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Non confondiamo controllo e cura, medici e polizia

E poi, meno medicine, più attenzione, più lavoro, più vita


La redazione di Psicoradio ha partecipato al convegno “40#180. Democrazia e salute mentale di comunità” dal 21 al 23 giugno a Trieste. Qui è nata un’intervista “diversa”, dove i redattori di Psicoradio, a partire dalle loro esperienze, muovono critiche e suggeriscono al dottor Angelo Fioritti, direttore del Dipartimento di Salute Mentale di Bologna, cosa c’è ancora da fare nel mondo della cura. Claudio ricorda: “Una volta una psichiatra, dopo pochi minuti di colloquio, mi ha dato un sacco di medicinali, dicendomi che lei i depressi li riconosceva a prima vista. Siccome ero perplesso, mi ha detto che  se non volevo prendere tutte quei farmaci,  significava che non volevo guarire”.

Prima di tutto, i redattori chiedono che la psichiatria non si limiti all’approccio biomedico, e assicuri al paziente, oltre ai farmaci, uno sguardo attento alle persone, e una rete di opportunità. Fioritti è d’accordo, ma ricorda che i dati d’accesso ai servizi di salute mentale sono in continua crescita (+16%): “In questa condizione il modello biomedico rischia di trarre forza, perché semplifica, riduce il rapporto con il paziente a quello che potrebbe esserci in diabetologia o in nefrologia, quindi di fatto ad un approccio che fa scomparire la persona dalla scena”. Altra questione è quella dei tempi lunghi per ottenere gli appuntamenti nei  Centri di salute mentale, come dice Vincenzo “Una volta ho chiesto aiuto in un momento di emergenza e mi hanno fissato l’appuntamento con la psichiatra un mese dopo: Quando mi sono lamentato mi hanno risposto che non si trattava di un’operazione a cuore aperto”. Ilo direttore del Dipartimento riconosce che: “Una delle battaglie ancora attuali, a quarant’anni dalla legge 180, è quella sulla formazione del personale ( che tra l’altro, siccome manca il turnover, è, invecchiato in media di cinque anni)”. Fioritti sottolinea però che il cittadino-utente va più responsabilizzato, e deve prendere in mano il proprio destino “bisogna anche capire fino a che punto ci si può appoggiare ai servizi; non vanno considerati come juke box in cui si inserisce la moneta ed esce la prestazione, ma luoghi in cui la persona è accolta e viene informata sulle opportunità esistenti”. Alla domanda sulle battaglie da portare avanti per il futuro lo psichiatra ha risposto: “L’assistenza ai giovanissimi e la lotta contro ogni tentativo di delega di controllo sociale alla psichiatria”.

 

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