Skip to main content

Autore: Admin

A Trieste con l’appello in difesa della legge 180

Lella Costa con l’appello

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A luglio una delegazione della redazione di Psicoradio è stata a Trieste per partecipare all’iniziativa “Impazzire si può” del Forum della Salute Mentale e al Raduno delle Radio della Mente.
L’incontro è stato un’occasione per parlare della modifica della legge 180 e dell’appello che stiamo promuovendo.
Durante la giornata abbiamo anche incontrato Lella Costa, che aveva già firmato il nostro appello e ci ha raccontato perchè difendere la legge 180 è una questione che riguarda tutti. La sentirete nella puntata di questa settimana, in onda su Popolare Network e Radio Città del Capo giovedi 28 giugno.

Ecco il video dell’intervento della delegazione di Psicoradio nel corso dell’assemblea svoltasi la mattina di venerdì 22 giugno.

Durante il Raduno delle Radio della Mente Psicoradio e le altre radio presenti all’incontro hanno realizzato un programma radiofonico. Per ascoltarlo clicca qui

DIALOGARE CON LE VOCI



“Le voci non vengono per caso, ma dalla vita, dalle esperienze di una persona. Bisogna trovare il modo di ascoltarle e di dialogare con loro perché ci dicono qualcosa di utile.”

Per continuare l’inchiesta sul fenomeno delle “voci” Psicoradio intervista il dott. Marcello Macario, del Dipartimento di Salute Mentale di Savona, e uno dei promotori del Coordinamento nazionale Movimento Uditori di Voci. Tra le tante affermazioni dello psichiatra, il fatto che i due terzi delle persone che sentono le voci non le vive in maniera negativa, e che queste non sono più considerate necessariamente sintomo di schizofrenia.

In apertura di puntata Rama, uno dei redattori di Psicoradio, racconta come sta vivendo il terremoto, che ha ferito anche il suo paese, Crevalcore, uno dei più colpiti dal sisma.

E continua l’Appello di Psicoradio contro il progetto di Legge Ciccioli. Sono già arrivate le firme di 60 associazioni, oltre ai tantissimi singoli, tecnici della psichiatria e “normali” cittadini che non vogliono vedere svuotata la legge 180.

Nella sezione Psicoappuntamenti segnaliamo:

Il 13 giugno alle 18, al Modo Infoshop, Psicoradio presenta Alice Banfi e “Sottovuoto”, il suo nuovo libro. Nel precedente “Tanto scappo lo stesso” Alice narrava la sua esperienza nel dipartimento di salute mentale di un noto ospedale milanese; in “Sottovuoto” racconta un suo periodo in una struttura molto grande che ha tutti i tratti del vecchio ospedale psichiatrico, “Villa Crispina”. E lì comincia un mondo di piccole e fondamentali strategie di sopravvivenza: la lotta per ottenere il caffè nelle ore non consentite, per una sedia, per difendersi dalle invasioni di blatte e scarafaggi, per fumare e bere oltre ogni divieto. Lo sguardo di Alici è netto e severo verso ciò che la circonda, ma è anche onesto nel riconoscere i propri errori e limiti.

Per una pausa pranzo musicale, segnaliamo l’incontro “Le Grandi Melodie Americane incontrano le grandi melodie della vecchia Europa”, sabato 9 Giugno dalle 11 alle 13 al Roncati (via S.Isaia 90). Si tratta dell’ultimo incontro della rassegna “Musicalmente”, organizzata dal Dipartimento di Salute Mentale di Bologna, in collaborazione con il Conservatorio Martini e il CUFO.

Infine “Stamattina metto le tue scarpe”, titolo di un progetto dell’associazione Alpha e del DSM di Urbino, che si svolgerà 16 e 17 giugno, e che vuole far entrare i cittadini partecipanti in contatto diretto con la malattia mentale.

News! VENITE A CONOSCERE PSICORADIO E “SOTTOVUOTO”

Il 13 giugno al Modo Infoshop di Bologna Psicoradio presenterà il nuovo libro di Alice Banfi “Sottovuoto”

Psicoradio presenta Alice Banfi con il suo nuovo libro “Sottovuoto”. Nel precedente “Tanto scappo lo stesso” Alice raccontava la sua esperienza nel dipartimento di salute mentale di un grande ospedale milanese.
In “Sottovuoto” racconta la sua vita in una struttura molto grande che ha tutti i tratti del vecchio ospedale psichiatrico, “Villa Crispina”, e in parte in una comunità più piccola e relativamente più accogliente. Ogni volta che entrava a Villa Crispina, ad Alice “sembrava di andare in guerra”, di dover schiacciare gli altri per non essere schiacciata. E qui comincia un mondo di piccole e fondamentali strategie di sopravvivenza e adattamento. La lotta per ottenere il caffè nelle ore non consentite, per una sedia, per difendersi dalle invasioni di blatte e scarafaggi, per rubare senza essere scoperti, per fumare e bere oltre ogni divieto.
Lo sguardo di Alice è netto e severo verso ciò che la circonda, ma è anche onesto nel riconoscere i propri errori e limiti.

Vi aspettiamo il 13 giugno alle 19 al Modo Infoshop, via Mascarella 24 – Bologna

E VISSERO FELICI E GAY, CON TANTI BAMBINI



Tre gli argomenti di questa puntata di Psicoradio: il terremoto, le famiglie omosessuali, l’appello di Psicoradio contro l’affossamento della legge Basaglia.

 

“Non avrebbe avuto senso avere dei timori per il futuro dei miei bimbi, visto che io come lesbica in questa società ho vissuto così bene.” Queste sono le parole di Ilaria Trivellato, referente dell’associazione Famiglie Arcobaleno, che riunisce famiglie dove i genitori sono gay o lesbiche.

“Un genitore sa quando è il momento di mettere al mondo dei figli indipendentemente dalla sua identità sessuale”, continua Ilaria Trivellato. Cosa si sentono dire i loro bambini a scuola, quando dicono di avere due mamme e nessun papà? E, più in generale, quali difficoltà affrontano questi genitori e questi figli? L’intervista di Psicoradio cerca di rispondere a queste domande.

Psicoradio ricorda anche che in Emilia-Romagna il Dipartimento di Salute Mentale ha predisposto nel campo di Crevalcore che ospita gli sfollati, due ambulatori, uno di psichiatria, dedicato agli adulti, e uno di neuropsichiatria, dedicato ai bambini. La dottoressa Agela Tomelli, responsabile del DSM di S. Giovanni in Persiceto, parla della reazione emotiva delle persone che, nelle due strutture, sono accolte da psichiatri, psicologi, educatori professionali, e infermieri.

La puntata continua ricordando l’appello di Psicoradio per fermare il cambiamento della legge Basaglia con il disegno di legge Ciccioli, e lo Speciale qui sul sito che contiene le informazioni sulla legge 180 e i tentativi di cambiarla. Chi è contro l’affossamento della legge 180 è invitato ad aderire all’appello di Psicoradio.

BASTA DISTRARSI CHE TORNI DENTRO



Psicoradio si occupa della modifica della legge 180 approvata il 17 maggio in Commissione Affari Sociali della Camera. Partendo dall’esperienza di ciascuno, la redazione ne discute parlando di cura obbligatoria e TSO, di farmaci e di relazione con i terapeuti.

 

E Il dott. Angelo Fioritti, responsabile del Dipartimento di salute mentale di Bologna, commenta “Non ci serve l’aumento della obbligatorietà, ma il contrario, ovvero più risorse per acquisire la fiducia dei cittadini ammalati in modo da non riproporre il paternalismo in cui lo psichiatra decide e il paziente fa”.

Come l’anno scorso, Psicoradio lancia un appello a tutte le persone che non vogliono che la legge Basaglia venga affossata. Leggi l’appello

I RACCONTI DI MAURIZIO

Guardando il cielo. Istantanee di una depressione

Capitolo 1

Quella lunga estate cominciò contraffatta dalla volubilità del tempo, pioggie di tropici temporali, alternate fin da subito ad estenuanti giornate assolate. Non era mio solito puntare al favore meteorologico per temperare il mio umore, in maniera che mi potesse illudere di poter fare quello che sarebbe stato giusto fare. Nonostante ciò, mi era rimasto solo il cielo da guardare e cercarvi dei significati, pur già sapendo che non li avrei oggettivamente mai trovati. Quindi fissavo il cielo, come fissare il soffitto quando lo sguardo non supera il proprio naso.

L’informe coscienza che mi stava attraversando non mi lasciava intuire il suo gene, in modo da poterle dare una classificazione, se pur anche provvisoria. Gli impegni che fino qualche tempo prima mi era riuscito onorare, erano diventati ormai macigni sotto i quali soccombere mentre la vita degli altri passava naturalmente ai miei occhi.

La cucina di mattina era sempre in subbuglio dalle spaghettate notturne che zio Giovanni era solito fare, ma i suoi comportamenti strani non erano dovuti all’essere menefreghista o dissoluto, egli soffriva di una patologia che incideva proprio sull’umore, e quindi i suoi inusuali comportamenti erano da ritenersi suoi stessi carnefici, di un quotidiano subìto ormai in maniera cronica.

Nel vivere quel disordine, di piatti e padelle accumulati nel lavabo della cucina, non mi riusciva separare gli oggetti dalla soggettività dei suoi comportamenti, come fosse stato il subbuglio dei suoi pensieri che inespresso dalle parole, trovava un’uscita attraverso i comportamenti, e quel lavabo pieno di cose da mettere a posto era in realtà il riflesso del suo sentire.

Flettendo fino al ridicolo avevo provato ad ignorare ciò che l’intuito già da tempo m’annunziava, mi perdevo ciecamente in comportamenti che non mi sarebbero appartenuti se non fossero serviti a rimandare il confronto con la mia coscienza, che ormai non riconoscevo.

Lo specchio della mia stanza mi rifletteva ignaro, con lo sguardo senza il minimo accenno di apatia, o almeno niente più di quella che mi rendeva estraneo alla mia immagine, ed oltre alla quale rifletteva una stanza pulita, il letto con il disordine della mattinata, passata nel dormiveglia della mia ostinazione, che non ambiva ad altro se non ad essere confinata nell’onirico, perchè intuivo che sarei dovuto coincidere con la mia coscienza, conoscerla e sapere quello che mi stava accadendo.

Capitolo 2

Eravamo in tre nel sogno fatto qualche notte prima, io intento a capire la situazione che stavamo vivendo per trovare una soluzione possibile, al mio fianco un mio amico d’infanzia, con il quale già dalla fase adolescenziale non ci frequentavamo, e avanti a noi una persona dai capelli grigi che guardandola di spalle mi ricordava zio Giovanni, smilzo con un fisico innervato, e talmente deciso ad andare avanti che non mi fu possibile scoprirne le sembianze.

Dal mio malessere pareva quasi avere assunto un senso quel sogno, mi dava l’idea che la persona vista solo di spalle era zio Giovanni, che ci traghettava nei suoi pensieri, finanche il suo incedere era tale perchè lui di quel luogo ne conosceva bene il percorso, gli anfratti, e quello che per noi era da scoprire e quindi capire, per zio Giovanni era semplicemente ciò che era sempre stato.

Strano era che queste elaborazioni oniriche mi frequentavano proprio scrutando il cielo, che da un grigio nuvoloso si condensava in pioggia incessante, e che sembrava stemperare i retroattivi pensieri di quegl’attimi. Mi distolse dalla riflessione un rumore che veniva proprio dal piano di sopra, da dove zio Giovanni non scendeva mai, se non per mangiare o prendere le medicine per la sua malattia.

Attraverso il gioco delle probabilità feci mille congetture sulle possibili cause di quel rumore, ma in realtà restavo lì a pensare su cosa fosse successo, unicamente per non estranearmi dalle riflessioni che stavo facendo, poichè sapevo bene che da quelle sarebbe venuta fuori la verità, ma solo il tempo avrebbe potuto dare luogo allo spazio per comprendere e accettare (alla meno peggio) il mio stato d’animo.

Continuava a ronzarmi in testa quel sogno, che ormai era sbiadito, ma aveva lasciato la traccia indelebile del mio disagio, nel vivere in qualche modo quella situazione con una persona, che apparteneva solo alla mia memoria, di un me stesso ragazzino, del quale non era rimasto quasi più niente, e quel tal probabile zio Giovanni che come Caronte ci traghettava incurante del nostro perplesso stupore, dovuto all’impossibilità di raziocinare quei contesti.

Sentendo dei passi rapidi giù per le scale, relizzai che era zio Giovanni e malgrado l’impassibilità del mio sguardo, mi tranquillizzai che almeno non gli era successo niente di grave. Entrò e aprendo il frigo borbottò: Dalla stanza è caduto il quadro di capo al letto. Quel quadro era in realtà un basso rilievo in ceramica e raffigurava un Cristo che aveva tra le mani un cuore, lo ricordavo bene da quand’ero piccolo e mi capitava di dormire con i miei genitori. Infatti la stanza dove dormiva zio Giovanni era stata in precedenza la camera da letto dei miei.

Ricordavo mio padre che mi diceva di stare attento al quadro che poteva cascare, quando io in piedi sul letto ero sempre lì a cianfrusagliare, del rilievo mi piaceva seguirne le linee con il dito, e soprattutto non mi fermavo fin quando mio padre mi prendeva per i fianchi ed iniziava a farmi il solletico. Mi scoprii lontano dalla gioia che quei ricordi mi suscitavano fino pochi giorni prima, erano diventati come storielle delle quali pur conoscendone la trama, ne ero ormai diventato un ignaro spettatore.

Capitolo 3

Erano già due settimane che avevo lasciato il lavoro, avevo iniziato col prendermi un giorno libero, ed automaticamente erano andate a susseguirsi le sfiancanti mattinate passate a rimandare l’ora della sveglia. Mi sentivo come indegno della vita, dal momento che moltissime persone non avevano alcuna possibilità di lavorare, ed io mi concedevo il lusso di starmene a casa. Come potevano i miei problemi avviarsi a soluzione, come potevano non ingigantirsi a dismisura, con il rischio intrinseco che io vi potessi soccombere sotto il loro peso?

Soccombere, questo mi pareva l’unico sbocco che mi era possibile attuare, ma mi frenava l’idea che se avessi osato porre termine alla mia esistenza, l’unico a beneficiarne sarei stato forse io, ma sicuramente a discapito delle persone che mi stavano attorno. Quindi sarei dovuto andare avanti qualunque fossero stati i miei stati d’animo, e questo mi pareva un nobile tributo alle persone che mi amavano, forse l’unico tributo che riuscivo ad onorare, anche se non sapevo per quanto.

Questa volta guardando il cielo mi pareva fosse un telo cerato, di un azzurro compatto che mi isolava e contraffaceva la luminosità del sole, viziava l’aria che respiravo e scatenava in me la voglia di squarciarlo, per tastare se davvero era una mia patetica impressione oppure se l’improbabile ipotesi aveva una sua realtà in quel momento.

