente il giudizio dalle nostre vite” lui e la moglie abbiano riscoperto il rapporto con la figlia.
E non è un caso che entrambe, la psichiatra e il padre, per spiegare quanto le persone “border” siano molto più sensibili alle emozioni e suscettibili anche ai più piccoli cambiamenti, utilizzino una metafora: è come se queste persone avessero “uno strato di pelle in meno”.

VIRGILIO: MA CHE RAZZA DI UOMINI È QUESTA?

   

 

 

“In pochi a nuoto arrivammo qui sulle vostre spiagge.
Ma che razza di uomini è questa?
Quale patria permette un costume così barbaro, che ci nega perfino l’ospitalità della sabbia; che ci dichiara guerra e ci vieta di posarci sulla vicina terra?  
Se non nel genere umano e nella fraternità tra le braccia mortali, credete almeno negli Dei, memori del giusto e dell’ingiusto”.
(Virgilio, Eneide, Libro I, 538-543)

 

Non c’è bisogno di dire quanto sia attuale il tema dell’immigrazione. Nella puntata che vi riproponiamo parliamo di chi raggiunge le nostre coste affrontando sofferenze e pericoli e, una volta arrivato, si trova a fare i conti con umiliazioni, anonimato, perdita dell’identità che aveva in patria. Quali sofferenze psichiche può produrre questo enorme cambiamento culturale?  
Psicoradio intervista Roberto Maisto e Maria Nolet, psichiatri dell’Ausl di Bologna che da tempo si occupano delle cure psichiche dei migranti, lavorando in equipe con antropologi, psichiatri, psichiatri e mediatori linguistico/culturali.

“Curare persone che vengono da altre culture ci insegna a relativizzare le nostre conoscenze, ad  uscire dall’onnipotenza del pensiero occidentale. Non siamo soli al mondo, l’etnocentrismo è un atto di superbia” spiega lo psichiatra Roberto Maisto.
Ma qual’è la differenza tra psichiatria transculturale ed etnopsichiatria? “Per psichiatria transculturale, dice la dottoressa Nolet, s’intende una psichiatria che deve approcciarsi alla cultura della persona che viene in cura; la cultura dell’altro può essere molto distante dalla nostra, quindi si deve fare attenzione per comprendere le motivazioni e il pensiero dell’altra persona. Invece l’etnopsichiatria e l’etnopsicologia prevedono che si utilizzino dispositivi specifici per curare le persone che provengono da un’altra cultura.”
Per Roberto Maisto “Occorre innanzitutto fare insieme al migrante una sorta di analisi della situazione   di qual è il disagio, cercare di capire qual è il problema: se è  un ostacolo linguistico, sociale, culturale, psicopatologico”. Secondo Nolet, con le ultime ondate migratorie: “La sofferenza è spesso frutto  dei traumi subiti durante il percorso; si tratta di qualcosa di molto diverso rispetto al semplice sradicamento che deriva da una immigrazione “tradizionale” più strutturata”.

 

SLEGALO E ASCOLTALO

 
 “Sono 26 su 220 i servizi psichiatrici ospedalieri italiani a contenzione zero. Questo significa che solo il 10% non lega”

 

Psicoradio torna a parlare di contenzione e lo fa con la psichiatra Giovanna del Giudice, autrice del libro “… E tu slegalo subito. Sulla contenzione in psichiatria” e tra i e i primi firmatari della lettera aperta sulla morte di Agostino Pipia, avvenuta, probabilmente per contenzione, lo scorso dicembre nel Servizio di Diagnosi e Cura (Spdc) di Cagliari, durante un trattamento sanitario obbligatorio.
La lettera, indirizzata all’Assessore alla Salute della Regione Sardegna Luigi Arru e alla Ministra alla Salute Giulia Grillo, chiede di attuare immediati provvedimenti per l’abolizione della contenzione meccanica nei Servizi psichiatrici ospedalieri sardi e di ogni pratica “inumana e degradante” nei confronti delle persone con disturbo mentale. Sul sito www.slegalosubito.com è possibile aderire alla campagna nazionale “E tu slegalo subito” promossa dal Forum Salute Mentale.
La contenzione sarà il focus della diretta che andrà in onda mercoledì 30 gennaio alle 13 sulle frequenze di Radio Città del Capo, in cui continueremo a parlarne con la psichiatra Giovanna del Giudice.

