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I RACCONTI DI MAURIZIO


I RACCONTI DI MAURIZIO

Guardando il cielo. Istantanee di una depressione

Capitolo 1

Quella lunga estate cominciò contraffatta dalla volubilità del tempo, pioggie di tropici temporali, alternate fin da subito ad estenuanti giornate assolate. Non era mio solito puntare al favore meteorologico per temperare il mio umore, in maniera che mi potesse illudere di poter fare quello che sarebbe stato giusto fare. Nonostante ciò, mi era rimasto solo il cielo da guardare e cercarvi dei significati, pur già sapendo che non li avrei oggettivamente mai trovati. Quindi fissavo il cielo, come fissare il soffitto quando lo sguardo non supera il proprio naso.

L’informe coscienza che mi stava attraversando non mi lasciava intuire il suo gene, in modo da poterle dare una classificazione, se pur anche provvisoria. Gli impegni che fino qualche tempo prima mi era riuscito onorare, erano diventati ormai macigni sotto i quali soccombere mentre la vita degli altri passava naturalmente ai miei occhi.

La cucina di mattina era sempre in subbuglio dalle spaghettate notturne che zio Giovanni era solito fare, ma i suoi comportamenti strani non erano dovuti all’essere menefreghista o dissoluto, egli soffriva di una patologia che incideva proprio sull’umore, e quindi i suoi inusuali comportamenti erano da ritenersi suoi stessi carnefici, di un quotidiano subìto ormai in maniera cronica.

Nel vivere quel disordine, di piatti e padelle accumulati nel lavabo della cucina, non mi riusciva separare gli oggetti dalla soggettività dei suoi comportamenti, come fosse stato il subbuglio dei suoi pensieri che inespresso dalle parole, trovava un’uscita attraverso i comportamenti, e quel lavabo pieno di cose da mettere a posto era in realtà il riflesso del suo sentire.

Flettendo fino al ridicolo avevo provato ad ignorare ciò che l’intuito già da tempo m’annunziava, mi perdevo ciecamente in comportamenti che non mi sarebbero appartenuti se non fossero serviti a rimandare il confronto con la mia coscienza, che ormai non riconoscevo.

Lo specchio della mia stanza mi rifletteva ignaro, con lo sguardo senza il minimo accenno di apatia, o almeno niente più di quella che mi rendeva estraneo alla mia immagine, ed oltre alla quale rifletteva una stanza pulita, il letto con il disordine della mattinata, passata nel dormiveglia della mia ostinazione, che non ambiva ad altro se non ad essere confinata nell’onirico, perchè intuivo che sarei dovuto coincidere con la mia coscienza, conoscerla e sapere quello che mi stava accadendo.

Capitolo 2

Eravamo in tre nel sogno fatto qualche notte prima, io intento a capire la situazione che stavamo vivendo per trovare una soluzione possibile, al mio fianco un mio amico d’infanzia, con il quale già dalla fase adolescenziale non ci frequentavamo, e avanti a noi una persona dai capelli grigi che guardandola di spalle mi ricordava zio Giovanni, smilzo con un fisico innervato, e talmente deciso ad andare avanti che non mi fu possibile scoprirne le sembianze.

Dal mio malessere pareva quasi avere assunto un senso quel sogno, mi dava l’idea che la persona vista solo di spalle era zio Giovanni, che ci traghettava nei suoi pensieri, finanche il suo incedere era tale perchè lui di quel luogo ne conosceva bene il percorso, gli anfratti, e quello che per noi era da scoprire e quindi capire, per zio Giovanni era semplicemente ciò che era sempre stato.

Strano era che queste elaborazioni oniriche mi frequentavano proprio scrutando il cielo, che da un grigio nuvoloso si condensava in pioggia incessante, e che sembrava stemperare i retroattivi pensieri di quegl’attimi. Mi distolse dalla riflessione un rumore che veniva proprio dal piano di sopra, da dove zio Giovanni non scendeva mai, se non per mangiare o prendere le medicine per la sua malattia.

Attraverso il gioco delle probabilità feci mille congetture sulle possibili cause di quel rumore, ma in realtà restavo lì a pensare su cosa fosse successo, unicamente per non estranearmi dalle riflessioni che stavo facendo, poichè sapevo bene che da quelle sarebbe venuta fuori la verità, ma solo il tempo avrebbe potuto dare luogo allo spazio per comprendere e accettare (alla meno peggio) il mio stato d’animo.