Riflettevo e ripensavo alla stessa idea qualche notte di veglia già trascorsa, col cielo terso, abbondante di stelle ed una luna che quasi piena raffigurava più di un immagine, non vedevo solo le solite macchie lunari che si confondevano con un improbabile volto che guardava verso di me, ma avevo scorto altri due visi, uno che si poneva di tre quarti e l’altro del quale si delineavano chiaramente gli occhi. Quest’ultimo con uno sguardo profondo che sembrava sapere di me, e che forse era l’unico che potesse sapere. Sovrapponendo le due esperienze mi parevano coincidere nell’impossibilità di poterle testare, e quindi smentirle in quel momento.

Mi piombò in testa un’idea, e tutto in quel momento mi parve chiaro. Forse la parola chiave era “momento”, inteso come presente. Chi poteva affermare con assoluta certezza che quel cielo non era un telo cerato in quel momento? Chi poteva garantire che quei visi della luna non erano palesemente lì per me, e chiunque fosse stato in grado di vederli? Chi poteva persino accertare la mia presenza in quel momento lì dove io ero? E ribaltando il concetto applicandolo all’inverso: come potevo io essere sicuro dell’esistenza di un mondo che non stavo vivendo? Tutti quei pensieri sembravano esplodere tra il tempo e lo spazio, ed esplodevano in modo tale da non preferirne l’uno a discapito dell’altro.

Capitolo 4

Passai l’intero pomeriggio con quella cognizione nella mente, che tuttavia andava man mano scomparendo, come un monolite di grande valore storico, seppellito nella polvere millenaria di piatti e insensati quotidiani, che si susseguivano apparentemente senza alcuna ragione. Per quando fu notte l’intuizione si andò a depositare tra i mille “potrebbe anche essere”, ma senza ormai la pretesa che quell’idea fosse l’unica possibile, se non altro l’unica che mi lasciasse lo spazio per sentirmi vivo. La luna già alta scomparve al passaggio di una nuvola e sentii dei rumori in cucina, era zio Giovanni che scaldava la sua cena, colsi il pretesto di bere un bicchiere d’acqua per studiare il suo fare, ed egli tra una forchettata e l’altra, quasi tra se e se disse:

Che strana estate! Non ti pare?

– Hai proprio ragione, risposi distrattamente mettendo il bicchiere nel lavabo. Gli chiesi del quadro al capo del letto, e lui rispose che s’era scheggiato il cuore del Cristo, ma l’aveva riappeso.

Pensando al mio stato d’animo, mi pareva ineluttabile che succedesse, ma il fatto che zio Giovanni l’avesse riappeso, testimoniava la forza di accettare la realtà qualunque essa fosse diventata.

L’indomani uscii da casa con la speranza che una boccata d’aria avrebbe allentato quella tacita tensione che mi attanagliava già da qualche settimana. Il mio mondo era praticamente polverizzato e malgrado ciò le persone per strada erano da sempre e soprattutto ancora in balia delle loro sciagurate congetture, ognuno assorbito dai suoi insospettati e puntuali comportamenti suicidi.

Si poteva anche dire: tutto come sempre, ma erano i miei occhi ad essere cambiati, guardavo le persone e con esse il mondo senza più partecipare, compenetrarmi e magari arrischiare a mettermi al loro posto, per ipotizzare una possibile soluzione ai loro problemi. Ritornai a casa con la rinnovata coscienza che il mondo proseguiva il suo vivacchiare senza traumi, almeno senza la mia disperazione che già da quella presa di coscienza mi pareva alleggerita.

Capitolo 5

Il giorno seguente mi svegliai inaspettatamente a metà mattinata e senza sforzi di volontà, pensando al mio stato d’animo quasi riconoscevo la mia indole. Non c’erano dubbi, la boccata d’aria mi aveva fatto bene, l’avere sondato quel mondo che era fuori da me, mi dava la certezza che l’entità del mio problema era confinata in ciò che io sentivo, quindi riguardava unicamente me e la mia coscienza.

Questo mi parve un punto d’approdo importante da dove iniziare a dialogare con me stesso, era come avere iniziato la ricerca dimensionale del blocco che mi aveva paralizzato e ripiegati i miei pensieri in modo da renderli solo fini a se stessi. In qualche modo sapevo che una volta individuato il malessere, già la sua conoscienza sarebbe stata il primo passo verso la guarigione.

Da quella stessa sera il cielo pareva avere assunto una significante profondità, perfino l’incertezza legata al bello e cattivo tempo sembrava ormai archiviata, era estate e soprattutto io ci credevo, e se pure ci fosse stato un temporale improvviso, sarebbe stata un eccezzione, una possibile variante della stagione in corso.

Ripresi a lavorare dopo pochi giorni, con quella spensieratezza che andava sempre più consolidandosi, come dire ero capace di non pensarci. In qualche modo avevo riattivato il dialogo con la mia coscienza, nei giorni seguenti si attuarono spontaneamente le mediazioni esistenziali, quelle poste tra ciò che crediamo d’essere e quello che ci è possibile fare senza tradire la nostra intuìta natura.

Dopo tempo mi ritrovai con zio Giovanni a guardare l’alba, pensavo lui stesse per andare a letto ed io mi ero svegliato prima del solito, ai primi raggi che illuminarono il mattino, guardammo verso il sole, zio Giovanni mi chiese: vai a lavorare?- Si, e tu stai per andare a letto?- Non ancora.- Come mai?-

Guarda che bel sole che c’è.

LE ESPERIENZE DI FABRIZIO

Golf Oscar “Lo farà”

Dopo un inverno di preparativi decollo da Bresso con il piccolo monomotore destinazione Dinard in Francia.

– Milano informazioni buongiorno India – Romeo – Echo – Golf – Oscar decollato da Bresso alle 09 con piano di volo per Dinard via Biella Aosta, Martigny è sulla tangenziale Ovest a mille cinquecento piedi passerà il confine sul Gran San Bernardo.

– Golf Oscar QNH 1013 inserisca 1357 sul transponder Charley riporti Biella mantenendo quote e rotte VFR

– Golf Oscar lo farà

Sono felice ed emozionato, è la prima volta che faccio un volo così lungo all’estero e per un pilota della domenica sessantenne come me è una bella impresa. Mi sento sicuro, gli strumenti sono in arco verde, la solita foschia lattiginosa copre la Valle Padana ma la visibilità è più che accettabile e sopratutto l’essere seguito da Milano Informazione m’infonde tranquillità.

– Milano Informazioni, Golf Oscar

– Golf Oscar avanti …. vi sentiamo tre quinti!

– Golf Oscar ha lasciato Biella in salita per dodicimila piedi passa sulla radio due per prova trasmissione, come mi sentite?

– Sempre tre quinti, se in prossimità del confine non ci ricevete passate direttamente a Zurigo informazioni sulla 126,35

– Golf Oscar lo farà

Accidenti, speriamo che le radio non facciano i capricci proprio adesso che dovrò parlare in inglese con gli svizzeri e transitare per spazi aerei trafficati. L’amato P19 arranca volenteroso guadagnando quota lentamente, sono quasi a diecimila piedi e inizia un po’ di turbolenza, Lucy alla mia destra è tranquilla anche se so che non ama sorvolare a bassa quota le cime innevate.

Mi godo il panorama e ripenso all’estate scorsa, ero in campagna con mio figlio Alessandro, 16 anni, dopo un difficile anno scolastico cercavo di convincerlo a “mettercela tutta” per finire la scuola ma ecco che ad un tratto lo vedo con lo sguardo assente come se stesse vivendo in un suo mondo distaccato dalla realtà. E’ come se la mia voce non arrivasse alle sue orecchie o le mie parole fossero percepite come un suono senza senso. Strano, forse è l’età, forse ero anch’io così quando mio padre cercava di convincermi a studiare.

Il massiccio del Gran San Bernardo comincia a delinearsi nella foschia:

– Milano Informazioni Golf Oscar

– Milano Informazioni Golf Oscar

Non ricevo riposta, Milano non mi riceve proprio adesso che devo passare le Alpi e devo tenere a bada l’aereo scosso dalle turbolenze ! Ma sì, forse Milano informazioni è fuori portata della radio. Provo a contattare Zurigo:

– Zurich informations, India – Romeo – Echo – Golf – Oscar

– Chi chiama Zurigo? Vi riceviamo debole e a tratti, ripetere la chiamata.

– India – Romeo – Echo – Golf – Oscar è un Papa uno nove con piano di volo da Milano Bresso a Dinard via Martigny, adesso sul Gran San Bernardo a dodicimala piedi transponder 1357 Charley

– Golf Oscar riporti Martigny in discesa e livelli a duemila piedi QNH 1015

– Golf Oscar lo farà

Mi pareva che Zurigo mi ricevesse meglio ma cominciavo a nutrire il dubbio che le mie vecchie radio mi piantassero in asso. Già comprendere quelle istruzioni sbiascicate in un inglese a dir poco maccheronico era difficile.

Alessandro sembra risvegliarsi dal suo sogno e mi risponde con distratta compostezza come tutti i ragazzi che ascoltano la paternale. Mah, forse sono io che sono diventato vecchio e non riesco più a entrare in sintonia con i suoi interessi fatti di ragazze, mare e discoteche. Comincia l’età più difficile e spero di essere in grado di assolvere il mio ruolo di padre.

Il volo era proseguito con qualche difficoltà di comunicazioni e un po’ d’ansia da parte mia, ce l’avrei fatta a portare a termine la “trasvolata” ? Dopo due ore di volo atterriamo a Dijon, la radio andava e veniva e a volte facevo fatica a comprendere le istruzioni. Caffé, benzina e un controllo alle radio, tocco più volte a caso i cavi d’alimentazione e le manopole, e dopo un sano colpetto tutto sembra funzionare a dovere. Non mi affanno più di tanto a scoprire la causa della ricezione difettosa, tanto … si sa d’elettronica ci capiscono in pochi e a volte le maniere forti risolvono tutto!

Con il passare dei mesi Alessandro si rinchiude sempre più in se stesso, si allontana dal mondo che lo circonda, è incapace di manifestare affetto e a volte ho l’impressione che la sua mente sia come paralizzata da un torpore. E’ una sensazione terribile, mi sento perso perchè ho paura di “perderlo”. Lui è lì di fronte a me ma sempre più “lontano”. E’ sofferente, non riusciamo a comunicare, io non riesco a comprenderlo. A volte è agitato perché si sente perseguitato da amici o inesistenti personaggi, divento insofferente a tutte queste manifestazioni che mi sembrano senza senso.

Decolliamo da Dijon, il cielo è limpido ma dopo mezz’ora di volo incontro un banco di nuvole, faccio quota per riguadagnare l’azzurro sicuro della mia rotta e confortato da Reims information. D’un tratto piombo nuovamente nella foschia, cambio quota ripetutamente cercando di bucare le nuvole senza successo, il controllo di Reims mi arriva nelle cuffie a tratti, a volte incomprensibile. Comincio a preoccuparmi, continuo a consultare le carte e il GPS cercando di prevedere ostacoli e stare alla larga dalle centrali nucleari che qui sono assolutamente off limits.

Alessandro non ha trascorso un bell’inverno e in primavera mi appariva sempre più sofferente e agitato, mi rivolgo agli psichiatri ottenendo per lo più risposte vaghe e sopratutto ben poco utili a gestire la situazione. Una settimana prima di Pasqua ricevo una telefonata sul cellulare: “Ale ha avuto un incidente lo stiamo portando al pronto soccorso, venga subito”. Prendo il vespino e attraverso Milano come un forsennato, come una Volante della Polizia non avrebbe saputo fare. Arrivo in tempo per vederlo mentre lo caricano sull’ambulanza, è in uno stato pietoso, delira e mi guarda in silenzio con i suoi occhioni celesti persi nel nulla.

“Lei è il padre ? Ci segua ci vediamo al Pronto Soccorso”.

Una parola ! E adesso ?

Respiro profondamente, calma, devo farcela. Guidare il vespino incollato alla coda dell’ambulanza che sfreccia in mezzo al traffico e ai semafori rossi non è facile. L’ unica cosa che vedo davanti a me a pochi centimetri di distanza sono i vetri smerigliati dell’ambulanza, è come pilotare nella nebbia fidandosi ciecamente delle istruzioni radio.

La visibilità è in peggioramento e mi restano poche ore di luce, comincio a preoccuparmi, mi accorgo di mantenere a fatica una rotta approssimativa.

– Reims Golf Oscar è in condizioni di visibilità marginali, chiedo il vettoriamento radar

– Inserisca 3434 sul transponder, prosegua mantenevo duemila piedi rotta due quattro zero.

– Golf Oscar lo farà

Mi torna alla mente quello che mi diceva l’istruttore al corso di pilotaggio: nell’emergenza, calma anche se ti senti disorientato concentrati sugli strumenti e affidati ai controllori di volo, gli esperti sono loro e hanno un controllo della situazione che tu probabilmente non avrai. A Itaca avevo imparato …. “tieni sempre la destinazione nella tua mente, raggiungerla sarà la tua meta”…. Facile da dire, in pratica volare alla cieca fidandomi degli strumenti e della radio e tutt’altro che naturale, speriamo bene! Lucy sfodera una calma serafica, sembra un pilota di Jumbo dopo venti anni di carriera! E’ di grande conforto, riesce ad infondermi un pò di calma.

Alessandro arriva al Pronto Soccorso, codice rosso, uno stuolo di medici e infermieri lo circondano e scompare in sala operatoria. Mi sento annientato, cerco con poco successo di controllarmi e riordinare le idee. Rimaniamo separati per quasi due ore dalle tende opache che delimitano la zona di pronto intervento, a stento intravedo le ombre dei medici che si muovono intorno al suo letto. Finalmente mi fanno avvicinare a lui. E’ calmo e apparentemente tranquillo eppure la sua immensa sofferenza affiora nel suo sguardo, a volte sembra quasi che abbia voglia di urlare per farsi capire e aiutare ma è come se le parole pensate rimanessero prigioniere della sua mente. A volte mi pare che voglia dirmi qualcosa ma è come se ci separasse una parete di cristallo, lo vedo parlare ma non lo capisco. Cerco di afferrarlo ma ogni volta sprofonda nelle sabbie mobili del delirio, della solitudine.

– Golf Oscar proceda per rotta 235, salite a duemila cinquecento, siete a 90 miglia da Dinard il meteo è in miglioramento chiamateci con il campo in vista

– Golf Oscar lo farà.

A stento riesco a decifrare le istruzioni, tutto mi sembra così confuso e difficile.

Penso nuovamente a quanto mi avevano raccomandato durante il corso di pilotaggio: se ti trovi all’estero e hai problemi a comprendere i controllori di volo ricordai che le istruzioni contengono una serie d’informazioni secondo una sequenza ben precisa, sforzatevi di intuire in anticipo quello che ti stanno per dire, mantieni la calma e sopratutto ascolta! Il problema si risolve come d’incanto durante l’ultima ora di volo Le radio dopo qualche amorevole colpetto funzionano decentemente e sopratutto prima di comunicare con il controllo mi sforzo di prevedere la sequenza delle istruzioni, sempre la stessa, cercando anticipare quello che mi avrebbero detto. Mi ero convinto che dovevo affidarmi ai controllori del traffico. Stupendo dopo tanto affanno ecco la regola per capire e portare a casa la pellaccia !