La puntata prosegue poi con le testimonianze di alcuni uditori di voce che la redazione ha raccolto qualche tempo fa alla conferenza “Lavorare creativamente con le voci ” svoltasi a Corropoli.
“Non è sempre semplice convivere con il problema, potrebbe essere di aiuto tanta solidarietà e sensibilità”, spiega ai microfoni di Psicoradio Martino. In molti casi le prime voci che una persona sente sono molto negative e questo di solito spaventa ed impaurisce facendola sentire impotente, come ci racconta Daniele: “All’inizio pensavo fosse uno scherzo e ho avuto molta paura… poi la psicologa mi ha parlato del sentire le voci e da lì ho imparato pian piano a dialogarci”. Grazie al lavoro di gruppi di supporto in cui è possibile apprendere tecniche e modalità di dialogo con le voci (come ad esempio il metodo creato da Ron Coleman), gli uditori possono imparare a gestirle e renderle più familiari.
Per approfondire Psicoradio ha intervistato il dott. Marcello Macario, presidente della “Rete Italiana Noi e le Voci” e psichiatra al Dipartimento di Salute Mentale di Savona.

 

SCOLPIRE LE VOCI

   

   

“Penso che sentire le voci sia qualcosa di normale […] in realtà potremo dire che questa è una normale declinazione dell’esperienza umana”.

 

“Un tempo si pensava che chi era mancino aveva un disturbo psichico; oggi non è più così. In futuro succederà anche con le voci.” È Ron Coleman ad affermarlo:  uditore di voci da moltissimi anni e dunque  “esperto per esperienza”, porta la sua convivenza  con le voci a conferenze in giro per il mondo. Ed è anche formatore in seminari nei quali insegna ad uditori e operatori  un metodo per affrontare le voci. Nella nostra intervista, realizzata alla conferenza dal titolo ”Lavorare creativamente con le voci ”(a Corropoli, ottobre 2018),  Ron Coleman ci espone il brillante metodo che ha  ideato  per riuscire a convivere con le voci senza che diventino invalidanti per chi le avverte.  In pratica si tratta di riconoscere le voci udite dal soggetto, dando a ciascuna un nome e un volto per poterle comprendere, accettare e gestire.

 

 

“Io non credo che le voci siano provocate da cause biologiche, ma dalle nostre esperienze – spiega Coleman – Quindi la maggior parte delle voci possono essere associate a cose che ci sono accadute; significa che le voci spesso sono associate a traumi negativi. E se noi non siamo consapevoli dei traumi non possiamo conoscere davvero le voci.”

 

Il metodo per affrontare le voci messo a punto da Coleman  è chiamato Sculpting, in italiano tradotto come “Scultura Umana”. Come spiega il suo inventore  “scolpire le voci permette all’uditore di fare un passo al di fuori rispetto ad esse, e una volta guardate dall’esterno, capire quale sia il modo migliore per affrontarle”.

 

Nella dimostrazione che Coleman, fa del suo metodo, si circonda di alcune persone, ciascuna delle quali incarna una delle sue voci; prima le voci parlano tutte insieme e il risultato è un caos angosciante;  poi le fa parlare una ad una, e  così diventa possibile un dialogo ed anche un contenimento.

 

Grazie allo Sculpiting “possiamo imparare a gestire le voci in modo definitivo, per sempre!” afferma Coleman con sicurezza, aggiungendo però che questo suo metodo per alcune persone può non funzionare.

 

Emanuela Dova, uditrice, ci parla infine del conforto che ha ricevuto da gruppi fatti con altri uditori di voci: “grazie ai gruppi di mutuo aiuto ho imparato a controllarle, ad andarci d’accordo e a convivere con loro”.