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Dedicato a Lucrezia Geminiani, montanara errante

La storia di un processo per stregoneria avvenuto ad Imola

🔊 Puntata 1031


Dedicato a Lucrezia Geminiani, montanara errante

Psicoradio vi racconta la storia di Lucrezia Geminiani, montanara errante, donna delle erbe, balia, guaritrice e ostetrica. Venne arrestata a Valmaggiore nel 1559, dove fu processata per stregoneria, e morì nell’ospedale di Imola, a causa delle ferite riportate durante le torture degli inquisitori. Abbiamo intervistato Simona Biagi, un’antropologa che conosce bene quelle zone dell’Appennino Imolese e ha restituito voce e memoria alla storia di Lucrezia Geminiani.  All’interno del festival In mezzo scorre il fiume, Simona Biagi ha indossato fisicamente i panni di Lucrezia, in una escursione narrativa che ha ripercorso la vita della storica abitante di Valmaggiore.

Chi l’abbia denunciata, non si sa. Lucrezia stessa, nella sua deposizione, parla di un certo Antonio da Campomoro che non le ha permesso di lavare il suo bambino ammalato, nel contesto in cui Lucrezia veniva vista come guaritrice, in grado di scacciare le febbri con le sue conoscenze ed erbe magiche. Dopo il mancato lavaggio, il bambino, purtroppo, morì, e fu Lucrezia ad essere incolpata della sua morte. Al tempo dei roghi di streghe, anche uno screzio tra vicini poteva portare a diffidare una persona, soprattutto una donna che si faceva notare per le sue capacità e per la sua operosità in un’epoca in cui l’ideale della donna era quello mariano. Così, fu arrestata, colpevole di essersi esposta troppo.

“Sicuramente questo era sfidante nella società dell’epoca, improntata a una concezione della donna che era totalmente opposta, a una donna che doveva rimanere inattiva, che doveva rimanere appunto nell’ombra, e lei invece emerge.” dice Simona. 

Lucrezia fu una donna longeva: morì a 70 anni, il 13 settembre 1559, a seguito di strazianti torture riportate anche nel fascicolo inquisitoriale. Ci furono quattro deposizioni, e fu dalla seconda in poi che vennero descritte le torture inflitte alla presunta strega. Fu torturata all’inizio con i ciufoli, dei pezzetti di legno che venivano inseriti tra le dita delle mani, accoppiate nella posizione della preghiera e strette in una corda, frantumando le ossa della mano. Poi passarono alla legatura, che consisteva nel legare i polsi dietro alla schiena e poi sollevare la persona verso l’alto. Lucrezia avrebbe dovuto deporre ancora, ma morì prima del processo.

Secondo Simona Biagi, ricordare Lucrezia è importante perchè: “Soprattutto, quello che è sempre stata, è una donna, una donna nella pienezza della parola, nelle tante sfaccettature, nelle sue contraddizioni, nelle sue soddisfazioni, frustrazioni e in tutto quello che è la complessità della vita.”

Vi lasciamo con una poesia di Sylvia Plath, Witch Burning (Rogo di strega).

In the marketplace they are piling the dry sticks.
A thicket of shadows is a poor coat. I inhabit
The wax image of myself, a doll’s body.
Sickness begins here: I am the dartboard for witches.
Only the devil can eat the devil out.
In the month of red leaves I climb to a bed of fire.

It is easy to blame the dark: the mouth of a door,
The cellar’s belly. They’ve blown my sparkler out.
A black-sharded lady keeps me in parrot cage.
What large eyes the dead have!
I am intimate with a hairy spirit.
Smoke wheels from the beak of this empty jar.

If I am a little one, I can do no harm.
If I don’t move about, I’ll knock nothing over. So I said,
Sitting under a potlid, tiny and inert as a rice grain.
They are turning the burners up, ring after ring.
We are full of starch, my small white fellows. We grow.
It hurts at first. The red tongues will teach the truth.

Mother of beetles, only unclench your hand:
I’ll fly through the candle’s mouth like a singeless moth.
Give me back my shape. I am ready to construe the days
I coupled with dust in the shadow of a stone.
My ankles brighten. Brightness ascends my thighs.
I am lost, I am lost, in the robes of all this light.

 

Sulla piazza del mercato stanno impilando legna secca.
Un boschetto di ombre è mediocre riparo. Abito
l’immagine in cera di me stessa, un corpo di bambola.
Inizia qui la malattia: sono il gioco a freccette delle streghe.
Solo il diavolo può divorare il diavolo.
Nel mese delle foglie rosse salgo su un letto di fuoco.

Facile dare la colpa al buio: alla bocca della porta,
alla pancia della cantina. Hanno spento le mie scintille.
Una dama dalle elitre nere m’imprigiona nella gabbia del pappagallo.
Che occhi grandi hanno i morti!
Sono intima di uno spirito orrendo.
Cerchi di fumo dal becco di questa brocca vuota.

Se sono piccola, non posso fare alcun male.
Se non mi muovo irrequieta, non farò cadere nulla. Dicevo,
seduta sotto un coperchio, piccola e inerte come chicco di riso.
Stanno accendendo i fornelli, anello dopo anello.
Siamo coperti di amido, piccoli bianchi amici. Si cresce.
All’inizio fa male. Rosse lingue insegneranno la verità.

Madre dei coleotteri, schiudi soltanto la tua mano:
volerò dalla bocca della candela, come falena, senza bruciarmi.
Restituiscimi la mia forma. Sono pronta a ricostruire i giorni
in cui m’accoppiavo con la polvere all’ombra di un sasso.
Le mie caviglie risplendono. Lo splendore sale alle cosce.
Sono perduta, perduta, vestita di tutta questa luce.

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