Dopo un’interminabile degenza Alessandro viene dimesso, torna a casa, ma comprenderci è sempre più difficile, è assente, parliamo due lingue diverse. Penso a Alessandro e non mi do pace, l’agitazione mi assale giorno e notte, e come se avessi l’incubo di volare sulle Alpi nella nebbia con la voce della radio che si va sempre più affievolendo. Passano gli anni, mio figlio percorre la via crucis della psichiatria. Aveva trovato un lavoro e una sistemazione in una comunità ma io non riuscivo ad accettare la mia incapacità di comunicare con lui, di capirlo. Quante volte ho cercato il bandolo per entrare in sintonia, per riuscire ad immaginare cosa succedeva nella sua mente.

E’ così che ricordando il volo a Dinard con l’amato I – REGO ho pensato che per comunicare con mio figlio dovevo innanzi tutto impormi di adeguarmi alla cadenza e i suoi tempi. Era lui la “torre di controllo” era lui che doveva stabiliva e proporre il ritmo della conversazione a secondo delle esigenze del momento. Non dovevo limitarmi a cercare semplicemente di capire il significato delle sue singole parole, dovevo piuttosto sforzarmi di immaginare quello che avrebbe detto.

Dopo molte prove la “ricezione” dei suoi ragionamenti ha cominciato a migliorare così come lo scambio d’emozioni e idee. Importante è ascoltare, ricordarsi che il “controllo” è lui e farsi guidare dai professionisti.

– Papà … “lo farà”.

 

Appunti mattacchioni

Alla fine degli anni ’80 avevo deciso di separarmi, mia moglie afflitta da anni da gravi disturbi psicotici non poteva dedicarsi ai due figli di dieci e quattordici anni e tanto meno al menage famigliare, la mia intensa attività professionale mi portava tra l’altro a frequenti viaggi all’estero. Avevo quindi preso questa non facile decisione per salvaguardare il mio equilibrio indispensabile ad accudire ai figli. Prima di parlarne con mia moglie ho chiesto udienza allo psichiatra che l’aveva in cura convinto di ricevere da lui suggerimenti e consigli su come comunicare la decisione di separarmi alla sua paziente al fine di causarle la minore sofferenza possibile. L’illustre luminare mi ha cacciato dal suo studio dichiarando che da cattolico praticante e contrario al divorzio non voleva diventare mio complice.

Il professionista, noto come uno dei padri della psichiatria italiana, fra i tanti riconoscimenti ricevuti durante la sua carriera è stato insignito della Medaglia d’Oro Albert Schweitzer per “L’umanizzazione della medicina”.

All’età di 17 anni mio figlio ha cominciato a manifestare i primi esordi della schizofrenia, brutta bestia di cui purtroppo la psichiatria per ora capisce ben poco. Nel periodo che trascorre tra la diagnosi e l’assestamento della terapia possono accadere episodi d’aggressività e violenza che si manifestano spesso durante le ore serali o notturne. Peccato che non esista un servizio di pronto soccorso psichiatrico a domicilio, inutile rivolgersi alla guardia medica o al pronto soccorso che non intervengono in questi casi. In pratica si dovrebbe convincere il malato a farsi accompagnare di buon grado al pronto soccorso psichiatrico dell’ Ospedale attrezzato più vicino. Avete mai visto un mattacchione convinto di essere tale andare sua sponte in Ospedale?

Morale i malati e i famigliari devono arrangiarsi con il fai da te.

Nel 2007 mio figlio è stato ricoverato d’urgenza nel reparto psichiatria dell’Ospedale Niguarda di Milano da dove è stato dimesso dopo circa due mesi. Dalla frequentazione del reparto ho imparato tante cose. Per riuscire a parlare con il Primario ed essere finalmente informato sullo stato di salute di mio figlio ho dovuto intraprendere una battaglia non da poco durata quasi una settimana. Alla fine, munito del viatico di indispensabili numerose e autorevoli raccomandazioni, mi è stata concessa udienza dall’illustre Primario Professore che con malcelata insofferenza mi ha informato sulla situazione.

Grazie.

Difficile riuscire a parlare con il medico di guardia che quasi sempre doveva recarsi altrove per una non meglio definita e ricorrente emergenza. Mi avevano insegnato che “l’emergenza” è una situazione occasionale imprevedibile ed eccezionale, ma quando diventa la prassi cos’è ?

Al Niguarda viene messa a disposizione dei ricoverati un ambiente pomposamente chiamato “Sala Televisione” con tre scomodissime e scalcinate panchine di ferro, il posacenere è un piatto di plastica usa e getta che non viene mai gettato e sempre colmo di cicche, non vi è neanche un tavolo o una mensola. Nel corridoio non vi sono sedie ma in compenso è consentito sedersi per terra, l’orologio a muro segna ostinatamente sempre la stessa ora. Le camere, a due letti, sono fornite di una sedia. Meglio non incentivare la sedentarietà.

L’accesso al reparto, ad “alta protezione”, tenuto chiuso a chiave, è consentito solo al personale medico e, negli orari previsti, ai rarissimi famigliari in visita. Il fatto che la maggior parte dei pazienti (quale migliore definizione !) non riceve visite e non ha contatti d’alcun genere con l’esterno non sembra costituire un problema. Forse è considerato parte della collaudata terapia: “quello che non strozza ingrassa”.

Non circolano giornali né esiste un sistema audio per la diffusione di musica o delle notizie dal mondo esterno, cose che evidentemente non sono considerate utili per i ricoverati. Meglio non distrarli troppo.

Le pareti delle camere e del reparto sono tenute rigorosamente spoglie forse perchè un poster con un’anonima vista delle montagne o del mare potrebbe stimolare inconsulti impulsi d’evasione.

Durante i mesi caldi i più fortunati possono sperare di ricevere dai parenti in visita un gelato che và rigorosamente consumato subito, non è consentito conservarlo nel frigo del reparto.

Ai pazienti per i quali è necessario ricorrere al letto di contenzione, dopo averli denudati, è riservato il conforto e la compagnia degli altri malati e dei famigliari in visita. Certo una buona e rilassante terapia per tutti nel pieno rispetto della privacy e della dignità del malato.

Ai mattacchioni che spesso si soffermano dietro al vetro della porta d’ingresso sognando la libertà viene concessa la consolazione di fare quattro passi in un piccolo cortiletto ingentilito al centro da un quadrato di erba incolta tipo savana circondato da un camminamento ricoperto di cicche. Mi ricordo quando da piccolo mi portavano allo zoo a vedere le scimmie che freneticamente e quasi in preda a moto perpetuo passavano dalla zona protetta dai vetri a quella “aperta”, la differenza è che nella zona “aperta” il pavimento era ricoperto dalle bucce d’arachidi. Le scimmie non fumano.

La manovra delle tapparelle non è consentita agli ospiti e queste sono generalmente lasciate alzate cosicché i pazienti si svegliano all’albeggiare proprio come i polli d’allevamento.

Gli orari sono come quelli degli altri reparti: sveglia prestissimo, prima colazione, visita intorno alle 10 del medico di turno o del Primario seguito dal codazzo di assistenti deferenti, colazione alle 12 cena alle 18,30. Durante il resto della giornata niente, non resta che confrontarsi con i propri incubi.

Perché non proporre per qualche giorno gli stessi orari al primario e agli assistenti ?

Durante le visite del mattino i medici chiedono ai pazienti di raccontare i sogni della notte, per fortuna a me non è mai stato chiesto, ho evitato una denuncia per sognati atti di aggressione.

I famigliari: chi sono ?

Un fastidioso impiccio ai quali rifilare il mattacchione quando è dimesso, in genere più “nervoso” di quando è entrato.

Ma i pazzerelloni chi sono ? Gli ammalati o i medici ?

Ardua risposta, credo che nel nostro Paese l’assistenza psichiatrica debba fare ancora molta strada.

A molti psichiatri proporrei di sognare, solo sognare, di avere un figlio ricoverato in un reparto psichiatria, le cose migliorerebbero subito.

 

 

LE STORIE DI MORENA

 

La colomba e la cornacchia

La primavera, lieve e serena, aveva incominciato a danzare sul seme bianco e freddo con cui l’inverno aveva ricoperto la terra.

Ad ogni sua piroetta esso svaniva scoprendo il ventre nero e molle dell’antica Madre, pronta, di già, a partorire vita nuova. Il cielo, limpido, come l’occhio d’un neonato, lo si poteva respirare.

Molte persone, sopratutto i vecchi, alzavano il volto speranzosi verso il creato e respiravano a pieni polmoni quell’azzurro pulsante, nel tentativo di inalare più vita possibile. Davanti alla piccola parrocchia del paese si era già radunata molta gente.

C’era chi aveva già cominciato a mangiare le crescentine calde, farcite d’ogni salume, che le brave massaie servivano allo stand gastronomico, chi a tracannare bicchieri stracolmi di vino sanguigno, chi a comprare i biglietti della lotteria, indetta dal parroco stesso, che, visto la Pasqua in arrivo e che il fratello era proprietario di un numerose gregge, aveva pensato bene di dare come primo premio uno degli agnellini che ancora riposavano ignari della loro sorte crudele, nei ventri caldi delle madri.

Davanti alla porta spalancate della chiesa, da cui usciva l’odore pungente dell’incenso e della cera fusa, il vecchio prete ringraziava le sue pecorelle fedeli, che si erano radunate ad ascoltarlo, sottolineando che gli introiti di quella festa sarebbero stati usati per la ristrutturazione della casa del Signore e della statua della Madonnina, a cui tutti loro,e a quel punto giunse le mani, come per pregare, si erano rivolti, almeno una volta nella vita, per chiedere una grazia.

Ora era venuto il momento in cui erano loro a dovere qualcosa a Lei e la partecipazione di tanta gente lo commuoveva e gli confermava di quanto la Santissima Vergine avesse fatto per tutti e di come tutti l’amassero.

La statua era situata esternamente, sul lato sinistro dell’entrata della chiesa, posta su di un piedistallo di marmo, su cui erano incisi, in latino, i primi versi di una preghiera Mariana. Dolcemente austera, mirava quei volti che ben conosceva, ascoltava quelle voci note, di cui aveva sentito le preghiere e le suppliche, che di tanto in tanto erano sfociate in bestemmie. Ma in fondo la bestemmia cosa non è se non una preghiera rabbiosa, rivolta ad un genitore che non ti ascolta? E lei lo sapeva e con le mani alzate pareva richiamare ogni anima, promettendo amore incondizionato.

In quell’istante, mentre Don Luigi invitava tutti i partecipanti a comprare altri biglietti della lotteria e a gustare senza sensi di colpa,le focacce e le torte preparate con amore dalle pie donne – Perché non si fa peccato di gola a mangiare per una buona causa- arrivò lei.

Un tardivo fiocco di neve, la materializzazione d’un pensiero d’amore, e tutti si fermarono, rimanendo come statue, e l’aria, fatta dell’alito dell’inverno morente e dei sospiri della primavera si solidificò e quel paesaggio apparve come racchiuso in una sfera di cristallo. Il vociare degli adulti, le risa dei bambini, la parola d’ogni creatura si ammutolirono davanti all’apparizione della pace.

La colombella frullò tre volte sui volti incantati dei paesani poi andò a posarsi sulla testolina della Vergine.

Fissò quell’ammasso di corpi coi suoi occhietti lucidi e neri, che colpivano il cuore di chi li incrociava, così in contrasto con il candore immacolato di quelle piume., come se chi la creò volle macchiare, quel simbolo d’innocenza, con due gocce di peccato, per ricordarci che nessuno è innocente.

OH!” gridarono i bambini

Guarda che bella!-facevano loro notare i genitori e i nonni- si è posata proprio sul capino della Madonnina. Che carina!”

Avrà fame- intervenne una ragazza avvinghiata ad un giovanotto sorridente.

Si-annuì una signora, lanciando al suolo un pezzetto di cibo, e tutti la imitarono.

L’animaletto planò delicatamente su quelle offerte, si posò al suolo e incominciò a beccare avidamente.

Gradisce- sentenziò una nonna, mostrando un sorriso sdentato.

Allora ricominciò il lancio delle offerte, con pezzi di cibo sempre più consistenti, come se si fosse aperta una tacita gara di altruismo.

E la colombina gradiva, eccome. Camminava tra le gambe delle persone senza timore, sicura che nessuno l’avrebbe mai schernita o cacciata, proprio come chi è consapevole di indossare un abito e ricoprire un ruolo così importanti da essere inattaccabile. Dall’alto ramo di un pino, accanto ad un nido di cuoricini implumi,che pigolavano , una cornacchia guardava interessata la scena. Aveva fame e fame avevano i suoi bambini e tutto quel ben di Dio l’allettava e la chiamava con la voce della sopravvivenza. Trovò il coraggio, sicura che il cibo fosse per chiunque, e volò verso la chiesetta. Arrivò nel bel mezzo della festa ,nera come il demonio, con la sua voce stonata e sgraziata si annunciò, inconsapevole che il suo abito e il suo ruolo non l’avrebbero protetta, anzi…

Si posò al suolo, e incominciò a beccare con la fretta della madre che raccoglie il cibo da portare ai suoi figli affamati. Ma le persone non videro in lei l’amore materno, ma il brutto, l’incarnazione del male, del cattivo presagio. Poi, quando la colomba, vedendo il nero uccellaccio, fuggì impaurita, rifugiandosi sul capo della Madonnina, scattò l’ira “dell’esercito dei giusti” i quali, con un coro di indignazioni, incominciarono a scacciare la “maledetta” con urla e calci, prontamente schivati dall’uccello, che con piccoli voli si spostava mesta per ritornare a beccare qualche briciola.

“ Ah, non vuoi proprio capire!”- Sibilò il prete con un ghigno che di compassionevole aveva davvero poco, poi raccolse una grossa pietra da terra e la scagliò contro il nero invasore.

La colpì, sono un grande cacciatore, si vantò, si vede, gli fece eco un coro. La cornacchia cercò di scappare volando, ma l’ala colpita le doleva e non riuscì a spiccare il volo, l’arto era rotto, e ciondolava allo stesso modo in cui ciondolano dai muri i manufesti semi staccati, che il vento, prima o poi getterà al suolo.

Fu un attimo, e la goffaggine di quell’animale brutto e sofferente risvegliò il sadismo che respira nel lato più oscuro d’ogni essere umano e per lei iniziò il calvario. Cominciò la lapidazione, tutti cercavano pietre da scagliarle addosso, bimbi, vecchi, giovani genitori, tutti, nessuno escluso e lei, poverina, gridava il suo tormento per come sapeva e poteva, gracchiando, e più il dolore aumentava e più la sua voce diveniva antipatica, stridula fastidiosa, e tutti incominciarono a mirare la testina, per ammazzarla e farla tacere per sempre.

Alcuni colpi avevano aperto sul suo corpicino profonde ferite che sanguinavano copiosamente. Si trascinava, cumulo di piume e sangue, il suolo fangoso ostacolava il suo fuggire. Di tanto in tanto alzava gli occhietti attoniti, in cerca di un perché a tutta quella crudeltà.

Ad un tratto sentì forte e chiaro il richiamo dei suoi piccoli affamati, e, con il coraggio di cui solo una madre può essere capace, si rialzò a fatica sulle due zampette e cercò di fuggire verso il pino su cui era nascosto il suo nido, come l’avrebbe raggiunto non lo sapeva, non riusciva più a volare, però doveva avvicinarsi il più possibile alle sue creature.

