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Il 25 aprile: tra poesie e canzoni

Un caleidoscopio di Resistenze da tutto il mondo

🔊 Puntata 1005


Il 25 aprile: tra poesie e canzoni

25 aprile 1945: Libertà, dopo anni di feroce dittatura. In questa puntata però vogliamo parlare anche di altri popoli che combattono o hanno combattuto l’oppressione. Lo facciamo proponendovi alcune poesie e alcune canzoni, diverse per epoca, stile e provenienza ma unite da un unico filo conduttore: raccontare cosa significa scegliere di restare umani anche nei momenti più difficili. Non è stato solo un viaggio storico intorno al mondo ma un percorso fatto di parole che ancora oggi sanno dare forza.

La poesia che segue è di una giovane scrittrice, Hend Joudah, nata in un campo profughi di Gaza. La sua prima raccolta è intitolata Nessuno se ne va per sempre.

Cosa significa essere poeta in tempo di guerra?
Significa chiedere scusa, chiedere continuamente scusa agli alberi bruciati, agli uccelli senza nidi, alle case schiacciate, alle lunghe crepe sul fianco delle strade, ai bambini pallidi prima e dopo la morte e al volto di ogni madre triste o uccisa.
Cosa significa essere al sicuro in tempo di guerra? Significa vergognarsi del tuo sorriso, del tuo calore, dei tuoi vestiti puliti, delle tue ore di noia, del tuo sbadiglio, della tua tazza di caffè, del tuo sonno tranquillo, dei tuoi cari ancora vivi, della tua sazietà, dell’acqua disponibile, dell’acqua pulita, della possibilità di fare una doccia e del caso che ti ha lasciato ancora in vita.
Mio Dio, non voglio essere poeta in tempo di guerra.

Esiste un diritto di vivere in pace, El derecho de vivir en paz, come diceva il grande cantante Victor Jara; è infatti il titolo di una sua canzone del 1971.
L’11 settembre del 1973, nei giorni dell’odio militare contro il popolo cileno, Victor Jara è stato arrestato e internato nello stadio Cile, che oggi è intitolato a lui. Racconta chi lo ha visto, che in un lungo corridoio ha trovato il corpo di Victor in una fila di una settantina di cadaveri, la maggior parte giovani. E il corpo di Victor era quello più contorto, più straziato, accoltellato.
Gli occhi erano rimasti aperti, con ancora un’espressione di sfida.  Dopo averlo ucciso, i militari hanno proibito la vendita dei suoi dischi e ordinato la distruzione di tutte le matrici.

È notte in Iran e una bambina di 9 anni canta “Bella Ciao” tradotta in iraniano sui tetti a squarciagola. Il video che gira online è stato diffuso a fine Settembre 2022 dalla ONG Iran Human Rights.

Entriamo poi nella vita di una madre-poeta, Ni’ma Hassan, che ci mostra come si vive a Gaza in questi giorni: “Scelgo una stanza con il soffitto di cemento. I tetti in lamiera di amianto o di zinco, quando vengono giù, non uccidono in un colpo solo. Si lasciano rimpianti alle spalle. Il cemento invece ha potere su tutti gli abitanti della stanza. Crolla in un colpo solo, senza lasciare dietro di sé alcuno spazio per i rimpianti”.
Nonostante questa situazione devastante lei è in grado di scrivere una poesia dal titolo “Una madre a Gaza non dorme“.

Una madre a Gaza non dorme…
Ascolta il buio, ne controlla i margini, filtra i suoni uno ad uno
per scegliere una storia che le si addica,
per cullare i suoi bambini
E dopo che tutti si sono addormentati,
si erge come uno scudo di fronte alla morte
Una madre a Gaza non piange
Raccoglie la paura, la rabbia e le preghiere nei suoi polmoni,
e attende che finisca il rombo degli aerei,
per liberare il respiro
Una madre a Gaza non è come tutte le madri
Fa il pane con il sale fresco dei suoi occhi…
e nutre la patria con i suoi figli.

