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Home Speciali Non curate la mia tristezza

Non curate la mia tristezza

Il DSM 5 e la medicalizzazione della vita
di Maria Cristina Lasagni

Per quanto tempo una persona può sentirsi disperata, o anche solo molto triste per l’abbandono della persona amata, o per la morte del compagno, senza temere che le venga diagnosticata una “depressione maggiore”?

Quante volte in un mese potrò abbuffarmi di cibo, prima che uno psichiatra mi certifichi un Binge Eating Disorder (disturbo da alimentazione incontrollata)?

E posso considerare una allegra debolezza la mia tendenza a conservare inutili abiti e oggetti di quando ero ragazza, o invece devo preoccuparmi, perché sono ammalata di hoarding disorder, "disturbo di accaparramento”, una diagnosi nuova di zecca? Quale è il limite, insomma, tra un comportamento difficile da affrontare, ma normale, ed un comportamento patologico?

E' appena uscito anche in Italia un manuale che ritiene di poter dare risposte precise a questi dubbi; si tratta della versione italiana del DSM 5 (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders), la versione aggiornata del manuale dei disturbi mentali (chiamato spesso “la Bibbia degli psichiatri”), che ha l’ambizione di fornire ai medici di tutto il mondo i criteri diagnostici per individuare i disturbi psichici. In Italia è uscita a cura di Massimo Biondi, docente di psichiatria alla Sapienza di Roma.

Questo manuale però non interessa solo psichiatri ed accademici, ma tutti noi, perché la principale critica che viene fatta al DSM 5 è appunto quella di abbassare molto la soglia della separazione tra normalità e patologia, ampliando di conseguenza la gamma dei comportamenti considerati come patologie da curare, essenzialmente con psicofarmaci.

Il primo DSM nasce nel 1952 ad opera dell’American Psychiatric Association (APA), come risposta ad un manuale psichiatrico prodotto dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), ma le sue prime edizioni non suscitano particolari polemiche.

Un cambiamento avviene nel 1980, quando il DSM III adotta una concezione della psicopatologia di tipo descrittivo, che non sposa nessuna delle teorie che animano il mondo della cura psichica, e costruisce le diagnosi sulla base della descrizione dell'aspetto esteriore dei sintomi. Era il tentativo ambizioso, che prosegue fino ad oggi, di permettere la comunicazione tra operatori psichiatrici in tutto il mondo, di diversa cultura ed impostazione teorica. E’ anche l’inizio delle discussioni, che si sono accentuate in questi ultimi anni, quando, nel 2010, hanno cominciato a circolare le anteprime dell’ultima revisione.

Paolo Migone, psichiatra e condirettore della rivista Psicoterapia e Scienze Umane, che da tempo si occupa del problema della diagnosi in psichiatria, sostiene che oggi la letteratura critica sul DSM-5 è ormai sterminata, e per questo motivo la pubblicazione è stata rimandata più volte. Poi, nel 2013 l’ APA ha dovuto pubblicare il manuale, perché non poteva più permettersi di aspettare: per realizzare il DSM-5 sono stati spesi circa 25 milioni di dollari, ed inoltre molti psichiatri americani, per protesta, si sono dimessi dall'associazione, quindi sono anche venuti a mancare gli introiti delle loro iscrizioni.

L'unico modo per rimediare al grande deficit di bilancio è stato pubblicare il manuale: come è successo per le precedenti edizioni, verrà tradotto in tutte le lingue del mondo ed i guadagni dalla vendita dei diritti saranno immensi.


Tra i critici più agguerriti del DSM 5 ci sono Robert Spitzer e Allen Frances. I due psichiatri avevano coordinato la stesura delle due versioni precedenti del manuale, il DSM III e DSM IV, ma in seguito hanno organizzato una campagna di sensibilizzazione contro la bozza del DSM-5, tendendo conferenze in molti Paesi (sono venuti anche in Italia) e raccogliendo circa 15.000 firme.