Gracchiava forte, disperata, nessuno capiva che rispondeva ai suoi figli anzi, l’intolleranza verso di lei crebbe, “Fa male agli orecchi, quel brutto uccellaccio. Ora basta, crepa!”Il giovane si liberò dalle braccia della sua fidanzata, raccolse da terra una tavola di legno dove all’estremità fiorivano chiodi lunghi e arrugginiti e incominciò a rincorrere quel grumo di sangue indifeso e una volta raggiunto lo colpì ferocemente.

Il suo viso era storpiato dal piacere, “ Neanche facendo l’amore con Isabella-pensò-ho mai provato una sensazione simile-.

E intanto picchiava, picchiava, sordo ai pianti dell’animale che a poco a poco si affievolivano, fino a che il colpo di grazia, uno dei chiodi del legno andò a conficcarsi direttamente nel piccolo cranio ormai sfondato, la zittì. Era morta, l’aveva ammazzata, aveva raggiunto l’orgasmo più intenso della sua vita, aveva assaporato il potere di uccidere, uccidere una creatura spiacevole,brutta, nera, portatrice di jella, si sentiva bene, si sentiva giusto. Quando tornò verso il gruppo lo accolse l’abbraccio profumato di Isabella e l’applauso caldo dei suoi paesani. Era un eroe.

La colombella, che fino ad allora era stata a guardare la scena, appollaiata, al sicuro, sulla testa della Signora, scese con la leggerezza di un angelo e ricominciò ad assaggiare un po questo e un po quello. In fondo non aveva fame, ovunque andasse c’era sempre qualcuno pronto a sfamarla. Intanto, Marta la matta, che si era nascosta dietro al sempreverde, per paura che quelle pietre arrivassero anche a lei, come era spesso successo, si trascinò goffamente verso quel corpicino straziato.

Poverina-piangeva la giovane donna, raccogliendo l’animale con una pezza bianca- poverina, che facevi di male? Io li ho sentiti i tuoi bimbi chiamarti, e ore moriranno anche loro, tu volevi solo sfamarli. Quanto sangue!…Che colpa ne abbiamo se siamo nate brutte?…Non è colpa tua se non sei nata colomba, ne è colpa mia se non sono graziosa come l’Isabella, se sento voci che loro non sentono…ma per quelli- guardò con disprezzo la folla festosa davanti alla chiesetta- eliminare chi è come noi è cosa buona e giusta…Bastardi!.. Poverina, sorella mia!”…

Singhiozzando si riavvicinò al pino, dai cui rami gli implumi avevano smesso di chiamare la madre, e la seppellì, scavando nel suolo umido, con le dita tozze, una piccola fossa, così che quell’esserino potesse trovare un suo angolo di pace nel ventre della Madre di tutti.“Riposa dove riposano i tuoi bimbi-sussurrò, poi tremante tornò a celarsi dietro al grande tronco, la prossima ad essere lapidata potrei essere io, pensò.

Intanto, saltellando tra una briciola e l’altra, la colombina si era macchiata il petto col sangue della cornacchia , infastidita da quel liquido, tornò a posarsi sul capo della Vergine, per pulirsi. Mentre si puliva qualche goccia di quel sangue misto a fanghiglia cadde sul volto di Maria, scivolò lungo gli occhi cerulei e le rigò le gote: la Madonnina piangeva. Intanto i fedeli badavano a mangiare, bere, e a ridere di quel brutto uccellaccio nero a cui avevano dato una lezione.

Cra, cra!” la imitavano i bambini, sotto gli sguardi felici e divertiti degli adulti.

Don Luigi , un po’ brillo gridava, invitandoli a comprare i biglietti della sua lotteria.” Uno degli agnellini sarà nel vostro piatto a Pasqua, signori, è un gran primo premio!…Giocate! Giocate! La chiesa ha bisogno del vostro aiuto, Dio ve ne renderà merito!”

Il pomeriggio ormai lasciava posto alla sera, l’aria era fredda, e nel cielo limpido il sole si era liquefatto inondandolo di sangue.

A Marta la matta, da dietro all’albero dove si era accovacciata, parve che il sangue del cielo si unisse a quello lasciato in terra dalla povera bestiola, così che non riusciva più a distinguere il paradiso dall’inferno.

 

 

Alibelle
Tra il nulla e qualcosa di piu’.

Era la farfalla più bella.
Ali così non se n’erano mai viste.

Seta morbida, rosa come l’aurora, su cui la notte aveva pianto due lacrime.
Frequentava solo giardini, lei!
Giardini ben curati.
Quelli dove “è vietato calpestare” e “I cani vanno tenuti al guinzaglio”.

Dove il suolo è un tappeto soffice, odoroso e policromatico.
Dove pure a me doleva entrare, per la paura di spettinare quella miriade di fili fragili e terribilmente splendidi

Era la farfalla più bella e lo sapeva.

Regina perfetta di un regno perfetto.
I fiori la chiamavano , con le loro voci vibranti di desiderio

Vieni, Alibelle, abbracciami forte e succhia tutto il mio amore…è tutto per te!”
“ No, vieni da me! Io sono più dolce…non te ne pentirai”.

E lei volava felice, senza fretta.

Lei era liberamente di tutti e tutti lo sapevano.
Chiedeva solo cibo e attenzioni amorevoli in cambio.
Lei era sempre ebbra d’amore e di vanità.
I fiori godevano nel farsi dissanguare da lei, tutto l’amore, e dopo non ce n’era per nessun’altra.

E fu così che anche LUI se ne innamorò…

La ammirava nascosto sotto una grande foglia o tra i sassi.
Sospirava ogni volta gli passava accanto, allungando le lunghe zampe verso di lei.
Lei era il suo giovane pensiero di luce, e lui non poteva più farne a meno…

Un giorno decise che l’avrebbe avuta tutta per se.
Per un’ intera notte lo sentii lavorare, sbuffare, ansimare.
Era vecchio e tutto quel lavoro lo affaticava molto.

Poi, alle prime luci del giorno corse a nascondersi sotto la sua grande foglia ed immobile attese…

Alibelle incominciò molto presto il suo frullare amoroso e civettuolo, danzava leggera, ed io la sostenevo, con le mie dita invisibili, e sentivo il suo cuoricino battere forte…Oh, Alibelle, delicata creatura!

Era proprio nella tua forte fragilità la tua disarmante bellezza!

Ma i fiori percepivano qualcosa di inquietante in mezzo a loro e cercavano di metterla in guardia

“ Alibelle, fai attenzione, c’è qualcosa che non va. Stai lontana da noi, oggi”

E le altre farfalle bisbigliavano maligne

Lasciate che venga tra voi. Noi non verremo al suo posto, non siamo le vostre ruote di scorta!
Lasciate che il diavolo se la porti, quella sgualdrina vanesia!”

Ma lei non udiva nessuno, presa dalla sua frenesia di cercare l’amore.

L’amore che colmava quel vuoto devastante che le bruciava l’anima, da quando era piccina.
E si sa, quando l’unico modo per spegnere il fuoco del vuoto che ti devasta lo trovi nelle attenzioni amorose che gli altri ti irrorano continuamente, grazie alla tua riconosciuta bellezza, non è facile staccarsene.

Così Alibelle rimase a svolazzare in cerca di pace in quel rassicurante giardino.
Fino a che non udì quella voce.
Voce buona, profonda, cullava il suo cuoricino ansioso e triste.

Suo padre l’aveva abbracciata forte, per lunghe notti, nel buio della sua stanzetta, accarezzando il suo corpicino al suono di quella voce.
Quanto aveva amato suo padre!

Ed ora ecco apparire di nuovo il richiamo di quell’amore.

Doveva seguirlo.
Doveva volare tra le sue braccia.
E volò verso di esso.
Tra le braccia del suo destino.
Ma il suo destino, quel giorno, aveva braccia vischiose e sottili che la intrappolarono.

Dove sono finita!-Gridò- Aiuto! Vi prego aiutatemi!”

Piangeva Alibelle e si dibatteva disperata.
Come risposta ebbe solo le risatine delle altre farfalle

Ben ti sta, sgualdrina!”

Seguite dai commenti rassegnati dei fiori

Era da dire che sarebbe finita male. Non ascoltava nessuno. Lei era senza padroni.”
Se fosse rimasta con me, ora non si troverebbe così…io l’avrei amata davvero…”

Queste furono le conclusioni che rasserenarono e riappacificarono il giardino.
In fondo quello che le era accaduto era soltanto una conseguenza normale delle sue azioni.

Ma che fiore sei? Lasciami, ti prego!-
“ E’ un “fiore del male” ti risponderebbe un famoso poeta”E rise.

Il “fiore del male” incominciò a vibrare.
Qualcuno riusciva a camminarvici sopra…ma chi?, pensò Alibelle.

Poi la voce divenne corpo e dalle sue spalle apparve ai suoi occhi e…

No!… Chi sei?… Cosa vuoi da me? “Si divincolava disperata e più cercava di liberarsi e più si sentiva prigioniera.
Sono il ragno nero, signore del giardino…
OH, mia regina, dinnanzi a te mi inchino…”E piegò i lunghi zamponi anteriori e si inchinò per davvero.
Lei singhiozzò-” Vuoi mangiarmi?”

“ No…Oh, no!..Non potrei mai divorare il mio più bel pensiero…sei così luminosa…ali di seta rosa come l’aurora, su cui la notte pianse due lacrime…
…Si dice che La notte si innamorò perdutamente del sole- iniziò a raccontare, con tono sinuoso e paterno, il vecchio ragno- ma esso la sfuggiva.
Lei, allora decise di strapparsi due brandelli dal cuore.
Mentre li strappava piangeva e due di quelle lacrime macchiarono quei rosei frammenti. Li lasciò, nelle mani dell’alba, chiedendole di consegnarli al sole, da parte sua, perché il sole si ricordasse per sempre di quanto la notte lo amava. Ma il sole, schiacciato dal senso di colpa volle dare vita a quel dono e ne fece due ali, così che l’amore che aveva negato alla notte potesse liberamente volare, senza confini di tempo e di spazio…”

Lei lo ascoltò incantata

Me lo diceva sempre il mio papà. Mi sussurrava questa commovente storia mentre mi coccolava,
stringendo forte la mia testolina a sè….il suo nettare era dolcissimo, il più dolce che io abbia mai bevuto!”
“ Alibelle, piccola mia- sussurrò l’aracnide, avvicinandosi lentamente a lei-bella, bella creatura-
e con brutale dolcezza l’abbracciò.
“ Lasciami, mostro!- Gridò la poverina, cercando di liberarsi da quella morsa pelosa.

Ma più la stringeva e più lei indeboliva l’opposizione.
Lo sentiva fremere dalla voglia di averla.
Sentiva che la desiderava più della vita stessa.
Questa consapevolezza la inebriava.

Si sentiva amata.

E il sentirsi amata spegneva in lei il vuoto che le bruciava l’anima.
Allora si lasciò domare, piccola ribelle in cerca di padroni.
La sua bocca scivolò piano, seguendo una pulsione naturale, e ad un tratto il grosso ragno, ritto sulle zampe posteriori, lanciò un gemito di piacere.

Li ricordo così.

Due figure di un quadro angosciante.
La bella, giovanissima farfalla mentre succhia l’amore del vecchio ragno nero.
Entrambi scossi da ritmici movimenti, come in una sensuale, macabra danza, danzata sulla ragnatela della vita.
E si amarono per lungo tempo.
All’ombra del giorno, alla luce della notte.

Poi…

Lasciami- sussurrò Alibelle, spossata- Ora basta, ti prego…io devo andare…devo nutrirmi, devo volare. La mia vita è tra il cielo e la terra…Liberami, amore mio, ti prego, liberami!”
Liberarti!?…Oh, no! Sei la mia vita! Se ti liberassi voleresti via da me ed io come farei?”
Se mi ami liberami da questi fili che mi tengono prigioniera…tornerò da te, te lo prometto!”
No, lo dici per affinché io ti liberi…ma io non ci casco!…”
“ Io…io t’amo, t’amo come ho amato mio padre!…Amo i nostri amari amplessi…io t’amo come amo il mio dolore!…E tu, m’ami?”
Oh, si, certo che t’amo! Sei la mia vita !Non posso rischiare di perderti, capisci?”
“ E tu capisci che morirò senza cibo, ne cielo, ne terra, e ugualmente mi perderai?”

Il vecchio oscuro ci pensò un attimo e decise.

Va bene, se devo lasciarti libera perché tu viva, lo farò, ma ad una condizione…ti strapperò le ali…”
No!-Gridò sbarrando gli occhioni verdi- Lascia che io muoia, allora!…Non farmi questo, se m’ami, non farmi questo!”
“ Non capisci, è proprio perché t’amo che lo faccio…Non credere che io non soffra quanto te, di questa decisione. E’ come se strappassi carne dal mio corpo, credimi…ma è per il tuo bene…Se starai vicino a me sarai protetta dalle brutture della vita, io sarò la tua unica gioia!…”

Scuoteva la testina, gridava, con la voce rotta dai singhiozzi

NO!NO!NO!!!”

Quel grido disperato mi accompagna ancora nella voce delle bianche bufere invernali.
Ma il suo nero amante le si avvicinò e con le forti mandibole le strappò prima un’ala e poi l’altra.

Alibelle svenne.

Un liquido bruno sgorgò copioso dal suo corpicino, ormai ridotto uno scheletro.
Si ridestò poco dopo, svegliata da un tormento profondo.
Aprì gli occhioni e vide il suo amore che con le due zampe anteriori, entrava in uno dei due profondi squarci, per attingere sangue con cui poi si affrettava a scrivere, su una delle ali che le aveva strappato.

Sto scrivendo una poesia, è dedicata a te. E’ il tuo ritratto disegnato con le parole…dopotutto io sono un poeta, non un pittore…Ti ho liberato i piedini dai fili della mia ragnatela. Ora puoi camminare. Vai verso i fiori, nutriti, passeggia, ma ricorda…sulla terra io posso raggiungerti ovunque, quindi torna prima di sera o ti verrò a prendere e ti strapperò anche le zampe!”

Alibelle fissava il vuoto, non aveva neanche più la forza di piangere.
Le antennine piegate ai lati della testolina.

Rivedeva suo padre, il buio di quella stanzetta, “ Il lettino è troppo piccolo per me, vieni qui, su questo panno, staremo più comodi”…E lei gli si avvicinava timidamente, piena d’amore e di fiducia

E i loro amplessi, quel nettare dolce, dolce e poi i ricatti “Non dire nulla di quello che facciamo qui dentro! E’ un nostro segreto…altrimenti giuro che ti stacco le ali e poi ti abbandono!…E se sarò costretto a fare questo, anch’io morirò, perche tu sei la mia vita, Alibelle…”

E lei non aveva mai detto nulla, neanche quando il babbo era morto.
Non voleva perdere suo padre.

Sussurrò – “Non mi muoverò da qui, morirò di fame…”
“ No!…Tu devi vivere, sei la mia vita!”
“ Se sono la tua vita, allora, voglio morire…”
“ Non posso lasciarti morire così….”

Le si avvicinò, con l’enorme bocca spalancata, schiacciò quel corpicino col suo vecchio corpo pesante e solo allora Alibelle capì.