Continuava a ronzarmi in testa quel sogno, che ormai era sbiadito, ma aveva lasciato la traccia indelebile del mio disagio, nel vivere in qualche modo quella situazione con una persona, che apparteneva solo alla mia memoria, di un me stesso ragazzino, del quale non era rimasto quasi più niente, e quel tal probabile zio Giovanni che come Caronte ci traghettava incurante del nostro perplesso stupore, dovuto all’impossibilità di raziocinare quei contesti.

Sentendo dei passi rapidi giù per le scale, relizzai che era zio Giovanni e malgrado l’impassibilità del mio sguardo, mi tranquillizzai che almeno non gli era successo niente di grave. Entrò e aprendo il frigo borbottò: Dalla stanza è caduto il quadro di capo al letto. Quel quadro era in realtà un basso rilievo in ceramica e raffigurava un Cristo che aveva tra le mani un cuore, lo ricordavo bene da quand’ero piccolo e mi capitava di dormire con i miei genitori. Infatti la stanza dove dormiva zio Giovanni era stata in precedenza la camera da letto dei miei.

Ricordavo mio padre che mi diceva di stare attento al quadro che poteva cascare, quando io in piedi sul letto ero sempre lì a cianfrusagliare, del rilievo mi piaceva seguirne le linee con il dito, e soprattutto non mi fermavo fin quando mio padre mi prendeva per i fianchi ed iniziava a farmi il solletico. Mi scoprii lontano dalla gioia che quei ricordi mi suscitavano fino pochi giorni prima, erano diventati come storielle delle quali pur conoscendone la trama, ne ero ormai diventato un ignaro spettatore.

Capitolo 3

Erano già due settimane che avevo lasciato il lavoro, avevo iniziato col prendermi un giorno libero, ed automaticamente erano andate a susseguirsi le sfiancanti mattinate passate a rimandare l’ora della sveglia. Mi sentivo come indegno della vita, dal momento che moltissime persone non avevano alcuna possibilità di lavorare, ed io mi concedevo il lusso di starmene a casa. Come potevano i miei problemi avviarsi a soluzione, come potevano non ingigantirsi a dismisura, con il rischio intrinseco che io vi potessi soccombere sotto il loro peso?

Soccombere, questo mi pareva l’unico sbocco che mi era possibile attuare, ma mi frenava l’idea che se avessi osato porre termine alla mia esistenza, l’unico a beneficiarne sarei stato forse io, ma sicuramente a discapito delle persone che mi stavano attorno. Quindi sarei dovuto andare avanti qualunque fossero stati i miei stati d’animo, e questo mi pareva un nobile tributo alle persone che mi amavano, forse l’unico tributo che riuscivo ad onorare, anche se non sapevo per quanto.

Questa volta guardando il cielo mi pareva fosse un telo cerato, di un azzurro compatto che mi isolava e contraffaceva la luminosità del sole, viziava l’aria che respiravo e scatenava in me la voglia di squarciarlo, per tastare se davvero era una mia patetica impressione oppure se l’improbabile ipotesi aveva una sua realtà in quel momento.

Riflettevo e ripensavo alla stessa idea qualche notte di veglia già trascorsa, col cielo terso, abbondante di stelle ed una luna che quasi piena raffigurava più di un immagine, non vedevo solo le solite macchie lunari che si confondevano con un improbabile volto che guardava verso di me, ma avevo scorto altri due visi, uno che si poneva di tre quarti e l’altro del quale si delineavano chiaramente gli occhi. Quest’ultimo con uno sguardo profondo che sembrava sapere di me, e che forse era l’unico che potesse sapere. Sovrapponendo le due esperienze mi parevano coincidere nell’impossibilità di poterle testare, e quindi smentirle in quel momento.

Mi piombò in testa un’idea, e tutto in quel momento mi parve chiaro. Forse la parola chiave era “momento”, inteso come presente. Chi poteva affermare con assoluta certezza che quel cielo non era un telo cerato in quel momento? Chi poteva garantire che quei visi della luna non erano palesemente lì per me, e chiunque fosse stato in grado di vederli? Chi poteva persino accertare la mia presenza in quel momento lì dove io ero? E ribaltando il concetto applicandolo all’inverso: come potevo io essere sicuro dell’esistenza di un mondo che non stavo vivendo? Tutti quei pensieri sembravano esplodere tra il tempo e lo spazio, ed esplodevano in modo tale da non preferirne l’uno a discapito dell’altro.