L’esercito privato di Trump del DHS (Dipartimento di Sicurezza Interna USA) con le armi allacciate ai cappotti è venuto a Minneapolis per far rispettare la legge, o almeno così raccontano la storia. Contro fumo e proiettili di gomma, alle prime luci dell’alba, i cittadini si sono schierati per la giustizia, le loro voci risuonavano nella notte e c’erano impronte di sangue dove avrebbe dovuto esserci pietà e due morti, lasciati a morire su strade innevate, Alex Pretti e Renée Good.
Questi sono i versi di Streets of Minneapolis, canzone che Bruce Springsteen ha composto per raccontare gli attacchi ai manifestanti anti-ICE (Controllo Immigrazione e Dogane degli USA) nel Gennaio di quest’anno (2026).

Fadwa Tuqan è stata una delle voci più note della poesia palestinese. I temi sono principalmente quelli della lotta del suo popolo, la sofferenza e le atrocità della guerra; ma anche quelli della condizione femminile nel mondo arabo. Viaggiò molto in Europa e Medio Oriente, studiando presso la Oxford University. Nel 1967 la sua città natale fu occupata dagli israeliani, evento che caratterizzò definitivamente la sua poesia e rafforzato il suo impegno civile.
Mi bastaè la poesia che abbiamo scelto.

Mi basta morire sulla sua terra,
essere sepolto in lei,
sciogliermi e dissolvermi nel suo suolo,
per poi germogliare come un fiore
con cui gioca un bambino del mio paese.
Mi basta rimanere
nell’abbraccio del mio paese,
per essere in lei come una manciata di polvere,
un filo d’erba,
un fiore.

Lella Costa ci ha letto una poesia di Wislawa Szymborska “La fine è l’inizio”.
Dopo ogni guerra
c’è chi deve ripulire.
L’ordine, seppure approssimato,
certo non viene da solo.
C’è chi deve spingere le macerie
al bordo delle strade,
per far passare
i carri pieni di cadaveri.
C’è chi deve calarsi
nella melma e nella cenere
tra le molle dei divani letto,
tra le schegge di vetro,
e gli stracci insanguinati.
C’è chi deve trascinare una trave
per puntellare un muro.
C’è chi rimetterà vetri alla finestra,
e monterà le porte sui cardini.
Fotogenico non è
e richiede anni e anni.
Tutte le telecamere
sono già fuori,
per un’altra guerra.
I ponti sono da riattivare,
e le stazioni da rifare.
Ridotte a brandelli le maniche
a forza di rimboccarle.
Uno, con la scopa in mano,
ancora ricorda com’era.
Uno che ascolta
annuisce col capo superstite sul collo.
Ma, in zona, cominceranno ad aggirarsi
quelli che ne saranno annoiati.
C’è chi andrà ancora
a disseppellire sotto un cespuglio
argomenti corrosi dalla ruggine
per depositarli sul mucchio dei rifiuti.
Chi sapeva di che si trattava
deve far posto a chi
ne sa troppo poco.
O meno di poco.
Oppure assolutamente niente.
Tra l’erba che ha ricoperto
le cause e gli effetti
dev’esserci qualcuno disteso,
con una spiga tra i denti
perso a guardare le nuvole.

Leonard Cohen canta The partisan, canzone scritta da Emmanuel d’Astier sulla Resistenza francese nella Seconda Guerra Mondiale. Il partigiano racconta, in prima persona, il rischio di morte, la perdita dei famigliari e dei compagni, e i pericoli di una vita vissuta in segretezza e in costante fuga.

La puntata si chiude con una versione di Bella Ciao delle Mondine cantata da Milva: le mondine sono costrette a lavorare piegate nelle risaie, mentre il capo tiene il bastone; ma verrà un giorno che tutte quante lavoreranno in libertà.

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