Allen Frances aveva già constato con amarezza che il DSM-IV, di cui lui stesso ha guidato la task force che lo ha redatto, ha contribuito ad aumentare il numero diagnosi relative a diversi disturbi, ad esempio il Disturbo da deficit di attenzione, o di iperattività. Le diagnosi di disturbi dell'umore nell'infanzia e nell'adolescenza sono aumentate di 40 volte, generando un conseguente aumento di prescrizioni farmacologiche per i bambini, anche solo di 3 anni.

Oggi Frances cerca di rendere evidenti quelli che considera i pericoli principali di questa ultima versione della Bibbia degli psichiatri, ed elenca 11 diagnosi che secondo lui creeranno molti problemi. Ne ricordiamo qualcuna, cominciando da un rischio che ci riguarda tutti da vicino, perché il DSM 5 diagnostica come Disturbo neurocognitivo minore le dimenticanze, i rallentamenti, le debolezze cognitive normali della vecchiaia, creando falsi allarmi e sofferenze in persone che non svilupperanno mai una demenza vera e propria.
Il Disturbo di disregolazione dirompente dell'umore è invece il nome che prendono gli scatti di rabbia, che potranno essere diagnosticati come un disturbo mentale, e la diagnosi può essere fatta anche ai bambini, ai quali verranno somministrati psicofarmaci.

Il dott. Migone ci ricorda come negli anni abbiamo assistito ad alcune "mode" che riguardano i comportamenti dei bambini: le diagnosi di iperattività, o il disturbo bipolare infantile. Questa nuova diagnosi di disregolazione dirompente dell'umore potrebbe essere un’altra moda che ci accompagnerà nei prossimi anni. E siccome curare con gli psicofarmaci è molto più facile rispetto ad altri modi di affrontare le difficoltà, il rischio è che un bambino arrabbiato e aggressivo si veda rifilare pillole, mentre nessuno cerca di comprendere il significato della sua rabbia.


Nonostante le tante critiche va detto che alcuni cambiamenti nel DSM 5 sono stati invece accolti con favore. Un caso importante riguarda la scomparsa della definizione “disturbo di identità di genere" per le persone che si sentono dell’altro sesso, che avviano percorsi di passaggio da un genere all’altro. La parola “disturbo” scompare, sostituita da un meno stigmatizzante “disforia di genere". I movimenti LGBT hanno accolto con favore questo cambiamento, giudicandolo importante per la loro lotta contro i pregiudizi che colpiscono e persone trangender.

Rimane però il dato della moltiplicazione delle diagnosi, che con il DSM 5 sono triplicate: sarà più facile essere dichiarati malati. Già con la versione precedente del manuale una gran parte della popolazione americana, nel corso della vita, poteva rientrare in qualcuna delle diagnosi elencate, secondo quanto hanno scritto sul Annual Review of Public Health (2008) Ronald Kessler e Philip Wang, professori ad Harvard.

L’applicazione del DSM 5 (che negli USA viene usato anche dalle compagnie di assicurazione medica) rischia ora di produrre una moltiplicazione di nuove diagnosi e una medicalizzazione in massa della normalità, che si tradurrebbe in una miniera d'oro per l’industria farmaceutica. E poi ci sono anche rischi di altro ordine; innanzitutto, quello di sostenere un’idea della malattia mentale come elenco di sintomi, che non tiene conto della irrinunciabile unicità delle persone e delle loro storie.

E c’è anche un altro rischio, forse ancora più grave: la tendenza a rimuovere ogni differenza di comportamento e ogni sofferenza, a patologizzare la vita stessa, prescrivendo farmaci per affrontare le difficoltà, sottraendo senso al dolore, alla malinconia, e riducendoli a malattie di cui vergognarsi.

 

Sul tema segnaliamo anche un'intervista di Eugenio Borgna pubblicata da L'Espresso

 

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Follia Scritta è una ricerca realizzata dalla redazione di Psicoradio in collaborazione con l’Istituto di Media e Giornalismo dell’Università della Svizzera italiana. Potete trovare qui una sintesi dei risultati della ricerca.

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