La stava divorando.
Sentì il suo amante succhiarle avidamente il cuore, i polmoni, tutto ciò che le apparteneva, che era parte di lei..

Come prima aveva fatto suo padre..

Poi, il ragno nero, sazio, se ne tornò a nascondersi sotto la grande foglia, in attesa di qualche altra bella, giovane farfalla, assetata d’amore.
Ed io che avevo visto tutto, non potei trattenermi nel gridare il mio dolore.

E quando grido io, la terra e il cielo gridano con me.
Raccolsi il corpicino svuotato di Alibelle e le sue alucce e la portai via da li.
E’ tutt’ora tra le mie braccia, non ho cuore di lasciarla al suolo, in balìa delle voraci formiche..
Su una delle sue ali, il ragno ne scrisse il ritratto

Sei un’anima di carne,
con una lacrima di sorriso sul cuore,
strisci, volando, in un cielo d’inchiostro
alla ricerca della terra dell’oblio.
E
ternamente sospesa
tra il nulla e qualcosa di più”…
…Solo due persone erano riuscite a leggere l’anima sanguinante di Alibelle: suo padre ed il ragno nero.

 

 

 

Le narici del cuore
L’odore di Tolè

Scrivo quello di cui mi parla la vita. Per questo, quando racconto la mia infanzia non posso far altro che imbrattare fogli bianchi di lacrime d’inchiostro. Ma, quando la necessità di respirare un po’ d’azzurro diventa vitale, io so cosa fare. Chiudo gli orecchi e gli occhi del cuore e attivo le sue narici, e ad un tratto ritorna quell’odore.

L’odore della pace, l’odore dell’infanzia vissuta, l’odore di Tolè.

Sa di legna che arde dentro una vecchia stufa di ghisa, di calda crostata alla mostarda, di arance rosse come sangue, di vento freddo che schiaffeggia i volti e sgarbato bussa a porte e finestre, di neve annunciata nei silenzi rumorosi di inverni indimenticabili,di castagni nudi e arrabbiati che scricchiolano le loro bestemmie al cielo… e di lei, di nonna Enrica. Odorava d’antico e sapone alla lavanda.

Madre di mio padre e di altri quattro figli, la nonna dagli occhi color di notte profonda, e dai lunghi capelli corvini, che di giorno portava raccolti sotto un fazzoletto variopinto, era una strega, la strega del paese.

Aveva la terza elementare, ma sapeva leggere e scrivere discretamente. Merito del buon cuore della figlia del dottor Dondarini,, da cui andò per serva all’età di otto anni. La donna, maestra del paese, aveva insegnato alla nonna quello che che” tutti dovrebbero imparare. Leggere e scrivere sono le basi della libertà.”

 Fu il primo insegnamento che la generosa signorina le impartì. Divenne il mantra con cui la nonna scandì la sua e le nostre esistenze..

Le mie sorelline ed io trascorrevamo tutto l’inverno con lei, fino a quando la scuola non entrò nelle nostre vite e fummo costrette a diminuire i giorni in cui eravamo orfane felici di genitori viventi e salve dalle violenze di nostra madre. Venivano anche dai paesi vicini a chiedere aiuto All’Andrìca, così chiamavano in dialetto la nonna. La pregavano di scacciare il malocchio, che la vicina o la parente invidiosa aveva loro gettato addosso, o di farli parlare con un loro caro che la morte si era portata via.

E lei, L’Andrìca, silenziosa e raccolta ascoltava tutti, accontentava tutti, aveva per tutti una buona parola. Non voleva soldi, non ci si fa pagare le buone azioni,ripeteva a coloro le offrivano danaro. Allora questi ritornavano con doni vari: uova, dolci, formaggi e quando portavano conigli o galline, questi erano già ammazzati e puliti.

Perché tutti sapevano che L’Andrìca non era mai riuscita ad uccidere un animale, nemmeno in gioventù,nei momenti di fame più nera .Come faccio ad ammazzare una creatura che mi guarda-si giustificava, preferendo cucinare la solita polenta di castagne. La nonna possedeva vecchi tarocchi, li aveva avvolti in una stoffa di seta rossa, protetti da un santino della Madonnina di Lourdes, e da qualche grano di sale.

Quelle carte ingiallirono col trascorrere del futuro che, attraverso esse rivelava le sue sorprese.

Per essere sicura che una persona era vittima del malocchio, la nonna, metteva in una tazza colma d’acqua di fonte tre gocce di olio d’oliva, se le gocce non si univano tra loro formando una sola macchia oleosa, voleva dire che il malcapitato era stato colpito dai proiettili dell’invidia, allora si procedeva col rituale di purificazione. Si faceva sedere “l’ammorbato” accanto alla stufa, il fuoco purifica– diceva la nonna, gli metteva al collo un vecchio rosario di legno, con le mani nodose gli segnava sul ventre, sul cuore e sulla fronte la croce di Sant’Andrea e incominciava a sussurrare la sua litania incomprensibile.

-e’ la mia preghiera di protezione-rispondeva ferma a chi le domandava che cosa dicesse-devo capirla io , Dio e la Madonna- e concludeva facendosi il segno della croce.

L’unica cosa certa di tutto quel suo enigmatico teatro era che gli assistiti dopo stavano bene. Se accusavano mal di testa all’arrivo, se ne andavano senza dolore. Ricordo, per fino, che chi arrivava con brividi di febbre faceva ritorno a casa fresco come una rosa! Le mie sorelline durante i riti venivano allontanate. La nonna le mandava a giocare dalla zia Gigia, la figlia più anziana, avuta da un uomo di cui nessuno seppe mai l’identità.

Io potevo restare.

Sempre, durante la lettura delle carte e i rituali, sentivo un formicolio pervadermi la parte sinistra del corpo, sopratutto la mano. Quando chiesi spiegazioni alla nonna mi rassicurò che era normale,è lo Spirito che ti parla, sorrideva orgogliosa. Molto più tardi, quando iniziai i miei studi sull’esoterismo mi fu spiegato che i sensitivi spesso hanno come canale per l’ Energia, il lato superiore sinistro del corpo, la parte del cuore.

La nonna capì, anzi ne ebbe la certezza, che io ero l’erede alla quale tramandare oralmente l’antico sapere, quando io, ancora molto piccola le confessai di avere udito la voce di un vecchio castagno, che abitava i nostri boschi. Io e la mia gemellina, amavamo profondamente “il gigante buono con la pancia aperta”, come chiamavamo il grande castagno dal tronco cavo, dentro cui ci nascondevamo per giocare al “mondo magico”.

Ci sembrava lontanissimo da casa, e noi cucciole eravamo felici dell’autonomia conquistata. Senza adulti che ci tenevano la manina, potevamo esplorare i confini della terra. In realtà il sentiero che portava al castagno era di fronte a casa e l’albero, che stava sul margine del bosco, lo si poteva scorgere dalla finestra della cucina.

Anche questo devo alla nonna Enrica, il fatto di averci spinte, senza mai farci sentire sole, a sperimentare la libertà, insegnandoci quanto è importante e di come più si è liberi e più si deve essere responsabili di se stessi e degli altri.

Potevamo avere cinque anni il giorno in cui il mondo magico mi spalancò per davvero le sue porte. Aveva iniziato a nevicare, e Manola temendo che la neve coprisse le nostre impronte che, come ci aveva insegnato la nonna, erano la nostra certezza di riuscire a ritrovare la strada del ritorno, non mi seguì fino al castagno, preferendo tornare a casa. Io proseguii lo stesso. Amavo già violare le regole, la neve e l’inverno…

…Arrivai al gigante di legno, che mi attendeva con la sua aria di papà buono e svelta mi infilai nel suo ventre.

Ricordo di avere udito, all’improvviso, una voce che veniva da fuori, tanto che pensai ci fosse un uomo davanti all’albero e mi spaventai. Mi accovacciai nel tentativo di sparire, ma quella voce continuò. Mi disse di non avere paura, che era la voce dell’albero.

Era calda e rassicurante.

Più l’ascoltavo più l’odore del legno e della terra bagnati mi inebriavano l’anima, fino a confondersi con l’odore di legna che arde, di calda crostata alla mostarda, di sapone alla lavanda…ad un tratto mi parve di ascoltare col naso ed annusare col cuore. So che mi girò la testa e corsi a casa. La nonna era sulla soglia a braccia conserte, avvolta nel suo scialle di lana nera.

Mi accolse abbracciandomi –Entra, c’è la torta che ti piace e il latte sul fuoco. Entra che nevica!-

Entrai e le mie sorelline mi accolsero rimproverandomi che avevano avuto paura per me –Non è successo nulla-intervenne la nonna- mangiate la torta che è buona così diventate buone anche voi.-

La pregai di seguirmi in camera, perché mi aiutasse a liberarmi dagli abiti gelidi. Quando fummo nella stanza l’abbracciai stretta, le arrivavo alle ginocchia, mi avvinghiai alla sua lunga gonna di lana e la respirai. Inalai la sua essenza antica. Ebbi la sensazione che fossimo un unico corpo.

Le raccontai che il castagno mi aveva parlato.

Sorrise –Tutti ci parlano se li ascoltiamo-

Non dirlo alla mamma…lo sai che si arrabbia sempre…poi picchia Manola…-

Per la mamma tutto diventava una scusa per far violenza alla mia gemellina, sulla quale sfogava tutto il suo odio per le femmine della terra.

-Non preoccuparti, è il nostro segreto…-

Morì a novantotto anni portandolo con sé.

Le confessai, successivamente che quella voce si era trasformata in un profumo, il profumo di Tolè.

E’ normale. Il cuore ha occhi, orecchie e narici- e sul mio petto, con un dito, parve disegnarli.

Da quel giorno la nonna Enrica mi parlò spesso di un mondo dove tutto si unisce, facendomi capire che sono le forme con cui ci manifestiamo su questa terra che ci fanno apparire diversi gli uni dagli altri, ma in realtà siamo un tutt’uno. Mi iniziò all’arte dei tarocchi e mi insegnò come scacciare le energie negative, più comunemente dette malocchio. Io scrissi una preghiera, come lei fece prima di me, e sua madre prima di lei, con cui proteggermi durante il rituale di purificazione. Ma l’insegnamento più importante della nonna fu che nel nostro petto ci sono occhi, orecchi e narici ,come se in noi esistesse un secondo volto nascosto.

A distanza di tanto tempo, ancora adesso, quando voglio pensare a episodi sereni della mia fanciullezza, chiudo gli occhi del cuore, che hanno visto cose terribili, chiudo i suoi orecchi, che hanno udito parole dolorose, e attivo le sue narici.

D’un tratto il profumo della legna che arde, della crostata alla mostarda, del sapone alla lavanda, della terra e del legno bagnati,si fondono con l’odore gelido della neve più silenziosa e bianca che io abbia mai visto… allora ritornano, come boccata d’azzurro puro, quei brandelli d’infanzia vissuta, quando le mie sorelline ed io pensavamo che anche per noi potesse esistere l’Amore…e il mio cuore torna a respirare l’odore della pace, l’odore di Tolè.

 

 

 

La lingua degli ignoranti

Dio aià magnè i fasùl…sant mò com al scurazza!..”

Poi si faceva il segno della croce e rideva.

Ed io con lui.

Non riuscivo a trattenermi, quella battuta mi divertiva un sacco.

Quando a primavera i temporali facevano tremare Tolè coi loro peti sinistri, Angiolino la ripeteva circa tre o quattro volte al giorno.

Ed io giù a ridere.

“ Angiulen sa dit? Bisbigliavo e correvo in casa dalla nonna Andrica.

Stupài, salutami la nonna”

Va ban, Angiulèn…”

Ero una bimbetta, di cinque o sei anni quando Angiolino ne contava già più di settanta, sulle sue spalle Era uno degli anziani del paese e tutti gli portavamo rispetto. Erano sacri gli anziani. Memorie viventi di un linguaggio e di una vita che aveva permesso al futuro di divenire passato e futuro di nuovo. Insomma, era grazie a loro se tutto esisteva. E tutti ne eravamo consapevoli, allora.

La mia infanzia la trascorsi con loro. Abitanti di un presepe pagano. Persone intrise di cultura antica. Quella della terra, quella delle lune, dei saggi proverbi. Loro erano quelli che ancora scherzavano col divino, senza temerlo, e quando si facevano il segno della croce non era per paura di una sua vendetta, ma per dirgli “Dai, non te la prendere!”. Se avessero potuto gli avrebbero dato una pacca sulla spalla.

Gli anziani, mia nonna in testa, essendo tra le due più anziane del paese, erano i vocabolari viventi di un linguaggio non scritto, che ai miei orecchi di fanciulla, risuonava come una simpatica melodia colorata . Quando la nonna mi narrava le fòle, prima le raccontava in dialetto poi le traduceva in “dotto”, come lei definiva l’italiano. Ma come riusciva a trascinarmi nel mondo incantato la narrazione dialettale quella “dotta” non ci riusciva.

A iera n’a volta una principassa…” E così via…

Ed io volavo sulle note di quella melodia.

La principassa , al prensip ,in dialetto,suonavano, per me, come i nomi di due personaggi della storia e non due titoli nobiliari.

Al dreg non era che un animalone “tutto fuoco e niente arrosto”, visto che non riusciva mai ad arrostire nessuno.

Ed io, poi, mi divertivo a cambiare la trama.

Al prensip al gniva picè dalla principassa che sl era innamure dal dreg.

Insomma, una principassa animalesta, come diremmo ora.

Tradotta in italiano la stessa storia, per me, prendeva un’altra forma, un altro significato. Diventava più dura, più sgarbata. Si avvicinava molto alla realtà e non mi piaceva. Quando incominciai ad andare a scuola iniziò il calvario. Spesso , davanti alla classe e alla maestra slegavo in dialetto. Per me era normale, era la lingua di mio padre, dei miei nonni, dei miei vecchi amici,era il mio bagaglio culturale.

La maestra non la pensava allo stesso modo.

Una mattina, durante l’ora di lezione l’insegnante decise, come al solito, di interrogarmi. Avevo sette o forse otto anni. Non ricordo, ricordo solo che ero già ribelle. Ricordo solo che la maestra mi aveva davvero rotto coi suoi continui rimproveri sul mio modo di esprimermi. Mi umiliava davanti a tutti chiamandomi “asina”ed io ormai mi sentivo colma. Colma delle lacrime che ero sempre riuscita a trattenere. Andai alla lavagna e lei incominciò a dettare.

“ Il cavallo corre nel prato. Annusa i fiorellini e beve l’acqua del ruscello”

Mentre dettava teneva lo sguardo fisso alla classe, per impedire suggerimenti. I miei compagni iniziarono a sghignazzare rumorosamente. Lei si girò e….

Al caval al corr in dal pret. L’annusa i fiurlen e al bav l’acqua dal ruscel”

Avevo tradotto, scrivendo, l’italiano in dialetto. In realtà non sapevo se avevo scritto nel modo giusto. Avevo seguito la musica colorata della lingua del mio cuore.

La maestra arrossì, scattò sull’attenti come un gerarca fascista, con le mascelle serrate e la faccia di granito

Menzani, vergognati!- Ci chiamava col cognome, non ho mai capito perchè- che hai scritto? Chi vuoi prendere in giro? Quella è la lingua degli ignoranti! E tu sei un’asina! Una contadina! Finirai a lavorare la terra. Gente come te di più non può fare! Vai a posto, maleducata!”