Capitolo 4

Passai l’intero pomeriggio con quella cognizione nella mente, che tuttavia andava man mano scomparendo, come un monolite di grande valore storico, seppellito nella polvere millenaria di piatti e insensati quotidiani, che si susseguivano apparentemente senza alcuna ragione. Per quando fu notte l’intuizione si andò a depositare tra i mille “potrebbe anche essere”, ma senza ormai la pretesa che quell’idea fosse l’unica possibile, se non altro l’unica che mi lasciasse lo spazio per sentirmi vivo. La luna già alta scomparve al passaggio di una nuvola e sentii dei rumori in cucina, era zio Giovanni che scaldava la sua cena, colsi il pretesto di bere un bicchiere d’acqua per studiare il suo fare, ed egli tra una forchettata e l’altra, quasi tra se e se disse:

Che strana estate! Non ti pare?

– Hai proprio ragione, risposi distrattamente mettendo il bicchiere nel lavabo. Gli chiesi del quadro al capo del letto, e lui rispose che s’era scheggiato il cuore del Cristo, ma l’aveva riappeso.

Pensando al mio stato d’animo, mi pareva ineluttabile che succedesse, ma il fatto che zio Giovanni l’avesse riappeso, testimoniava la forza di accettare la realtà qualunque essa fosse diventata.

L’indomani uscii da casa con la speranza che una boccata d’aria avrebbe allentato quella tacita tensione che mi attanagliava già da qualche settimana. Il mio mondo era praticamente polverizzato e malgrado ciò le persone per strada erano da sempre e soprattutto ancora in balia delle loro sciagurate congetture, ognuno assorbito dai suoi insospettati e puntuali comportamenti suicidi.

Si poteva anche dire: tutto come sempre, ma erano i miei occhi ad essere cambiati, guardavo le persone e con esse il mondo senza più partecipare, compenetrarmi e magari arrischiare a mettermi al loro posto, per ipotizzare una possibile soluzione ai loro problemi. Ritornai a casa con la rinnovata coscienza che il mondo proseguiva il suo vivacchiare senza traumi, almeno senza la mia disperazione che già da quella presa di coscienza mi pareva alleggerita.

Capitolo 5

Il giorno seguente mi svegliai inaspettatamente a metà mattinata e senza sforzi di volontà, pensando al mio stato d’animo quasi riconoscevo la mia indole. Non c’erano dubbi, la boccata d’aria mi aveva fatto bene, l’avere sondato quel mondo che era fuori da me, mi dava la certezza che l’entità del mio problema era confinata in ciò che io sentivo, quindi riguardava unicamente me e la mia coscienza.

Questo mi parve un punto d’approdo importante da dove iniziare a dialogare con me stesso, era come avere iniziato la ricerca dimensionale del blocco che mi aveva paralizzato e ripiegati i miei pensieri in modo da renderli solo fini a se stessi. In qualche modo sapevo che una volta individuato il malessere, già la sua conoscienza sarebbe stata il primo passo verso la guarigione.

Da quella stessa sera il cielo pareva avere assunto una significante profondità, perfino l’incertezza legata al bello e cattivo tempo sembrava ormai archiviata, era estate e soprattutto io ci credevo, e se pure ci fosse stato un temporale improvviso, sarebbe stata un eccezzione, una possibile variante della stagione in corso.

Ripresi a lavorare dopo pochi giorni, con quella spensieratezza che andava sempre più consolidandosi, come dire ero capace di non pensarci. In qualche modo avevo riattivato il dialogo con la mia coscienza, nei giorni seguenti si attuarono spontaneamente le mediazioni esistenziali, quelle poste tra ciò che crediamo d’essere e quello che ci è possibile fare senza tradire la nostra intuìta natura.

Dopo tempo mi ritrovai con zio Giovanni a guardare l’alba, pensavo lui stesse per andare a letto ed io mi ero svegliato prima del solito, ai primi raggi che illuminarono il mattino, guardammo verso il sole, zio Giovanni mi chiese: vai a lavorare?- Si, e tu stai per andare a letto?- Non ancora.- Come mai?-

Guarda che bel sole che c’è.

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