Ero una bimbetta ma ricordo tutto. Il suo sguardo glaciale, le risa dei miei compagni, il loro coro che mi accompagnò per molto tempo, lungo la strada della vita

Asina! Asina!”

Ma che avevo fatto di male? Perchè ero stata maleducata?

La mia nonna parlava quella lingua, Angiolino, il mio papà…e non erano persone maleducate ne tanto meno ignoranti. Ma poi, essere ignoranti era una cosa di cui vergognarsi?

Purtroppo il bisogno di sentirmi accettata prevalse. Rifiutai il dialetto, la bella lingua antica dei miei antenati ed incominciai a parlare, a leggere e a scrivere in “dotto”.

Purtroppo per me, la previsione della maestra su un mio sicuro lavoro da contadina fallì. Magari avessi imparato ad ascoltare la terra, la luna ed il vento, come sapevano fare i vecchi di Tolè. Avrei sicuramente avuto una vita più libera, più vera.

Ignorante divenne uno dei miei complimenti preferiti. L’ignorante è come il vaso vuoto, lo puoi riempire ed esso può contenere. Colui che si professa colto è come un vaso rotto. Puoi riempirlo all’infinito, ma non sarà mai pieno.

Se qualcuno mi da dell’asina, io sono felice.

Gli asini sono animali splendidi. Forti, testardi, dignitosi, come gli abitanti del presepe pagano che allietarono la mia fanciullezza. La lingua degli ignoranti la sto rispolverando ora, che mio padre, l’ultima radice che mi apparteneva e che mi legava a quel mondo, è morto.

E quando la primavera fa tremare la terra coi suoi peti sinistri, penso, e a volte dico ad alta voce

Dio aià magnè i fasùl…sant mò com al scurazza!..”

Da brava atea non mi faccio il segno della croce, ma strizzo l’occhio ad Angiulèn, che alla battuta ride con me, a crepapelle, proprio come allora.

 

 

 

 

Il tramonto dei due padri

 

Il sole sta per tramontare, ed io ho smarrito la via dl ritorno, Stupida Alice del ventunesimo secolo, ho inseguito il bianco unicorno, e ora che ho smarrito anche lui mi ritrovo sola, nell’abbraccio di questo castagneto, dove mio padre giocò bambino. Nel cielo la notte già scopre i suoi seni, immensi, avvolgenti e tutto piano si trasforma.

Alla luce della tenebra tutti diveniamo un unico corpo senza forma, fatto di suoni, odori, sensazioni. La sposa di Morfeo non si è adornata i seni coi ciondoli di luna e di stelle, lasciandoli nudi e freddi. La voce del rivo monotona e amara echeggia come un canto funebre. E’ inverno, e Demetra cerca disperata l’amata Proserpina. La sento gemere tra i rami neri, nel brontolio cupo degli uccelli notturni, in tutta la natura su cui ella ha gettato il suo sudario di dolore. Annaspo, nuotando nell’ignoto, sento la paura gelarmi le mascelle che non riesco a chiudere totalmente, se qualcuno vedesse la mia faccia ora penserebbe di essere entrato, per magia, in un quadro di Munch.

Eppure poco lontano c’è lui, lo sento, come quand’ero bambina e seguivo, con gli occhi chiusi, la sua voce, fino ad arrivargli addosso e abbracciarlo stretto, stretto per rigenerarmi della sua immensa forza vitale.

-” Eccoti, sei tu, ti riconosco – sussurro, tastando palmo a palmo la sua corteccia. Poi le mie mani gelate arrivano al grande squarcio che divide il grande castagno in due, dalle radici fino a metà tronco – Siii, la porta magica!- esclamo – Ciao amico, è bello rivederti-” “ Ciao, ti sei persa di nuovo – risuona la sua voce calda, come il fuoco buono del focolare – Entra e riparati tra le mie braccia. Ti proteggerò dal pianto di ghiaccio della Dea. Nevicherà, questa notte-”

Entro, come facevo da bambina, con la mia gemellina, quante risate! Eravamo ignare che il dolore a cui nostra madre ci sottoponeva ci avrebbe allontanate l’una dall’altra, rendendoci due estranee. Mi accovaccio dentro a quel corpo secolare e mi stringo nel mio lungo cappotto nero.

“ Ascoltami ora- continua con la sua voce saggia- noi trascorriamo veloci nel tempo, ed io sono al traguardo, tu, noto con piacere che mi puoi ancora udire e quindi a te dirò le cose che ho visto e sentito, parlane, ti prego, affinché tutta questa mia vita non sia stata vana.- Ho visto amanti giurarsi amore eterno, ho visto uomini uccidere altri uomini. Al più grosso dei miei rami impiccarono una ragazzetta, dicevano che aiutava la resistenza, che portava messaggi al nemico. I suoi assassini indossavano camicie nere e avevano sguardi duri, ma io sentivo i loro cuori e ti assicuro che non erano all’altezza di quello della poverina che spirò, coraggiosa, tra le mie braccia. Ultimamente è ritornata, piange e geme, vagando per i boschi, anima in pena, in cerca di qualcuno che l’ascolti, dice:”- Stanno uccidendo di nuovo Nostra Libertà, e noi, che per essa morimmo non riposiamo più in pace.”-

Tutti i giorni sento la Terra ansimare di dolore sotto i colpi mortali degli uomini, grida: “ figli uccidendomi ucciderete i vostri figli”- Ma sono urla mute ad orecchi sordi. Voi umani temete il buio della notte, genitrice dei sogni, sorella della morte, ma immensamente di più dovreste temere il buio dell’ignoranza, genitrice delle ingiustizie, sorella della violenza.

Imparate a conoscere, a capire. Avvicinate il lupo, che vi pare ostile e nemico e capirete che è solo un essere vivente tra altri viventi e che, come voi vuole solo vivere….Ti stai addormentando, sei stanca. I seni della notte stillano morfina e allattano il giorno che verrà…Dormi – mi culla la sua voce di padre premuroso – dormi bambina mia, l’alba è vicina.”

Al mio risveglio l’aurora, sposa virginale e pudica, aveva vestito i seni della notte e le forme della terra d’un manto di bianca innocenza: nevicava. Ero al caldo del mio piumone, circondata dalla mia famiglia, due cani e una gatta. Il forte papà di legno che mi parlava quand’ero bambina è stato abbattuto in autunno, era vecchio e malato. Al suo posto pianteranno alberi giovani e sani.

Pochi mesi dopo, i primi di gennaio, anche mio padre, antico castagno di carne, è morto. Era vecchio e malato. E nel suo ultimo respiro i vagiti di altre creature intonavano l’eterno canto della Vita.

 

 

 

Schegge d’eternità

 – Canticchiando ci strappò dalla Madre Terra, quella mano artigliò i nostri steli e ci portò via di là. Lasciandoci senza respiro.

Chi tra i visitatori che ammiravano i quadri di Emanuela aveva parlato? Mi guardai attorno e notai come tutti fossero attenti, immobili come dipinti, ad osservare quelle pareti su cui acquarelli leggeri parevano respirare e muoversi come creature. Eppure il suono di quelle vocine continuava ad arrivare alle mie orecchie come brezza cristallina e profumata. D’un tratto mi parve di essere un fiore ondeggiante sullo stelo, poi guardando dritto, davanti a me vidi quel quadro e capii:

– Siete voi che parlate? – chiesi con la voce del cuore.
– Si, si! – risposero in un coro tintinnante i bei crisantemi, immortalati dentro il vasetto di vetro, su quel foglio da cui parevano sorridermi.
– Se volete che vi ascolti, non parlate tutti assieme, per favore – li pregai – altrimenti non riesco a seguirvi.
– Parla tu, che sei un poeta!! – ridacchiò uno dei fiori che colpendo leggermente col capolino un compagno lo fece fremere d’emozione.
– Va bene – rispose il prescelto.

E incominciò a narrare.

Abitammo un giardino con cespugli di lavanda e violette civettuole. Con noi c’erano un ciliegio, che sia l’inverno che la primavera imbiancavano, ed un salice piangente, che a dispetto del nome e dell’aspetto sconsolato, scherzava con tutti, ma sopratutto con la sinuosa gatta nera dagli occhi smeraldini, che amava solleticarlo con gli artigli appuntiti, suscitando in lui risatine di piacere. Il ricordo ancora ci rallegra.

L’aurora ci baciò con le labbra rosa e umide, le cui goccioline dissetarono uccelli ed insetti. Il merlo ci confidò che fu la notte a dipingerlo, ma mentre lo dipingeva si addormentò, lasciandolo così senza becco. Esso invano cercò, fischiando le più belle melodie, di destare l’oscura pittrice, ma senza becco il suo canto era muto. Fu il sole, al mattino, ad avere pena di quell’esserino incompleto e con un colpo di raggio gli donò ciò che gli mancava. Da quel dì i merli sono vestiti dei colori della notte e del giorno e non hanno mai smesso di fischiare fantastiche armonie. Questo sosteneva il pennuto cantastorie.

– Tu, amica mia credi alle parole del merlo? Io no, ma mi piace crederci….

Poi continuò l’affascinante narratore.

Svenimmo nell’abbraccio ronzante di api e farfalle, che, riconoscenti per il nettare che concedevamo loro ,ebbre d’amore, ci ubriacavano di complimenti. La pioggia irrorò le nostre radici di vita e l’argentèa luna ci svelò che, in paesi molto lontani, fiori come noi vengono usati da spose simili a bamboline di ceramica, per ornare i loro matrimoni, mentre nel paese dove nascemmo, con noi ornano letti di legno dove giacciono persone addormentate, che poi vengono ricoperte di terra. E noi tremavamo increduli a quelle parole, socchiudendo emozionati i petali

Poi un giorno, quella mano ci portò via da tutta quella vita, per rinchiuderci in un luogo senza cielo né terra, immerse i nostri steli in un minuscolo vasetto pieno d’acqua che pose accanto a due porte trasparenti, da cui potevamo vedere i nostri amici … ma non potevamo sentirli. Due interminabili giorni in cui la percezione della nostra energia e della nostra bellezza che svanivano erano le uniche emozioni che ci facevano sentire vivi.

Prima che appassissimo travolti dall’alito putre di Thanatos, la stessa mano che ci diede la morte, impugnò un pennello e su di un foglio ci donò l’eternità. Erimanemmo per sempre giovani e belli noi ché giovani e belli morimmo…..

Tornai in me, era tardi, i visitatori già fluivano verso l’uscita, anch’io andai fuori. Guardai il cielo dove il tramonto aveva acceso un falò, e ad un tratto tornai ai cari crisantemi, ero andata via senza salutarli. Li salutai col pensiero e loro contraccambiarono chiedendomi di dirvi che essi attendono ansiosi i vostri occhi ammirare la loro giovane bellezza senza fine….

 

 

 

Borderline in personalità istrionica a tratti psicotici

“Bordeline in personalità istrionica a tratti psicotici”. Questo è il nome della malattia che mi affligge da tanti anni, così la chiamano gli psichiatri.

Non ci sono lastre che la fotografino (come per tutte le patologie psichiche, d’altronde); non è un ammasso tumorale o un’infezione causata da qualche strano virus e tutto questo era per me diventata un’ulteriore sofferenza.

Nella società dell’immagine tutto deve essere manifestato attraverso una forma fisica, e i miei genitori mi chiedevano insistentemente: Cosa significa “sto male dentro”?Non sembri malata, ma poi dentro dove? Cosa –? Il fatto di non poter mostrare nulle di visibile mi distruggeva, mi creava ulteriori sensi di colpa; quindi ad un certo punto ho deciso che io stessa sarei diventata “la macchina fotografica” del mio dolore.

L’ho guardato e l’ho visto: all’interno del mio corpo materiale, un’altra me più piccola, più minuta, fatta da una membrana bianca, sottile, ricoperta da cicatrici di diverse dimensioni, alcune sono veri e propri strappi sanguinanti, altre solo tagli ormai cicatrizzati, altri ancora stanno a metà tra chiudersi e sanguinare, pronti a riaprirsi al minimo urto, per lanciare il loro grido di disperazione.

Ho mostrato tutto questo attraverso la mia parola a mio padre e alle mie sorelle, cercando di essere il più chiara possibile, proprio come quando si fa un identikit di una persona vista solo da noi e alla fine i nostri interlocutori se ne vanno soddisfatti, con l’immagine di quella persona o quella cosa ben stampata nella mente, come se ad averla vista fossero stati proprio i loro occhi. Le mie lastre le avevo viste solo io ma ero stata perfettamente in grado di condividerle con altri.

Da quel giorno non misero più in discussione l’esistenza della malattia invisibile, ma le domande si trasformarono in “Come stai? Stai meglio?” e questo mi tranquillizza tantissimo. Almeno non dovevo più preoccuparmi di dimostrare fisicamente il mio dolore attraverso gesti estremi come tagliarmi le mani con coltelli affilati o tentare il suicidio.

Però una parte importante della sofferenza rimane, è quella legata ai traumi della mia infanzia, al ricordo sempre vivo e presente di una madre alcolista e malata, violenta al punto di torturare, letteralmente, la mia sorella gemella. Torture che ha subito, dal punto di vista fisico, fino a 10-11 anni, e da quello psicologico fino a quando, a 21 anni, decise di sposarsi in fretta e furia per scappare da quell’inferno.

Ma io, io che rimasi a supplicare, a mendicare l’amore di quella madre che ci aveva partorite e poi abortite miseramente, ho pagato forse il prezzo più alto. Il piacere unito al senso di colpa che provavo da bambina per non essere io la vittima prescelta mi perseguita ancora.

Quando la mia malattia è in fase acuta, ecco tornare mia madre, lì davanti a me con la bava alla bocca che affonda le unghie nella carne tenera della mia sorellina, che si arrossa, si lacera, sanguina. E’ atroce la sensazione del sangue misto a muco e orina, perché mia sorella spesso orinava, penso per la paura; non è una visione, mi sento tutti quei liquidi addosso. Sento quegli odori acri e non riesco a correre sotto la doccia per lavarmeli via, anzi, è fortissima la decisione di lasciarli lì, sul mio corpo che fa fatica a muoversi.

E’ sempre la stessa scena, l’unica che ricordo del mio passato, mia madre solleva mia sorella per i capelli e sbatte la testolina contro il muro più volte, e quei tonfi sordi e le sue suppliche entrano nel mio cranio tanto che la voglia di sbattere la mia testa contro il muro è incontrollabile. Solo una voce dolcissima che ad un tratto interviene a tranquillizzarmi mi trattiene.

Quella voce non so di chi sia, non si è mai presentata, è femminile, e più di una volta è riuscita a salvarmi.

E’ lei che mi ha fatto notare che attraverso tante sofferenze io sono arrivata a percepire il tutto. Il senso di colpa mi ha costretta a prendermi addosso tutta la sofferenza di mia sorella fino ad annientare le mie difese. I confini del mio corpo sono stati abbattuti. Spesso io vivo nel tutto, ma non come parte: io divento il nulla. Sono l’albero, l’animale,il cielo, l’erba, l’altro umano, sono la terra, l’acqua e il drago che la abita, sono gli spiriti che popolano la natura, la luce ma anche il buio. Sono la gioia e il dolore.

Questo mi fa star bene, anche la sofferenza, perché fino a che sono la sofferenza del tutto ho la certezza di non essere la causa di quel dolore.

Quello che mi fa stare veramente male è il costringermi a stare a tutti i costi nella dimensione “reale”, dove i confini sono stretti, dove spesso per esistere come individuo devi causare male ad un altro essere vivente, o almeno devi allontanare il più possibile da te le voci dell’universo. Questo mondo a misura di lupi affamati e di ovini belanti mi distrugge, e il suo volere tutti uguali nel modo di essere e di vivere ha fatto di me una malata mentale.

A volte penso che i veri malati siano loro, quelli che non vedono più in là del loro naso, che non hanno mai sentito la voce dell’albero, visto l’ombra del drago a pelo nell’acqua di un fiume, del mare, che non hanno mai udito le grida di dolore di un diamante, di una pelliccia che grondano sangue di tanti indifesi. Quelli che riescono, quando va bene, a sentire solo la propria, di voci. Non so se siano più sani di me. Sicuramente avere così netti i confini fisici, ma anche quelli dettati dalla morale e dalle leggi comuni li rende più forti, meno attaccabili, ma non più liberi di me. Di sicuro meno sofferenti.

Comunque io penso di essere una singolare Alice, che per arrivare al mondo delle meraviglie è stata costretta – e lo è ancora – a camminare nel mondo degli inferi e delle brutture. La voce buona spesso mi dice che quello è uno dei prezzi da pagare per vedere un po’ più da vicino l’anima della Grande Madre.

 

 

Primavera

Piange il ciliegio petali di neve
su questa terra che germoglia ancora.
Scorgo il tuo sguardo che mi fissa greve
e mi perfora.

Tanto il dolòr sapèr che dal tuo seme
nacque una figlia dalla mente matta.
Trema il tuo labbro e ancòr la voce gème
per questa blatta.

Per te non fui che scarafaggio nero,
mentre per me tu fosti il vero Amore,
quello che nutre tutto il mondo intero.
Tu eri il sole!

Quel sole si oscurò, gelido e lesto,
portandomi nel regno dell’inverno,
ed io finii troppo, troppo presto
nel tuo inferno.

Davanti alla tua bara ho rivisto il sole…
…Quanta tristezza, profonda ed infinita
riavèr dalla morte del mio primo Amore
la mia vita!…

… Piange il ciliegio petali di neve
su questa terra che germoglia ancora
e dal tuo corpo che è ormai cenere lieve,
padre,
rinasco ora!

  1. Caro, di quest’amore non temo la morte, ma la non vita. Non voglio guardarlo mentre, agonizzante, annaspa nell’acqua putre dei ricordi. Se mi accorgessi di questo, io stessa praticherei l’eutanasia a questo mio Amato Amore. Ti rispetto troppo per fingere di Amarti. Preferisco un tramonto seguito da un’oscura notte ad un giorno eternamente grigio e senza vita!…

 

Lettera a Babbo Natale

Caro Babbo,

sono anni e anni che non ti scrivo, solo ora ho trovato di nuovo l’ispirazione e non lo faccio per chiederti dei doni, ma per parlarti di ciò che io vorrei donarti.
E’ da quando sono bambina che ti aspetto al caldo del mio letto e tu mi hai sempre dato buca.
Solo ora, a quaranta e più anni suonati, trovo il coraggio di confessarti i pensieri di quella fanciulla che ti attendeva tremante e timida, del rossore che colorava le sue gote, del fuoco che infiammava il suo ventre, dei sogni d’innocente peccato che inebriavano la sua testolina…
Respirava piano, voleva sentire solo il candido rumore della neve e con gli occhi chiusi attendeva la tua calda presenza. Le manine strette fra le cosce, muoveva piano il bacino avanti e indietro, pensando al tuo volto rubicondo,alla tua nivèa barba , e ad un tratto le sue manine diventavano la tua barba, il tuo rossore l’immenso piacere che dai piedini la possedeva, inebriandola totalmente. Sentiva la forza delle tue braccia avvolgerla con dolcezza, odoravi di conosciuto e di amore, il tuo corpo la riempiva, facendola fremere e tremare e sudare, la schiacciava contro le lenzuola calde e bagnate, ma quella sensazione di sfondamento, di netta sottomissione moltiplicava il suo piacere portandola quasi allo svenimento.
Ma prima di svenire riusciva ad aprire gli occhi, che fino ad allora aveva tenuto ben serrati, e vedeva i tuoi: immensi, lucidi, nocciola, due gocce di legno di castagno, profondi come il dolore, forti come la rabbia…erano gli occhi di suo padre.
Il senso di colpa la svegliava improvvisamente dal sogno, sono stata una bimba cattiva- pensava- non verrà neanche questa volta a portarmi i regali che gli ho chiesto, non me li merito- e si addormentava cullata dal tormento e dal piacere.
Quella bambina è cresciuta, quella bambina sono io. A quarantatre anni ho capito che il babbo che attendevo spasmodicamente nel mio letto non eri tu: Tu sei la rappresentazione di tutti i padri della terra: se sei buona ti gratifico coi doni, se sei una bimba cattiva ti punisco scordandomi di te…e mio padre di me si ricordava solo quando potevo essergli utile..
… Caro Babbo (Natale), questo è il mio regalo per te, a te che sei stato il mio primo sogno erotico, dono il piacere puro d’una bambina. Ora ti saluto, sperando che questo 25 dicembre tu vorrai venire, al caldo nel mio letto. Non voglio premi, non voglio strenne, porta solo te stesso…

Baci.
LaMOre

Agenzie di stampa sul DDL Ciccioli

Le agenzie di stampa uscite sul nuovo disegno di legge a modifica della Legge 180

SANITA’: PD, IN COMMISSIONE BLITZ PDL-LEGA, RIAPERTI MANICOMI (ANSA)
ROMA, 17 MAGGIO ore 16:14 – ”Con il voto di oggi in commissione Affari sociali sull’adozione di un testo base per l’assistenza psichiatrica, la risorta maggioranza Pdl-Lega ha segnato un passo indietro di quarant’anni. Di fatto il testo votato prevede che il malato di mente venga recluso nei manicomi per lunghi periodi, anche anni, e non prende minimamente in considerazione la cura della malattia psichica. La reclusione dei malati nasconde la patologia e non la cura”. Lo dice Margherita Miotto capogruppo Pd in commissione Affari sociali della Camera.

SANITA’:CICCIOLI (PDL), COMMISSIONE NON RESTAURA I MANICOMI 
(V.”SANITA’: PD IN COMMISSIONE BLITZ…” DELLE 16.14) (ANSA) –
ROMA, 17 MAG
– Il testo di riforma della legge Basaglia approvato oggi in commissione Affari sociali della Camera ”e’ come ovvio ampiamente modificabile con eventuali emendamenti che saranno proposti dai parlamentari di tutti i gruppi”. Lo dice il relatore, Carlo Ciccioli (Pdl) sottolineando che non si mira alla restaurazione dei manicomi (come sostiene il Pd), ma si va nella ”direzione del sostegno alle famiglie dei pazienti, oggi abbandonate a se stesse, e di una buona e corretta assistenza alle persone che non hanno consapevolezza di malattia e per questo molto spesso evitano di curarsi o di seguire i trattamenti terapeutici prescritti”. Non saranno riaperti i manicomi, spiega il relatore, perche’ in testo ”e’ indirizzato ad un modello organizzativo di presa in carico efficace del paziente” e ”dell’obbligatorieta’ da parte dei sanitari di recarsi dai pazienti e di strutture alternative all’ospedale per la riabilitazione di breve-medio periodo (fino ad un massimo di 12 mesi) nelle quali il paziente e’ tenuto a seguire un percorso terapeutico”. ”Tale legge – aggiunge – era molto attesa dalle associazioni dei familiari che da anni protestano per l’assenza di assistenza e strutture socio-sanitarie adeguate e la prevalenza di un atteggiamento ideologico rispetto alle esigenze reali”. ”I parlamentari del Pd, tra gli altri il capogruppo in Commissione Miotto, l’ex ministro Livia Turco, Farina Coscioni, Murer e D’Incecco hanno criticato il provvedimento ritenendo sufficiente l’attuale normativa, meritevole solo di un’implementazione degli organici sul territorio”, riferisce Ciccioli. ”Al termine del dibattito – informa Ciccioli – il Presidente della Commissione Palumbo ha messo ai voti il provvedimento che e’ stato approvato con 14 voti contro 12. La proposta di legge porta la denominazione di ‘Nuove norme in materia di assistenza psichiatrica’. E’ il primo passo, conclude, per poi passare il provvedimento all’Aula.

SANITA’:PD, IN COMMISSIONE BLITZ PDL-LEGA, RIAPERTI MANICOMI (2) (ANSA)
ROMA, 17 MAGGIO 16:18
– ”Nonostante la ferma opposizione delle societa’ scientifiche – prosegue Miotto -, delle Regioni, delle associazioni dei familiari, del terzo settore, del governo (compreso il precedente ministro Fazio) e la nostra ferma contrarieta’, Pdl e Lega hanno voluto forzare la mano ricreando il sistema manicomiale per motivi ideologici. Usano un disagio vero per fare facile propaganda, come e’ gia’ accaduto su altri temi. La malattia psichiatrica in Italia si affronta con le leggi che gia’ ci sono e con gli strumenti normativi come le linee guida e i progetti obiettivo tutela salute mentale che non sono pienamente applicati. Da parte nostra continueremo l’impegno per contrastare in tutti i modi l’iter della legge in commissione”.

SANITA’. CICCIOLI: OK A TESTO BASE PER RIFORMA LEGGE BASAGLIA (DIRE)
Roma, 17 MAGGIO – 17:54
– Il testo di riforma della legge Basaglia approvato oggi “e’ come ovvio ampiamente modificabile con eventuali emendamenti che saranno proposti dai parlamentari di tutti i gruppi”. Si tratta “di un testo aperto che dovra’ essere nella direzione del sostegno alle famiglie dei pazienti, oggi abbandonate a se stesse, e di una buona e corretta assistenza alle persone che non hanno consapevolezza di malattia e per questo molto spesso evitano di curarsi o di seguire i trattamenti terapeutici prescritti”. Lo dice Carlo Ciccioli, deputato Pdl e primo firmatario del testo base di riforma della legge Basaglia, approvato oggi dalla commissione Affari Sociali. “Il testo non e’ nella direzione di una restaurazione manicomiale- spiega Ciccioli-, ma indirizzato ad un modello organizzativo di presa in carico efficace del paziente e dell’obbligatorieta’ da parte dei sanitari di recarsi dai pazienti e di strutture alternative all’ospedale per la riabilitazione di breve-medio periodo, fino ad un massimo di 12 mesi, nelle quali il paziente e’ tenuto a seguire un percorso terapeutico”.

SANITA’. CICCIOLI (PDL): MA QUALE RIAPERTURA DEI MANICOMI? DA MIOTTO E MARINO REAZIONI ISTERICHE E ‘SESSANTOTTINE’ (DIRE)
Roma, 17 MAGGIO 19:51
– “Il testo base per la riforma dell’assistenza psichiatrica approvato in commissione, non prevede alcuna riapertura dei manicomi”. Lo dice Carlo Ciccioli, deputato del Pdl e relatore del testo di riforma della legge Basaglia, approvato oggi in commissione Affari Sociali della Camera. Purtroppo, aggiunge, “i manicomi, invece, ci sono gia’ nelle abitazioni delle famiglie dei malati, abbandonati a se stessi. Le reazioni isteriche degli onorevoli Miotto e Marino sono frutto di una cultura sessantottina che ha fatto tanti danni ed ha fatto morire di malattia psichiatrica tante persone. Suicidi, uccisioni di familiari e tanta sofferenza per i pazienti stessi”. “L’Associazione vittime della 68- prosegue Ciccioli- ha calcolato che sono circa 3/400 i morti in media l’anno per le conseguenze di disturbi psichiatrici. La legge Basaglia ha fatto del bene a tanti, ma ha causato tanti problemi a tanti altri. Il nostro obiettivo e’ di mantenere le cose buone e salvare dalle sofferenze quelli a cui la legge Basaglia non ha dato risposta”.

SANITA’. CICCIOLI (PDL): MA QUALE RIAPERTURA DEI MANICOMI? DA MIOTTO E MARINO REAZIONI ISTERICHE E ‘SESSANTOTTINE’ (DIRE)
Roma, 17 MAGGIO – 19:51
– “Il testo base per la riforma dell’assistenza psichiatrica approvato in commissione, non prevede alcuna riapertura dei manicomi”. Lo dice Carlo Ciccioli, deputato del Pdl e relatore del testo di riforma della legge Basaglia, approvato oggi in commissione Affari Sociali della Camera. Purtroppo, aggiunge, “i manicomi, invece, ci sono gia’ nelle abitazioni delle famiglie dei malati, abbandonati a se stessi. Le reazioni isteriche degli onorevoli Miotto e Marino sono frutto di una cultura sessantottina che ha fatto tanti danni ed ha fatto morire di malattia psichiatrica tante persone. Suicidi, uccisioni di familiari e tanta sofferenza per i pazienti stessi”. “L’Associazione vittime della 68- prosegue Ciccioli- ha calcolato che sono circa 3/400 i morti in media l’anno per le conseguenze di disturbi psichiatrici. La legge Basaglia ha fatto del bene a tanti, ma ha causato tanti problemi a tanti altri. Il nostro obiettivo e’ di mantenere le cose buone e salvare dalle sofferenze quelli a cui la legge Basaglia non ha dato risposta”.

SANITA’. CICCIOLI (PDL): MANICOMI SOLO NELLA TESTA DELLA SINISTRA (DIRE)
Roma, 18 MAGGIo 18:30 –
“I manicomi sono solo nella loro testa e per questo andrebbero curati”. Cosi’ Carlo Ciccioli, deputato del Pdl, medico psichiatra, vice presidente della Commissione Affari Sociali della Camera oltre che relatore della legge di riforma dell’assistenza psichiatrica in Italia, il cui testo base e’ stato approvato ieri nella commissione parlamentare. “E’ in atto- aggiunge- un vero e proprio tentativo di disinformazione e stravolgimento della proposta da parte del pensiero unico della vetero sinistra, nostalgica, per non confrontarsi con la realta’ e rimanere alla preistoria. La chiusura dei manicomi e’ stata definitiva, non solo perche’ la legge Basaglia li ha giustamente superati, ma perche’ non sono piu’ nell’ordine delle cose; la contenzione chimica con gli psicofarmaci oggi e’ molto piu’ efficace della contenzione fisica e quindi tornare ai manicomi sarebbe impossibile dal punto di vista dei costi e controproducente dal punto di vista dell’obiettivo, se questo e’ il controllo della patologia. E’ percio’ assolutamente assurdo ipotizzare una cosa del genere”. Ciccioli aggiunge: “I manicomi pubblici sono morti per sempre e appartengono al periodo della storia in cui non c’era altra risorsa per assistere i malati di mente. Al contrario la nuova proposta di legge vuole evitare i manicomi all’interno delle famiglie che hanno un malato di mente e oggi invece questi sono tutti in piena attivita’ per colpa di una legge che, dopo aver preso un provvedimento giusto (la chiusura dei manicomi), non ha dato una soluzione conseguente al problema. Migliaia di aderenti alle associazioni delle famiglie delle persone con disturbi psichici gravi, statisticamente il 2-3 per mille della popolazione, chiedono disperatamente una presa in carico efficace dei pazienti, la possibilita’ di curare ed assistere i loro cari e non essere lasciati soli con la loro disperazione”.

L’ULTIMO ATTACCO ALLA LEGGE 180

Psicoradio da molti mesi segue da vicino l’iter del progetto di legge di modifica della legge 180. 
Oggi il progetto di legge è bloccato in commissione affari sociali e se non ci saranno modifiche sostanziali del testo, non si andrà avanti con l’analisi da parte dei parlamentari.
Il fatto che il cammino di questo progetto di legge non sia semplice, dipende anche dall’impegno di molti cittadini che non l’hanno fatto passare sotto silenzio. In questo speciale trovate i risultati del nostro impegno e dell’impegno dei cittadini che come noi stanno cercando di fermare questo affossamento. 

Insomma, per riprendere il titolo del nostro appello, noi “non ci distraiamo un momento”!

Fino ad oggi abbiamo raccolto con il nostro appello circa 400 firme di singoli cittadini e 100 adesioni da associazioni.
Potete continuare a firmare l’appello “Basta distrarsi che torni dentro” inviando una mail a psicoradio@gmail.com oppure direttamente dal sito, con un commento cliccando qui.
– Ringraziamo l’Associazione +DIRITTI di Settimo Torinese che ha raccolto per noi più di 100 firme cartacee, in giro per la provincia di Torino.
Se oltre a firmare volete aiutarci a raccogliere le firme, chiedeteci come fare scrivendo a psicoradio@gmail.com

– Se volete informarvi meglio prima di firmare il nostro APPELLO CONTRO LO STRAVOLGIMENTO DELLA LEGGE 180 E IL RITORNO ALLA RECLUSIONE E CURA OBBLIGATORIA, in questo SPECIALE trovate documenti e articoli relativi all’ultimo tentativo di riforma.

Oltre a leggere i testi, da questa pagina potete partire all’ascolto dei programmi realizzati da Psicoradio per informare su questo nuovo attacco alla legge Basaglia.

Se poi volete saperne davvero di più, Psicoradio mette a disposizione anche l’archivio delle puntate dedicate all’approfondimento della Legge 180 e ai tanti tentativi di cambiarla, a partire dal disegno di legge Ciccioli del 2010 che presentava un testo molto simile a quello approvato quest’anno nella Commissione Affari sociali della Camera.

APPELLO DI PSICORADIO: Basta distrarsi che torni dentro


 

INFORMAZIONI sul Disegno di Legge che modificherebbe la Legge 180

DOCUMENTI

 

ITER del Disegno di Legge

  • A che punto è la modifica della Legge 180:
    17 maggio 2012
    La Commissione 12 Affari Sociali della Camera adotta il testo base  di modifica della 180 (Relatore Carlo Ciccioli).
    20 giugno 2012
    E’ scaduto il termine per la presentazione degli emendamenti al testo base.
    4 luglio
    Nella convocazione della Commissione XII (Affari Sociali) della Camera è segnalato l’inizio della discussione sugli emendamenti presentati
    7 novembre
    Il testo è bloccato in commissione. Il presidente della commissione Palumbo ha chiesto agli altri parlamentari di verificare se c’è possibilità di cambiare le parti più controverse del testo, che così sarebbe impossibile da discutere e analizzare.

VOCI UNITE PER LA 180

 

IN QUESTE SETTIMANE, IN OGNI PUNTATA, ABBIAMO DEDICATO UN MOMENTO DI RIFLESSIONE ALLA LEGGE 180

Per ascoltarli basta un clic!

I pareri dei redattori e intervista al dott. Angelo Fioritti (direttore del DSM di Bologna) 245

Alcune delle lettere ricevute dalla redazione 246

I punti chiave del nostro appello 247

Una battaglia culturale 248

Il trattamento sanitario necessario prolungato 249

Io non mi curo. Un ascoltatore non condivide il nostro appello, ne abbiamo discusso insieme. 251

Voci note in difesa della 180. 264 (Questa settimana in onda e presto ascoltabile anche da qui)


 


 

 

ARCHIVIO AUDIO dedicato alla Legge 180

PUNTATE DEDICATE AI TENTATIVI DI MODIFICA DELLA 180

  • Resistere con creatività. La puntata 174 è dedicata al DDL Ciccioli che nel 2010 aveva già tentato di stravolgere la 180 e, come contrappunto, a esperienze che la legge 180 ha reso possibili.
  • Basaglia Ciccioli 1-0. Nella puntata 164 si parla del blocco dell’iter della legge Ciccioli grazie all’intervento dell’allora Ministro della Sanità Ferruccio Fazio.
  • Difendiamo la 180. Nella puntata 159, Psicoradio riassume gli esiti della conferenza stampa “Basaglia piace solo in tv?” che ha indetto per discutere delle proposte di modifica della 180 con i diretti interessati: i pazienti e i familiari.
  • Psicoradio festeggia difendendo la 180. Nella puntata 158 la redazione prende posizione contro il disegno di legge Ciccioli che apporta modifiche sostanziali alla legge 180. Una legge grazie alla quale Psicoradio può festeggiare 4 anni di attività, come ricordano i redattori.
  • Cantare la cura. Nella puntata 151 dedicata alla cantautrice-attrice Angela Baraldi anche un intervento della dott. Ivonne Donegani, (direttore area dipartimentale CSM, DSM-DP Ausl Bologna) sul perché non si può pensare di introdurre per legge una “cura coatta”, che prescinda dal consenso del paziente e dalla relazione di fiducia con il terapeuta.
  • Freud a quattro zampe. Nella puntata 150 dedicata alla psichiatria degli animali, continua la rubrica “Chi ha paura della legge Basaglia”, per informare sull’iter del testo che ha l’obiettivo di cambiare la 180.
  • Nuove idee da nuove voci. La puntata 149 presenta i nuovi redattori di Psicoradio, ma da spazio anche alla rubrica “Chi ha paura della Legge Basaglia” che segue il percorso del DDL Ciccioli.
  • Medici che uccisero i loro pazienti. Nella puntata 148 Psicoradio racconta la strage dei pazienti psichiatrici nella Germania nazista, ma inizia anche ad alzare l’attenzione sul fatto che è in discussione una proposta di revisione della legge 180.
  • La voce dei familiari. Nella puntata 115 si raccolgono diversi pareri sul DDL Ciccioli che vuole modificare la 180.

 

PUNTATE DI APPROFONDIMENTO SULLA LEGGE 180 e le ESPERIENZE che ha RESO POSSIBILI

  • Il girotondo della vita continua. Nella seconda parte della puntata 193 gli Psicoredattori intervistano Loris Muzzi, storico infermiere psichiatrico, testimone delle due epoche, prima e dopo Basaglia.
  • Sicuri che chi si cuce le labbra è matto? Nella puntata 191 lo Psicoappuntamento è dedicato al documentario Il sonno della ragione di Silvia Bongiovanni e Fabio Gianotti  che ripercorre la storia della follia per riscoprire il senso della riforma Basagliana.
  • Pazienti che fanno i pazienti in TV. Nella puntata 146 si commenta insieme ad alcuni protagonisti la fiction di Raiuno dedicata a Basaglia e alla sua rivoluzione.
  • Psicosanremo. Nella puntata 105 in cui Psicoradio festeggia il suo Psicosanremo, un’intervista a Tihana Maravic, la curatrice di Out/Fuori un itinerario teatrale nell’esperienza basagliana.
  • Lavorando si impara a poter fare. Nella puntata 91 un’intervista a Giulio Manfredonia e Fabio Bonifacci, regista e sceneggiatore di “Si può fare”, il bel film interpretato da Claudio Bisio e da pazienti psichiatrici e dedicato al tema del lavoro scaturito dalla dimissione di migliaia di persone dai manicomi in seguito alla legge Basaglia.
  • Gli altri manicomi. La Puntata 86 è l’inizio di un’inchiesta sugli OPG, in chiusura un montaggio di voci di strada che rilfettono sulla chiusura dei manicomi. Tra i passanti anche la moglie dell’ultimo direttore del Roncati, che racconta la sua visione della legge 180.
  • Psicoradio mondiale e antirazzista. Nella puntata 81 registrata durante i Mondiali Antirazzisti sono raccolte anche le voci e i suoni dello spettacolo “Il Rovescio della Ragione” basato sulle lettere e diagnosi di alcuni pazienti rinchiusi nel manicomio di Reggio Emilia e sulla rivoluzione di Franco Basaglia.
  • Com’è la festa? Nella puntata 77 Psicoradio commenta la manifestazione del 30 maggio 2008 per i 30 anni della legge 180.
  • 30 minuti per 30 anni di 180. La Puntata 73, in diretta, si interroga su quanto la gente sa della legge 180 e quanto ancora rimane da fare nel campo della salute mentale.
  • Finalmente Psicoradio entra in manicomio. La puntata 52 racconta i principi su cui si basa la legge 180 attraverso le parole di Basaglia stesso e chiede all’esperto in psichiatria Marco D’Alema cosa manca perché la legge sia applicata compiutamente.

 

COMMENTI alla modifica della 180

Stiamo raccogliendo articoli e commenti a proposito del disegno di legge che vuole cambiare la Legge 180.

Segnalatecene altri!

ARTICOLI ONLINE

Assalto PDL alla Legge Basaglia, barricata dei medici (manifesto.it)

Legge 180 la riforma riapre i manicomi (polisblog.it)

Alla camera passa il DDL di modifica del’Onorevole Ciccioli (forumsalutementale.it)

Riaprono i manicomi. Polemica sulla riforma della legge Basaglia (societa.liquida.it)

Riaprono i manicomi. Scoppia  la bagarre. (lastampa.it)

Psichiatria democratica contro la proposta di riforma della 180 (superabile.it)

Legge 180. La riforma riapre i manicomi? (newscaffe.it)

Il contratto di Ulisse e la riforma psichiatrica (napolimonitor.it)

La legge Ciccioli votata in Commissione (consulta18.com)

Riapertura degli ospedali psichiatrici. Da Modena un’alternativa alla proposta di legge Ciccioli (arcimodena.org)

Vogliono riaprire i manicomi. Li chiameranno trattamenti sanitari necessari. (stopopg.it)

La proposta Ciccioli va respinta per non tornare indietro. (sosdirittiumani.it)

L’assalto alla legge Basaglia e il tentativo di ripristinare i manicomi (vitaedemocrazia.blogspot.com)

Riaprono i manicomi (trasformarsi.net)

Modifiche alla legge Basaglia. Si riaprono i manicomi? (daily.wired.it)

Il governo è finito in manicomio (espresso.repubblica.it)

Manicomi verso la riapertura (cronachelodigiane.net)

Riaprire i manicomi. (mondoallarovescia.com)

PDL e Lega uniti dalla camicia di forza. (gianfalco.it)

Riaprire i manicomi. E’ polemica. (ilsecoloxix.it)

L’UNICA COSA DI CUI NON ABBIAMO BISOGNO

I Direttori dei DSM-DP della Regione Emilia Romagna prendono posizione contro il DDL Ciccioli di riforma della assistenza psichiatrica.

“Riteniamo che l’impatto che la sua approvazione come legge avrebbe sull’assistenza psichiatrica sarebbe devastante”.

CLICCA SU LEGGI TUTTO per leggere e commentare il documento che i Direttori dei DSM-DP hanno inviato al Presidente della Regione Emilia-Romagna, alla Giunta, ai Consiglieri Regionali e ai Parlamentari eletti nella Regione.

Posizione direttori DSM-DP RER su DDL Ciccioli

L’unica cosa di cui non abbiamo bisogno

“L’approvazione da parte della XII Commissione Parlamentare del Testo unificato dei vari DDL di riforma degli artt. 33, 34 e 35 della legge 833, noto come DDL Ciccioli, suscita in noi la più viva preoccupazione.

La riduzione delle garanzie procedurali e temporali per gli interventi sanitari senza consenso (TSO) e la possibilità di effettuare trattamenti di un anno senza consenso del paziente in strutture residenziali costituiscono un grave sbilanciamento nei rapporti tra il cittadino ammalato e le istituzioni, con evidenti rischi di abuso, uso improprio e uso custodiale di questi strumenti.

Ciò non è affatto quello di cui si avverte il bisogno per migliorare la qualità dell’assistenza.

Oltre trent’anni di psichiatria territoriale hanno sviluppato un consenso rispetto al fatto che l’uso degli strumenti direttivi ed obbligatori di per sé non produce salute e può avere pesanti conseguenze in termini di allontanamento dai processi di cura, di passivizzazione e cronicizzazione.

C’è semmai bisogno di proseguire nel percorso di informazione, coinvolgimento, negoziazione trasparente col paziente e con il suo contesto, tutti valori riportati anche nel Piano Attuativo Salute Mentale della nostra Regione. A tal fine guardiamo semmai con interesse ed aspettative alla piena realizzazione della normativa sull’Amministrazione di Sostegno, che ha già dato ottime soluzioni a tante situazioni che con il DDL Ciccioli vedrebbero come unico esito possibile la istituzionalizzazione.

Il testo approvato dalla XII Commissione segnerebbe un grave arretramento nella assistenza psichiatrica. Condizionerebbe in senso custodiale la pratica professionale e distoglierebbe risorse dalla assistenza diffusa sul territorio, l’unica in grado di raggiungere, curare e sostenere le migliaia di persone affette da disturbi mentali gravi e persistenti.

Ciò di cui avvertiamo il bisogno è di proteggere e rinforzare questa assistenza, di potenziare l’azione di responsabilizzazione condivisa tra professionisti, utenti e famiglie sui percorsi di cura, di rendere la direttività ancora più trasparente attraverso gli istituti di tutela già esistenti, di preservare le risorse destinate alla salute mentale in un momento di grave crisi economica del paese.

Il testo approvato in Commissione è l’unica cosa di cui nessuno avverte il bisogno. Anzi, è l’unica cosa che nessuno vuole.

Per questo ci rivolgiamo al Presidente della Regione, alla Giunta regionale, ai Consiglieri regionali, ai Parlamentari della Regione Emilia-Romagna, garantendo loro la nostra massima disponibilità a fornire gli elementi conoscitivi che riterranno necessari, affinché possano mettere in atto ogni azione politica necessaria a scongiurare l’approvazione come legge del testo approvato dalla XII Commissione parlamentare”.

Bologna, 24 maggio 2012

I Direttori dei Dipartimenti di Salute Mentale e Dipendenze Patologiche delle AUSL della Regione Emilia-Romagna.

AUSL PIACENZA Giuliano Limonta

AUSL PARMA Pietro Pellegrini

AUSL REGGIO EMILIA Gaddomaria Grassi

AUSL MODENA Fabrizio Starace

AUSL BOLOGNA Angelo Fioritti

AUSL IMOLA Benedetta Prugnoli

AUSL FERRARA Adello Vanni

AUSL FORLI’ Claudio Ravani

AUSL CESENA Giovanni Piraccini

AUSL RAVENNA Paola Carozza

AUSL RIMINI Daniela Ghigi